30 novembre 2009

MANIFESTO. L’ABC della tutela dei cittadini consumatori, anzi acquirenti.

La crisi? Evviva la crisi! Potrebbe, anzi, avrebbe già dovuto essere – paradossalmente – una grande occasione di progresso, cioè di riequilibrio più razionale e giusto all’interno del sistema stesso di libera concorrenza, tra chi produce o vende e chi acquista o usa, tra privati o Stato e cittadini utenti-acquirenti.
      Cari cittadini acquirenti (non diciamo “consumatori”, che vuol dire distruttori), non è più l’ora di piangere, come vogliono i produttori di beni e servizi, soprattutto quelli finanziari (gestori di fondi di investimento e speculatori di Borsa, e poi anche banche) che l’hanno provocata, ricordate?  Ma è il momento di riprenderci il potere approfittando della crisi. Ovvero dobbiamo riequilibrare in un altro modo l’equilibrio del mercato tra domanda e offerta.
      Insomma, ribelliamoci. Ma come? Nel modo più efficace e radicale, e che fa più paura ai produttori proprio perché viene dall’interno del sistema e perché non criticabile (p.es. non possono dire che siamo “comunisti”): quello liberale.
      Riprendiamoci, noi cittadini acquirenti e utenti, il nostro vero ruolo istituzionale – non solo previsto, ma anzi fondamentale per il sistema stesso dell’economia libera: la sana contrapposizione dialettica e funzionale “domanda-offerta” che è la base del mercato (cfr. in particolare gli scritti del grande economista, politico e intellettuale Luigi Einaudi)  Noi cittadini siamo la Domanda, e quindi – se siamo informati, se ci colleghiamo tra noi e non siamo stupidi – dovremmo essere i "padroni" della dialettica economica e tenere sempre il coltello dalla parte del manico. Prezzo delle merci, contratto di vendita e perfino produzione dei beni non si possono fare se noi cittadini-acquirenti o utenti non lo vogliamo, visto che il contratto di compravendita si perfeziona solo con l’ accettazione da parte dell’acquirente (talvolta addirittura su prenotazione), e che il rifiuto diffuso di acquisto d’un bene porta alla diminuzione del suo prezzo e perfino all'eliminazione del prodotto dal mercato. Ma di questo immenso potere pochissimi, quasi nessuno dei cittadini potenziali acquirenti, approfitta. Per ignoranza, debolezza, pigrizia, timidezza. Ed è un male che condiziona, sbilancia e scredita tutta l'economia libera, perché la identifica con gli interessi dei soli produttori. Il che è un errore gravissimo.
      I produttori sono bravi a fare lobby, gruppo di pressione, sulla Politica, e pagano i giornalisti perché spargano lamentele - le loro lamentele - creando il terreno psicologico propizio a diffondere una mentalità favorevole ai "poveri produttori colpiti dalla crisi", e dunque a nuovi sussidi o facilitazioni di Stato. E, a sentir loro, un po' come quando si interroga un agricoltore, un pescatore o un cacciatore, va sempre male, c'è sempre una crisi, una emergenza. Non una parola, invece, sullo stato di debolezza e minorità a cui sono costretti gli acquirenti-utenti (che poi sono tutti i cittadini, produttori compresi, perché anche loro dovranno pur acquistare). Silenzio anche sulle manchevolezze dei tanti produttori e managers incapaci o avventati che hanno danneggiato l'impresa, se stessi e il mercato. In realtà, a lasciarli fare senza l'intermediazione della buona Politica, insieme liberale e sociale, quello che i produttori sempre vorrebbero, sotto sotto, nonostante il riempirsi la bocca di "mercato libero", è la continuazione di un’economia parastatale e parassitaria, proprio quella che ciclicamente conduce alle crisi, non un’economia davvero libera, di vera concorrenza, che è sempre rischiosa, perché premia solo i migliori, che anche tra i produttori sono pochi. Lo ricordava sempre lo stesso Einaudi ("Lezioni di Politica sociale").
      Un'economia di vero libero mercato - non lo ripeteremo mai abbastanza - è quella in cui i produttori (la offerta) sono costretti a non essere prepotentii non solo perché divisi e avversari tra loro (concorrenza) e regolati da poche ma ferree regole del mercato, spesso non rispettate (nell'indifferenza complice del Potere politico, che ha la "coda di paglia", perché costituito quasi sempre da ex-comunisti, ex-fascisti o cattolici poco o nulla liberali, che perciò hanno paura di essere bollati come "komunisti" dagli industriali), ma anche perché avrebbero pari forza i cittadini-acquirenti (la domanda) che per i produttori sono il vero "mercato".
