ottobre 25, 2009

MUSEO. Quando i “vu cumprà” erano veneti e padani emigrati in America

Finalmente, dopo tanti progetti accantonati e tante promesse non mantenute, apre a Roma nel complesso del Vittoriano il museo nazionale dell’emigrazione, a testimoniare un esodo doloroso durato oltre un secolo di 29 milioni di Italiani, dei quali meno di un terzo è ritornato in patria e che in alcuni momenti, per le dimensioni macroscopiche del flusso e per le condizioni disumane con le quali è avvenuto, si è configurato come un vero e proprio genocidio.
Visitarlo è importante per meditare sulla circostanza, sottolineata ieri dal Presidente Napolitano all’inaugurazione, che l’Italia è un paese di emigrazione prima che di immigrazione. Questo magmatico fenomeno, segnato da infinite vicissitudini, ha trovato ora un luogo concreto, dal pregnante valore simbolico, dove possa essere raccontato alle nuove generazioni, che sono invitate a conoscere il nostro passato per sapersi adeguatamente comportarsi oggi, che siamo divenuti un paese in grado di offrire lavoro e benessere ad altre popolazioni.
Il percorso espositivo si avvale delle più avanzate tecnologie in campo di comunicazione audio visiva e tecnologia virtuale ed è suddiviso in cinque sezioni, che coprono diversi periodi storici dal periodo pre unitario ai nostri giorni.
Le antiche emigrazioni, quando l’Italia era costituita da una miriade di piccoli stati, rappresenta una interessante sorpresa anche per chi ha già letto e studiato l’argomento e le mete erano rappresentate principalmente dalla Francia e dalla Germania.
Dal 1861 al 1915 cominciano i giganteschi esodi verso l’America ed il centro Europa, è l’epoca eroica dell’emigrazione, durante la quale si sono spostati un numero considerevole di Italiani, spesso accompagnati dalla propria famiglia.
Viene poi esaminato il periodo tra le due guerre mondiali, in rapporto al fascismo, al colonialismo ed alle migrazioni interne, tenuto conto che con la grande depressione del 1929 negli Stati Uniti furono varate norme restrittive.
Segue poi l’esame dei flussi nel secondo dopo guerra, quando il miracolo economico provocò, oltre a ondate migratorie verso l’estero, anche un epocale spostamento di popolazione da sud a nord.
Infine l’attuale realtà della presenza italiana all’estero, fatta da quattro milioni di unità, caratterizzata da un’elevata qualificazione: cervelli pregiati ed imprenditori.
Questo cammino nel dolore di un popolo costretto a trovare lontano dalla patria i mezzi per sopravvivere è corredato da tabelle esplicative, fotografie, documenti, giornali, manifesti, video, film storici, oggetti caratteristici, vecchie cartoline, valigie di cartone ed altri cimeli di famiglia. In alcuni punti è possibile ascoltare antiche canzoni o vedere piccoli quanto rari filmati dell’istituto luce.
Vi è poi una ricca biblioteca specializzata con oltre 500 testi sul’emigrazione utile per studenti e studiosi desiderosi di approfondire l’argomento ed una sala dove è possibile assistere ad un documentario di un’ora con interviste a dieci celebri registi da Salvatores a Squitieri, da Montaldo a Crialese, che si sono interessati al problema intervallate da brani dei loro film.
Non manca un settore dedicato a coloro che oggi cercano fortuna e lavoro in Italia con 60 foto che ci rammentano come il dramma dell’emigrazione non cambia con il tempo: i raccoglitori di pomodori nel foggiano o gli anonimi vu cumprà che affollano le strade ed i mercati delle nostre città.
Le immagini più commoventi sono però quelle che si riferiscono alle vicissitudini dei nostri antenati, quando per la penisola giravano 30.000 procacciatori di carne umana, che organizzavano questi viaggi oltre oceano, con modalità che ricalcano quelle dei moderni negrieri, utilizzando piroscafi vecchi di decenni, stipati fino al doppio della capienza ed in assenza di qualunque presidio igienico sanitario.
Vengono rammentati alcuni episodi dimenticati come il naufragio nel 1891 davanti al porto di Gibilterra della nave "Utopia" con la morte dei 576 passeggeri tutti meridionali o il caso della "Matteo Brazzo", che nel 1884 fu accolta a cannonate nel porto di Montevideo, perché a bordo vi erano alcuni ammalati di colera.
Paradigmatico che il Brasile divenne meta dei nostri emigranti dopo il 1888, quando venne abolita la schiavitù e vi era necessità di nuovi schiavi.
Le partenze nei primi decenni dopo l’Unità avvenivano prevalentemente dal porto di Genova, perché le regioni più interessate al fenomeno erano, oltre al Veneto, anche il Piemonte e la Lombardia, quasi a sfatare definitivamente l’immagine stereotipata di un nord ricco che aveva civilizzato il sud. Quando poi la questione meridionale scoppiò in tutta la sua gravità e venne affrontata con metodi militari, cominciò l’esodo delle popolazioni meridionali e fu da Napoli che cominciarono a partire i famigerati bastimenti carichi di un’umanità dolente, carica di disperazione e di nostalgia, di ansia di riscatto e di antica dignità, anche se questa realtà trova difficoltà ad essere documentata con precisione per un incendio che anni fa ha distrutto gli archivi del porto napoletano.
Nell’immaginario popolare più corrente il binomio emigrante - meridionale, divenuto quasi un termine equivalente, risale a quegli anni dolorosi ed ha avuto poi un rinforzo quando nel secondo dopoguerra è avvenuto un esodo di dimensioni bibliche dal sud, sempre più povero, verso il nord divenuto ricco.
Questo splendido museo, che anticipa le celebrazioni per i 150 dell’Unità d’Italia, dovrebbe essere clonato e divenire itinerante, affinché tutti i cittadini possano visitarlo e soprattutto gli alunni di tutte le scuole, spesso accompagnati ad inutili mostre di arte contemporanea, mentre rimangono ignoranti di questa sofferta quanto interminabile parentesi del nostro passato.
ACHILLE DELLA RAGIONE
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JAZZ. Vitalità dei jazzisti. James Moody, celebre sax tenore suona a 83 anni in un conservatorio il classico song colemaniano Body and Soul. Si tratta di una registrazione amatoriale d'emergenza: dalle file del pubblico.

