11 aprile 2011

PASQUA. Gli ebrei vegetariani: “Ma gli animali che soffrono non sono kasher!”

“Ma come, – è sbottato l’ottimo Mario Fuà, polemista coi fiocchi (“nom de plume”: “Gerush92”) – ora ci vietano perfino le ciambellette, che sono tradizionali per ogni buon ebreo romano in occasione della Pesach, e poi s’ingozzano di foie gras? Ma non lo sanno che le oche, per produrre “fegato grasso”, si devono ammalare, insomma sono torturate? Gli animali che soffrono non devono essere considerati kasher!”
E così, in preda alla tripla indignazione di ebreo che ha sempre qualcosa di ridire, di libertario e ora pure di vegetariano animalista (come lo capisco: l’indignazione morale è un lubrificante ideale per il cervello di chi scrive su internet), Gerush si è messo subito alla tastiera del computer. E sì che lui di solito non la manda a dire! Ne è venuto un articolo, che dico, una denuncia, stringente e documentata, come sono sempre tutti i suoi articoli, che non lascia spazio alle obiezioni. Gherush, come gli antichi Romani, quando scende in guerra è per vincere, anzi stravincere, non per partecipare. E non fa prigionieri. Lo sottopongo agli amici della Comunità che mi leggono. NICO VALERIO