      Se il mercato può essere davvero libero, anzi liberale, allora usiamolo. Al meglio.
      E la crisi? Nonostante le giaculatorie, i licenziamenti, le tasse e i titoli allarmistici sui giornali, alla fine la crisi potrebbe essere paradossalmente benefica per il cittadino. Purché il cittadino cambi mentalità, diventi anti-consumista, e abbia consapevolezza di essere più forte di prima. Perché la crisi sconvolge gli scandalosi equilibri economici, finanziari, politici, pubblicitari e consumistici che si erano creati contro le regole della concorrenza, del mercato libero, del merito, e delle stesse libertà.
      La crisi globale, se ben governata, non può che portare pulizia e consapevolezza maggiori, e alla fine molta più libertà economica per il largo pubblico, cioè per i cittadini consumatori. Quindi, a lungo termine, paradossalmente, perfino una maggiore ricchezza. Perché potrebbe permettere ai più meritevoli, finora esclusi dal gioco mafioso dei poteri, di prendere il posto dei più furbi ma meno capaci. Ma per essere davvero efficace, questa crisi dovrebbe fare il suo corso completo, cioè punire i produttori inadeguati, incapaci o truffaldini (con fallimenti, uscita dal mercato, riconversioni ecc.) che l’hanno provocata dolosamente o colpevolmente, non prevedendola, rimanendone vittime. Se invece la crisi, per colpa della Politica prona agli interessi dei soli produttori per antico complesso di inferiorità, sarà riversata solo sui cittadini acquirenti o utenti, non porterà al riequilibrio virtuoso del mercato, ma solo all' impoverimento generale.
      Le previsioni degli economisti hanno smesso di segnare "brutto tempo stabile" proprio mentre comincia a piovere, e cioè quando gli effetti della crisi globale si fanno davvero più duri e drammatici. Proprio ora i cittadini acquirenti o utenti di tutto il mondo stanno sentendo sulla propria pelle quanto brucia il divario di informazione, di protezione giuridica e di potere economico che, in un "mercato libero", purtroppo libero solo a parole ma non nei fatti, li separa e contrappone ai produttori da una parte, e allo Stato, sempre amico dei produttori più che dei consumatori, dall’altra.
      Poiché il mercato libero, come sanno perfino adolescenti appena iscritti a una qualsiasi Gioventù Liberale, non è il mercato selvaggio da Far West dove vince sempre il prepotente o criminale, ma soltanto quello regolato da norme interne e leggi, poche ma ferree, proprio per impedire le prepotenze illiberali di qualche concorrente (esattamente come nel campo più vasto dei diritti, che esistono solo se regolati), ne consegue che questa crisi non è stata provocata dalla "libertà del mercato" (in Italia nota come "liberismo economico" nel corso di una famosa amichevole polemica tra Croce ed Einaudi), ma piuttosto dalla sua carenza, cioè dalla mancanza di controlli da parte delle autorità di autotutela e degli Stati (USA, soprattutto, all'inizio, e poi Regno Unito e resto dell'Europa in un secondo tempo), dal prepotere della corporazioni o lobbies, dalla carenza di concorrenza efficace provocata da monopoli o oligopoli occulti e corruzione. e anche dal troppo debole potere dei cittadini-acquirenti disinformati ad arte da produttori, Stato e giornali. Come ogni libertà, anche quella economica e di mercato, infatti, deve essere fondata su diritti, doveri e regole precise e severe, senza cui sarebbe la libertà di pochissimi, cioè il privilegio, la prepotenza, la violenza delle buie epoche pre-liberali. a scapito delle libertà di tutti. Le commistioni tra economia, finanza e Governi, le eccezioni, i favoritismi concessi a società finanziarie, soprattutto i mancati controlli delle autorità garanti delle regole del mercato, hanno permesso a pochissimi imprenditori di raccogliere sottoscrizioni nelle banche e in Borsa dando informazioni reticenti o sbagliate, e di trasformarsi così in veri e propri criminali economici, in truffatori. Senza contare i casi dei "banditi solitari". Come quelli del finanziere Allen Stanford, truffatore da sette miliardi di dollari, e di Bernard Madoff, condannato a 150 anni di prigione per truffe stimate tra i 60 e i 150 miliardi di dollari.