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ottobre 20, 2009

INFLUENZA. Il grande imbroglio monopolistico dei vaccini inutili

Influenza "suina"? Si chiama così perché "è l’influenza che quei porci di monopolisti dei vaccini hanno su OMS e Governi, per indurli a redditizie vaccinazioni di massa". Ecco, proprio come un tempo avrebbero detto i "comunisti trinariciuti" (dipinti come mostri con tre narici nelle colorite polemiche politiche degli anni 50), oggi è indotto a sospettare dalla cronaca politico-sanitaria degli ultimi mesi anche chi comunista non è, anzi si batte per il mercato libero, per la libertà di scienza e per la trasparenza nelle comunicazioni all'ipinione pubblica..
Il fatto è che all’inizio dell’autunno e dei primi freddi, parte ogni anno la grande campagna di vaccinazioni di massa contro l’influenza stagionale. Ma quest'anno, coincidenza, anche la vaccinazione contro la cosiddetta influenza suina H1N1.
Dopo il sospetto allarmismo dei mesi scorsi, e le inquietanti prese di distanza di noti epidemiologi e farmacologi, la domanda-cardine che si pongono tutti è: sono davvero necessarie queste vaccinazioni?
Non è certo la prima volta che il mondo scientifico si interroga sui vaccini influenzali. Ci sono numerosi studi al riguardo. Intanto, sull'influenza stagionale gli studi rispondono "no". La scienza ha provato che l'efficacia preventiva dei vaccini inattivati è pari quasi a zero.
"The efficacy of inactivated vaccines is almost zero", ha infatti scritto in vari studi sull’evidenza scientifica dei vaccini antinfluenzali per l’età pediatrica il noto ricercatore T. Jefferson.
E allora? Si vaccina la gente per "politica sanitaria", senza la minima "evidenza scientifica" di riduzione sostanziale del rischio. Prendiamo ad esempio la campagna di vaccinazione dei bambini di età scolastica.
"Esiste un divario fra gli obiettivi dichiarati dalla Sanità Pubblica per la campagna di vaccinazione dei bambini sani contro l’influenza e le prove della capacità dei vaccini inattivati di raggiungere questi obiettivi. Queste prove sono per lo più assenti. Ma questa assenza è nascosta all’occhio di un osservatore distratto da tutta una serie di errori e artifici, primi tra tutti la mancanza di rapporti sulle reazioni avverse". (Jefferson T. The prevention of seasonal influenza. Policy versus evidence. BMJ 2006;333:912-5; Jefferson T et al., Assessment of the efficacy and effectiveness of influenza vaccines in healthy children: systematic review. Lancet 2005; 365:773-80; Jefferson T. Influenza. Clinical Evidence 2006).
Questo per limitarsi ai bambini e ragazzi. Discorso più articolato, ma in sostanza analogo, negli adulti.
L’efficacia statistica dei vaccini influenzali è molto bassa. Ci sono studi che lasciano di sasso. I vaccinati possono ammalarsi o no, come tutti. Forse che poliziotti, pompieri, medici e insegnanti sono chiamati a vaccinarsi ogni anno? No.
Sulle riviste scientifiche non c’è evidenza che il vaccino influenzale riduca casi, complicazioni e decessi. E’ un po’ un grande effetto placebo. Costoso. Anche perché nulla può contro le infezioni batteriche alle vie respiratorie, ben più gravi. In sostanza, molta gente si ammala di bronchiti e polmoniti senza prima passare per una influenza. Che per essere tale deve dare febbre alta e altri sintomi gravi che comportano il letto. Invece sento dire allegramente da gente in metropolitana: "Oggi devo avere un po’ d’influenza..."
Sul n. 71 de “Le Journal de Michel Dogna” di maggio scorso si parla di vaccino antinfluenzale come di una truffa molto redditizia per le industrie farmaceutiche. L’articolo cita il Congresso internazionale chiamato “Projet Cochrane” che si è tenuto a Roma all’inizio del 2006 per fare il punto su 37 anni di vaccinazioni contro l’influenza. Il progetto, frutto di 25 differenti studi, ha preso in considerazione 60.000 adulti. La conclusione è stata che le vaccinazioni riducevano, nelle persone in buona salute, solo del 6% la possibilità di contrarre influenza e non aveva alcuna efficacia nelle persone anziane. A conferma di questo il Dr. Anthony Morris, virologo ed esperto responsabile del controllo ai vaccini della stessa FDA, dichiara: “Non esiste alcuna prova che il vaccino contro l’influenza sia utile. I suoi fabbricanti sanno benissimo che non serve a niente, ma continuano però a venderlo”. Un altro studio effettuato nell’Ontario (Canada) dopo una campagna vaccinatoria gratuita effettuata nel 2000 su 12 milioni di persone, è giunta alle medesime conclusioni.
Il National Post di Ottava, il 2 maggio 2006, in merito ad uno studio fatto sui casi di influenza in Canada tra il 1990 e il 2005, a proposito dei soggetti vaccinati riportava: “Il vaccino contro l’influenza non ha ridotto il numero dei casi, mentre questa campagna è costata più di 200 milioni di dollari ai contribuenti”. E in Giappone (dove nel 1976 fu resa obbligatoria la vaccinazione in massa contro l’influenza per i bambini delle scuole) prima della vaccinazione si ammalava una persona ogni 100 mila abitanti, dopo la vaccinazione se ne ammalarono 60 ogni 100 mila abitanti. Tra i possibili effetti secondari del vaccino collegati da alcuni studi, oltre all’influenza stessa, alcune riviste di medicina famose, come il British Medical Journal, citano lo sviluppo di pericarditi acute, problemi cardiaci, encefaliti, mielopatie, occlusione della vena centrale della retina, paraplegie ecc. Infine, le ricerche non confermate del Dr. Hungh Fudenberg, immunologo statunitense, provano che esiste un legame tra le vaccinazioni regolari contro l’influenza e aumento del morbo di Alzheimer.
E non parliamo del ben calcolato allarmismo sull’influenza suina. Allo scopo di convinecere Governi, medici e popolazione alle vaccinazioni.
Influenza "suina"? Davvero bisogna correggere i dizionari. Anche per noi, come per il sindaco Peppone, avversario di don Camillo: "è l’influenza che quei porci di monopolisti dei vaccini - fuori da ogni regola di mercato libero, noi aggiungiamo - hanno su OMS e Governi, per indurli a vaccinazioni di massa".
Altro che nuova "spagnola", tutto finto. Lo ha fatto capire nella sua conferenza stampa anche il famoso farmacologo Silvio Garattini. Infezione del secolo? Macché: una banale influenza stagionale fa molti più morti. Secondo il centro di osservazione specializzato dell’Istituto Superiore di Sanità (Cnesps) ,"in Italia, ogni anno si verificano in media 8000 decessi" (Epicentro).
Che potrebbe fare di più l’influenza suina? Che finora, in tutto il mondo, ha ucciso appena 200 persone, per mantenersi larghi?
Quindi le vaccinazioni antinfluenzali sono un imbroglio, nel migliore dei casi un’illusione. Eppure si continuano a fare. Anzi, si incrementano con ordini dall’alto.
Ma, insomma, che cosa sta accadendo? Possibile che nel 2009 ancora giornali, tv, medici di base, insomma la tanto rinomata e attenta e critica opinione pubblica, cadano così stupidamente in un inganno degno delle più inquietanti previsioni di Orwell? E’ possibile, altro che. Anzi, sta già accadendo.
Quello che non sempre riesce ai dittatori, sta riuscendo ai sanitari delle Organizzazioni internazionali e degli Stati, alle lobbies farmaceutiche? Pare di sì. Molti elementi diversi si incrociano e si sommano. Un grande, preordinato, effetto placebo per addormentare le coscienze. Il panico in cui cadono i politici mediocri al sopraggiungere di un’epidemia virale. L’ansia nevrotica di rassicurare, di tranquillizzare la temuta Opinione Pubblica, come se si temessero chissà quali rivoluzioni dell’ordine pubblico. Tipica sindrome folle della società di massa.
Ma è davvero paura? Fatto sta che dietro ci sono le pressioni dei grandi monopoli farmaceutici del vaccino, che possono fare qualsiasi prezzo, con la certezza che gli Stati su invito dell’Organizzazione mondiale della sanità (WHO-OMS) acquisteranno senza fiatare la miracolosa panacea che rassicurerà governanti, politici locali e popolazioni. Amministratori della politica sanitaria che cedono alle lobbies del farmaco. I medici di base costretti dal Servizio sanitario di Stato a somministrare un vaccino che la Scienza considera inutile. Miliardi sottratti dalle tasche dei cittadini e riversati in quelle degli azionisti dell’industria farmaceutica. Chissà, forse anche bustarelle milionarie in dollari, sterline ed euro.
E’ ora di finirla con la disinformazione continua, con la mistificazione dei dati. Vogliamo un mercato davvero libero, trasparente e senza influenze oblique dei monopoli. Signori Ministri UE-Usa, la vogliamo dare una guardatina anche tra i produttori di farmaci e petrolio?
Naturalmente i comunisti d'un tempo, e anche quelli recenti, erano e sono incoerenti quando, per non dire di essere contro il capitalismo in sé, protestano "contro i monopoli". Proprio il comunismo anzi il massimo monopolio di Stato. E infatti, la lotta ai monopoli è una tipica battaglia liberale. A vedere certe cose, oggi, non in Uganda ma in Europa e perfino in America del Nord, Einaudi, Ernesto Rossi e Adam Smith si rivoltano nella tomba, ma i tanti finti liberali (in realtà conservatori) non muovono un dito per la vera libertà e concorrenza del mercato. Questo il punto. L’Occidente è governato dai Conservatori, non dai Liberali. Meglio non parlare, poi, dell'Est e del Sud del Mondo: lì continuano a comandare i Reazionari. Sbaglierebbe, perciò, chi prendesse la giusta campagna anti-monopoli per lotta anticapitalistica.
"Oddio, mi succede una cosa strana, sto diventando comunista. E' grave, dottore? "Si calmi, si calmi, lei è solo un po' agitato. Niente paura, per fortuna ora c’è un vaccino anche per questo!"
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JAZZ. Il pianista francese di origine italiana Michel Petrucciani in Brazilian Like. Del trio facevano parte Anthony Jackson al contrabbasso e Steve Gadd alla batteria. Stoccarda, 8 febbraio 1998.