Gli animali che soffrono non sono Kasher!
VIETANO LE CIAMBELLETTE E MANGIANO FOIE GRAS...
“Non è lecito infliggere ad un animale sofferenza, a maggior ragione se questa viene progettata, organizzata e perpetrata negli allevamenti intensivi su scala industriale, cioè moltiplicata per milioni e milioni di esseri viventi ogni anno. Negli allevamenti intensivi, nei quali vivono anche gli animali destinati all’alimentazione kasher, questi subiscono, senza scampo, crudeltà inenarrabili, solo per aumentare il profitto e per assicurare, a tutti e sempre, una quantità eccessiva di carne. Questi allevamenti sembrano contraddire tutte le norme ebraiche che prescrivono il rispetto verso gli animali e in molti casi somigliano a veri e propri campi di sterminio.
D’altra parte, c’è chi pensa, forse per tentare di giustificare azioni scellerate, che l’uomo sia il principale destinatario dell’opera della creazione: “Si sono convinti che l'uomo, il peggior trasgressore di tutte le specie, sia il vertice della creazione: tutti gli altri esseri viventi sono stati creati unicamente per procurargli cibo e pellame, per essere torturati e sterminati. Nei loro confronti tutti sono nazisti; per gli animali Treblinka dura in eterno.” (Isaac Bashevis Singer). Gli allevamenti intensivi sarebbero luoghi da abolire e, invece, sono catene di montaggio di esseri viventi ridotti ad oggetto, a servizio dell’uomo moderno. C’è da considerare che la sofferenza degli animali negli allevamenti intensivi certamente provoca un’alterazione dello stato fisico e psichico, perché un animale che vive in cattività, in condizioni estreme e solo per essere ammazzato, inevitabilmente si ammala.
Come può un animale reso ammalato essere kasher? Come dice Foer in "Se niente importa. Perchè mangiamo gli animali?", bisognerebbe attentamente riflettere su cosa sono gli allevamenti intensivi, cosa è la sofferenza degli animali e quali sono le sue conseguenze. Non basta che gli animali siano uccisi secondo le norme della shechità, ma è necessario garantire loro di nascere, crescere, riprodursi e vivere, secondo il proprio ciclo biologico, senza patire alcuna sofferenza come, invece, avviene sistematicamente negli allevamenti nei quali vivono costretti. Gli allevamenti intensivi, inoltre, pongono gravi problemi di inquinamento ambientale e sulla salute degli uomini, che non devono essere trascurati.
Nella Torà sono prescritti precisi obblighi verso gli animali ed è insegnato il rispetto e il comportamento di gentilezza e misericordia verso di loro. Agli animali è garantito il riposo; sono protetti nella fatica e nel lavoro; devono essere aiutati quando si smarriscono; devono essere protetti se in difficoltà; agli animali deve essere evitata sofferenza gratuita. Nella Torah, dunque, sono riconosciuti i diritti degli animali.
Ricordiamoci sempre che “… gli animali non possono essere allevati solo e soltanto per essere mangiati e che gli alberi non possono essere coltivati solo e soltanto per essere tagliati” (Linee Guida per la Protezione della Diversità Culturale, Gherush92). Ricordiamoci anche che l’essere umano fu formato per ultimo affinché si ricordi di non sopravvalutarsi e se una persona si comporta con orgoglio, le si dice: “Perfino la zanzara è stata creata prima di te!”.
Le norme tradizionali ebraiche, compreso le regole alimentari e quelle verso gli animali, sono regole antiche e consolidate che disciplinano in modo armonioso il rapporto dell’uomo con l’ambiente, con gli esseri animati e inanimati: solo alcuni animali possono essere mangiati e in certe particolari e severe condizioni. Tali norme non dovrebbero essere tradite, assimilate o essere poste al servizio della modernizzazione, dell’industrializzazione e dello sviluppo. Rispetto degli animali, kasherut e allevamenti intensivi moderni sono realtà inconciliabili.
Noi riteniamo che le regole ebraiche non possano essere applicate a compartimenti stagni, quelle alimentari in modo scollegato dalle altre norme sugli animali che ci insegna la Torà, perché questa interpretazione non risponde al problema fondamentale e struggente della sofferenza degli animali.
Noi riteniamo, in sintesi, che gli animali che soffrono non sono kasher e che sia necessario aprire un dibattito approfondito su questo argomento. E se è vero che il livello di sofferenza durante la macellazione non si può controllare né stimare, chiunque è in grado, se vuole, di osservare e conoscere la sofferenza di un animale in un allevamento intensivo. La sofferenza riguarda l’intera esistenza dell’animale, non è un elemento trascurabile, accidentale o marginale, non è un’immaginazione o un sospetto, ma un’orribile realtà quotidiana.
Per Pesach assistiamo attoniti alla seguente incresciosa situazione, che chiede con urgenza una spiegazione halachica complessiva e una soluzione operativa: per un sospetto si accetta di vietare l’uso della farina per le ciambellette e di distruggere una tradizione ancora viva e vitale; non per un sospetto, ma con consapevolezza e cognizione, si acconsente a ripetere un’orribile realtà, e a mangiare il foie gras, che troviamo nei ristoranti kasher di tutta Europa e in molte famiglie.
Ogni anno si ripete una procedura agghiacciante: il foie gras è il prodotto di una crudeltà estrema, perché gli animali sono forzati nell’alimentazione fino a presentare un fegato malato a morte (steatosi). Come si può ipotizzare che sia kasher il prodotto un animale deliberatamente torturato e reso gravemente e irrecuperabilmente invalido? Il foie gras non dovrebbe essere considerato kasher, anzi è folle ritenerlo tale.
La pratica dell’ingozzamento forzato delle oche dovrebbe essere considerata un reato anche ai sensi degli art. 544bis e ter del codice penale: “Art. 544bis. Uccisione di animali. Chiunque, per crudeltà o senza necessità, cagiona la morte di un animale è punito con la reclusione da 3 mesi a 18 mesi.” . “Art. 544ter. Maltrattamento di animali Chiunque, per crudeltà o senza necessità, cagiona la lesione ad un animale ovvero lo sottopone a sevizie o a comportamenti o fatiche o a lavori insopportabili per le sue caratteristiche etologiche è punito con la reclusione da 3 mesi a 1 anno o con la multa da 3.000 a 15.000 euro. La stessa pena si applica a chiunque somministra agli animali sostanze stupefacenti o vietate ovvero li sottopone a trattamenti che procurano un danno alla salute degli stessi. La pena è aumentata della metà se dai fatti cui al primo comma deriva la morte dell’animale.”
Su queste basi la produzione e il consumo di foie gras dovrebbe essere vietata per sempre, non solo nei ristoranti kasher.
Fate il Seder (1) vegetariano!
MARIO FUA' (Gerush92)


(1) Seder, in ebraico סדר, significa "ordine", in questo caso sta per Seder di Pesach, una cena che si consuma con cibi particolari in un ordine rituale preciso nelle prime due sere della festa di Pesach. Durante il seder si legge l'Haggadà, cioè il libro che narra della liberazione degli Ebrei dalla schiavitù.


IMMAGINE. Un tradizionale piatto di Pesach con i cibi simbolici rituali, dalla matza (pane non lievitato) alle radici amare, dall'uovo al sedano, dall'osso ad un impasto a base di noci.


