21 ottobre 2011

POESIA. Lo strano, oscuro poeta veneto che parlava come gli oracoli e i bambini

Zanzotto Grande Andrea Zanzotto, affascinante poeta oscuro e difficile come un oracolo, insieme classico e avanguardista, dialettale e infantile, intellettuale e implacabile critico della società, sperimentatore glottologo, inventore di una lingua tutta sua... Mi rimorde la coscienza, ora che è scomparso a 90 anni, per non averlo abbastanza letto e studiato!

E pensare che l’avevo spesso preso per polemista, tanto caustica, dissacrante, auto-compiaciuta e narcisistica consideravo la sua voce, non di rado intervistata in radio o televisione per il suo conclamato “impegno civile” (come se dedicarsi alla poesia non fosse già un civilissimo impegno), quanto ambigua, perché puramente intellettuale e visionaria, orfica, sibillina, la sua poesia.

E mentre ora, dopo la sua morte, con la vigliaccheria del lontanissimo parente che deve prepararsi a un funerale per cui è impreparato e svogliato, cerco affannosamente nella mia biblioteca qualche volumetto di sue liriche, tanto per sapere che cosa argomentare di falsamente intelligente su Facebook, il Caso mi fa da Nèmesi, e per vendetta non me lo fa ritrovare.

Zanzotto è morto, dicono i giornali. Morto e sepolto, di sicuro, tra i miei libri, disposti (ahimé) con l’ordine del disordine su tre file in ogni scaffale… E ho pensato con l’auto-ironia dei momenti di crisi, mentre le mie mani si impolveravano nella ricerca: “Se la sua tomba esiste, sarà certo nella mia biblioteca”. Sicuro, in qualche remoto strato geologico di opuscoli polverosi, ma sì, tra gli sperimentali e ideologici degli anni Ottanta (o Settanta?). Insomma, non posso, non devo leggerlo nell’odioso rito della celebrazione. Lo ha deciso il Fato. E proprio ora ch’è morto, poi, la Giustizia (o la vergogna?) si ricorda di mettermi fretta? Che ipocrita!

Così, ancora con le dita polverose, chissà per quale automatismo mentale, il mio pensiero lascia Zanzotto e corre al mio amato Gadda.

Gadda? Già, come non averci pensato prima! In entrambi, è evidente, la neo-lingua parte dall’antico, intinge il pane della sapienza in etimologie desuete o improbabili, si biforca nel greco e latino (sì, ma con una precisione inumana, direi tecnologica), poi si innesta nel dialetto, sfiora gli idiomi ostici di Galli, Britanni e Batavi, e finalmente dà l’impressione di planare nella bella lingua dove il suona, ma solo per vendicarsi della sua odiosa (a Zanzotto, solo a Zanzotto) cantabilità, musicalità. E un pizzico di Sanguineti e Manganelli, ovvio, con tanto di saggistica linguistica, calembours, semantemi seriali, e fonemi da avanguardia.

Certo che se Gadda avesse… No, forse il mio intuito sbaglia, chissà, forse quelle poesie lo scrittore della Cognizione del dolore le ha composte davvero, e in tutt’altro stile (così smentendomi), eppure nessuno mi toglie dalla testa che se l’Ingegnere avesse fatto poesia avrebbe scritto versi, senza saperlo (anzi, sapendolo), “alla Zanzotto”: esatti e misteriosi, lucidi e crudeli.
NICO VALERIO

Marco Palasciano, cultore zanzottiano coi fiocchi, una volta partì da Capua per incontrare cinque minuti il poeta di Pieve di Soligo, e si fece perfino un tratto in corriera. Dovrei prendere esempio da tipi così. Ma diamogli la parola mentre nel suo blog presenta alcune liriche di Zanzotto:

In Lamenti dei poeti lirici un poeta interroga la Musa, e di cui ecco un brano. Questo Lazzaro – spiega Palasciano – è il mendico della parabola, non il risorto:

Chiedono, implorano, i poeti,
li nutre Lazzaro alla sua mensa,
come cigni biancheggiano.
Invocano l’amata
l’iddio la pia vittima le orme
che s’addentrano al simbolo
(morí quel simbolo, morí).
Nomi hanno, date con interrogativo,
schede, schemi,
cadaveri com’elitre
in oniriche antologie.
Perfettissimo pianto, perfettissimo.

“Si noti come in esse [liriche], in base alle necessità espressive, il poeta mescoli piú o meno babelicamente le piú disparate lingue, linguaggi e stili, dal balbettío dei bimbi all’algebrío della scienza, passando per dialetti, latinismi, echi di canzonette, citazioni dei classici e via cosí. Zanzotto difatti appartiene alla schiera degli autori per i quali il monolinguismo è cosa aliena, vale a dire alla linea dello sperimentalismo glossoplastico svisciolatosi dal medioevo fino all’evo dei media, passando per Dante, la Hypnerotomachia Poliphili, Folengo, Basile, Maggi, Porta, Dossi, Faldella, Imbriani, Pizzuto, Gadda, Pasolini, Testori, D’Arrigo, Mastronardi, Meneghello, me e non so chi altri, per restare all’Italia; ché poi ci sono anche, ovviamente, Rabelais, Sterne, Carroll, Joyce ecc.

La prima poesia che leggerò, 13 settembre 1959 (Variante), è una sorta di litania infinita dedicata alla luna, che quel giorno era stata toccata per la prima volta nella storia da un oggetto di fattura umana, la sonda sovietica Lunik 2: evento che a parer di Zanzotto (meno incline di altri a entusiasmarsi per le meraviglie della tecnica) poneva fine, di fatto, alla poeticità dell’astro.

[13 settembre 1959 (Variante)]

La seconda poesia è Oltranza oltraggio, il cui argomento è la sfuggevolezza della Musa, che salta e «saltabecca» di qua e di là…

[Oltranza oltraggio]

La terza è L’elegia in petèl, che ha qualche passo nel linguaggio usato coi bambini da mamme e tate, appunto il petèl, e che giuoca colle contraddizioni per prendere in giro le false certezze della quotidianità ecc. (Nota: «Scardanelli» era lo pseudonimo usato da Hölderlin nelle sue ultime poesie.)