      Ma anche nel "mercato legale", apparentemente regolare, siamo alla finzione, alla pantomima, alla patologia, insomma al Far West dell’ arricchirsi a tutti i costi alle spalle di sottoscrittori, clienti, utenti di beni e servizi. Con una divisione di ruoli e competenze ormai consolidata.

LA "FIDELIZZAZIONE" AL MARCHIO DI FABBRICA E AL LOGO
      A questo si unisce la furba politica di mercato che tende, grazie a un uso sapiente e invadente della pubblicità e dei modelli di comportamento psicologici e sociali, a creare anziché acquirenti critici e sospettosi dei veri e propri "fedeli" o sostenitori maniacali di un marchio di fabbrica o di un logo grafico registrato. Che diventa sempre più importante e supera l'utilità dell'oggetto o del servizio. Non c'è dubbio che grazie alle abili pratiche protezionistiche e pubblicitarie troppo a lungo tollerate, e della conseguente stupidità di massa dei cittadini, non educati alla dialettica critica del vero mercato liberale, oggi marchi come Coca Cola o Adidas, Apple ecc. hanno un valore extra-economico, direi quasi "affettivo" o "religioso", per milioni di cittadini acquirenti. Una dipendenza psicologica dal marchio che falsa la concorrenza e il mercato e crea fenomeni davvero patologici. Ne consegue che una prima reazione dei cittadini in tempi di crisi e prepotere dei produttori deve essere una drastica sottovalutazione del marchio e del logo di fabbrica, dimostratisi in numerosi esperimenti merceologici non sufficienti e talvolta perfino controindicati per denotare una maggiore qualità del prodotto.
      Famosi e facilmente comprensibili, p.es., i casi di panettoni o pasta da cuocere senza marchio noto (in vendita a basso prezzo in supermercati no-logo e discount) dimostratisi del tutto analoghi o superiori come ingredienti a quelli di marche famose. Infatti quale produttore pazzo metterebbe in commercio nella Grande Distribuzione, quindi con investimenti di decine o centinaia di milioni, prodotti di qualità almeno non sufficiente che sarebbero gettati via dopo il primo acquisto dal pubblico e porterebbero alla rovina il produttore? E infatti si è visto che - per citare solo un esempio - nei panettoni senza marca, a differenza di quelli di marche famose e pubblicizzate che contano sulle abitudini e la fiducia incondizionata degli acquirenti più pigri o fidelizzati al marchio, gli ingredienti più costosi come uvetta, canditi e burro venivano quantificati in percentuali, risultando spesso uguali o superiori. Pur a un prezzo molto inferiore, altrimenti non avrebbero avuto la minima possibilità di battere la concorrenza in un grande supermercato.
      Ne consegue la necessità da parte del pubblico di potenziali acquirenti dell'affrancamento psicologico dal marchio famoso e dal logo grafico, che è pubblicizzato non solo sui manifesti e sui mass-media ma addirittura sul prodotto stesso con caratteri sempre più grandi e invadenti (dolci, automobili, scarpe, elettrodomestici ecc.: praticamente tutti i prodotti) che, a nostro parere, dovrebbero essere regolati e limitati perché sono pubblicità gratuita, cioè evadono le tasse sulla pubblicità, e perché trasformano l'acquirente in testimonial permanente, in una sorta di uomo-sandwich che collabora in modo inconsapevole alla pubblicità del marchio, senza essere neanche retribuito, falsando oltretutto la concorrenza e inducendo gli altri cittadini al consumo. Il che è davvero scorretto, proprio in una logica di mercato libero!