JAZZ. "Ruby, my dear" è un celebre brano, ben utilizzato anche dal jazz, che forse oggi potrà apparire di grande attualità per ragioni, diciamo così, extramusicali. Eccolo in un bel
video nell'interpretazione della cantante Carmen McRae.

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18 maggio 2008

VEGGIE PRIDE. Come non va fatto un corteo vegetariano e nonviolento

CONTESTAZIONE, MA CONTRO CHI?
"Orgoglio vegetariano"? Dopo aver aderito per tempo, ieri pomeriggio alle 14.30 sono andato a vedere e partecipare. Dopotutto, mi sono detto, sono o no il vegetariano di più lunga data a Roma?*
Bene, a piazza Madonna di Loreto, sono l’unico accanto ai tre sparuti banchetti veg davanti alla colonna di Traiano. Eppure la partenza è al metro di Colosseo, a soli 500 metri. Che sta accadendo? Forse il Veggie Pride ha fatto flop? Non è arrivato nessuno? Dopo un’ora di attesa, spazientito risalgo via dei Fori Imperiali per vedere che è successo. E che cosa vedo! Sullo sfondo della via chiusa al traffico e presidiata dalla polizia, sei grandi minacciosi cellulari grigio-verde (della capienza di 20 fermati ognuno) della Polizia, con le inferriate anti-sommossa ai finestrini, marciano a velocità da funerale alla testa d’un minaccioso e "pesante" corteo contestativo, con grandi striscioni e bandiere, aperto da una prima fila di poliziotti molto duri e compatti, però senza casco e scudo. I manifestanti non si vedono proprio da chi viene incontro: solo torpedoni e uomini della Polizia. Uno choc. Aiuto.
Incredibile: mi sembra di colpo di tornare all’incubo dei terribili anni 70. Ma poi mi rassereno: deve essere un altro corteo. Sì, non c’entra niente con i vegetariani. Figùrati quella è gente soft, tante ragazze giovani e mingherline, neanche vengono alle escursioni in montagna per quanto sono delicatine e temono la fatica! Ma sì, tutto si spiega - penso - ecco le ragioni del ritardo del Veggie Pride: proprio alla stessa ora - guarda coincidenza - c’è uno di quei provocatori cortei "del sabato" dell’ultra-sinistra. La polizia ha bloccato i vegetariani e ha dato la precedenza all’altro corteo, quello del… che so, Partito Comunista d’Italia marxista-leninista, Terza Internazionale, Nuovo Potere Operaio, Ri-Lotta Continua? Insomma, cose così, uscite dalla naftalina degli armadi della cronaca, più che della Storia. Ma sì, speriamo solo che passino presto, voglio vedere e partecipare all’altro corteo, quello dei mangiatori d’insalata, frutta e legumi, degli inermi difensori degli animali.
Ma fatti pochi passi vedo tutto. Si tratta proprio del corteo aggressivo dei non-violenti vegetariani. Aggressivo solo nel tono e nell'aspetto frontale (callulari e Polizia). Striscioni e cartelli non cominciano colla parola "vegetarismo", ma con "Guerra" (alla carne), "Lotta" (all’uccisione degli animali), e deunciano descrivendole nei particolari ogni tipo di violenza e tortura perpetrata ai danni degli animali che la gente mangia ogni giorno senza rendersi conto. Gli slogan urlati col megafono a 100 decibel incollato alle labbra d'una ragazza minuta dalla voce stridula (che pare abituata ai cortei) sembra presa da un album ingiallito degli anni 70: "Opponiamoci alla criminale strage dei macelli!", "Basta carne, no alle multinazionali del cibo". E i compagni in coro: "Basta carne", "Basta carne", "Basta carne".
Ma chi è che ci costringe a mangiar carne, insomma contro chi è la contestazione? Contro il "Governo ladro" o la "porca società"? Contro i "padroni" o le "multinazionali"? O contro la mamma italica che ci vuole far mangiare carne a tutti i costi, perché si ricorda che al paesello la nonna era povera e non la mangiava mai, e ha "sentito dire in tv" dal solito nutrizionista trombone in camice bianco da salumiere che "la carne è essenziale"?
Come vegetariano liberale mi irrita questo "basta" urlato agli altri, e non a se stessi. E' quello un modo intelligente di convincere i passanti, di fare propaganda? A chi è rivolto, allo Stato, che dovrebbe impedire, o ai macellai che dovremmo far chiudere d’autorità? Attendiamo forse il Grande Dittatore vegetariano, uno Stalin, un Mussolini, anzi un Ceausescu, che si sentiva un nutrizionista e affamando il popolo dava la "linea", sì, ma quella dietetica? Di queste incongruenze non si accorge nessuno dei 200-250 presenti.