[L’elegia in petèl]

Per finire, leggerò d’un sol fiato tre pezzi da Il Galateo in bosco, silloge dedicata al bosco del Montello, dove Monsignor Della Casa componeva aulici sonetti nel mentre che progettava il celebre manuale suo di belle maniere, e dove qualche secolo dopo si consumarono le spaventose stragi della prima guerra mondiale. Questi i pezzi: un sonetto, dove ci si rivolge prima all’Italia e poi alla forma stessa del sonetto; alla pagina appresso, una doppia epigrafe in prosa, composta da un frammento pubblicitario piú un appunto su una possibile proposta di libro educativo; alla pagina appresso ancóra, infine, la poesia in dialetto (E po’, muci) – cioè: E poi, silenzio!
MARCO PALASCIANO

[Sonetto infamia e mandala]

[E po’, muci]

JAZZ. Fletcher Henderson presentato alla radio (34’, brani poco noti). Cliccando si forma automaticamente un file temporaneo e poi si apre la finestra del lettore audio che fa ascoltare il brano. Se lo lasciate dov’è, Il file verrà prima o poi cancellato. Per salvarlo nell’archivio personale bisogna entrare nella cartella dei Temp (è in C:/Windows) e salvarla con nome dove si vuole.

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10 ottobre 2011

COMPUTER. Apple e Jobs: vera gloria? Quando l’Italia inventò il primo “pc”.

