05 marzo 2018

CAPI mediocri. 5Stelle e Lega vincono anche per i tanti errori di Renzi e del PD.

Il Partito Democratico in Italia, dopo tante sconfitte, è finalmente entrato in crisi dopo l’ultima e più disastrosa nelle elezioni politiche del 4 marzo. Il ragazzotto di Rignano sull’Arno che ne è Segretario, l’unico ancora convinto della propria furbizia, ringrazi quanti hanno insistito per conservare alle elezioni italiane il sistema proporzionale e hanno detto ‘no’ nel Referendum al suo progetto di eliminare il Senato. Perché altrimenti, col solo maggioritario voluto dal PD e a suo tempo teorizzato ottusamente dai Radicali (proprio loro che da un sistema simile sarebbero stati penalizzati), i CinqueStelle "buoni a nulla e capaci di tutto" si sarebbero presa tutta l’Italia in un attimo.
      Renzi e i Democratici hanno irritato gli Italiani soprattutto col loro molle “buonismo” da Cattolici di sacrestia verso gli immigrati illegali, quelli che non fuggendo da guerre o persecuzioni non possono chiedere asilo politico, ma cercano soltanto migliori condizioni economiche. E non pochi di questi immigrati irregolari, per di più, hanno anche commesso reati o dato problemi di ordine pubblico. L’impressione è stata che il PD eseguisse pedissequamente gli inviti di papa Francesco, sovrapponendo agli interessi concreti degli Italiani l’etica universalistica del Cattolicesimo, a cui non interessa nulla della Nazione Italia e dell’economia italiana. Ma se fosse possibile, anche i poveri Italiani emigrerebbero in cerca di fortuna negli USA, Gran Bretagna o in altri Paesi. A queste centinaia di migliaia di immigrati asiatici e africani si sono dati – o almeno così è apparso agli elettori – più attenzioni, cure e soldi che ai milioni di cittadini italiani poveri. Insomma, quello che ha offeso profondamente e allontanato dal PD è stato questo insopportabile cinismo clericale della “buona azione di Stato”, una sorta di “fioretto di massa” in stile papa Leone XII, il fanatico cardinale della Genga.
      Inoltre, Renzi stesso non è adatto, non ha doti psicologiche per muoversi in Politica. Resta un velleitario e spesso patetico sindaco di provincia. L’ambizione non sorretta dall’intelligenza non basta, anzi è vistosamente controproducente. Si è reso odioso col suo continuo apparire in tv esibendo la parola sciolta da imbonitore e battutista (anche poco intelligente: la precedente esperienza negativa di Berlusconi non gli aveva detto niente?), col carattere prepotente, autoritario, di chi fa piazza pulita coram populo degli oppositori interni (con i quali è stato più duro – càpita sempre così a questi tipi – molto più duro, che con gli oppositori esterni, v. citazioni continue e inseguimento dei Grillini nella gara della demagogia). Ha stancato e innervosito i telespettatori con la sua sicumera esibita, con la pretesa – questa, sì, infantile – di essere considerato “giovane” a quarant’anni, con l’atteggiamento, perfino la camminata dondolante tipica del gradasso di paese copiata dai film western di terza visione delle sale parrocchiali degli anni Cinquanta.
      E ha concentrato su di sé l’antipatia congenita d’un intero Paese, i cui cittadini da molti secoli coltivano l’arte dell’antipatia e della simpatia preconcette come pochi al Mondo, e in base a questi sentimenti primordiali e infantili, come tutti gli immaturi, giudicano sia sul piano personale nella vita quotidiana, sia nel lavoro, sia in Politica. Specialmente al Sud. E questa concentrazione di antipatia politica ha cominciato a cristallizzarsi a partire da quel Referendum sbagliato, caduto sui cittadini inopinatamente, mentre ben altri erano i problemi che non le norme della Costituzione, le regole del gioco. Serviva per perdere tempo e “far vedere” qualche risultato, uno qualunque. Dopo la clamorosa sconfitta a quel Referendum, Renzi doveva dimettersi, abbandonare la Politica. Invece si è comportato da persona poco intelligente, caparbia e meschina. Fu l'inizio della fine.
      Certo, tutto questo parla da sé, ma solo per chi sa osservare e fare confronti, come appunto per la base media PD, nettamente superiore sul piano intellettuale e critico a quella, poniamo, dei Grillini, che sopporta dai suoi Capi e capetti, di molto inferiori a Renzi in tutto, questo e altro. Base PD e “liberals” sparsi che l’hanno giustamente punito. Infatti, tanti laici e liberali senza casa lo avevano votato in precedenza come un dignitoso e presentabile “male minore”..
      Ma ora, basta, un Capo di partito così inadeguato ha davvero passato il segno massimo della mancanza di autocritica. L'ennesima sconfitta segna la sua fine di leader e forse di politico, proprio mentre entra paradossalmente per la prima volta in Parlamento. L'uomo non è emendabile: in lui il carattere è prevalente sulla personalità: caso gravissimo in Politica. Nelle sue condizioni, in Politica, che non è solo una scienza, ma anche un’arte fondata sui rapporti interpersonali, sull’apparire, sulla psicologia sociale, finisce per contare più “com’è” il capo e il suo “cerchio magico” (v. Boschi, Lotti ecc.) delle loro eventuali “idee”. Vedi anche il parallelo caso umano e politico di D’Alema, ben superiore a Renzi in tutto per qualità, eppure cancellato, anche qui con una certa aberrante ma comprensibile “giustizia” elettorale popolare.
      Con questi atteggiamenti ed errori, con questa mancanza di intelligenza politica che gli ha impedito di cogliere in tempo il malessere dei cittadini, Renzi ha fatto crescere l’astio, lo scontento e soprattutto il movimento che voleva radunare gli scontenti di tutte le risme, la Lega e i Grillini. Un errore analogo, ma meno grave perché non era al Governo, lo ha commesso Berlusconi.
      Furbizia, se non intelligenza politica, avrebbe voluto che modificasse in corsa l’ottuso programma buonista di quello che io chiamo ormai il “PD dei chierichetti” sull’Europa, tenera e accondiscendete sugli speculatori e severa, implacabile, sui cittadini; cosa che invece hanno capito perfino i socialdemocratici tedeschi. Perché, si sa, a certi politici conviene conservare più a lungo possibile uno spauracchio efficace da brandire, per intimorire e convincere gli avversari interni ed esterni.
      Ora che gli spauracchi Lega e 5Stelle dopo tanto minacciare hanno finalmente vinto, al PD, su cui grava non solo il peso di una Sinistra democratica ormai perdente, ma anche la responsabilità di una buona parte della democrazia in Italia, non resta che riscoprire la propria natura vera, che non è quella democristiana e cattolica, ma quella  laica e socialista. Con ciò favorendo indirettamente un circolo virtuoso di “ritorno alle idee” che potrebbe far rinascere per analogia anche aggregazioni autenticamente liberali e non solo caricaturalmente "liberiste". Altro che accordi coi 5Stelle. Chissà, forse proprio dall’opposizione più che dal Governo, i democratici italiani potranno ritrovare se stessi.