Sono allibito, arrabbiato, affronto amici e sconosciuti che marciano in quel modo, una pantomima grottesca dell’ultra-sinistra d'un tempo, senza rendersi conto dell’impatto comunicativo e psicologico che il corteo ha sui passanti. Che infatti si tengono a debita distanza: chi si avvicinerebbe ad un corteo aperto da grossi cellulari e un plotone di poliziotti? Altro che vegetariani e non-violenti: diamo all’esterno, sulla cittadinanza e i turisti una vergognosa immagine militarista e violenta. E i turisti neanche capiscono: nessun cartello comincia con la parola "Vegetarismo". Immaginano dalle foto sanguinose e dagli slogan che si tratti d'un corteo di Animal Liberation o Peta.
Il logo ufficiale è una mucca col "pugno" chiuso. Gli animali strumentalizzati come kompagni rivoluzionari. Non è una piccola violenza (ideologica) anche questa? Nel sito gli anonimi organizzatori hanno espressamente vietato bandiere dei club vegetariani e slogan salutistici e scientifico-razionali in appoggio al vegetarismo. Bisognava - esortavano - battere sulla violenza contro gli animali. Più che giusto, ma il vegetarismo in quanto tale? Lo vogliamo descrivere, lo vogliamo pubblicizzare, possibilmente senza far andare per traverso il cibo? Vogliamo, oltre a far vedere il sangue sui cartelli, la violenza dei mattatoi, l'ipocrisia dei consumatori, aggiungere la pacata argomentazione che mangiare carne è inutile, dannoso economicamente, eticamente e sul piano della salute?
Incontro l’architetto Massimo, ex consigliere del PC cossuttiano al Comune di Roma, dichiaratamente vegan della frazione "anticapitalistica e anti-multinazionali". Avrà idee non scientifiche e ottocentesche ma almeno lo conosco: ha il coraggio di esporsi con nome e cognome. E' da ingenui illudersi che il vegetarismo (come l'ambientalismo) possa essere una nuova battaglia anticapitalistica sotto altro nome. Il capitalismo, lo dico da vegetariano liberale, non ci impone di mangiar carne, "non gliene può fregare di meno". Non pochi manager - mica scemi - sono diventati veg. Certo, il capitalismo va regolato con poche regole ma ferree, e chi non le rispetta, come accade spesso in Italia, dovrebbe uscire dal mercato. E siamo noi il "mercato", non i produttori. Siamo noi consumatori a scegliere i beni da consumare e perfino a "fare i prezzi". Potremmo dall'oggi al domani, se fossimo in tanti e più esperti di merceologia, composizione di alimenti e nutrizione, avere in ogni supermercato tutta la gamma dei cibi adatti alla dieta vegetariana a minor prezzo e con migliore qualità. I produttori stanno alle nostre scelte: sono pronti a riciclarsi rapidamente. Se no, scompaiono dal mercato, falliscono.
Ma a via dei Fori Imperiali non penso all'economia: sono infuriato. Lancio giudizi sferzanti e provocatori ad alta voce sugli organizzatori che hanno voluto un corteo così apparentemente "minaccioso", che poi a sorpresa scoppia come una bolla di sapone 500 metri dopo, scherzando e ridendo, davanti alle bancarelle tra ragazze venute da Napoli e Milano, e tranquille famigliole della domenica. Ma allora era una "finta". I poliziotti quando hanno visto le bancarelle - sprovviste di cibo, purtroppo - devono essersi sentiti presi per i fondelli...
Ma chi sono gli organizzatori? Non si sa. Nessuno delle nostre organizzazioni li conosce. Già questo è un po' inquietante. Si sa che c’è un collegamento diretto col Veggie Pride di Parigi, che l'unico articolo vero lo hanno avuto da Liberazione e che il loro appello è apparso su Indymedia. Forse queste circostanze, oltre ad una loro inesperienza nella comunicazione, possono aver allarmato Questura e Digos - chissà, lavoriamo di fantasia - nel timore di qualche infiltrazione di gruppetti anarcoidi francesi o di ultras della sinistra italiana (tipo Centri Sociali), convincendoli a fornire una "assistenza" davvero imponente e insolita, che non si vedeva da anni in una manifestazione pacifica. Insomma, anche se gli organizzatori ora assicurano di essere solo militanti di base, e che non hanno niente a che fare né con Centri Sociali né con Indymedia (ne prendiamo atto, ma non è questo il punto: le idee non vanno mai criminalizzate), resta però la circostanza obiettiva, inquietante - me lo consentiranno - che le eccezionali cautele della Polizia siano state prese proprio in occasione d'un corteo vegetariano. Un motivo di vergogna, per noi vegetariani, s'intende.