      Finalmente, con ritardo imperdonabile, oggi sta nascendo un primo timido movimento di opinione contro il monopolio dei produttori più pubblicizzati. Perfino per i farmaci di più largo consumo è possibile scegliere i farmaci generici o equivalenti, senza marca (ma le grandi ditte si stanno reintroducendo nel settore producendo i farmaci generi altrui sotto proprio nome, una volta scaduti i diritti). Ad ogni modo, come riferiscono i cronisti dagli Stati Uniti, patria di tutte le aberrazioni ma anche delle reazioni alle aberrazioni, è iniziata la rivolta - per ora di élite e un po' snob - contro la dittatura psicologica del logo e del marchio di fabbrica. E perfino alcuni marchi famosi hanno ridotto, quando non eliminato, i loghi vistosi. Buon segno. Sono lontani gli anni in cui chi scrive (anni Settanta), dopo aver acquistato e pagato un paio di pantaloni che riportava in una cimosa troppo evidente il marchio del produttore, chiedeva a un'allibita, quasi pietrificata, commessa di toglierlo con una forbice! Oggi ci sono siti alternativi che insegnano a farlo senza rovinare il capo di abbigliamento. Sul retro di certe auto da lavoro (Toyota, Suzuki, Rover ecc.) è facile farlo: basta coprire con vernice per auto. Ma esistono beni e prodotti in cui è molto difficile eliminare l'invadente pubblicità, come le scarpe sportive.

I DUE PARADOSSI ILLIBERALI DEL FINTO “MERCATO LIBERO”
      1. Chi produce sa e può tutto, anche la truffa. E resta impunito. Il produttore o venditore ha un'arma in più, sa bene che cosa vende e quali difetti ha il bene che vende. E ricorre a tutti i sistemi, primo tra tutti il trucco base del consumismo che falsa il mercato e lo rende assai poco “libero”, cioè l’ invecchiamento artificiale o a tempo voluto del prodotto venduto (vizio segreto che l’acquirente ignora, e quindi già solo per questo l’eguaglianza tra produttore e consumatore cara a Einaudi non si realizza. La storia della lampadina industriale ne è un esempio… illuminante. Si veda un interessantissimo filmato-inchiesta sulla obsolescenza programmata, di oltre 50 min. (v. più avanti), che vi rivelerà che negli anni 20 ci furono riunioni segrete di cartello tra i maggiori produttori di lampadine solo per ridurre artificialmente la durata della vita di ogni bulbo elettrico, che allora era stranamente molto lunga, a sole 1000 ore circa! E la lampadina da 100 mila ore è stata sì inventata, ma ovviamente mai messa in produzione. Perché i produttori vogliono vendere in continuazione e sempre di più, e quindi il materiale “si deve guastare”, deve morire in breve tempo, anche artificialmente. Pensate che negli Stati Uniti è ancora in funzione una lampadina di controllo dei Vigili del Fuoco installata nel 1901, quando le lampadine erano fatte per durare a lungo!
.      I cosiddetti beni “di consumo” e prodotti  definiti “consumabili”, cioè destinati già dai progettisti a durare poco, grazie a materiali scadenti, veri e propri voluti "errori" di progettazione e design, un punto debole meccanico abilmente inserito al punto giusto, una cartuccia o altro elemento la cui sostituzione costa come l’intero apparecchio, una batteria che dura poco o è costosissima o che per un qualsiasi motivo diventa non più ricaricabile (computer portatili, telefoni) o non sostituibile, uno o più elementi difettosi, delicati, inutilmente complicati inseriti appositamente nell’apparecchio, un chip elettronico che blocca il funzionamento dell’apparecchio se l’utente sostituisce qualcosa manualmente (p.es. aggiunge l’inchiostro esaurito) ecc.
      Telefoni mobili, tablet e computer portatili sono condannati dall’obsolescenza programmata a una vita breve, mentre in teoria potrebbero durare senza guastarsi per decenni, stante l’elevatissimo livello raggiunto dalla tecnologia di oggi. Invece, riferiscono acquirenti e riparatori, si guastano poco dopo la fine della garanzia, se non prima, e sono difficilmente riparabili (parti di ricambio non facili da reperire e costi alti che rendono poco convenienti la riparazione). Finiscono così per essere gettati via nelle discariche dei rifiuti dell’elettronica, ponendo anche seri problemi ecologici di smaltimento. Con qualche differenza nella durata e nella riparabilità tra le varie marche, come ha appurato una inchiesta. Eppure con pochissimi euro laboratori onesti potrebbero ripararli e cederli a poco prezzo ai Paesi più poveri, oppure agli utenti più responsabili e anti-consumisti d’Europa e d’America. Questo assurdo consumismo, questa fidelizzazione del pubblico e questa truffa dell’obsolescenza artificialmente anticipata non repressa da nessuno Stato tocca soprattutto i marchi più famosi, che basano i propri spesso immeritati enormi profitti proprio dal consumismo e dalla “moda delle marche famose” presso gli acquirenti più fidelizzati.