AGGIORNATO AL 4 LUGLIO 2018

19 gennaio 2018

ALLIEVA e insegnante: storia vecchia quanto il Mondo, ma quanta ipocrisia.


IL DOCENTE E LA RAGAZZINA. Sono contrarissimo al contorto e obliquo ragionamento di alcuni sedicenti “libertarians” e radicali, che nella vicenda del professore 53nne (il solito cattolico integerrimo...) e della sua allieva di 15 anni del cattolicissimo liceo della migliore – scusate il penoso ossimoro – borghesia clericale romana, il “Massimo”, mostrano di giustificare o comprendere, semmai, il vecchio, l’uomo, e non la giovanissima, la donna, sulla base di argomentazioni sofistiche che mi aspetterei piuttosto da grassi e lubrichi Satrapi orientali o da prepotenti Don Rodrigo del nostro Seicento. Ma in Gran Bretagna, Stati Uniti e Francia ci sono stati casi in cui l’adulto nella strana coppia era un insegnante donna e l’allievo un ragazzo. Eppure il problema era e resta il medesimo.
      Allora, fatemi capire, “libertario” (sempre diffidato di questa categoria, inesistente nel dizionario liberale) sarebbe lo strafottente e violento che, come dicono a Roma, “si fa i cazzi propri” (cioè, è un egoista che si sente libero di fare tutto ciò che vuole), pretendendo che lo Stato non si azzardi a mettere becco, se no sarebbe autoritario?
      Ma come si fa, proprio sul piano liberale – e sto parlando ora in generale, senza più alcun riferimento alla psicologia dei personaggi di questo caso di cronaca, che non conosco e poco mi interessa – a mettere sullo stesso piano, al limite, un furbo e vissuto furbastro erotomane di mezz’età, oppure un eterno infantile con turbe affettive, o un vero maniaco incallito, con un’ingenua ragazzina naturalmente immatura e plagiabile?
      Oltretutto con l'aggiunta aggravante del ben noto "carisma", che rende docenti, sacerdoti, confessori, guru, leaders, capipartito ecc. ancora più desiderabili e oggetto di adorazione presso i loro adepti, spesso soggetti minus habentes? Esiste tutta una ricerca psico-patologica sulla mancanza di maturità e spirito critico di allievi, aderenti a sette e seguaci di movimenti, che li fa dipendere passivamente dai loro capi. Dipendenza psicologica stranota ai giuristi e infatti ammessa anche dal nostro stesso Codice Penale, che considera non come attenuante romantica e poetica, ma come brutale aggravante che l'adulto seduttore, carisma o no, sia insegnante.
      Ma poi, a guardar bene, è il medesimo rapporto che s'instaura ancor oggi nei violentissimi e scandalosi "matrimoni" arabi e islamici tra vecchi e bambine di nove anni, e nella pedofilia in genere.
      Si tratta forse del reato di plagio, che il radicale Marco Pannella contribuì a far abrogare negli anni Settanta? Ma no, Braibanti e la faccenda del plagio tirata in ballo da alcuni per alleggerire la violenza psicologica dell’anziano che “s’innamora”, cioè approfitta della condizione di minorità della giovanissima, facendo finta di ignorare la sua immaturità psicologica e asserendo addirittura che “lei era consenziente”, non c'entrano nulla. Qui c'è una minorenne, non un adulto debole di personalità.
      Ma come, mi si opporrà: e l’antica Grecia, la Roma classica, la grande letteratura erotica, Shakespeare, e giù, giù, fino alle spose bambine promesse? Lo so bene che gran parte degli amori, dei fidanzamenti e matrimoni dell'Antichità, e fino a ieri anche nell’Europa moderna (nell'Islam e in Asia è ancora la norma), avvenivano con questa forma di grave squilibrio psicologico.
      Quel ch’è certo, è che oggi, quando le violenze sono più facilmente identificate attraverso gli strumenti della logica scientifica, questo strano “amore asimmetrico” gestito e comandato solo da uno, l’adulto, è una posizione che non solo non tiene conto dell’abc della psicologia, ma sul piano culturale è certamente una posizione illiberale, altro che “libertarian”. Si farebbe presto a parlare di “anarco-stupratori”. Un’indifendibile posizione ultra-reazionaria, come quella di chi negli Stati Uniti difende la pedofilia con la doppia scusa criminale della “maturità” psicologico-sessuale dei bambini e del presunto diritto primordiale dell’uomo, quasi un delirante “liberismo” anarchico applicato al costume e ai rapporti interpersonali. Anche Pannella di tanto in tanto, nelle sue patologiche cascate di parole, sembrava sfiorare queste idee, viste come posizioni “anticonformiste”, mai comunque elaborandole ed esponendole in forma compiuta e coerente. Ma non vuol dir nulla: Marco ha fatto alcune cose giuste e geniali, ma ha anche fatto e soprattutto detto molte, troppe, sciocchezze.

06 gennaio 2018

MITI d’oggi. La donna anticonformista provoca, ma domina la vita e la morte.