Vabbè, è andata come è andata, faremo meglio in seguito.
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VEGGIE PRIDE 2009: CONVINCERE E SORRIDERE
Ad ogni modo, il Veggie Pride di Roma a chiunque sappia un pò di psicologia della comunicazione ha mostrato come non si deve assolutamente organizzare una manifestazione vegetariana. Non dobbiamo manifestare "distanza", "diversità" dagli altri colpevolizzandoli e criminalizzandoli. Così non verranno mai da noi, i nuovi vegetariani lo saranno solo in privato, e noi saremo sempre più soli. Ma semmai dobbiamo fare propaganda in modo intelligente, senza aggressività e senza mostrare sadicamente troppo sangue. Insomma, convincere col sorriso sulle labbra. E dobbiamo usare anche il tema della salute e della scienza. Perché la scienza ci dà ragione, finalmente. Del resto, anche l'uomo è un animale, e non possiamo non proteggere anche l'animale Uomo, altrimenti la gente giustamente diffiderà di "quei fanatici che amano gli animali, ma odiano gli uomini". (Che poi, detto tra di noi, e che i carnivori non se ne accorgano, era la sindrome maniacale del "vegetariano" Hitler, e di tante persone che conosco...).
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2009: UNA LUNGHISSIMA FILA INDIANA LUNGO I MARCIAPIEDI
Il Veggie Pride, non era nato per essere una festa? E festa deve essere. Propongo per il prossimo anno un lunghissimo corteo in fila indiana rigorosamente sui marciapiedi e senza megafoni, ma con canti, maschere, costumi, cartelli, colloqui con i passanti, sorrisi, spiegazioni convincenti e pacate (anche nutrizionali, dietetiche, mediche preventive), che parta da Villa Borghese e attraverso le strade e vicoli del Centro Storico si faccia notare in tutta Roma, toccando piazza di Spagna, piazza Navona, il Corso, piazza Venezia, e arrivando al Colosseo. E senza l'ombra d'un poliziotto: siamo liberi e pacifici cittadini che camminano sui marciapiedi e che non intralciano il traffico. Ebbene, credetemi amici veg, vengo dal giornalismo e vi assicuro che avremmo un impatto sui mezzi di comunicazione. Scommettiamo?
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(*) Il fraterno amico Edoardo Torricella, regista e attore (che è tra "I miei personaggi", v. colonnino accanto), per la verità sostiene di essere vegetariano da più tempo di me, che ho iniziato il 1 gennaio 1970. Ma la sua rivendicazione è vaga, generica, si perde in una nostalgica giovinezza. Invece, io ritengo che una decisione così importante debba lasciare sicuramente un’orma mnemonica. Conoscendo l’onestà dei vegetariani, mi basterebbe un riscontro, un episodio anche privato collegato alla decisione, insomma una data precisa, da parte sua. Che non arriva. Perciò, in mancanza di ricordi certi, prevale la mia memoria circostanziata e ricca di particolari, mi dispiace per Edoardo…:-)
Invece, l'amico Armando D’Elia, insegnante di scienze e positivista naturista, scomparso da tempo, che tutti ritengono un antesignano, non lo era affatto. Aderì alla mia Lega Naturista solo nell’81, e ne condivideva tutti i punti, dall’alimentazione naturale al risparmio e al nudismo. Insomma, era un naturista globale perfetto. Ma non era vegetariano fino – mi pare – a oltre 70 anni. Lo convinsi io a diventarlo, in vecchiaia, tra molti suoi tentennamenti e ricadute, e ad accettare l’incarico di presidente dei vegetariani di Roma. Poi, come sempre accade in un’Italia senza memoria, gli fu dedicato perfino un club vegetariano.
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JAZZ. Woody Shaw tromba a Cologne nel 1986 in un lungo, lento e raziocinante assolo tratta da "Ballad for Woody" (nel Quintetto con Johnny Griffin ts, JohnHicks p, Reggie Johnson b e Alvin Queen dr) 3.44