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settembre 25, 2009

MOSTRE SEGRETE. Il card. Barberini, per fortuna così poco cristiano

L’unica cosa bella e buona della Chiesa è che, uscita dalle catacombe e raggiunto il Potere, è sempre stata lontana dall’insegnamento cristiano. Ha predicato la povertà ai poveri, e la ricchezza ai ricchi. Con la contraddittoria e tautologica spiegazione che entrambe sono la volontà di Dio. Troppo facile, troppo comodo. Così, forte di questa scusa, ha praticato l’estetismo e la ricchezza più sfrenata in casa propria. Anche facendo qualche debito. Sempre, ovviamente, con l’alibi del "servizio divino". E meno male. Se no, cardinali e papi non avrebbero potuto accumulare straordinarie ricchezze d’arte, e oggi basiliche, chiese, collezioni private e musei pubblici non avrebbero i capolavori che hanno. Su una singolare dimora cardinalizia, ornata col lusso più sfrenato, quella del futuro Urbano VIII Barberini, riferisce Achille Della Ragione (NV).
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LA STANZA DEL CARDINALE
di Achille della Ragione
La ridente cittadina di Caldarola nelle Marche è sede fino al 23 novembre di un’interessante anche se poco pubblicizzata mostra: "Le stanze del cardinale", organizzata da Vittorio Sgarbi, con opere di Caravaggio, Reni, Domenichino, Guercino, ed altri autori minori per un totale di oltre cinquanta dipinti, esposti nel fastoso palazzo dei cardinali Pallotta, che ospitò anche la regina Cristina di Svezia e numerosi principi romani in viaggio verso il santuario di Loreto.
Non una sede qualsiasi quella della mostra, bensì un eccezionale gioiello architettonico, un Palazzo in cui, attraverso il linguaggio pittorico e architettonico, si esprime lo spirito della Controriforma. Uno spazio di straordinario fascino con la splendida Stanza del Paradiso (v. illustrazione), la cui decorazione continua ad animare dibattiti e querelle sull’attribuzione. Un piccolo scrigno quasi nascosto e remoto, luogo di meditazione del Cardinale, dove la realtà si sublima nella favola: un paesaggio altamente lirico con una flora e una fauna esotiche e scene di caccia animate da cavalli impennati, levrieri, volatili, cacciatori. Colori vivi, festoni e puttini animano una narrazione vivace e piena di slancio, per molti versi ispirata alla decorazione di Palazzo Farnese a Caprarola e che lascia intravedere non poche citazioni dal Cavalier D’Arpino.
La mostra intende fornire un contributo alla storia del collezionismo secentesco attraverso la ricostruzione degli interessi artistici del Pallotta, elevato alla porpora cardinalizia da Urbano VIII nel 1635. Legato alla raffinata cerchia culturale animata dalla famiglia Barberini, nelle sue residenze il prelato raccolse i capolavori dei più grandi artisti del tempo, orgoglioso di poterli esibire agli illustri personaggi che ospitò a Caldarola. A seguito di una attenta e paziente ricerca condotta in diversi archivi pubblici e privati, è stato possibile ricostruire la consistenza della quadreria del cardinale, dispersa poco tempo dopo la sua scomparsa per sanare la sua grave situazione debitoria. Legato a Ferrara, il Pallotta ricorse al pennello dei più qualificati pittori emiliani del Seicento ed in particolare amò le opere di Guercino e di Guido Reni, ma anche quelle dei comprimari della prestigiosa scuola felsinea, rappresentata dai dipinti di soggetto sacro e mitologico alla Annibale Carracci, come Cantarini, Elisabetta Sirani, Tiarini. Con l’occasione della mostra è stato possibile restaurare la grande tela del Guercino raffigurante la Cacciata dei mercanti dal tempio oggi a Palazzo Rosso, nella quale il pittore, in omaggio al committente, pone al centro della scena lo scudiscio con cui Cristo si avventa sui profanatori, emblema araldico della casata del committente. Nella collezione del cardinale non mancavano nemmeno dipinti di soggetto letterario ispirati alla Gerusalemme Liberata, i cui protagonisti compaiono in varie tele commissionate dal prelato: è il caso della Liberazione di Olindo e Sofronia dipinta da Mattia Preti, opera nella quale il sensuale nudo femminile esplicita l’apprezzamento per temi che, senza forzature iconografiche, consentissero di soddisfare l’edonismo del committente e potessero, come giustamente Sgarbi intitola l’introduzione del catalogo, procurargli prolungate estasi visive.
A fronte di un ragguardevole numero di quadri identificati con sicurezza come appartenuti al Pallotta, la mostra propone anche una serie di tele che corrispondono per autore e soggetto a quelle enumerate negli inventari della collezione, al fine di ricostruire, attraverso opere similari, i gusti del cardinale, restituendo così al visitatore l’opportunità di ammirare quanto egli aveva raccolto. I contatti con Caravaggio intrattenuti dallo zio, il cardinale Evangelista Pallotta, in relazione alla esecuzione della Madonna dei palafrenieri per la Basilica di San Pietro spiegano così la presenza, nella raccolta del nipote, di due tele del Merisi raffiguranti la Maddalena e San Francesco, motivando così la scelta di richiedere i dipinti caravaggeschi della collezione Doria Pamphilj e del museo di Cremona per mostrare, sia pure attraverso opere affini a quelle descritte nella sua raccolta, l’interesse del Pallotta per la pittura naturalista.
A fare da collante fra le varie figure ed esperienze pittoriche che si ritrovano ad abitare le stanze di una memoria collezionistica finalmente ricomposta, si intravede il sogno di grandezza di un cardinale, fine politico della Roma barocca e legato pontificio in Emilia. Raffinato e colto collezionista di opere d’arte, che amava il bello, il fine mecenate creò una piccola Roma in provincia di Macerata, tra antichi castelli e dolci colline verdeggianti, facendo di Caldarola un centro nevralgico della cultura manierista marchigiana. I dipinti commissionati ai più apprezzati artisti del suo tempo erano amorevolmente riuniti in una quadreria che impreziosiva il suo palazzo, simile a una vera e propria corte principesca, facendone uno dei pochi edifici marchigiani in grado di rivaleggiare, per il fasto e la ricchezza degli arredi, con i palazzi principeschi dell’Urbe. La raccolta illustra, inoltre, in modo esauriente gli sviluppi della scuola seicentesca bolognese, con la quale il colto e brillante protettore di artisti intratteneva uno stretto rapporto in virtù della sua attività di diplomatico papale a Ferrara. Tornano perciò ad animare le stanze del Cardinale pittori come Guido Reni, Annibale e Ludovico Carracci, Guercino, Domenichino, Elisabetta Sirani. A permeare la collezione è anche un gusto raffaellesco, di cui sono testimonianze importanti alcune copie del Maestro urbinate e la presenza di straordinarie pitture di Benvenuto Garofalo. Oltre a una figura di spicco della pittura marchigiana come Giovan Francesco Guerrieri, degne di menzione sono anche tele di Giovan Battista Salvi detto Sassoferrato, Gaspar Dughet, Girolamo Muziano, Girolamo Buratti, Jan Gerritsz Van Bronckhorst, Simone Cantarini detto Il Pesarese, Alessandro Tiarini, Pietro Paolo Bonzi, Francesco Bassano, Denis Calvaert.
La mostra intende ricostruire quella celebre quadreria costituita con gusto raffinato dal cardinal Pallotta e che dopo la morte del porporato andò dispersa presso il conte Grassi di Bologna. Da questi in seguito un nucleo importante fu venduto nel 1684 al marchese Brignole di Genova, che lasciò a sua volta la sua collezione al museo di Palazzo Rosso, grazie al quale questa mostra può essere realizzata.
Il gioiello della rassegna è costituito dalla Maddalena di Caravaggio, oggi conservata nella Galleria Doria Pamphilj, uno dei capolavori del maestro lombardo, nella sua pacata compostezza con la modella assopita durante le lunghe ore della posa e con il pittore che la immortala in questa imprevista condizione, fornendoci una palpabile sensazione di abbandono e di quotidiana semplicità.
Un’altra opera di Caravaggio, il San Francesco in meditazione, oggi nel museo civico di Cremona, esprime viceversa una serena contemplazione del Crocifisso, a rappresentare un profonda tensione, in contrasto con l’analogo soggetto di Ludovico Carracci appositamente posto a confronto.
Di grande impatto emotivo sono anche le opere di Guido Reni, come il San Sebastiano e l’Ecce Homo caratterizzate dallo sguardo devoto rivolto verso il cielo. La prima tela con il torso statuario a mezza figura risponde pienamente ai precetti belloriani, allora di moda, di bellezza ideale, mentre nella seconda, eseguita più tardi, si codifica una tipologia che avrà grande fortuna nell’iconografia tradizionale.
Tra le opere di Mattia Preti giganteggiano una Resurrezione di Lazzaro e la già citata Clorinda che salva Olindo e Sofronia dal rogo, che faceva da pendant al Damone e Pizia del Guercino.
Il cavaliere calabrese crea un vero capolavoro con una composizione affollata di figure tra elementi architettonici prelevati dal Veronese e dalla pittura veneta. L’esito è un quadro impregnato di impeccabile classicismo, pur bagnato dal chiaroscuro caravaggesco. Rammento del dipinto una eccezionale replica autografa già nella collezione del comandante Achille Lauro a Napoli, nella quale il Preti, teatrale e drammatico si misurava con il Guercino dando luogo ad un’opera sensuale e metaforica.
Non mancano tra i minori quadri di grande suggestione, come l’Allegoria della pittura di Simone Cantarini, nella quale una placida fanciulla si esercita con i pennelli nella difficile arte di dipingere.
Una mostra da visitare con interesse a dimostrazione che in Italia non solo nelle grandi città vengono organizzati eventi di rilievo.
ACHILLE DELLA RAGIONE