Apple_first_logoUNA MELA SULLA TESTA. Candele accese, ghirlande di fiori, foto ingiallite di “antichi” computer Apple dei tempi in cui assomigliavano ad un incrocio contro-natura tra un televisore dal lungo tubo catodico e una tastiera tolta ad una telescrivente. E dappertutto immagini votive di un giovane e bello, irriconoscibile S. Jobs.
      Steve Jobs lo era solo per pochi. Per molti, quasi tutti, era “san Jobs”, faceva miracoli, giuro, e aveva l’aureola. Grande personalità, forte carattere (caratteraccio), autoritario, originale, anticonformista, era anche buddista, vegetariano, ecologista, un “alternativo” insomma. E odiava la medicina ufficiale. Tanto che alla sua scomparsa un commento impietoso sul sito satirico “Spinoza” è stato: “Morto Jobs: proprio vero che una Mela al giorno…”.
      Non ci vuole né Socrate né Freud per capire al volo che i sognatori della Natura Felice, della lentezza, dell’anti-consumismo (e alcuni addirittura dell’anti-capitalismo) sono in contrasto atroce con se stessi se poi adorato tutti i miti tipici del consumismo di oggi: la velocità, la nevrosi, il consumismo dell’ultimo modello dell’anno, la tecnologia padrona delle nostre azioni e delle nostre menti, l’elettronica, la plastica, il sedentarismo, insomma proprio il mondo creato o sognato da Jobs. E altro che “linguaggio logico”, la logica, la coerenza, sono un optional sia nel Grande Guru che nei suoi adepti, molti, quasi tutti, addirittura “di sinistra”. Anzi, più erano “alternativi”, più hanno osannato il capitalista Jobs. Contraddizioni stridenti, certo, davvero insanabili.
      Tutti vizi (tanti) e virtù (poche) che nel piatto mondo del business dell’informatica spiccano come perle sul velluto nero. Naturale che alla sua morte, cordoglio e lacrime vere siano state versate in tutto il mondo da parte degli snobbissimi, saccenti e un po’ arroganti (provate a trovare un difetto nel Mac e sentirete…) aficionados della Apple.
      Quelli che in aereo o in treno prima di squadernarlo davanti a sé si guardano bene intorno per vedere l’effetto che fa. E poi, chissà che t’immagini ci facciano con quel coso che costa inutilmente tre volte un normale pc. Appostatevi alle loro spalle: stanno scrivendo un nuovo Gattopardo? Un articolo di fondo per la Repubblica? La tesi di ingegneria? Macché, loro col giocattolo-feticcio ci vedono un filmetto qualunque, sciapo purché di tendenza, o chattano tra di loro di fumetti, o aprono un giochino. Il più alto dispendio di mezzi, al riguardo, si verificò sulla Orte-Firenze l’anno scorso in ottobre: una brunetta piccolina, sospetta collaboratrice Rai, dunque raccomandata, si giocò sul Mac un solitario con carte napoletane veraci.
“Sì, ma vuoi mettere i colori, la definizione, il software che c’è dietro?”, direbbe un “macchista” sfegatato. Con lui sparlare del Mac è come di fronte ad un prete insinuare che la Madonna “potrebbe non essere vergine”. Dietro? A noi basta il davanti: macchine e programmi sono fatti a posta per non colloquiare con altre macchine e altri sistemi. Addirittura i più chiusi al libero intervento del cittadino-consumatore. 
      Eppure, nonostante che il binomio Apple-Jobs abbia rappresentato l’archetipo del dominio illimitato, prepotente, medievale, del produttore sul consumatore, una sorta di “demonio che voleva trasformare il computer e la Rete in uno strumento e un luogo antitetici alla libertà di espressione e alla libera circolazione delle informazioni” (R. Stallman), come si legge in un articolo sul Manifesto, ecco che morto Jobs, fondatore e capo carismatico della Apple, a Londra come a New York, ma anche Viterbo e Vicenza (snobismo e fanatismo non hanno confini, anzi, la provincia è l’ideale), si sono viste scene di delirio di massa proprio da parte dei consumatori Apple e Jobs-fans. “Di massa”? Bè, non esageriamo, loro si offenderebbero a morte: diciamo di una consistente élite. Ma l’esagerazione è stata la nota comune anche degli encomi post mortem di Jobs, come fa notare più d’un esperto sul web.
      Jobs non era un inventore. Non ha “inventato” il computer, e neanche il processore o la scheda madre o la scheda video o i banchi di memoria – tutti elementi già esistenti prima di lui – e neanche internet, e neanche qualche famoso motore di ricerca, come invece fece il matematico italiano Massimo Marchiori che nel 1996 presentò a Santa Clara (California) l’algoritmo matematico Hyper Search su cui poi sorse l’anno dopo Google, per ammissione dei fondatori Page e Brin. (A proposito, Marchiori ora ha inventato un nuovo motore di ricerca, Volunia, del tutto innovativo).
Macché, l’azienda di Jobs, che ha preso il nome e il primo logo dalla mela caduta in testa a Newton (v. in alto il primo marchio, in stile ottocentesco, della Apple), pur avendo avuto parte nella storia del computer – come dice qui sotto il grande scienziato e teorico di sistemi Roberto Vacca – il computer lo ha solo abbellito e semplificato, anche con discutibili e poco chiare icone, ma soprattutto lo ha sapientemente commercializzato e diffuso rendendolo un oggetto appetibile, desiderabile, di moda. Insomma, un grande divulgatore, un semplificatore, un persuasore occulto, un uomo-vendite, un genio commerciale. E’ stato abile soprattutto nel creare il “bisogno” di computer nella gente, con furbe operazioni di marketing carismatico, creando lui stesso il proprio Mito.
Manifesto di SEL per scomparsa Jobs (Apple)      Il primo computer della Apple è solo del 1976, mentre già da anni si vendevano i primi personal computer. Del resto la tastiera da computer era stata inventata nel 1955, lo schermo applicato al computer nel 1965.
Ma ben prima della Apple, nel 1965, la italiana Olivetti grazie al genio dell’equipe del torinese Pier Giorgio Perotto aveva inventato e messo in vendita ben 44.000 esemplari del primo “personal computer” al mondo, piccolo e maneggevole come quelli di oggi (48x61x19cm), il Programma 101, venduto quasi soltanto negli Stati Uniti. Negli anni seguenti la Olivetti produsse altri modelli, tra cui (1975) il P6060, basato sul microprocessore Intel 8080, con tanto di floppy disc incorporato, una novità per l’epoca. Nell’81 uscì da Olivetti il primo vero e proprio personal computer evoluto, più o meno come lo vediamo adesso, con schermo e tastiera: l’M24. Poi uscì la sua bellissima versione portatile (v. immagine qui sopra). Insomma, fino ai primi anni ‘80 l’Italia fu all’avanguardia nel mondo per i computer. Ma industriali, management della Olivetti e finanziatori ottusi non capirono. E Jobs era ancora di là da venire. Un interessante articolo sulla Stampa ricorda quei tempi gloriosi di cui gli Italiani non sanno nulla o non ricordano, tutti presi dallo snobismo consumistico per la Apple e l'America.
      Anzi, San Jobs ha commesso anche errori sul piano industriale e dell’inventiva, ed è sempre stato superato per numero di computer venduti (l’Ipod è un’altra cosa) dai concorrenti. Ma rivoltando ogni sconfitta in vittoria, ha fatto di questo handicap un pregio, e con una ben orchestrata operazione di marketing ha diffuso l’idea di una “qualità” speciale. Insomma, il fatto che vendesse poco (il boom dell’Ipod è un’altra cosa) serviva paradossalmente a rafforzare la sua fama. E infatti, ve l’immaginate il Mac come computer più venduto, addirittura popolare? “Che schifo!” avrebbero storto la bocca i fans. Insomma, gli errori di una azienda (alti costi, apparecchi e programmi che non comunicano con altri sistemi) razionalizzati come pregi. Un vecchio trucco. Se non ce la fai a competere, dì all’arbitro che il tuo è uno sport… diverso, più elevato. Altro che inventore!
Primo processore 4004 per pc Intel creato da italiano Faggin 1971     Un vero inventore, invece, è stato il grande Federico Faggin, italiano, insignito di medaglia d’oro nel 2010 dal presidente degli Stati Uniti, Obama, con la National Medal of Technology and Innovation, il più alto riconoscimento tecnologico e scientifico statunitense, per aver inventato e realizzato, nientedimeno, il primo microprocessore integrato, cioè con tutti i circuiti in un solo pezzo, della Storia (1971).  La neonata Intel, che fino ad allora aveva prodotto solo memorie RAM, si rivolse a lui per la realizzazione d’un microprocessore di silicio per le calcolatrici della giapponese Busicom. Nasceva così, in soli nove Maezia Faggin con prototipo primo calcolatore-computer Busicom del padremesi, la serie 4004, che si presentava con 16 piedini. Il nuovo calcolatore Busicom era innovativo proprio perché dotato di microprocessore logico (ecco, a lato, il prototipo scheletrico mostrato decenni dopo dalla figlia di Faggin, Marzia). Faggin convinse poi la Intel a commercializzare il processore, che cos’ divenne il cuore di tutti i nuovi computer. Insomma, senza Faggin, Jobs avrebbe venduto macchine per scrivere, penne a sfera, timbri di gomma.
      Eppure, per i suoi adepti, san Jobs ha solo pregi, pur non avendo inventato, tecnicamente, nulla. Nessuna colpa. Lui è il re, e basta. Non si discute. E se dici qualcosa, come a noi è accaduto, ti metti contro tutto Facebook. Si rompono perfino antiche indissolubili inimicizie. Ma c’era da aspettarselo. Del resto già nell’84 alla presentazione di un modello a piccolo ingombro un giovanissimo e irriconoscibile Jobs strappava lunghi applausi e urla dalle tante ragazze in sala. Già era tutto scritto per questo intelligente eroe del consumismo americano, abilissimo trascinatore di folle, molto più che di file.