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08 maggio 2007

SALUTE e vegetarismo. Negli anni ’20, primi naturisti contro la “necrofagìa”.

Spulciando nella propria biblioteca si fanno scoperte curiose. Ho trovato un malandato opuscolo del 1927 che rivela il buon livello che aveva in Italia in quegli anni la grande e antica cultura “naturista” [da Naturismo, il nome del movimento medico-salutistico che prende le mosse da Ippocrate, prosegue con i saggi medici o umanisti (Cornaro, Redi ecc), ma si diffonde dappertutto con i grandi medici o terapeuti tra 700 e 900 (da Hufeland a Lehmann, da Carton a Bircher-Benner); ma è anche il nome della filosofia sottostante, cioè la il “vivere secondo Natura”]. Nell’ambito del Naturismo, si sviluppò in Germania e Svizzera nell’800 il grande movimento della Lebensreform o “Riforma della vita”. Oggi, invece, in tempi di grande ignoranza, cioè perdita di memoria, ovvero di cultura, non si trovano le parole per dirlo, e ci si arrampica sugli specchi con concetti vicini, analoghi, imperfetti, talvolta ridicolmente inadeguati (“igienismo”, ecologismo, salutismo, vegetarismo, biologismo ecc), nessuno dei quali riesce a comprendere il Tutto come il termine Naturismo.
      Nel Naturismo troviamo medici, anche specialisti e docenti, divulgatori, giornalisti entusiasti, organizzatori. Il naturismo mette al primo posto correttamente la "questione alimentare", secondo la tradizione del cibo semplice, che però è anche medicina, che da Ippocrate passa per il dottor Carton (e gli altri terapeuti ippocratici) e arriva ai giorni nostri. Con una precisa tendenza vegetariana, in alcuni autori addirittura fruttivora o veganiana. Il rapporto con l'ambiente e gli animali è strettissimo: sorprendono le motivazioni circostanziate, molto simili a quelle odierne, un secolo dopo.
      Ma la preziosa rivista, diretta dal prof. Fortunato Peitavino, offre squarci di vita culturale e scientifica che vanno ben al di là del contenuto degli articoli.
      Eloquente la pubblicità: ristoranti vegetariani di ottimo livello e prezzi modici (come quello di Torino, della signora Pissarreff, vedova Bocca, in Corso Vittorio Emanuele 41 ("Scelto e variato servizio, cucina esclusivamente vegetariana"). Molti gli studi medici collegati o raccomandati, gestiti da sanitari vegetariani o addirittura propagandisti del naturismo salutista e vegetariano. Un collegamento che oggi, per ipocrite "norme deontologiche", è difficilissima se non impossibile da trovare sulle riviste del settore.
E ancora: "E' uscito in seconda edizione Il Vegetarismo, [manuale] di Nigro Licò, a lire 1,50 la copia". Era lo pseudonimo d'un medico, il prof. Nicola Grillo, di Chiavari.
      Colpisce il trafiletto Naturoterapia, un manuale completo di Juan Angelatz y Albornia sull'antica Scienza della Salute, per la quale “tutti possono arrivare ad essere Medici di se stessi e degli altri”. A parte la faciloneria e il semplicismo, oggi immutati, anzi peggiorati (basta leggere i siti su internet), meraviglia l’uso corretto del termine Naturoterapia, cioè terapia della Natura. Finalmente il termine corretto: nel 1927 non erano così ignoranti come oggi, quando orecchiando il termine omeopatia si ciancia, anche nei testi di legge, di "naturopatia" cioè, letteralmente, mescolando latino al greco, malattia naturale! Perciò, grazie a quel madornale errore linguistico, oggi abbiamo i “naturopati”, ovvero, stando al significato delle parole natura e patìa, sorta di stregoni malefici che diffondono le malattie naturali…
      E com'erano aggiornati e internazionali negli anni 20. In apertura, a pagina 3, si riferisce dell'importante Congresso vegetariano di Londra, a cui parteciparono vegetariani di 14 Paesi, dalla Danimarca all'America del Sud. Tra l'altro si sostiene che in Italia, nel lontano 1927, i vegetariani erano moltissimi, paragonabili a quelli delle nazioni d'Europa più progredite. "Il numero dei simpatizzanti a questo regime è superiore a quello delle Nazioni predette; essendo però essi dispersi, non possono unirsi per manifestare le loro nobili idee": Insomma, al solito, il difetto italico di organizzazione e di associazionismo.
      Dal fascicolo diretto da Peitavino riporto l'articolo sulle ragioni etiche del "vegetarismo" (non "vegetarianesimo", meno male, perché il nome del movimento non può derivare da quello del singolo… associato: altrimenti da “socialista” avremmo “socialistismo”! Perciò vegetarismo, da cui vegetariano). Il titolo è originale, il sottotitolo-sommario è una mia aggiunta (Nico Valerio).