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JAZZ. Una bella incisione del 1934 col grande chitarrista zigano Django Reinhardt e il violinista francese di origine italiana Stephane Grappelli, in I’m Confessin' That I Love You.

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agosto 26, 2009

SUD. A 150 anni dall’Unità, niente più scuse: basta con gli aiuti di Stato

Un mappa del Regno delle Due Sicilie.
Vorrei, da figlio di padre pugliese, che i meridionali italiani che risiedono al Sud, che ancora oggi, a 150 anni dall’Unità d’Italia, incolpano lo Stato delle loro incapacità millennarie, meditassero su una circostanza rivelatrice. Quando un meridionale italiano va a vivere nel Nord-Italia o all’estero, senza raccomandazioni di potenti. si comporta tutto sommato dignitosamente, si inserisce bene nella nuova società, non di rado meritando l’apprezzamento di colleghi e autorità, talvolta perseguendo importanti obiettivi. Invece, se resta nel Sud si fossilizza, la sua apatia diventa cronica, i veti incrociati, il pessimismo, le invidie, la corruzione e la criminalità della società meridionale lo bloccano, talvolta per sempre.
Questa è la dimostrazione che sono i meridionali stessi gli artefici del proprio successo o della propria sconfitta. Un secolo e mezzo è trascorso dall’Unità italiana, e ormai solo qualche novantenne affetto da Alzheimer è perdonabile se parla ancora di "colpe dei Piemontesi".
Sono stati proprio i grandi studiosi meridionali e meridionalisti – da Dorso a Salvemini, da Croce a De Viti De Marco, da Gramsci a Fortunato e a Compagna, quindi di ogni tendenza: per lo più liberali e democratici, ma anche marxisti – a scrivere sulle gravi colpe della cinica, parassitaria e ignorante borghesia meridionale, che finita la sua comoda vita all'ombra dei Borboni non ha mai avuto né idee né ideali, cioè dignità di classe dirigente che si fa carico anche dei doveri, e che nella Nuova Italia in cambio di qualche privilegio di ceto ha voltato gli occhi dall’altra parte per non vedere, senza muovere un dito per modernizzare la società del Sud.
E non mi si venga a obiettare che ci sono fulgide eccezioni (a cominciare dagli stessi intellettuali meridionalisti, appunto, e oggi da pochi imprenditori coraggiosi e borghesi illuminati): sono un'esigua minoranza che non incide sul tessuto sociale. Perché al Sud i valori dominanti tra la gente sono ben altri. Un'inchiesta tra i giovani meridionali dimostrò pochi anni fa che quasi tutti si fanno o si farebbero raccomandare. Unici al mondo. Li spinge a questo lo Stato italiano? E' colpa di Garibaldi, i Savoia, Bossi? No, perché lo facevano già sotto i Borboni, nell'Ottocento. Si legga riguardo alla corruzione, ai privilegi, alla mancanza di libertà nel Regno delle Due Sicilie, e alla crudele ottusità dei Borboni, la bella e avventurosa autobiografia d'un singolare aristocratico siciliano, che consiglio di leggere (Michele Palmieri di Miccichè, Pensieri e ricordi storici e contemporanei, Selleriio ed).
Non è un caso che al Sud, tuttora, ci siano pochi chioschi di giornali e quasi per niente librerie, ma in compenso tante gioiellerie, banche, pasticcerie, macellerie, ristoranti e negozi di armi.
Finora gli interventi dello Stato per ridurre il secolare deficit meridionale (deficit di cultura, moralità, legalità, iniziativa privata) non hanno funzionato, perché sono andati ad ingrassare le elites parassitarie o criminali della società del Sud. Dunque – argomenta Panebianco in un editoriale sul Corriere della Sera ("Liberalismo e paternalismo, le vie del Sud") – non resta che l’alternativa della via "liberale".
"La via liberale, quella che chi scrive preferirebbe – scrive Panebianco – (e che, nel lungo periodo, credo, sarebbe la carta vincente per il Sud) è quella che dice: solo i meridionali, e nessun altro, possono risolvere i loro problemi. Lo Stato, quindi, offre al Sud, come ha suggerito da tempo l’istituto Bruno Leoni, solo l’opportunità di trasformarsi in una grande no-tax area interrompendo contestualmente i flussi di trasferimento di risorse. Lo Stato resterebbe al Sud solo con gli apparati della forza (per contrastare la criminalità) e i servizi pubblici essenziali. A quel punto, probabilmente, si scatenerebbe un conflitto feroce fra le forze modernizzatrici del Sud (che ci sono) e quel "clientelismo senza risorse", fino ad oggi dominante, di cui ha parlato recentemente il presidente della Confindustria siciliana Ivan Lo Bello. Essendo cambiate le condizioni del gioco, le forze modernizzatrici avrebbero, per la prima volta, la possibilità di prevalere. Solo quando, dopo qualche tempo, si fosse messo in moto un processo di sviluppo auto-sostenuto (con il miglioramento del capitale umano, con una maggiore efficienza delle amministrazioni pubbliche, con una raggiunta capacità di attirare capitali) le varie regioni del Sud passerebbero progressivamente, anche del punto di vista fiscale e istituzionale, nella fascia A, quella delle regioni sviluppate.
"Oppure, si può seguire la via paternalista, la quale assume che i meridionali non siano capaci di cambiare le condizioni del Sud. Ma se la si sceglie, bisogna seguirla fino in fondo, coerentemente. In questo caso, è il centro che deve decidere tutto e a tutto sovrintendere. Anche con soluzioni istituzionali drastiche: fine di ogni autonomia regionale (Sanità in testa) e locale, azzeramento delle classi dirigenti colpevoli di sprechi, eccetera. Il problema è impedire che gli interventi modernizzatori del centro vengano distorti e le risorse centrali "catturate " da classi dirigenti locali interessate a sfamare clientele. Come accadde alla vecchia Cassa del Mezzogiorno e come accadrà di nuovo se si mescoleranno ancora centralismo e autonomia, paternalismo e liberalismo. Anche in questo caso, dovrebbe valere l’impegno secondo cui le regioni meridionali nelle quali si riuscisse a generare sviluppo, passerebbero progressivamente nella fascia A, approderebbero alla terra promessa del federalismo fiscale (ma senza più compensazioni e trasferimenti). Se al Sud non si innescherà al più presto un circuito virtuoso di sviluppo autosostenuto giorno verrà che l’unità del Paese sarà a rischio. Le soluzioni pasticciate e improvvisate non aiutano". Così Panebianco.