MARINA RIPA DI MEANA
Quando appariva, la vedevi così grande, spandeva così tanta luce, che tutti per contrasto erano spenti, piccoli, meschini. Una dea, ma una dea procace, della corporeità, dei fiori, della primavera, della bellezza. Si sparse allora la leggenda che fosse davvero lei la donna insieme più stravagante e più elegante di Roma; mentre per Gianni Agnelli, esagerato a causa del desiderio frustrato, era addirittura la più bella d’Italia. Eppure, vista attraverso il malevolo egualitarismo delle donne, era solo “appariscente”. «Tutta qua, questa famosa bellezza?» commentò acida la scrittrice Elsa Morante. Peccato che non siano le donne a poter giudicare le altre donne.
      Statuaria lo era, eppure magra, con l’ossatura forte, alta, ma a quei tempi ancora più alta per le lunghissime gambe giovani allungate da tacchi arditi, con la stravagante chioma rossa o pel di carota; e vestiti sempre svolazzanti, floreali o a colori accesi o pastello (che a Roma non si vedevano se non tra le signore delle ambasciate anglosassoni), sempre munita di cappelli incredibili, che però mai riuscivano a fare davvero ombra al volto ampio e d’una sua speciale convessità. Convessità? Era stato proprio lo scrittore Alberto Moravia, che come tutta la Roma intellettuale la frequentava e le faceva una corte serrata (v. oltre), a teorizzare, non so se pro domo sua, che la bellezza delle donne consistesse in questa qualità, come la più adatta – è l’immaginifica fisica dei letterati – a riflettere la luce.
      Così, Maria Elide, detta Marina, figlia dell'avvocato romano Punturieri, sposata Lante della Rovere, poi Ripa di Meana, sembrava procedere nella vita non in modo altezzoso, questo no, perché conservò sempre l’anima delle origini popolari, ma certo in modo deciso e prepotente; proprio come camminava in strada sugli insidiosi sampietrini romani, poco adatti ai suoi tacchi a spillo, ma adattissimi ai suoi cani che numerosi conduceva al guinzaglio. Ogni volta che la incontravi, all’apice della sua bellezza, negli anni 70 e 80, in una galleria d’arte o nei vicoli attorno a piazza di Spagna, da via Mario de' Fiori a via della Croce, al Babuino, luoghi già allora turistici e poco frequentabili da un romano, era la sorpresa d'una Venere che esce dalla conchiglia; e sempre ti si allargava il cuore.
      Futile, mondana, superficiale, storcevano il naso certi pensatori maschi, forse gli stessi che non erano riusciti a raggiungere il suo letto. Ignorante, l'aveva rimproverata Vittorio Gassman. Arrivista, scalatrice sociale, mangiatrice d'uomini, soffiavano alle spalle le perfide finte amiche, in realtà vere nemiche.  Ma di piccole cose sono fatte le grandi, e lei proprio il costume, il senso della Bellezza, voleva cambiare, coi mezzi che aveva, a cominciare dalla vita d'ogni giorno. E poi quale donna, quale uomo non vede la sua vita come un’occasione di conquista dell'altro o d'un posto nella società?

      La novità, invece, era che per la prima volta il modello di donna libera e anticonformista fino all'esagerazione, il questo caso il più perfetto a disposizione, doveva servire per una carriera personale e un’ascesa sociale. Non nascondersi, ma rivelarsi con la massima esplicita sincerità; non subire ma agire, anche a costo di provocare di continuo e di usare a mani larghe il Kitsch, ecco le nuove armi perfettamente consapevoli, giocose, naturali e in fondo oneste, sì paradossalmente oneste - contro la vox populi giornalistica - d’una donna coraggiosa e sfrontata, per ottenere il successo. Perciò, i mass media, che spesso non capiscono, stavolta capirono, e alla fine dopo anni di tentato scandalismo tutto le perdonarono.
      La madre le aveva dato della scema, quand'era adolescente, perché non leggeva, non aveva voluto frequentare neanche il liceo, ha scritto nel suo libro autobiografico "Colazione al Gran Hotel". E questo, forse, offre una chiave di lettura. Attraeva gli intellettuali, neanche fosse una musa ispiratrice, e da loro era attratta, perché in fondo, ammette, “si sentiva cretina”. Già, gli intellettuali. Hanno avuto un ruolo fondamentale nella sua vita, insieme con gli aristocratici e i necessari industriali. «Non avevo una lira ma vivevo da miliardaria» si confida nell’intervista con Candida Morvillo a proposito del suo libro. Sempre ospite di spasimanti e ammiratori, che non esitavano a mettere a disposizione anche l’aereo privato. Al Gran Hotel viveva pagata dall’ammiratore-mecenate Roberto Gancia, conte e industriale, che le procurò anche un lucroso contratto di abiti prêt-à-porter col Giappone. Sempre seguita curiosamente da due vecchi intellettuali, detti i Dioscuri, un po’ guardoni e un po’ parassiti, Alberto Moravia (che come un qualunque garzone del fioraio ci prova pesantemente mettendole la mano sulla patta: rifiutato) e Goffredo Parise, il pauperista-chic che al maître dal sopracciglio inarcato che serve aragoste chiede un brodo con pane secco. E come si precipitarono i due Dioscuri opportunisti a fare le ben pagate presentazioni al suo servizio fotografico su Playmen, che altrimenti, senza il supporto "intellettuale" - temeva Marina - avrebbe fatto morire di crepacuore la madre! «Ma questi due non hanno altro da fare?», sbottò Eugenio Scalfari. Erano gli anni della "scapestrataggine" e degli eccessi. Agnelli, che evidentemente voleva provarci anche lui - continuano Marina e la Morvillo - la sorprende a letto con due uomini, lo scultore Eliseo Mattiacci e il pittore Gino De Dominicis, e si ritrae sdegnoso: «Siamo già troppi!».
      Silista di alta moda, fin dagli anni 80 appariva in tv come opinionista di rottura, sempre sopra le righe, mettendo in evidenza carattere esuberante, mobile, vitalissimo, imprevedibile, effervescente, e idee anticonformiste, perfino infantilmente bislacche. Poi la svolta ecologica, grazie anche all'influenza di Carlo, che è stato anche Commissario Europeo all'ambiente e dirigente dei Verdi, e il lancio di campagne di ogni tipo, soprattutto sulla difesa degli animali (contro la moda delle pellicce non esitò a farsi fotografare nuda, dichiarando che l’unica sua pelliccia non vergognosa sarebbe stato il suo vello pubico), la tutela della natura e del paesaggio; sempre continuando a dibattere e polemizzare di costume, politica, libertà della donna.