LA NECROFAGIA 
"La carne? Diffonde le malattie. E gli amici degli animali siano coerenti: diventino vegetariani" 
di Nigro Licò 
Salute-Longevità, anno I, n.3, 30 maggio 1927. Organo per la divulgazione scientifica della scienza del ben vivere

La questione del vegetarismo può essere considerata da diversi punti di vista, i quali però nel complesso si riducono a due principali: quello dell'igiene e quello della morale. Ora io tratterò del lato morale, prescindendo perciò dal fatto, ormai dimostrato, che il regime vegetariano è altrettanto adatto alla conservazione dell'individuo normale e alla cura dell'anormale, quanto è disadatto il regime carneo. Intendo spiegare che il regime vegetariano vale anche a preservare il regno animale da un cumulo di sofferenze e di vere torture, che l'uomo gli infligge per farne suo cibo.
      Richiamo dunque la principale attenzione sul tatto della necrofagia e della crudeltà ch'esso implica; pel quale scopo. riporto qui tradotto un articolo che fu stampato nel periodico dì Mulhouse, "L'ami des animaux", annata 1925, n. 6 e 7,
      Dice quell'anonimo articolista:  " Tutte le sofferenze inflitte al mondo animale mediante la vivisezione, le corride, l'ammaestramento, la caccia, il commercio delle pelliccia, il lavoro, messe in ano dei piatti della bilancia, sarebbero come una pagliuzza relativamente alla massa terribile dal dolore causato dall'alimentazione carnea.
      Al pascolo e nella stalla, buoi, montoni e vitelli ricevono già numerosi maltrattamenti, bastonate, o morsicature di cani stimolati dai pastori e dai boari. Allorchè bisogna abbandonare il prato nativo per andare in città, sulle banchine delle stazioni, alla cinta daziaria, quei cattivi trattamenti si raddoppiano, occasionati dallo spiegabile spavento delle povere bestie, le quali non avanzano che a colpi di randello e di nervo di bue..... Poi cominciano gli orrori del viaggio. Per ore e per giorni le bestie sono ammucchiate in vagoni, o, peggio, nelle stive di navi in cui, sballottate, urtate, soffrono crudelmente la sete ed il caldo in estate, il freddo nell'inverno. Molte hanno le membra rotte e ricevono colpi di piedi dalle loro compagne di sventura.
      All'arrivo delle navi da trasporto per bestiame, si trova sempre un buon numero d'animali morti in condizioni miserevoli. Chi non ha sentito stringersi il cuore nell'udire i dolorosi muggiti che escono dai vagoni-bestiame lasciati per lunghe ore in pieno sole lungo le linee ferroviarie?
      Arrivati nelle città è peggio ancora. Lo sbarco è un'altra tappa atroce che percorrono i disgraziati animali commestibili, calvario che raggiungerà il suo apice negli ammazzatoi in cui le povere vittime della ghiottoneria e dell'ignoranza umana saranno sacrificate in un luogo sudicio e ripugnante, nel mezzo di violenze e crudeltà ancora più brutali, le ultime tuttavia. Sembra che solo nella morte i nostri umili e disgraziati servitori trovino l'estremo rifugio contro la brutate ferocia dell'uomo.
      La somma delle sofferenze cagionate agli animali coll'alimentazione carnea è terribile. Mentre in tutta l'Europa si trovano solo alcune dozzine d'infermi di vivisezione e poche centinaia d'arene spagnuole e di circhi, si contano a migliaia i mattatoi e a milioni le loro vittime. Ecco la grande, la principale sorgente della sofferenza animale. Ed essa ha questo di specialmente tragico: che é ignorata. Solo nelle stazioni lontane, nei quartieri remoti, l'umanità, che sacrifica gli animali alla sua gastronomia, compie il suo basso lavoro, lungi dal pubblico. Le brave persone, la cui anima sensibile soffre vedendo un carrettiere che dà un colpo di frusta ad un cavallo e che proteggerebbero gli animali dai maltrattamenti, mangiano impavide la loro cotelletta o bistecca, senza che niente evochi in esse le sofferenze che hanno preceduto ed accompagnato lo strozzamento, il colpo di mazza delle disgraziate vittime della loro alimentazione.