Eliminare le autonomie regionale, quindi, a partire da quella siciliana, la più scandalosa di tutte, e sottrarre alle Regioni la spesa sanitaria. D’accordissimo. Le Regioni a rischio, senza i soldi della sanità e le truffe collegate (un cerotto in Sicilia costa al cittadino tre volte che nel Nord), dovrebbero cambiare del tutto metodi di vita e, in conseguenza, classe politica locale. Giacché è arcinoto che la motivazione principale per cui ovunque in Italia, ma specialmente nel Sud, ci si avvicina alla politica è la speranza di guadagni e bustarelle. Tolti questi. la politica come professione per i buoni a nulla e i nullafacenti non sarebbe più appetibile. Dovrebbero davvero lavorare.
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JAZZ. La tromba di Clifford Brown, il maggiore trombettista del jazz moderno, in un appassionato Easy Living, uno dei brani più belli della sua breve vita artistica. E' tratto dal suo celebre "Memorial Album" (1953). Gli interpreti: Clifford Brown (tp), Gigi Gryce (as, fl), Charlie Rouse (ts), John Lewis (p), Percy Heath (b), Art Blakey (ds). Reg.: Audio-Video Studios, NY.

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INVIDIA. Da "motore del mondo" e del mercato a vizio nazionale italiano

Perfino in un club nudista una ragazza giovane, bella e formosa desta l'invidia d'una signora agée e meno dotata. Il linguaggio del corpo è eloquente. (Nella foto il bordo piscina d'un club americano dei primi anni Sessanta).
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L’anno scorso alcuni fantasiosi "creatori di eventi" le dedicarono addirittura un festival. Dove? E dove, se non in Italia? Parliamo dell’invidia, il vizio nazionale italiano. Quello che, secondo gli stereotipi, nel Nord dei biondi alti e con gli occhi azzurri dovrebbe favorire la sana concorrenza del mercato libero (figuriamoci), e che invece al Sud blocca ogni iniziativa.
Provatevi, al di sotto del fiume Garigliano, a intraprendere qualsiasi attività: avrete tutti contro, dalle solite malelingue che insinueranno criminosi retroscena, ai soliti nemici che si risveglieranno per "sputtanarvi", termine tipicamente meridionale che vuol dire screditarvi agli occhi della comunità (attività in cui ieri i meridionali, oggi tutti gli Italiani eccellono), infine ai soliti amici e parenti che ti diranno "Ma chi te lo fa fare? Senti a me, non farne nulla: ti faresti dei nemici…" Parenti serpenti e amici all’italiana.
All’italiana? Be’, veramente sembra che il viziaccio, in forma fisiologica comune a tutti gli uomini, sia presente in forma patologica, cioè diffusa e quindi con effetti sociali, nel Dna della Magna Grecia, come residuo di una vera e propria grecità, cioè delle polemiche intestine, del campanilismo sfrenato e degli odi fratricidi che distrussero da soli la democrazie e la civiltà della Grecia antica, a leggere gli stessi storici greci, da Polibio in giù.
Un vizio femminile, si dice. Povere donne, incolpate sempre di tutti i vizi dell’Uomo in genere. L’unica loro colpa è invece quella di essere troppo sincere, eehm.. volevo dire istintive, cioè incapaci di nascondere i sentimenti, anche i peggiori, come invece sappiamo fare egregiamente noi maschi "razionali" (ecco a che serve la Ragione…). Basta vedere la godibilissima foto scattata negli anni 50 in un club nudista americano, che ho opportunamente virato in verdino, il presunto colore dell’invidia. La signora brutta e di mezz’età tradisce in modo patetico allontanandosi quanto più può col busto in una posa evidente anche a chi non sappia che cos’è la psicologia del corpo e dei gesti, la sua lontananza, diffidenza, avversione, ma sì, la sua invidia bella e buona, per quella ragazzona piena di gioventù, ottimismo, ingenuità e di curve. Tante curve. Che lei, invece, non deve aver avuto neanche da giovane, se mai è stata giovane. Insomma, tra donne, perfino al club nudista, dove il nudismo dovrebbe affratellare e appianare differenze sociali e individuali, e contrasti, le invidie permangono. E, attenzione signore donne, prima di incolparmi di anti-femminismo: lo stesso forse si sarebbe potuto vedere tra un uomo anziano particolarmente debilitato e meschino e un ragazzo giovane e sportivo, se solo un fotografo malevolo si fosse appostato nelle vicinanze con i medesimi intenti con cui si è appostato davanti alle due donne così diverse e contrastanti tra loro. Ma oggi sorrideremmo di meno nel guardare la foto: noi maschi, anche i più squallidi, sappiamo fingere meglio, anche nelle foto.
Invidia, insomma, come malattia, terribile "tarlo dell’anima", intitola un breve commento Massimo Barberi nel prossimo numero di settembre della rivista "Mente & Cervello" (ed. Le Scienze) tutto dedicato all’oscura faccenda.
"È il più ripugnante dei peccati, un'emozione inconfessabile che rode dall'interno", scrive Barberi. "L'invidia è come una ruggine dell'anima che condanna alla solitudine. Nei dipinti del Rinascimento è rappresentata così: una donna vecchia, misera, zoppa e gobba, che si strappa serpenti velenosi dai capelli per scagliarli contro gli altri. È l'invidia, un sentimento comune e miserevole, talmente presente a tutte le latitudini e longitudini che più o meno ogni religione l'ha stigmatizzata. Se per la religione cattolica è uno dei sette vizi capitali, per i buddisti è uno dei fattori mentali che possono portare all'odio. Ed è un sentimento che secondo gli islamici appartiene soltanto a chi non professa la loro fede.
"Spesso confusa con la gelosia, con l'avidità oppure con il rancore, l'invidia è invece un'emozione ben precisa e studiata da varie angolazioni. Per gli psicologi, per esempio, nasce essenzialmente da un confronto di poteri, tra noi e gli altri, ed è un'emozione sgradevole anche per chi la prova. I sociologi, che per decenni l'hanno considerata poco meritevole di attenzioni, oggi la reputano uno strumento di mediazione sociale".
Bah, un po’ banale, no? Si poteva scrivere di meglio. Già, perché l’ha scritto lui questo pezzullo sull’invidia? Non sarei stato migliore io?