      Ma in una libera economia di mercato fondata sulla contrapposizione, perfino aspra, tra produttori e consumatori, ha colpito gli osservatori del costume che la commozione per la morte del padre padrone fosse espressa non da parte di ideatori, programmatori, ingegneri e operai (che tanto, o Cina o Cupertino, per dirla alla romana, “non potrebbe fregargliene di meno”), ma addirittura dagli acquirenti, e per di più quelli considerati in genere leftish, progressisti, insomma di sinistra! A Roma si sono visti perfino manifesti  commemorativi di “Sinistra e libertà”, tardivamente sconfessati da Vendola. Davvero, di che convincere i marziani a tornare su Marte scandalizzati.
m21 Olivetti 1983 portatileFASHION VICTIM E MARKETING-COGLIONI. Ma per l’azienda, che non è mai riuscita ad essere prima, è un bel vantaggio. Se ci pensate bene, è l'ideale per il marketing. A Viterbo li chiamano "goji". A Napoli "cornuti e mazziati". Proprio quello che tutte le ditte sognano: la buona massaia che a Carosello piange la scomparsa del "Mulino Bianco" o del "dottor Scotti", quello del riso. Altro che fashion victim, direi marketing-coglioni.
      E’ un classico della dabbenaggine dei consumatori affetti da consumismo spinto (in questo caso solo snob, perché si dà ad intendere di essere dei "professionisti": giornalisti o grafici, i soli che in origine dovevano usare i Mac): immedesimarsi nel produttore, anziché fargli le pulci, da implacabile controparte, come vorrebbe il mercato libero. Solo di questo si parla: non di qualità. La quale, si sa, è sempre opinabile. E quando glielo fai notare, che cosa obiettano i consumatori fanatici come tifosi di calcio? "Come osi interloquire, vile ignorante: i biscotti del Mulino Bianco sono davvero i migliori, e il riso Scotti è l’unico che non scuoce!"
      Ammettiamo pure che la qualità sia un po' migliore, concediamo il 30% (bilanciata, però, da molti limiti d'uso). Ma vi sembra razionale che il riso Scotti "che non scuoce" costi 3 volte tanto? No, dovrebbe costare il 30-40% in più, non il 300-400%. E' evidente che ci sono problemi di gestione industriale da una parte (p.es. incapacità ad abbassare i costi), e di snobismo spinto da status symbol dall'altra. Insomma, due difetti.
Ed è anche vero che è stata sconfitta nel mercato: verissimo. E per 35 anni. Il boom degli Ipod è un mercato diversissimo, che fa storia a sé, perché ha rubato consumi al telefonino, non al computer stabile. Facendo le somme, Apple ha venduto pochissimo rispetto ai competitori. Del resto oggi negli USA ha solo il 7-9% del mercato, secondo due diverse agenzie di valutazione economico-industriale. Nel resto nel mondo ancora meno.
      Perciò sono scandalizzato. La pubblicità gratuita offerta da alcuni fanatici ad una impresa di computer che ha sempre prodotto a costi eccessivi e non ha mai saputo abbassare i prezzi (e per questo è stata sopravanzata da tutte le altre), ed ha razionalizzato questa sconfitta con lo snobismo del "pochi ma buoni", è o stucchevole o vergognosa. Tipica sindrome da consumatori ottusi che anziché fare da controparte si innamorato dei produttori. alle volte gli schiavi hanno bisogno del loro oppressore. Così i consumatori in fondo si innamorano di chi li truffa. Nasce così, sul piano psicologico, il consumismo. Un legame perverso tra vittima e carnefice. Che poi viene razionalizzato come gara all'esibizione del marchio. Ma la verità è un deficit interiore. Ogni consumatore vuol fare da testimonial? Se non vuole fare la figura del fesso, che almeno si faccia pagare!
olivetti_m20 1981      Legge fondamentale dell'economia di mercato, basata sulla concorrenza, è che il prezzo tende ad abbassarsi, non ad alzarsi. E non può certo essere imposto dal produttore, ma è frutto di vari fattori, tra cui fondamentale la domanda dei consumatori, che a parità più o meno di prodotto (e la qualità viene vagliata, certo) si rivolgono sempre al prodotto che costa meno, e con questo fanno una operazione di "pulizia" del mercato stesso, eliminando gli operatori marginali per prezzi e-o costi. Infatti, tutti sono buoni a produrre quasiasi cosa a prezzi altissimi: ma in economia è un contro-senso, se la stessa cosa si può produrre e vendere alla metà o ad un terzo.
Ecco perché con una sapiente operazione di diversificazione psicologica (marketing) basato sul consumismo psicologico, cioè sullo snobismo di alcune minoranze (giovani intellettuali progressisti che imitavano giornalisti e grafici, gli unici allora che dovevano usare per forza il Mac, perché i giornali dagli anni 80 andavano a Mac) il gruppo di Jobs ha fatto credere alle virtù uniche, alla eccelsa qualità dei suoi computer. Unico modo in economia di mercato per spuntare un prezzo più alto... Insomma, quale invenzione: marketing, solo marketing.
      NO LOGO. Personalmente, preferisco i sistemi informatici che danno la massima libertà all’utente, i programmi condivisi e il diritto di software e hardware libero. Mister Jobs, invece, è stato il più duro e implacabile nemico della libertà informatica, fino a costringere i suoi ingegneri a ideare sistemi molto chiusi, anzi i più ermetici, e a tentare di far perseguire come “illegale” perfino lo scaricare da parte di utenti Apple programmi non autorizzati dalla casa. Richard Stallman, il grande libertario del web, lo ha ricordato con irriverente e brutale franchezza: “Nessuno merita di morire, né Jobs, né Mr. Bill, nemmeno persone colpevoli di mali più grandi di quelli perpetrati da loro. Ma tutti noi meritiamo la fine dell’influenza maligna di Jobs sul mondo dell’informatica”.
      Senza considerare la colpa di Jobs di aver creato il vero consumismo “da marca”, cioè l’idealizzazione del logo. Ritengo, invece, che la vera alternativa al prepotere monopolistico dei marchi sia l’assemblaggio libero e facilitato. I computer creati con intelligenza, anche dallo stesso consumatore, mettendo insieme i pezzi più vari. Che poi è proprio la stessa cosa che fanno (nascostamente) in fabbrica, magari delocalizzata in Cina, tutti i grandi e famosi marchi, nessuno escluso. E dunque i prezzi bassi sono il frutto di una grande capacità accessoria, anzi di un’eccellenza unica: l’intelligenza industriale (o artigianale, o amatoriale). E se proprio sono costretto a scegliere tra marchi noti, premio quello che ha avuto l'intelligenza e la bravura di produrre lo stesso bene in modo eccellente ma a costi inferiori, e che non si fa pagare da me l'esorbitante pubblicità ingannatoria, né il conformismo dell’idolatria di una élite snob.
Ciotola legno riparata da padre Luigi Einaudi a Carrù      MELA MARCIA? DALLA MELA DI JOBS ALLA MEZZA PERA DI EINAUDI.  La Apple, dunque, che ha indotto all’inutile consumismo milioni di persone, è una “mela marcia”? No, sarebbe una bella battuta, ma a sproposito. Allora è colpa del capitalismo”? Neanche. Nessuno in un sistema economico libero obbliga a credere nella pubblicità o ad acquistare. Anzi, un barbone, un hippy, un anti-consumista, vive paradossalmente meglio nel capitalismo che nel comunismo: nessuno lo forza, gli proibisce, o gli torce un capello. E infatti l’etica del vero capitalismo non è lontana da quella contadina: senso del risparmio, del no allo spreco, del riutilizzo fino alla consunzione dell’oggetto: altro che gettarlo via. Vedi la famosa scodella di legno del padre del liberale Einaudi, agricoltore, riparata con lo spago. Einaudi presidente della Repubblica che in un pranzo offre una mezza pera ad un ospite, per non sprecarla. In fondo erano “anti-consumisti”.
      E poi il libero mercato prevede che l’acquirente sia intelligente, critico, comparativo, se non altro perché da lui dipende la definizione dialettica del prezzo, l’effettivo contratto di acquisto. E’ lui che, in pratica, dovrebbe decidere il “merito” dei produttori.
      E dunque? E’ la gente di oggi che, contro ogni regola o teoria capitalistica, è stupida. Come in ogni società di massa. Poco razionale, ignorante, poco vigile, pigra, condizionata da preconcetti, da presunte qualità marginali, da elementi caratteriali, in ogni caso da motivazioni non o pre-economiche. Altro che pan-economicismo. Ancora inadeguata per psicologia ad uno strumento molto razionale e complesso come il mercato. Così come il gap tra la scienza e l’uomo comune si è allargato, e l’uomo moderno vive e pensa come 200 o 400 anni fa, quando la Terra era piatta, così alcuni hanno ancora una mentalità economica da Medioevo. Con i prezzi imposti dai produttori. Con gli acquirenti che si fanno schiavi. Marx è smentito, ma anche i primi capitalisti non indovinarono nel delineare il consumatore razionale adatto al mercato perfetto. I furbi capitalisti di oggi lo sanno, e prosperano su questa stupidità di massa.
NICO VALERIO
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L’EPITAFIO DI ROBERTO VACCA. Su Steve Jobs e il suo reale apporto all’evoluzione del linguaggio (o, per alcuni, solo del marketing) del computer, è da sottolineare il dibattito intitolato “L’eredità di Steve Jobs e il futuro dell’informatica”, tenuto alla Università di Roma-Tre, con interventi e relazioni di Vito Michele Abrusci, Domenico Fiormonte, Paolo Cursi, Roberto Maieli, Teresa Numerico e Roberto Vacca. Di quest’ultimo ecco una anticonformistica “intervista immaginaria” con Jobs, che riportiamo qui di seguito:

“Steve Jobs non è morto: non muore chi produce idee, parole, teorie, invenzioni sensate, immagini, formule, strutture, schemi – anche mode. Così posso parlargli:
      Grazie per aver inventato e prodotto iPad: l'innovazione più utile fra tutte quelle di Apple e Mac. Ho aspettato che uscisse per metterci un mio libro in cui racconto cosa siano i “memi” che ricevetti dai miei maestri e come li ho trasformati. Lo spiego con 300 pagine di testo più video e audio di grandi personaggi. Non avevo mai preso un computer Apple, né McIntosh, ma ho preso subito iPad: in volume minimo offre cose mai viste: testi che si sfogliano entro un involucro leggerissimo, elementi multimediali, videotelefono e webcam incorporati.
      Jobs si risentirebbe [è suscettibile]: “Ma ho fatto di più: ho cambiato il modo di avvicinare la tecnologia alle persone, ho reso facile la vita a tanti - e il computer davvero personal e amico. Tutti dicono che sono stato un grande inventore!”
      Rispondo: I grandi inventori aprono settori che prima non c’erano. Marconi: radio; Claude Shannon: teoria dell’informazione e della commutazione senza cui non avremmo i computer digitali; Dennis Gabor: l’olografia; Enrico Fermi: la fissione nucleare. Tu hai avuto il grande merito di realizzare e disseminare i personal computer aprendo la strada a IBM, Microsoft, etc. Un bell’esempio di immaginazione avanzata. È arduo fare confronti, ma Larry Page e Sergej Brin con Google hanno avuto probabilmente impatti positivi maggiori dei tuoi.
      Jobs si offenderebbe: “Anche se non le ho inventate io, sono stato il primo a promuovere e disseminare largamente le icone: così ho facilitato l’accesso di milioni di persone ai computer.”
Obietto: I computer dovrebbero servire a eseguire compiti complessi. Le icone sono spesso mal definite e chi le usa spesso non si rende conto di quanto sta facendo, né quali funzioni sta evocando. Da millenni la scrittura cinese usa icone – non decine, ma molte migliaia di ideogrammi. Permette a popoli che parlano lingue diverse di comunicare per iscritto ogni concetto che si possa esprimere in qualsiasi lingua. Ma gli ideogrammi sono ardui da imparare. Un cinese riesce a leggere e scrivere solo dopo 5 anni di studio: ai ragazzi occidentali bastano settimane. I simboli alfa-numerici sono univoci, potenti tanto da fornire uno strumento ineguagliabile per il progresso di matematica e logica. Usare le icone allontana dalla abilità di redigere programmi di computer (coding). Per molti versi è stato un regresso – connaturato ai tuoi computer.
Jobs ricorderebbe la sua dichiarazione: "Credo che i giorni migliori di Apple siano davanti a noi” - e aggiunge: “Usare i computer dovrà essere sempre più facile. Dovranno parlare la nostra lingua e capire le nostre espressioni e i nostri gesti. Io non sono arrivato a tanto: lo faranno i miei successori seguendo la strada che ho segnato.”
      Rispondo: Ipersemplificare è irrazionale e porta danni. Di innovazioni creative c’è bisogno – in particolare di sistemi operativi che permettano di rendere trasparenti i controlli computerizzati di grandi sistemi tecnologici. Le decisioni prese da complessi programmi di controllo non devono essere attuate, senza che operatori e utenti ne capiscano motivi e meccanismi. È vitale che gli operatori addestrati capiscano la genesi delle elaborazioni e dispongano di diagnosi dell’intera catena: segnali dall’ambiente e dalle macchine controllate, canali di comunicazione, processi di elaborazione. Agli Apple e ai Mac manca proprio la trasparenza. Tanti PC sono stati usati per controllare processi (anche nelle missioni lunari), ma non Apple e Mac. Non dico che la cultura informatica si acquisti imparando a usare i programmi di Office fino a conseguire l’ECDL (European Computer Driving Licence). Occorre imparare: matematica avanzata, scienze, computer science e cultura generale (economia, psicologia, storia del pensiero, biologia, nanotecnologie, etc.)
      Jobs urla [lo fa spesso]: “Ma, insomma, non ti piace quel che ho fatto?” Lo correggo: Mi piacciono molte cose. Se nel 1976 tu non avessi prodotto Apple II, non avresti stimolato tanti a emularti [non sempre lo hanno fatto bene, ad esempio tirando fuori codici nuovi e costringendo i clienti a buttare i programmi vecchi e ricomprare tutto]. Come dicevo, il tuo pezzo migliore è iPad: grazie di aver previsto oltre al tocco delle dita, anche la tastiera, l’ho presa subito. ROBERTO VACCA