      Quand'anche si ammetta necessario di mangiare della carne per vivere, si potrebbe a rigore rassegnarsi, colla morte nell'anima, come è voluto dalle abitudini alimentari, ad uccidere gli animali per mangiarli, circondando però gli ultimi istanti delle nostre vittime colle massime cure e col maggior sollievo possibile.
      Ma ciò è inutile. " Per fortuna l'uomo non é condannato a nutrirsi dei sangue, della carne e del grasso degli animali. Egli può vivere, e vivere assai bere, coi frutti della terra. Centinaia. di milioni di vegetariani, in tutti i paesi e in tutti i tempi, l'hanno provato più che a sufficienza, mediante l'esempio, il quale annienta tutte le discussioni e le ipotesi sulla possibilità od impossibilità di vivere senza carne.
      Non soltanto è possibile di vivere senza carne, ma ciò è necessario se si vuole rafforzare la propria salute ed evitare i reumi, l'appendicite ed il cancro, queste piaghe del mondo moderno.
      La loro recrudescenza infatti é dovuta alla generalizzazione dell'alimento carneo che gli igienisti ed i medici, impressionati dai suoi pericoli, cominciano a combattere.
      Dal punto di vista personale ed igienico, l'uomo ha dunque interesse a cessare di mangiar carne, la quale è la causa della maggior parte delle malattie di cui soffre. Dal punto di vista morale, è quello un dovere, giacché in tal modo egli eviterà di causare le sofferenze e la morte degli animali, che sono ora sacrificati ogni giorno, affatto inutilmente, alla sua ghiottoneria.
      Divenendo Vegetariano e frugivoro, egli troverà in un'alimentazione sana, abbondante e piacevole, di legumi, di noci, di cereali, di frutti, la forza e la salute del corpo, la chiarezza e la libertà della mente, nel tempo stesso ch'egli farà la pace cogli animali.
      Da più di un secolo i filantropi, gli animi buoni, hanno tentato di alleviare gli orrori della guerra, di umanizzarla. Si é visto dal 1814 al 1918 fino a qual punto vi siano riusciti. Pretendere di umanizzare la guerra, è quanto darsi a un gramo e truce scherzo. Bisogna sopprimerla. Lo stesso si deve dire per l'uccisione degli animali. Gli amici degli animali, se sono logici, se sono coerenti, se vanno al fondo dei fatti, devono voler sopprimere i mattatoi, col cessare di mangiare carne e non col tentar di umanizzarli. Questo, d'altronde, sarebbe vano, giacché l'alimentazione carnea implica ineluttabilmente la sofferenza. Infatti, quand'anche si giungesse ad anestetizzare gli animali prima di sacrificarli, bisognerebbe pur sempre portarli a destinazione, ed è il loro trasporto ciò che li fa soffrire di più. Cosicchè il voler sopprimere le sofferenze degli animali e continuar a mangiare carne strappata ai loro cadaveri ancora palpitanti, é altrettanto ridicolo quanto il voler empire la botte delle Danaidi. Se i protettori sono sinceri, diventino vegetariani.
      Essi avranno le mani pure da ogni sangue animale, nel tempo stesso che saranno più sani e più lieti, vivendo nella dolcezza e nella pace, in armonia colla vita universale".  NIGRO LICO'

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