      Ma è stata molto di più: un piccolo Mito vivente dei giorni nostri, cresciuto e alimentato, anche criticato, dall'opinione pubblica giorno dopo giorno, avendo impersonato per oltre quarant’anni l'archetipo della donna liberata che con le sue imprevedibili infrazioni rompe vistosamente le piccole e grandi regole dell'ipocrisia sociale; eppure pretende ugualmente di avere successo, e, quello che è più straordinario, coltivando "alla faccia di tutti" forse l'unica vera, ludica, goliardica,"dolce vita"  realmente possibile: la sua.

      Non si saprà mai se sia stata più abile o più fortunata. Così, come solo pochi sanno fare, proprio lei, la futile, la leggera, l'animatrice dei salotti romani, la mondana, la mantenuta, la scalatrice sociale, è tuttavia riuscita paradossalmente là dove molti uomini grandi, venerati e famosi hanno fallito, cioè nel capolavoro di non farsi travolgere dagli eventi, ma di modulare a piacimento, niente di meno, la vita e la morte. E già, visto che al cancro che non le dava tregua non ha dato tregua, e l'ha beffato in extremis, quando ormai era terminale, con la sedazione profonda (in casa, altro che Svizzera): una dolce morte. Dopo una vita che le beghine avevano definito per lo meno poco dignitosa, in realtà magistralmente gestita, ecco che lei la conclude col suo ultimo colpo di teatro: una dignitosissima morte. E nei tempi giusti: per scomparire è riuscita a evitare appena il 6 gennaio, perché come befana non sarebbe stata credibile.

AGGIORNATO IL 9 GENNAIO 2018

18 dicembre 2017

TOMBE poco onorevoli. Perché il cinico re Vittorio Emanuale III no e gli altri sì?