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agosto 21, 2009

JAZZ. Quel grande sassofono italiano. Dietro c’era non un re, ma un signore

La sua orchestra jazz accanto all'altare, il suo sassofono tenore, l’amico d’una vita, ormai silenzioso per sempre, su una sedia vuota. Questo è stato l'addio, ieri mattina, in San Secondo ad Asti, tributato al grande jazzista Gianni Basso, protagonista per oltre 50 anni di grandi concerti in Italia e all'estero. Non un "re", il mondo del jazz non li conosce, ma qualcosa di più: un vero signore del jazz italiano. Il jazzista italiano con la più lunga carriera, quello che più aveva fatto conoscere in modo continuativo e dignitoso il jazz italiano ai musicisti europei e americani. Grande musicista, grande direttore di orchestre e suscitatore di eventi, grande e generoso scopritore di talenti, grande uomo, dotato come i veri grandi di umanità, psicologia e semplicità, al contrario delle tante primedonne isteriche del jazz italiano. Era deceduto lunedi scorso in ospedale a 78 anni.
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Aveva qualcosa di Charlie Parker e qualcosa di Coleman Hawkins. L’irruenza crescente, il fraseggio ricco e barocco che scolpiva le note a tutto tondo, perfino la sonorità calda del grande tenorsassofonista dello swing e stilista indiscusso del suo strumento, la scoprivi in lui a poco a poco con sorpresa. Perché Gianni Basso, grande sassofonista, improvvisatore, direttore d’orchestra, arrangiatore, autore, suscitatore di eventi e generoso scopritore di talenti e, da giovane, eterno giovane, partner di grandi musicisti di tutto il mondo, era imbevuto di bebop.
Non fu "il re del jazz" in Italia, come vorrebbero i cronisti di spettacoli, che non si intendono di jazz ma devono pur inventarsi un titolo. Nel jazz, si sa, dopo morti sono tutti "re" per i giornali italiani. No, era troppo signore, troppo umano, troppo perbene e cordiale per volerlo e per esserlo.
Fu certamente tra i maggiori jazzisti italiani di tutti i tempi, e comunque quello con la carriera continuativa più lunga, a cominciare dal 1950, e in gran parte passata attraverso la televisione, allora sicuro approdo per una bella grande orchestra come la sua (il quintetto, ma poi anche sestetto e ottetto Basso-Valdambrini).
Gianni Basso è scomparso il 17 scorso a 78 anni, e come accade sempre nel jazz, musica giovane, di giovani e per i giovani, aveva suonato fino all’ultimo. Da giovane. E un sassofono non è un pianoforte, che può suonare con quattro dita anche il centenario Eubie Black.
Aveva scelto nel dopoguerra il bebop di Parker, Gillespie, Powell e Monk, la rivoluzione del jazz moderno, che aveva cambiato in profondità, reso più veloce e sintetico, finalmente davvero "sincopato", il jazz, e non l’aveva più abbandonata.
Perché avrebbe dovuto? Proprio come si addice chi è sulla mainstream, la strada principale della musica moderna, e non è spinto a curiosare tra i vicoli, non tentò mai le sterili avanguardie alla moda, sempre ripiegata su se stessa. Anche quando questa gli avrebbe portato più dischi per la sua discografia personale (dischi prodotti, non certo venduti) e più notorietà tra i giovani, quelli per intenderci per cui "il jazz comincia dall’ultimo Coltrane". Gli era stato rimproverato di aver fatto musica "televisiva", cioè consolatoria, di piacere anche al rag.Rossi e alla signora del piano di sopra, perfino di lavorare "per la borghesia". Toh, le stesse accuse che si potevano fare a Vivaldi, Bach e Mozart. E figuriamoci se lui, così modesto, poteva paragonarsi a quei giganti.
Certo, lo snobismo intellettualistico di chi disprezza il pubblico e sputa sul piatto in cui mangia non lo sfiorò mai. Era umile, come deve essere un artista, di fronte al pubblico per il quale suona. E infatti come tutti gli artisti veri sapeva comunicare. Del resto, la storia ci ha insegnato che l’arte, prima o poi – più prima che poi – viene capita dal pubblico. Una musica "per se stessi", incomprensibile agli altri, hanno spiegato gli studiosi di estetica, non è arte, anzi è una contraddizione. L’arte, oltre che interpretazione della realtà, della Natura, è comunicazione, messaggio.
No, per Gianni Basso, troppo dotato di buon senso, cioè intelligente, per ignorarlo, il jazz non comincia certo da Coltrane o da Ornette Coleman, ma dal blues e dagli antichi tempi di New Orleans e Chicago, e un jazzista bravo e completo deve aver assorbito e digerito tutti gli stili, tutti i musicisti, tutte le epoche. Perciò il jazz è completo, perciò è difficile. Ma sapeva anche che ormai il jazz ha il linguaggio formale del bebop. E’ il bebop. Esiste un "progresso" anche nell’arte. Però Basso, anche con la scelta delle ance giuste, gli dava quel timbro unico, quella sonorità classica, quel fraseggio rotondo e impetuoso che piacevano a tutti, perfino a certi inguaribili tradizionalisti.
Aveva suonato con tutti i grandi del jazz europeo e mondiale, il suo sassofono era molto richiesto anche perché era stato il primo di impronta europea (gli era stato molto utile formarsi da adolescente in Belgio, dove risiedeva la famiglia, nell’orchestra di Raoul Falsan.
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Su Gianni Basso si può leggere la
biografia di Wikipedia, oltre alle cronache in occasione della sua scomparsa, sul Corriere della Sera e sulla Stampa.
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JAZZ - YouTube ha pochi filmati su Gianni Basso, e non dei migliori. Tuttavia, esiste una bella registrazione sonora corredata da diapositive, tratta dallo storico festival di Umbria Jazz, quando UJ faceva ancora buon jazz. Siamo a Orvieto il 27 luglio 1974 (Basso ha 43 anni) nei Giardini degli Albornoz. Il quartetto di Gianni Basso (sax tenore) e Dino Piana (trombone).suona in uno stupendo
Lover Man,.una trascrizione quasi puntuale che fa pansare a come sarebbe stato Parker al tenore e con un timbro più caldo. Nell’87 (a 56 anni) Gianni Basso è in una registrazione RAI a capo di una big band giovane in Quo Vadis Samba. Infine, nel 2006, ormai vecchio (75 anni) ma non per il jazz, ecco in una registrazione di fortuna, come mediocre acustica, Gianni Basso e Mario Rusca (pianoforte) al jazzclub dell’Hotel Visconti di Milano. Si noti il continuo dialogo di Basso col batterista Faraò.