IMMAGINI. 1. Il primo logo della Apple, la mela caduta in testa al fisico Newton. 2. L’infelice manifesto con cui l’estrema sinistra romana, sconfessata dal leader Vendola, ha rivelato la sua propensione snob per “i prodotti da ricchi”. 3. Il primo microprocessore integrato commerciale al Mondo, il mod. 4004 della Intel, creato da Federico Faggin. 4. La figlia di Faggin, Marzia, mostra decenni dopo il prototipo della calcolatrice Basicom che usava il processore inventato nel 1971 dal padre. 5. Il primo computer personale “portatile”, M21, della italiana Olivetti (1983). 6. Il primo personal computer da tavolo, M20, della Olivetti (1981). 7. La famosa ciotola riparata con lo spago dal padre dell’economista liberale Luigi Einaudi a Carrù.

JAZZ. Tre bellissimi brani del chitarrista gitano belga Django Reinhardt, con l’oriundo italiano violinista Stephane Grappelli. Il primo tratto dal film “Jazz Hot” mostra la divertente messinscena dei 3 giocatori di carte. Il secondo, Où Es Tu, Mon Amour? Il terzo, I Surrender Dear, è accompagnato da bellissimi dipinti di donne e amori.

AGGIORNATO IL 23 MARZO 2016

01 ottobre 2011

GANDHI ai vegetariani: praticare non-violenza, coerenza morale e tolleranza

mahatma_gandhi GIORNATA DEI VEGETARIANI E DELLA NON-VIOLENZA. ANNIVERSARIO DI GANDHI.

Il 2 ottobre è la Giornata della Non-violenza, perché è la data di nascita di Mohandas K. Gandhi. Nato il 2 ottobre 1869 a Porbandar (Gujarat, India dell’ovest), morì a Nuova Delhi il 30 gennaio 1948, a 79 anni, per mano di un fanatico indu. Già quando era in vita, il nome di Gandhi era preceduto dall’appellativo di venerazione Mahatma (“grande anima”, in sanscrito), su suggerimento del poeta Rabindranath Tagore e del filosofo mistico Shri Aurobindo. In India la sua data di nascita è tuttora giorno festivo.

E’ stato una singolare, unica, figura di politico: tenace difensore di oppressi e discriminati, sindacalista, filosofo morale, e guida spirituale dell’India. Teorico della disobbedienza civile e della non-violenza (ahimsa, in sanscrito), vegetariano, fautore di una vita semplice al limite dell’ascetismo, con poche cose personali, poco cibo, e un vestito essenziale che fu la sua divisa, il dhoti, corta tunica fatta di khadi, rozzo tessuto a mano di cotone o lana che egli stesso tesseva all’arcolaio portatile o chakra, che poi divenne per suo volere il simbolo dell’indipendenza economica indiana, tant’è vero che è stato inserito nella bandiera.

Non solo in India, dove è il Padre della Patria, essendo stato l’ispiratore e il regista delle lotte per l’indipendenza del Paese dal Regno Unito, ma ormai ovunque nel Mondo, Gandhi è considerato uno dei più grandi uomini dell’epoca moderna. Eppure nel 1931, quando venne in visita a Roma, fu ricevuto, sì, dal furbo Mussolini (entrambi nemici dell’Inghilterra), ma non dal papa Pio XI, “perché – scriveva in un rapporto segreto la polizia – [Gandhi] non ha voluto assoggettarsi ad un vestimento più decente". Cinismo tipico dei riccamente abbigliati uomini di Chiesa.

All’Italia era legato in via indiretta, perché profondamente influenzato dalla figura e dal pensiero di Mazzini, di cui teneva sempre in vista un ritratto, come ebbe a sottolineare lo storico e politico G. Spadolini in un discorso tenuto all’Università di Calcutta (25 gennaio 1994), poi apparso in parte sul Messaggero (25 febbraio 1994). Però, le agitazioni promosse da Mazzini – aggiungiamo noi – tutto erano fuorché non-violente.

Come vegetariano Gandhi fa parte della bella lista dei grandi uomini vegetariani, alcuni dei quali suoi contemporanei, come Lev Tolstoi, G.B.Shaw, e negli ultimi anni della loro vita anche Albert Einstein e Albert Schweitzer. «Le generazioni a venire crederanno a fatica che un individuo in carne e ossa come questo ha camminato su questa terra», disse di lui con ammirazione lo scienziato Einstein.

Ed è paradossale che il giovane Gandhi provenendo dall’India, allora molto più di oggi vegetariana, avesse ripreso l’interrotta tradizione vegetariana di famiglia solo dopo essersi stabilito a Londra per studiare da avvocato (1886). Merito – racconta lui stesso nella autobiografia La mia vita per la libertà – dei ristoranti vegetariani che già alla fine dell‘800 esistevano nella capitale inglese. Divenne, così, socio della Vegetarian Society.

Come teorico della azione diretta e della disobbedienza civile con metodi duri ma rigorosamente non-violenti e non cruenti, ebbe grande influenza sui movimenti di liberazione e sulle più diverse minoranze emarginate. Dopo la sua scomparsa, dagli anni 50 in poi, si ispirarono al suo metodo molti difensori dei diritti civili provenienti dalle più diverse ideologie, tra i quali, in ordine cronologico, Aldo Capitini, Martin Luther King, Marco Pannella, Nelson Mandela,  Aung San Suu Kyi.

TUTTI VEGETARIANI? MAGARI!... Il 3 ottobre, il giorno successivo all’anniversario gandhiano – bella coincidenza – si celebra la Giornata Mondiale del Vegetarismo. I vegetariani, sia moderati (lacto-vegetarian o lacto-ovo-vegetarian, per i quali ora abbiamo creato il primo blog 
di supporto scientifico e pratico), sia radicali, cioè vegan (solo cereali, legumi, verdure, frutta e semi oleosi), stanno aumentando ovunque, anche in Italia.

Una circostanza assolutamente positiva, anche se riteniamo molto sovrastimati i dati diffusi dalle indagini demoscopiche. Nella Penisola saremmo 5 milioni su 60 milioni? “Ma dai…”, direbbe ridendo qualche ragazza veg che sa bene quanta fatica richiede ogni volta trovare altri veg con cui organizzare una gita, una vacanza, perfino una cena… Un dato che stride con la nostra esperienza quotidiana: perfino coloro che possono vantarsi di “conoscere tutti” negli ambienti un tempo noti come “alternativi” o tra i frequentatori dell’alimentazione naturale, ebbene, perfino loro, si lamentano perché in realtà conoscono pochissimi vegetariani. Addirittura, non è vegetariana, è stato constatato – e questo è davvero il colmo – buona parte dei frequentatori delle conferenze delle associazioni vegetariane! Il Mahatma si rivolta nella tomba.