Non solo la Comunità Ebraica italiana, che giustamente ricorda la firma del Re sulle leggi razziali di Mussolini, ma anche altri Italiani hanno protestato per la traslazione dopo 70 anni delle spoglie del Re d’Italia, Vittorio Emanuele III di Savoia, da Alessandria d’Egitto al santuario di Vicoforte (Cuneo), pochissimi giorni dopo quelle della moglie, la regina Elena, che riposavano finora a Montpellier (Francia).
      Altro che l’impossibile Pantheon, come chiedeva una parte dei Savoia. Perfino il saggio permesso del Presidente della Repubblica, Mattarella, limitato all’inumazione in Italia, in tono minore e con riservatezza estrema, nel santuario privato dei Savoia, è stato contestato. L'Istituto Storico della Resistenza di Cuneo in un comunicato  circostanziato ha lamentato che a causa del segreto e del fatto compiuto sia mancato il minimo dibattito storico, in cui anche un'ammissione di colpe sarebbe stata educativa per i giovani.
      Perché è ovvio, come spiega la Storia stessa: il favore del Re Vittorio verso il Fascismo gli ha precluso l’onore condiviso della Nazione intera, comprese le onoranze, altrimenti doverose, nel Pantheon. E anzi, tra i critici più severi, si è fatto strada il timore che la giusta sepoltura in Patria possa risolversi in una sorta di rivalutazione implicita di una Casata che nel Novecento ha dilapidato l’enorme credibilità che aveva accumulata agli occhi degli Italiani ai tempi del Risorgimento.
      In particolare, la firma reale apposta da Vittorio Emanuele III sotto le leggi razziali volute nel 1938 da Mussolini per ottusa emulazione di quelle di Hitler, fu vissuta come un tradimento dalla Comunità Israelitica. E infatti, riferiscono gli storici, fu una scelta molto “sofferta”, perfino in quel poco sensibile sovrano. Gli Ebrei italiani erano ultra-patriottici, come mostra la vita di Amelia Rosselli Pincherle, sempre in prima fila nel Risorgimento e nel sostegno sia al Governo (il segretario particolare di Cavour era l’ebreo Isacco Artom), sia alla Casa Reale (la dama di compagnia della regina Margherita, consorte di re Umberto, era l’ebrea Amalia Pincherle, moglie dell’eroe italiano Cesare Rovighi, medico e militare, diplomato al Collegio Rabbinico di Modena e fondatore della prima rivista ebraica italiana).
      Ma, allora, se per tutta la serie di gravi errori del sovrano, peraltro condivisi, tranne forse la persecuzione degli Ebrei, dalla maggioranza degli Italiani (condivisione che nessuno ricorda mai; eppure basterebbero le cronache del primo Dopoguerra), le spoglie di re Vittorio Emanuele III, a differenza di quelle del nonno Vittorio Emanuele II che riposano nel Pantheon, non appaiono degne di una sepoltura monumentale e onorevole, quali sarebbero a ben vedere gli Italiani degni d’una simile tomba in Patria?
      Diciamolo subito: le tombe dei grandi monumenti nazionali resterebbero vuote con i criteri che si pretendono per il nostro ultimo Re, Vittorio Emanuele III, accusato dagli storici di essere stato un regnante arido, cinico e ottuso, oggi accolto dopo 70 anni di esilio tra non poche proteste in una tomba monumentale, sia pure privata, in Italia. Re Vittorio è reo di aver permesso quasi da solo vent’anni di dittatura del Fascismo. I Reali Carabinieri, infatti, erano in grado – fecero sapere – di arrestare in poche ore Mussolini: sarebbe bastata una firmetta del Sovrano. Così il suo movimento di cialtroni improvvisati, violenti ma al dunque cagasotto, si sarebbe sciolto come neve al sole, incapace di sopravvivere ai 10 anni di carcere comminati ad almeno un centinaio di persone. Ma Lui disse no e la firma non ci fu e Mussolini imperversò sull’Italia per vent’anni, portandoci oltretutto a una guerra disastrosa e allo sfacelo di cui paghiamo ancora le conseguenze. Come poter onorare, dunque, un Re del genere?
      È vero, non è degno. Ma allora chi sarebbe degno? Ne vedrei pochissimi. Con criteri etico-politici solo un poco severi, non solo i Sacrari, i Monumenti funebri, i Cenotafi senza salma, ma anche i normali Cimiteri italiani sarebbero o vuoti o pieni di tombe senza nome: nessuno davvero degno di essere sepolto come italiano. Infatti l’unico indiscusso e quindi “degno” per definizione, è il Milite Ignoto.
      Basta dire che abbiamo dato sepoltura, e pure con onoranze ricorrenti, ai peggiori tangheri sanfedisti e filo-Borbone, a chi denunciò, condannò e giustiziò la Pimentel Fonseca e gli altri grandi liberali napoletani, e per converso ai generali napoletani che repressero nel sangue la giusta rivolta della Sicilia, compreso chi bombardò dal mare l’eroica città di Messina; ai tanti governatori, gerarchi e traditori filo-Austria, ai crudeli “visir” italiani dei tanti Principati assoluti italiani e stranieri; ai censori di ogni ordine e grado (uno fu l’insospettabile G.G. Belli), ai crudeli persecutori in tonaca nera che applicarono la Santa Inquisizione della Chiesa; a un ministro di polizia in tonaca rossa poi divenuto Papa fanatico che ordinò violenze psicologiche e fisiche imponendo a tutti col terrore di "tratti di corda" e scomuniche Catechismo e Rosario, Penitenze e Processioni. E un altro Papa italiano, che prima illuse poi tradì gli spiriti nobili e liberali del Risorgimento, non so più se è stato fatto Beato o Santo. E perfino l’incapace ammiraglio di Lissa, che causò molti morti, dorme il sonno eterno tra quattro marmi. Senza contare gli arroganti e cinici comandanti della Grande Guerra colpevoli di centinaia di migliaia di morti tra le truppe italiane, i militari felloni di ogni ordine e grado, i giudici venduti, e così via.
      Se gli Italiani veri da onorare con una tomba monumentale fossero solo quelli belli, alti, eleganti, intelligenti, colti, umanisti, scienziati, con gli occhi azzurri, giusti, generosi, non faziosi, quelli senza peccato, che non hanno sbagliato né amici né nemici, né moglie né marito, amanti anche dei bambini, dei cani, della natura, e ovviamente col senso della Patria e della Storia, e pure anti-autoritari e difensori sommi della libertà (quella vera, cioè degli altri, non la propria) più di Einaudi-Croce-Cavour messi insieme [a proposito, oggi Cavour sarebbe deferito per alto tradimento, perché voleva fare tutto da solo, e quindi come “ducetto” non meriterebbe né tomba né vie, né piazze], ebbene, staremmo freschi. Nessuno si salverebbe in un Popolo fazioso, ambiguo, traditore, o autoritario o servo interessato dell’Autocrate di turno (Papa, Re o Dittatore che sia), comunque incolto e immaturo da secoli. Neanche Dante si salverebbe. Che facciamo? Distruggiamo le tombe dei “filofascisti” Marconi e D’Annunzio, dei “cattivi maestri” Machiavelli e Guicciardini, Mosca e Pareto, del “manigoldo” Caravaggio, del duplice “omicida” anche “femminicida”, diremmo oggi, Gesualdo da Venosa; per non parlare di filosofi ambigui e preti fanatici, frati ottusi e fanatici, generali inetti e medici incapaci, giuristi corrotti e traditori vari a go-go…
      Bella l’Italia, senza una tomba da onorare! Anche perché i famosi "malvagi", i Dittatori, i Re e Principi cialtroni (non solo tra i Savoia, ma dieci volte di più tra i Borbone e gli altri), i Papi fanatici e liberticidii, ebbero, eccome, il plauso popolare. Vuoi per adesione aperta, vuoi per viltà, vuoi per il tipico spirito servile degli Italiani (lo dice perfino il nostro Inno Nazionale: caso unico al Mondo!) i cittadini sono stati corresponsabili, non solo vittime, degli atti dei prepotenti, insomma complici. Ecco perché l’unico morto onorevole, non per caso, Ignoto, innominato, è quello scelto a caso e posto in una tomba-monumento sull'Altare della Patria.. Perché, diciamola tutta, se fosse noto e con un nome, sai come ci apparirebbe squallida la sua personalità, la sua vita!
      Ha detto bene sulla sua pagina Facebook Duccio Trombadori con una frase che ha innescato nella mia mente questo articolo: «una tomba in Patria non si nega neanche al peggior delinquente». Appunto quello che si è detto sopra. Pantheon no, perciò, ma tomba di famiglia sì. Anche se altri Grandi Reprobi, ormai indiscussi, il Pantheon figurativamente, cioè non esattamente in piazza della Rotonda a Roma, ma in altri analoghi luoghi pubblici, se lo sono meritati lo stesso. Ma si vede che settant'anni sono ancora pochi. Come ha precisato il Presidente del Senato, Grasso, su re Vittorio Emanuele III «le responsabilità prima, durante e dopo l’avvento del Fascismo, così come la firma delle vergognose leggi razziali, non consentono alcun revisionismo». Perciò «il rientro della salma in Italia, essendo stata esclusa categoricamente la possibilità della tumulazione al Pantheon, è un mero atto di umana compassione, senza alcun onore pubblico, gestito con prudenza e sobrietà». Insomma, ha aggiunto il ministro dell’Interno Minniti, si tratta di «una vicenda ordinaria per un Paese che dopo decenni riesce a fare i conti con un pezzo della propria storia, non per dare ragioni o torti, ma per dare pietà».

AGGIORNATO IL 20 DICEMBRE 2017

19 novembre 2017

TRAM di 90 anni a Milano; mentre nella strafottente Roma impazza l’automobile.