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agosto 19, 2009

SCIENZA. L'appello su Nature: "L’uomo non è un ratto di 70 chili"

Studiando sulle riviste scientifiche di biologia, a proposito di alimenti e dei loro principi attivi, mi ero da anni scontrato con le caratteristiche della sperimentazione sugli animali di laboratorio, che non li fanno assomigliare minimamente all’Uomo.
Innanzitutto, sono razze allevate appositamente per reagire rapidamente alle varie malattie da osservare o curare sperimentalmente. In secondo luogo hanno una vita breve o brevissima, se confrontati agli Umani. Terzo, per la loro natura, ma anche per la rapidità necessaria agli studi, si trovano a dover reagire, come diceva il grande biochimico Bruce Ames, a sostanze somministrate in modo acuto (una volta sola, o al massimo poche volte) in grande quantità, diversamente dall’Uomo, in cui la lunga vita e le caratteristiche dell’alimentazione variata vogliono semmai l’inverso: somministrazioni croniche di piccolissime quantità di principi attivi. Due situazioni incomparabili tra loro: ecco perché la sperimentazione animale è spesso deludente e poco significativa, anche nel caso dei nuovi farmaci.
Insomma, è facile vedere che cosa accade a un ratto italiano se gli diamo in una volta sola 10 grammi di metil-eugenolo senza fargli assumere altro: ma è impossibile sapere che cosa accadrebbe, per esempio, ad un uomo italiano, che assumesse ogni giorno per tutta la vita 1 microgrammo di metil-eugenolo aggiungendo qualche foglia di basilico a spaghetti, insalata caprese e pizza, tra i tanti alimenti che mangia. In tal caso neanche le statistiche dell’epidemiologia ci direbbero qualcosa di certo. Tant’è vero che non sembra che chi usa molto basilico abbia un maggior rischio di cancro di chi non lo usa mai.
E’ vero, noi non siamo "ratti di 70 chili", dice giustamente Hans Thomas Hartung, lo scienziato che ha avuto il coraggio necessario e, diciamolo, anche l’ospitalità – negata ad altri – per
pubblicare sulla notissima rivista scientifica generalista Nature un invito ad abbandonare i test e la pratica della vivisezione sugli animali, per utilizzare finalmente esperimenti moderni, scientifici, affidabili, cioè immediatamente applicabili agli Umani. Riprendo il testo da Agire-ora Network.
NICO VALERIO
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TOSSICOLOGIA PER IL VENTUNESIMO SECOLO
Nel numero di luglio di Nature appare un interessante articolo del dott. Thomas Hartung, ex direttore del centro europeo per la convalida dei metodi [sperimentali] alternativi, ECVAM. L'articolo è intitolato "Tossicologia per il ventunesimo secolo" e vogliamo qui riassumerne i punti principali, per rendere nota la visione del dott. Hartung: un nuovo approccio ai test di tossicità è necessario, se vogliamo che questi test servano finalmente a qualcosa e non siano mera burocrazia. In questa visione, i test su animali - inaffidabili, costosi, non etici, e di durata troppo lunga - devono secondo Hartung essere messi da parte, e una nuova strategia integrata, che faccia uso delle più recenti tecniche di colture cellulari e della bio-informatica, deve essere sviluppata e diffusa, e resa obbligatoria a livello legislativo mondiale.