E allora, la gente non dice la verità quando è intervistata? Molto probabilmente. Per motivi psicologici che stanno dietro il meccanismo stesso dell’inchiesta demoscopica. Esiste, infatti, una diffusa tendenza potenziale, specialmente tra i giovani e le donne, al cibo non-violento, quello cioè che non richiede l’uccisione degli animali. Quando ad un giovane già sensibilizzato o animalista o spiritualista l’intervistatore chiede se è vegetariano o se almeno lo sta diventando, o se ama e rispetta gli animali, o se è utente o vorrebbe diventare utente di negozi “bio”, ecco che il giovane è portato a rispondere in buona fede di sì. Perché in effetti apprezza questi valori. E’ un desiderio il suo, anzi un proponimento, più che una realtà. Una decisione che ha appena preso… proprio durante l’intervista, ma che non essendo ben meditata dura poco.

Inoltre esistono motivi commerciali che spingono a ideare questionari capaci di dare cifre elevate. Le rilevazioni sociologiche sono quasi sempre pensate su commissione di aziende o settori produttivi. Ed è noto che esiste un lucroso business attorno al pubblico vegetariano e “bio”, spesso molto consumista (altro che Gandhi e il suo arcolaio per filare!) e poco critico verso le vanterie della pubblicità. Un mercato, perciò, che fa gola alle ditte produttrici che si sono gettate a capofitto sull’alimentazione alternativa, alla faccia del Mahatma e della sua purezza anti-consumistica.

COERENZA MORALE E TOLLERANZA. Insomma, che i vegetariani italiani siano 5 milioni o solo – più probabilmente – 500 mila, troviamo davvero poco “gandhiani” e poco coerenti moralmente, per stare al messaggio di Gandhi, non solo tutte le falsità, esagerazioni e mistificazioni sul vegetarismo, ma anche i tanti vegan e vegetariani aggressivi ed estremisti, come quelli che nei cortei (p.es. al Veggie Pride che si svolse a Roma) urlano “morte ai macellai”, oppure quelli che “odiano” gli esseri umani “perché mangiano carne”, quelli che diffamano i vegetariani non “abbastanza” vegetariani, quelli che vorrebbero costringere gli altri alla dieta “perfetta”. Il Mahatma ha sempre raccomandato, invece, di non seminare odio, neanche attraverso il perfezionismo. E infatti era il primo a confessare i suoi difetti, anche in tema di dieta.

Insomma, la non-violenza e la benevolenza non si mostrano soltanto a tavola, come purtroppo crede la maggioranza dei vegetariani, ma a qualunque ora, ogni giorno, in tutta la vita, e verso tutti gli esseri. Solo a quel punto la scelta vegetariana è un gesto coerente e nobile. Coerenza morale e tolleranza: questo il senso del messaggio di Gandhi ai vegetariani. Chi mostra sensibilità e amore verso gli animali, deve fare lo stesso con gli uomini. E trattar bene gli animali non ci assolve certo dal “peccato” dell’aggressività, cioè del trattar male gli uomini e le donne con cui condividiamo questo Mondo. Ebbene, quanti sono i vegetariani che pensano e agiscono così? Pochissimi.

Per tanti motivi, insomma, l’anniversario di Gandhi e la Giornata mondiale vegetariana sono una coincidenza che va sottolineata. Per ricordare i due eventi, riportiamo di seguito il discorso sull’etica del vegetarismo tenuto da Gandhi alla Società vegetariana di Londra il 20 novembre 1931.
NICO VALERIO 


gandh conferenza London Veg Soc1931LA CONFERENZA DI GANDHI. «Sig. Presidente, colleghi vegetariani e amici, non c'è bisogno che vi dica il piacere che ho provato quando ho ricevuto l'invito a questo convegno, perché mi ha rinfrescato vecchie memorie e ricordi di belle amicizie formate con vegetariani. Sono particolarmente onorato di trovare alla mia destra il sig. Henry Salt. Proprio il libro di Salt La giustificazione del vegetarismo mi ha dimostrato perché, a parte un'abitudine ereditaria e il rispetto per un voto che mi fu imposto da mia madre, era giusto essere vegetariano. E' stato lui a dimostrarmi perché è dovere morale dei vegetariani  non vivere a spese dei nostri amici animali. E' quindi un piacere ulteriore per me trovare il sig. Salt in mezzo a noi.

Non voglio rubarvi troppo tempo con le mie varie esperienze di vegetarismo e nemmeno intendo raccontarvi le grandi difficoltà con cui mi sono confrontato nella stessa Londra per rimanere fedele al vegetarismo, ma vorrei condividere con voi alcune riflessioni che ho maturato sul vegetarismo. Quarant'anni fa avevo l'abitudine di fare amicizia facilmente con altri vegetariani. A quell'epoca non c’era quasi nessun ristorante vegetariano a Londra che io non avessi visitato. Mi ero infatti prefissato di visitarli tutti, sia per curiosità che per studiare le possibilità del vegetarismo. Naturalmente, ero venuto in stretto contatto con molte persone vegetariane. Mi resi conto che a tavola le conversazioni spesso riguardavano il cibo e le malattie, e che i vegetariani che si sforzavano di rimanere saldi nel loro vegetarismo lo trovavano difficile dal punto di vista della salute.

Non so se ancora oggi abbiate di queste discussioni, ma all'epoca io partecipavo a discussioni tra vegetariani e anche tra vegetariani e non-vegetariani. Mi ricordo una di queste discussioni, tra il dott. Densmore e il defunto dott. T. R. Allinson. Allora i vegetariani avevano l'abitudine di non parlare di altro se non di cibo e malattie, ma io credo che questo sia il modo peggiore di occuparsi della questione, e mi rendo conto anche che proprio coloro che diventano vegetariani perché sono affetti da questa o da quella malattia - ossia, solamente per una motivazione salutistica - poi in buona parte tornano indietro. Mi sono reso conto che per rimanere fedeli al vegetarismo è necessaria una base morale.