Cominciò il dittatore Mussolini a prendersela coi tram: li cacciò dal Centro storico di Roma, proprio dove erano fondamentali perché non inquinanti: “troppo lenti, ingombranti, antiestetici”. Ma antiestetico e ingombrante e inutilmente veloce, quindi lento, era proprio Lui. Del resto, le sue erano tipiche proverbiali fisime da provinciale: la mania di grandezza, la pretesa di vedere sempre “cose nuove”, il gusto strafottente e infantile di sfrecciare con auto veloci in faccia al popolino che andava a piedi o in bicicletta o si accalcava sui mezzi pubblici. Forse una reazione al piccolo e meschino paese dove era nato, e al più vecchio sistema di Potere al Mondo, la Dittatura.
      E pensare che già nel primo Novecento i tram elettrici scorrazzavano in un allegro caos da giostra di luna-park perfino in piazza San Pietro (v. foto), quando era ancora dell’Italia, prima di essere regalata col nefasto Concordato del 1929 allo Stato del Vaticano, con tante proprietà e tanti soldi, proprio dall’ateo cinico e opportunista di Predappio.
      Già dai primi anni del secolo i tram raggiungevano i nuovi quartieri, come il Trionfale, dedicato agli operai della fornace Veschi in valle Aurelia e agli impiegati ministeriali di basso grado, e Prati di Castello riservato ai funzionari più elevati e ai dirigenti statali e privati. E avevano capolinea nel Centro di Roma, dove stavano benissimo perché, com’era evidente anche allora, in tempi pre-ecologici, i tram elettrici non inquinavano l'aria e i polmoni dei passanti, né sporcavano facciate di palazzi e monumenti, come accadrà con gli autobus a benzina o diesel. E nelle strette vie del Settecento questo è un vantaggio impagabile per i cittadini, oggi martoriati da motorini, bus pubblici e e automobili private, che a Roma, nel lassismo di Sindaci e Sindache, e nella non-vigilanza di Vigili né vigili né urbani, pretendono di infilarsi in ogni vicolo.
      E perfino una prestigiosa Associazione di tutela urbanistica che non dico si lamentò negli anni Sessanta dei “troppi fili elettrici” in aria necessari ai tram, perché erano di "ostacolo alla vista dei monumenti". Ah sì? E i cartelloni stradali, le bancarelle, i gabbiotti fotografici, le insegne, la segnaletica ridondante, no? Silenzio.
      Così i tram a Roma fecero una brutta fine, e oggi ne sopravvivono pochi, per lo più moderni. Mentre quelli gloriosi e bellissimi degli anni Venti sono stati tolti dalla circolazione. E invece, con che potenza i tram 26 e 27 – riferiscono i cronisti – risalivano le pendici di Monte Mario fino al manicomio (così il popolo lo chiamava quando non regnavano gli ipocriti eufemismi di oggi) di S.Maria della Pietà! E che buona velocità – dicono i cultori nostalgici – raggiungevano le Circolari Rossa e Nera (anni 40 e 50) sui lunghi rettilinei! Altro che i 40 km/h di quelli di Milano, tutt'oggi.

      Perciò, siamo convinti che la conservazione dei manufatti antichi, specialmente dei mezzi di trasporto funzionanti, vale come vera e propria “archeologia tecnologica” e industriale. E che soddisfazione quando un motore degli anni Venti funziona ancora, senza obsolescenza programmata. Macchine perfette non solo perché genialmente semplici, ma anche perché consumano poca energia, si deteriorano poco, vogliono poca manutenzione, si guastano poco, insomma sono economiche. E durano anche oltre 90 anni. A proposito, quante volte per queste vetture è stata ammortizzata la spesa iniziale?
      Si tratta anche di tutela delle memorie e della propria identità storica. E perciò conservare in efficienza i tram antichi, come le automobili e le locomotive antiche, specialmente quelle a vapore, è un segno di grande Civiltà.
      Perciò, oggi che i vecchi tram gialli di Milano compiono 90 anni, ancora in esercizio, facciamo gli auguri e le nostre congratulazioni ai Milanesi. A quanto pare, sempre migliori dei romani, quelli con l’iniziale minuscola (perché la maiuscola se la meritano solo i Romani antichi).
      Per gli strafottenti abitanti dell’Urbe, infatti, come nei Paesi sottosviluppati dove ancora l’auto personale è uno status symbol e segno di arroganza individuale e sociale, solo l’automobile deve regnare in città. Loro che da pessimi anarchici non rispettano nessuna legge, solo una rispettano: la meschina quattroruote è un diritto costituzionale. Altro che tram.

IMMAGINI. 1. Tipici tram di Milano fotografati oggi; ma sono stati costruiti nel 1927. 2. Caos di tram elettrici in piena piazza S.Pietro nel primo Novecento, quando la piazza era ancora italiana ed era di là da venire il nefasto Concordato tra la Chiesa e il Fascismo del cinico ateo Mussolini. 3. Tram che da piazza Indipendenza portava gli impiegati pendolari al nuovo quartiere Trionfale, all'altezza di piazza s.Silvestro all'ora di punta. 4. La mappa dei tram a Roma nel 1926. Di lì a poco Mussolini farà scomparire i tram dal Centro storico, proprio dove erano essenziali perché non inquinanti.

AGGIORNATO IL 25 NOVEMBRE 2017

15 novembre 2017

CALCIO mondiali. Fuori perché troppo Italiani: poco severi e con troppi “amici”