Spiega Hartung che sono passati ben 80 anni da quanto è stato messo in piedi il primo sistema di classificazione delle sostanze nocive, ma dopo qualche decennio di sviluppo di regole e test standardizzati (test su animali, quindi inefficaci) questo sistema "si è addormentato", secondo le testuali parole di Hartung, e quindi tutte le metodologie scientifche più avanzate non sono mai state incorporate in esso. Hartung dà la colpa alle "linee guida internazionali" che con la loro elefantiaca burocrazia non permettono un aggiornamento veloce e facile. Così i protocolli "scientifici" del settore sono fermi a oltre 40 anni fa, cosa che non si verifica in nessun altro campo della scienza.
Secondo Hartung ci sono alcuni problemi principali. E' chiaro che quando si devono fare dei test si utilizza un modello, perché la situazione ideale per testare una nuova sostanza chimica e determinare la sua pericolosità per le persone sarebbe avere un numero elevato di esseri umani e provare su di loro, in condizioni realistiche, la sostanza; ma questo è sia non accettabile eticamente sia impossibile da mettere in atto nella pratica. Quindi serve per forza utilizzare un modello semplificato. Il problema è utilizzare un modello abbastanza efficace, non metodi vecchi di 40 anni di efficacia pari al tirare una moneta, solo per poter dire da un punto di vista burocratico che si sta facendo "qualcosa" per salvaguardare la salute umana contro i rischi posti da sostanze chimiche sconosciute.
Il primo problema che Hartung evidenzia degli attuali test standard è il fatto che i test su animali non sono affidabili. "Non siamo ratti di 70 kg", dice Hartung, assorbiamo le sostanze in modo diverso; le metabolizziamo in modo diverso; viviamo più a lungo (e quindi possiamo sviluppare certe malattie che altrimenti non si svilupperebbero, e possiamo sviluppare adattamenti evolutivi per difendercene); e siamo esposti a una moltitudine di fattori ambientali. Tuttavia, esistono ben pochi studi che misurano l'accuratezza dei "modelli animali" così largamente usati, puntualizza Hartung.
Tutti gli studi di questo tipo che sono stati fatti evidenziano comunque che la correlazione tra i risultati su specie diverse è molto simile a quella del "tirare una moneta", cioè vicina al 50%. Vale a dire: fare un test su animali, o tirare una moneta per stabilire se una sostanza chimica è pericolosa o meno, è più o meno la stessa cosa... infatti per esempio confrontando la dose di una sostanza chimica che risulta letale per la metà dei ratti sotto test (LD50) e la concentrazione letale della stessa sostanza nel sangue degli esseri umani si è visto un coefficiente di correlazione pari a 0,56, davvero poco significativo. Allo steso modo, in un altro studio il 40% delle sostanze chimiche che risultavano irritanti per la pelle dei conigli non erano irritanti sulla pelle umana.
In generale, confrontando la correlazione tra specie diverse di animali (topi, ratti e conigli, i più usati in laboratorio) è stato visto che c'è una concordanza di risultati solo nel 53-60% dei casi. Risultati simili sono stati ottenuti per i farmaci: in uno studio, solo il 43% degli effetti tossici per gli umani erano stati predetti dai test sui roditori, il 63% quando venivano inclusi anche animali non roditori. Come detto sopra, non è molto diverso dal tirare una moneta...
Per migliorare il risultato, i test sono spesso eseguiti su una specie roditrice e una non roditrice. Ma come visto sopra, il risultato è comunque molto scarso come affidabilità. Inoltre, questo pone il problema che aumentano i "falsi positivi", come fa notare Hartung, cioè il numero di casi in cui una sostanza che non è dannosa per l'uomo viene invece classificata come tale. Questo diventa anche un grosso problema quando questi risultati sono usati per valutare la bontà di un metodo alternativo senza uso di animali. I risultati di questo metodo vengono infatti confrontati con quelli ottenuti sugli animali, che sono peroò di qualità pessima. Così i metodi alternativi migliori NON passano il test di convalida, perchè confrontati con risultati sbagliati! Tutto questo è illogico, ma è quello che è accaduto negli ultimi decenni. C'è ora la speranza che invece i nuovi metodi alternativi vengano confrontati con i risultati noti sugli umani, in modo da selezionare e convalidare test più moderni e utili.
Il secondo problema illustrato da Hartung riguarda il modo in cui vengono fatti gli studi su animali. I test di tossicità vengono infatti eseguiti alla dose massima tollerata di una certa sostanza chimica. Questa può essere fino a 1000 volte più alta di quella effettivamente applicata agli esseri umani (intesa come milligrammi per kg di peso) e quindi questo "porta a molti falsi positivi e diminuisce ancora di più la correlazione tra i risultati sui modelli animali e sugli esseri umani".
Il terzo problema riguarda la quantità di sostanze chimiche che hanno effettivamente proprietà pericolose. Il punto è, secondo Hartung, che la tossicologia studia situazioni rare di pericolo attraverso modelli imperfetti, e questo causa risultati che non sono utili e quindi è estremamente importante migliorarare l'affidabilità dei test.
Spiega Hartung che attualmente il modo tipico di procedere è fare i test su animali e dopo, in alcuni casi, usare metodi basati su colture cellulari o metodi informatici per definire il modo di agire delle tossine e per interpretare e bilanciare meglio i risultati. Ma "la migliore opportunità per migliorare la tossicologia regolatoria sta nell'applicazione di strategie che prima di tutto facciano uso di tutte le informazioni già esistenti su una sostanza e sulle sostanze strutturalmente simili e in seguito raccogliere informazioni nuove, sempre con metodi che non fanno uso di animali", in modo da eliminare quanto più possibile il ricorso ai test su animali.
Il settore farmaceutico è quello che sta aprendo la strada a un cambiamento di strategia anche nel settore dei test di tossicità. Oggi la metà dei farmaci prodotti è costituita da proteine e anticorpi umani (noti col nome di "biologici") e in questo la tossicologia classica è per lo più inutilizzabile, perché per queste proteine è ancora più vero che gli effetti sono specie-specifici (cioè molto diversi tra una specie e un'altra) e quando introdotte su animali generano la produzione di anticorpi che invece nel corpo umano non vengono generati, rendendo quindi l'inutilità dei test su animali ancora più elevata e palese.
La necessità di testare questi "biologici" ha portato allo sviluppo di modelli basati su cellule umane, e quindi anche altre aree della tossicologia trarranno giovamento da questa evoluzione.
La soluzione proposta da Hartung è una strategia in tre passi.
Il primo passo è quello di esaminare in modo obiettivo gli strumenti attualmente in uso e valutarne la loro efficacia reale.
Il secondo passo, nel medio termine, è quello di integrare i vari approcci in una strategia di test.
Il terzo passo, di cui c'è bisogno con urgenza, è quello di sviluppare nuovi metodi e un nuovo sistema di test.
Le basi per questo nuovo sistema sono emerse negli ultimi 20 anni: "Gli avanzamenti nelle tecniche di colture cellulari hanno reso possibile studiare i fenomeni biologici in vitro, cosa che non era possibile quando gli sperimenti di tossicologia vennero per la prima volta progettati", scrive Hartung. Aggiunge anche che i primi esperimenti sulle colture cellulari erano relativamente semplici ma "hanno avuto una rapida evoluzione, e molti ricercatori usano oggi colture tridimensionali ('organotipiche') che assomigliano ad organi umani nella struttura e nella funzionalitaà".
Hartung propone anche di usare le tecnologie più moderne sviluppate negli ultimi anni: gli approcci bioinformatici e biotecnologici, che forniscono un enorme numero di informazioni; la genomica e la proteomica; le tecnologie per immagini; e le piattaforme di test robotizzate. "Assieme, queste tecnologie possono non solo permettere ai ricercatori di trovare nuovi marker biologici di effetti tossici specifici ma permettono la deduzione di pattern caratteristici di certi effetti tossici".
Hartung conclude dicendo che è importante far comprendere a chi si occupa di definire le regolamentazioni nel campo della tossicologia le potenzialità di un sistema completamente nuovo, in modo che si rinunci al sistema vecchio e lo si sostituisca con quello nuovo, non si usino le nuove tencologie come ulteriori possibilità per aggiungere informazioni, ma si butti via la vecchia modalità di test.
Noi concludiamo dicendo che occorre rendersi conto che rinunciare ai test su animali non significa, come questo articolo scritto da uno dei maggiori esperti europei di tossicologia fa ben capire, rinunciare alla scienza e al progresso: al contrario, proprio per la scienza e per il progresso questi metodi vecchi di decenni vanno abbandonati a favore di metodi più moderni, scientifici, efficaci, affidabili e, sopra ogni cosa, etici.
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Fonte: Thomas Hartung, "Toxicology for the twenty-first century", Nature 460, 208-212 (9 July 2009) (doi:10.1038/460208a; Published online 8 July 2009)

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luglio 11, 2009

COERENZA. Il comico che per essere coerente con se stesso morì ridendo

Attore di teatro (pittura su vaso, Taranto).

Quando sentì venir meno le forze e approssimarsi la fine, il grande comico greco Karaghiosis, che per cinquant’anni aveva fatto morire dal ridere tutta la Beozia, decide di ridersela della morte, cioè di morire a modo suo: ridendo. Per non smentire con gemiti e lacrime da donnicciola, spiegò agli amici e parenti costernati, un’esistenza tutta spesa a ricercare il lato più profondo e stoico della vita dell’uomo, ovvero l’umorismo.
Fattosi dunque portare una barchetta, e assoldato il miglior raccontatore di storielle della regione, si fece condurre molte miglia al largo dell’Eubea. E mentre l'attore recitava da par suo le più esilaranti barzellette della Grecia, Karaghiosis si fece gettare in acqua, lui che non sapeva nuotare, e così, sempre ridendo, sopraffatto dai singulti di un’ilarità così irresistibile che avrebbe impedito perfino a un nuotatore provetto di mantenersi a galla, il grande comico che aveva fatto morire dal ridere tutta la Grecia, dolcemente si lasciò sopraffare dai flutti, morendo come il suo pubblico a forza di ridere, finché gli amici attoniti videro le sue labbra sempre ridenti scomparire a poco a poco nel blu profondo del mare.
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JAZZ. E' la registrazione di un disco d'epoca a 78 giri Parlophone con la grande orchestra di Fletcher Henderson che esegue im piccolo capolavoro, il veloce brano
Hop Off (versione originale del 4 novembre 1927, nettamente migliore di quella del 1928, molto più facile a trovarsi su internet). Gli assoli sono, nell'ordine, del tronbettista Tommy Ladnier, del sassofonista Coleman Hawkins (uno dei suoi primi assoli), del trombonista Jimmy Harrison, del clarinettista-sassofonista Buster Bailey, ancora di Ladnier e Hawkins. L'arrangiamento era di Don Redman.

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