Quella per me fu una grande scoperta nella mia ricerca della verità. Già in giovane età, nel corso delle mie sperimentazioni, mi resi conto che una base egoistica non sarebbe servita allo scopo di elevare l'uomo sempre più in alto lungo i percorsi evolutivi. Ciò che serviva era uno scopo altruistico. Mi resi anche conto che la salute non era affatto monopolio dei vegetariani. Trovai molte persone che non avevano pregiudizi in un senso o nell'altro e trovai che in genere i non-vegetariani potevano godere di buona salute. Mi resi anche conto che per parecchi vegetariani era impossibile rimanere tali perché avevano fatto del cibo un feticcio, e perché pensavano che diventando vegetariani avrebbero potuto mangiare lenticchie, fagioli e formaggio a sazietà. Ovviamente per queste persone non era possibile conservare una buona salute.

Meditando su questi temi, arrivai alla conclusione che un uomo dovrebbe mangiare con frugalità e ogni tanto digiunare. In effetti nessun uomo o donna mangiava davvero con moderazione o consumava solo la quantità di cibo richiesta dal corpo. Siamo facili prede delle tentazioni del palato, e quindi quando qualcosa ha un gusto delizioso non ci preoccupiamo di prendere un boccone o due in più. Ma non ci si può mantenere in salute in queste condizioni. Pertanto mi resi conto che per mantenersi sani, non importa quanto si mangi, è necessario ridurre la quantità di cibo e il numero dei pasti, diventare moderati, sbagliare in difetto piuttosto che in eccesso. Quando invito degli amici a condividere il cibo con me non li forzo mai a prendere nulla se non quello che desiderano. Al contrario, dico loro di non prendere una cosa se non la vogliono.

Ciò che desidero farvi notare è che i vegetariani devono essere tolleranti se vogliono portare gli altri al vegetarismo. Adottiamo un po' di umiltà. Noi dovremmo fare appello al senso morale delle persone che non hanno le nostre stesse idee. Se un vegetariano si ammalasse, e un dottore gli prescrivesse brodo di manzo, allora io non lo chiamerei vegetariano. I vegetariani sono fatti di materiale più robusto. Perché? Perché il vegetarismo riguarda la costruzione dello spirito, non del corpo. L'uomo è qualcosa di più che carne. E' la spiritualità dell'uomo ciò di cui ci occupiamo. Perciò la base morale dei vegetariani dovrebbe essere la consapevolezza che gli uomini non sono nati carnivori ma per vivere della frutta e delle piante che crescono sulla terra. So che tutti facciamo degli errori. Io rinuncerei al latte se potessi, ma non ci riesco. Ho provato moltissime volte, ma non riuscirei a recuperare le forze dopo una malattia seria senza tornare al latte. Questa è stata la tragedia della mia vita. Ma la base del mio vegetarismo non è fisica, bensì morale. Se qualcuno mi dicesse che morirei se non prendessi del brodo di manzo o di montone, anche su prescrizione medica, io preferirei la morte. Questa è la base del mio vegetarismo.

Ah, come sarebbe bello pensare che tutti noi che ci definiamo vegetariani avessimo questo fondamento! Ci sono stati migliaia di carnivori che non sono rimasti tali. Ci deve essere un preciso motivo per fare quel cambiamento nelle nostre vite, per adottare usi e costumi diversi da quelli prevalenti nella nostra società, anche se a volte quel cambiamento può urtare le persone a noi più vicine e più care. Per nulla al mondo bisognerebbe sacrificare un principio morale. Pertanto il solo fondamento per avere una società vegetariana e per proclamare un principio vegetariano è, e deve essere, di tipo morale. Io che vado in giro per il mondo non sono qui per dirvi che in genere i vegetariani godono di una salute molto migliore rispetto ai carnivori. Appartengo ad un paese che è prevalentemente vegetariano per abitudine o per necessità, pertanto non posso testimoniare che questo mostri una resistenza, un coraggio o un'esenzione dalle malattie molto maggiori, perché è una cosa specifica, personale. Richiede obbedienza, scrupolosa obbedienza, a tutte le leggi dell'igiene.

Insomma, quello che i vegetariani dovrebbero fare non è sottolineare solo le conseguenze fisiche del vegetarismo, ma ricercare le sue conseguenze morali. Anche se non abbiamo ancora dimenticato che abbiamo molte cose in comune con gli animali, non ci rendiamo conto abbastanza che ci sono molte cose che ci differenziano da essi. Ovviamente, esempi di vegetarismo nella mucca e nel bue – che sono vegetariani più perfetti di noi – ma c'è qualcosa di più elevato che ci chiama al vegetarismo. Perciò ho pensato che, nel tempo in cui ho il privilegio di parlarvi, vorrei semplicemente sottolineare il fondamento morale del vegetarismo. E vorrei dire che ho appreso dalla mia stessa esperienza, e dall'esperienza di migliaia di amici e compagni, che loro sono appagati, per quanto riguarda il vegetarismo, dal fondamento morale con cui sostengono la loro scelta.

Per concludere, ringrazio tutti voi per essere venuti e per avermi permesso di incontrarvi di persona. Non posso dire che fossi abituato a vedervi quaranta o quarantadue anni fa. Immagino che i volti della Società Vegetariana di Londra siano cambiati, sono pochissimi i membri che, come il sig. Salt*, possono vantare una partecipazione alla Società che supera i quarant'anni».
M.K. GANDHI

IMMAGINI. 1. Gandhi in una caricatura anonima. 2. Gandhi durante la stessa conferenza del 1931 presso la London Vegetarian Society di cui tratta il presente articolo. Alla sua destra il vecchio esponente vegetariano H.S. Salt. (fonte: sito italiano di International Vegetarian Union, a cui si deve anche, in parte, la traduzione).

*Henry S. Salt, a cui accenna Gandhi, oggi quasi dimenticato (ma qualche suo libro è ancora ristampato nei Paesi anglosassoni), era stato dirigente dell’Università di Eaton dal 1875 al 1884 e segretario onorario della Lega Umanitaria dal 1891 al 1919. Vegetariano per oltre 50 anni, aveva circa 80 anni al momento del discorso di Gandhi. Riteneva la società umana ancora terribilmente violenta e primitiva, come mostra il polemico titolo d’un suo libro scritto a settant’anni: “Settant'anni tra i selvaggi”.

JAZZ. Il trombettista più eccelso dell’hard bop, Clifford Brown, in Stardust, Il sassofonista dell’hard bop Sonny Rollins nel brano Strode Rode, dall’album Saxophone Colossus. Bel brano hard bop, variegato e fantasioso, ritmico e geniale. Uno degli ultimi prima dell’involuzione da calypso. Tommy Flanagan al piano, Max Roach alla batteria, Doug Watkins al basso.

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