La “nazionale”? Deriva da “Nazione” e il calcio quasi non c'entra. Uno Stato dignitoso, efficiente, retto da persone intelligenti, tanto più se si tratta della 7.a potenza industriale al Mondo (5.a l'altro ieri), non fa figuracce simili, anche se i suoi sport nazionali fossero football americano e rugby. Come è accaduto agli Stati Uniti che storicamente digiuni di calcio, per puro senso dello Stato e della Nazione, per poter partecipare ai tornei internazionali e far girare il nome USA, insomma per dignità di Nazione, hanno messo in piedi in pochi anni una squadra nazionale calcistica discreta se non media.
      Ma, si sa, i cretini ignoranti e disorganizzati, ma “amici degli amici” come si usa in Italia anche tra comuni cittadini (gli stessi magari che poi protestano contro il Governo…), chiamano a dirigere i vari settori persone simili a loro, vicine a loro. Io ti do una cosa, tu me ne dai un’altra. E nel sordido machiavellismo “de noantri” anche il calcio fa parte della crisi della società, dello squallore dei nuovi Italiani e della Politica, che – sia chiaro – non è peggiore di loro ma anzi li rappresenta perfettamente. Perciò, questi e altri dirigenti della Cosa Pubblica, dal calcio alla televisione, dalla scuola alla conservazione dei beni naturali e artistici, e chissà quanti altri nomi di ieri, oggi e domani, non solo degli alieni caduti da Marte, ma "sono" l'Italia di oggi: tipici personaggi della provincia furbetta italiana, buoni a nulla ma con gli amici giusti, e quindi capaci di tutto.
      E invece, tutto è collegato. Perché l’intelligenza è una e pervade tutto, quando c’è o non c’è, nel bene o nel male. Non si può essere intelligenti in un campo e scemi in un altro. Noi che deriviamo come nipoti degeneri dagli antichi Romani (quanto diversi da noi molli e corrotti cattolici pronti al perdono), sappiamo che anche per il calcio ci vogliono le doti virili e dignitose che, una volta caduti i Romani, hanno fatto forti, liberi e vincenti i Paesi del Nord e li hanno fatti emergere sui Paesi meridionali fondati sulle Mafie degli Amici: perfezionismo, efficienza, laicità. Insomma, intelligenza, rispetto solo per il merito, nessuna concessione a cordate di potere o amicizie, molta organizzazione e perfino cultura, se non altro storica-psicologica.
      Non solo per l’immagine internazionale, ma perché oggi le sanguinose guerre d’un tempo tra Europei sono state sostituite dall’economia e dal calcio, dove si scaricano – fateci caso – rivalità e violenza, di individui o di Stati. Una partita internazionale è sociologicamente e psicologicamente nient’altro che una guerra, sia pure stilizzata, con altri mezzi. C’è meno sangue (be’, dipende dagli ultras), ma non è meno aggressiva. Del resto, la durezza intimidatoria sul campo di gioco (gioco? ah-ah-ah!) di Svedesi o Tedeschi è pari a quella che le loro tribù barbariche mostravano quando scendevano nella molle e cattolica Italia medievale, a razziare ori e opere d’arte.
      Ecco perché ora che le Guerre tra noi Europei non ci sono più, e perfino quelle tra Est e Ovest, tra Nord e Sud, sono più rare, i Mondiali di Calcio sono diventati confronti altamente simbolici del prestigio nazionale, come una Expo internazionale, una parata virtuale in immagini non delle squadre nazionali ma delle intere Nazioni, insomma una parafrasi e metafora scoperta delle rispettive “potenze di fuoco” da ostentare “a scopo di prestigio” (si dice), in realtà a scopo deterrente, intimidatorio. Anche questa è Politica Internazionale, esibizione di Grandeur.
      Però, c’è un “però”: ci sono gli Italianuzzi. Che riducono tutto a operetta, anzi a commedia che poi diventa tragedia. I dirigenti o politicanti cretinetti eletti da noi Cretinetti (il nome sostantivato dei popoli va per rispetto in maiuscolo…) queste cose non le capiscono, non hanno la logica elementare. Danno importanza per via del business solo ai Club, alle squadre di calcio, mentre considerano pochissimo, quando non boicottano, la squadra Nazionale di soli Italiani. Così imbottiscono tutte le squadre del campionato italiano di calciatori stranieri (ormai ci sono squadre che mandano in campo solo un calciatore italiano o perfino nessuno), in vista del calcio-spettacolo di "fenomeni" preteso dalla plebe come al Circo dell’antica Roma.
      Poi fanno finta di cadere dalle nuvole e osano lamentarsi del “vivaio inesistente”, della “scarsità delle vocazioni”, visto che il Paese non offre nuovi calciatori e non si riesce a mettere insieme una Nazionale con almeno 22 giocatori tenaci, bravissimi non solo nel dribbling, ma anche a fare cross precisi, continui allunghi aerei in area avversaria, o a tirare calci d’angolo precisi o rigori centrati, in un Paese di oltre 50 milioni di abitanti.
      Ma, come ho detto, il problema è sempre lo stesso: etico-politico e culturale. E se i meschini rag. Rossi di Lambrate o geom. Russo di Isernia non cambiano mentalità, se continuano a raccomandare, ad aggirare le norme, e a non educare severamente alla cultura e al senso critico i figli, non solo la Politica e l’Economia in questo Paese distrutto dalla Democrazia di Massa e dalla Televisione, ma perfino il finto gioco del calcio, in realtà spettacolo e business, come ogni altra bandiera della dignità di una Nazione, ci daranno solo sconfitte.

AGGIORNATO IL 16 NOVEMBRE 2017

08 settembre 2017

G.G.BELLI e i suoi Sonetti. Tra mr.Hyde e dr.Jeckill nasce il romanesco letterario.


Il 7 settembre, nasceva a Roma nel 1791 Giuseppe Gioachino Belli, una vita banale e modesta, un carattere tranquillo, una personalità curiosa di tutto, ma non brillante, studi interrotti nella prima adolescenza, piccolo impiegato, quando non disoccupato, negli Uffici Ecclesiastici (in uno di questi uffici gli toccò fare il censore, severissimo quanto ottuso, di opere letterarie e teatrali). E ancora, credente fino all’osso, ma cattolico all’italiana, cioè pieno di dubbi, furbo realismo e scetticismo, papalino convinto, moralista, tradizionalista, anzi, spesso bigotto e reazionario. E il poeta? Ah, sì: autore di mediocrissime poesiole accademiche in lingua italiana. Questo il Belli-dr.Jeckyll.
      Ma c’era anche il Belli-sig.Hyde: amante della libertà personale (e chi non l’ama?), insofferente dei divieti e del fanatismo, satirico, anarchico, anche qui moralista fino a diventare anti-papalino, cultore del comico, osservatore realistico di costumi popolari, linguaggio e sessualità, che descriveva senza pudori, fino al cosiddetto "turpiloquio". Ecco, a proposito, un suo pezzo di bravura sui 53 sinonimi e significati, anche in modo figurato, del “Padre dei Santi”, cioè del membro maschile (e nell'originalissimo e osé mio articolo-saggio su questo sonetto ho dovuto scomodare, per compensazione, anche Shakespeare, Foscolo, Tommaseo e Leopardi. E non è finita: Giuseppe Gioachino Hyde era lettore curioso di ogni cosa, compresi opere di illuministi, atei e liberali (addirittura gli andavano “a genio” Voltaire e Locke), dunque vietate nello Stato della Chiesa. Ma soprattutto è autore di oltre 2000 segretissimi, clandestini sonetti romaneschi.
      Tutto questo fino ai primi anni 40 dell’Ottocento. Dopodiché, l’ambivalenza si risolve e ritorna per sempre il rispettabile (ai propri occhi) dr. Jeckyll: rispettoso dell’ordine, reazionario e pauroso di ogni libertà. Nel ’49, terrorizzato dalla Repubblica Romana, con un atto illogico brucia le sue carte, per primi i sonetti, che riteneva più compromettenti. Ma come, proprio quando andavano al potere quelli che li avrebbero potuti lodare? Non contento dà ordine a un amico monsignore di bruciare anche la cassetta con le copie dei duemila sonetti più vecchi. Ipocrita: sapeva benissimo che don Tizzani li apprezzava molto e non lo avrebbe mai fatto.
      È chiaro, e si capisce dalle lettere, che il piccolo borghese Belli non vuole essere identificato dopo la morte come autore dei Sonetti (il che avrebbe danneggiato, teme, il figlio Ciro, magistrato, verso cui nutre un’apprensione morbosa). Insomma non vuole svelare ai posteri il lato segreto dell’iconoclasta irriverente che per tutta la sua doppia vita era riuscito così bene a occultare. Solo pochi amici più intimi dell’Accademia Tiberina sapevano.
      Una personalità ambigua e contraddittoria in massimo grado quella del Belli, con punte d’una meschinità senza pari. Non meravigliamoci se fu preso dagli ingenui liberali Risorgimentali (che già si erano sbagliati su papa Pio IX) per un liberale! In realtà ogni sonetto, anche il più aperto, si presta a complesse interpretazioni; e molti, la maggior parte, sono sul versante opposto.
      Come autore di versi fu per decenni considerato un minore, un curioso autore locale; poi riscoperto dal grande Vigolo (veneto) che con qualche forzatura e con sue note romantiche e spesso prude e fuori luogo (ed. Mondadori del 1952) creò il grande monumento a un Grande Poeta. Moravia, che esagerava sempre, paragonò i Sonetti addirittura all'Inferno di Dante. Anche Marcello Teodonio rievocando il Belli su Radio-Tre (Wikipedia) nella semplice ricorrenza del giorno della sua nascita, ha azzardato un parallelo tra l’esule fiorentino che scrivendo la Divina Commedia inventa la lingua italiana e il Belli esule in casa, per autoesclusione e rifiuto della società, che con i Sonetti inventa la lingua romanesca. Ha parlato anche di “bilinguismo” nel Nostro: una lingua aulica ma insulsa e inutilmente accademica, precisiamo noi, nelle sue poesie in italiano; e una lingua bassa, "dialettale", nei Sonetti, che lui non parlava, perciò una "lingua letteraria", però vivida e ricca di colori e caratteri, limitatamente ai migliori sonetti, devo aggiungere.
      Oggi, invece, è giunto il momento di storicizzare Belli e di inquadrarlo più criticamente non solo nel suo ma anche nel nostro tempo e nel sistema di valori che sono propri della cultura e della letteratura. Certo, non è un Leopardi. La casualità e la meccanicità di troppi sonetti minori, alcuni dei quali avrebbe dovuto del tutto scartare se avesse posto mano a una revisione (del resto era capace di scriverne anche dieci al giorno, e senza poi rivederli e correggerli più di tanto), pesa eccome sul bilancio artistico.
      Ma nei suoi sonetti migliori resta la vivacità e la sintesi geniale, e soprattutto la fotografia dal basso, dai vicoli, di un’epoca e di una società – quella della Roma degli ultimi Papi-Re – che altrimenti avremmo perduto, e il monumento letterario alla “nuova” e originalissima lingua romanesca.
      Romanesca? E che vuol dire: scritti nel “dialetto” di Roma, come sicuramente credono a Vicenza o a Matera? No. A Roma propriamente non esiste un dialetto, che è una sotto-lingua parlata da tutti, da ogni classe sociale, aristocratici compresi. Ma questo, Teodonio non l’ha neanche accennato. Infatti a Firenze e a Roma le persone colte hanno sempre parlato l’italiano e fiorentino puro (a Roma imposto dai Papi fiorentini), sempre rifiutando il gergo irridente, satirico e volgarissimo dei popolani, fino al 600 con vaghe inflessioni napoletane. Gergo romanesco, appunto, non romano, dove il suffisso –esco suona spregiativamente perché riferita alle volgarità del popolino.
      Ebbene, in questa nuova presunta “lingua” gergale deformata e caustica tipica dei popolani (la stessa che il friulano Pasolini attribuì per errore alla malavita e agli immigrati non romani), però finalmente precisata graficamente, corretta e anche integrata nel vocabolario dallo stesso Belli, sono scritti i Sonetti. Il romanesco col Belli non nasce, ma rinasce, e precisa meglio le proprie regole. Che non è poco. Linguisticamente, perciò (ma non solo, ovviamente), a differenza dell’Autore che ebbe vita e personalità banali e modeste, i Sonetti, alcuni sonetti, sono grandiosi. Ma sono anche difficili, e oggi vanno tradotti, interpretati, commentati: quasi nessun romano di oggi capisce la lingua belliana, mentre invece capisce il molto annacquato para-romanesco del Trilussa.
      E i belliani sono pochissimi: appena uno o due docenti universitari, e pure svogliati e un po’ troppo conformisti. E non esistendo siti web colti, ben scritti, didascalici e dignitosi per conservare il ricordo dei Sonetti, decidemmo, io e Paolo Bordini, nella totale inazione altrui, di aprire un sito che riportasse all’oggi quel mondo: Il Mondo del Belli.
      Leggetelo questo blog:  i sonetti sono tradotti, commentati e riportati alla Storia dell'epoca e all'attualità di oggi. Una originalità assoluta. http://mondodelbelli.blogspot.it/
      Non ne avrei parlato, anche perché non si trattava d’un centenario, e la semplice ricorrenza del giorno natale è occasione troppo debole per una rievocazione, se Wlikiradio su Radio-Tre non avesse dedicato oggi 7 settembre la puntata al Belli, a cura di M. Teodonio, come sempre troppo encomiastico, tanto da dare quasi l’impressione che il Belli fosse non un isolato, un emarginato culturale in quella Roma dalla piccola nobiltà ignorante e boriosa che tanto aveva schifato Leopardi, ma una sorta di intellettuale maturo consapevole di sé, perfettamente inserito nel movimento di rinnovamento letterario e politico della metà dell’Ottocento italiano. Ha preso troppo sul serio, neanche si trattasse di quello leopardiano, anche il suo Zibaldone, in realtà una semplice serie di riassunti per il figlio Ciro. Così ho voluto riequilibrare.