      E invece il sistema economico liberale dice proprio l’opposto: è il cittadino-acquirente che decide quanto deve durare una lampadina. E come? Scegliendo la lampadina che dura di più. Ma la lampadina duratura ci deve essere sul mercato, non deve essere sottratta fraudolentemente da accordi tra produttori. Se i produttori si mettono d’accordo tra di loro, illegalmente, per falsare il mercato con la truffa tecnologica (la "obsolescenza programmata"), senza che nessuna Autorità economica li sanzioni e senza che magistrati e polizia li arrestino, il mercato libero non funziona, non può funzionare.
      Perciò in tutto il Mondo occidentale, anzi in tutto il Mondo, siamo alla truffa generalizzata architettata dai produttori ai danni del cittadino acquirente, senza che la locale Autorità Garante del Mercato muova un dito. Altro che “mercato libero”: vige la legge ferrea dell’imbroglio universale, la dittatura dei produttori, cioè dell’offerta, ai danni della domanda ovvero dei cittadini. Un’enorme e generalizzata distorsione della legge liberale della domanda e dell’offerta (che vorrebbe entrambe le parti sul medesimo piano) che se non sanata al più presto con misure eccezionali internazionali finirà per screditare l’intero sistema economico liberale.
.      Questo trucco consumistico dell’invecchiamento artificiale, unito ad accordi di cartello tra produttori, rende la selezione dell’acquirente impossibile, cioè trasforma in uno strumento ineguale e illiberale il mercato. Secondo l’inchiesta, per alcuni prodotti l’inizio di questa subdola strategia risalirebbe al 1924 circa.  
      Alcuni esempi. Le prime calze di nylon da donna erano in grado, annodate, di trainare addirittura un’auto. I frigoriferi duravano 25 anni. In una stazione di vigili del fuoco negli Stati Uniti una folla di cittadini ha di recente festeggiato – polemicamente – i 100 anni di vita di una… lampadina elettrica a normalissima incandescenza. Spesso accesa e sempre funzionante! Le valvole degli amplificatori di alta fedeltà erano (sono) indistruttibili: dopo 40 anni e più di uso non hanno ancora bisogno di essere sostituite! Per fortuna non sono più prodotte, se non in Cina. Siamo sicuri che se fossero prodotte oggi durerebbero solo pochi anni.           Insomma sono i produttori, d’accordo tra loro, a “decidere” che un oggetto deve durare “poco”, facendo violenza agli stessi progettisti, perché la scienza e la tecnologia oggi permetterebbero prodotti di lunghissima durata. Per di più i produttori rafforzano col silenzio o la disinformazione questa obsolescenza voluta che permette loro di rimpiazzare i prodotti che si rompono vendendo altri prodotti, altri modelli, sempre apparentemente “nuovi” e “perfezionati”. Insomma, contro la stessa tecnologia, i produttori falsano le leggi mercato vendendo il doppio o il triplo di quanto meriterebbero i loro prodotti durevoli. In sostanza ingannano il consumatore. E questo la chiamano "pubblicità”.

1/bis. Chi produce o vende mantiene all’oscuro quanto più può l’acquirente. Il produttore, per conseguire questo sovrapprofitto dovuto alla ignoranza del cittadino-acquirente, mantiene oscure o segrete tutte le informazioni d’uso (libretti di funzionamento stringatissimi e-o incomprensibili, scritti in corpo tipografico piccolo, guide poco chiare, programmi informatici complessi ed erronei ecc.). Famigerati sono i libretti d’uso di certi apparecchi elettrodomestici, appositamente pensati per ingenerare dubbi e confusione. Senza contare l’oscurità, laconicità, brevità e contraddittorietà (anche la ripetitività e ridondanza alle volte confonde…) di molti siti web delle ditte produttrici. Di fronte alla pubblicità, quasi sempre ingannevole o fuorviante, le azioni del Giurì pubblicitario sono rarissime. Più efficaci le condanne del Garante della Concorrenza e del Mercato (che, non per caso, non si chiama Garante del consumatore-acquirente-utente), ma è spesso espressione dell’azione di altri produttori, anziché dei consumatori.
      Come mai questa disinformazione, che uno potrebbe immaginare ingenuamente poco utile agli acquisti? Perché gli psicologi hanno dimostrato ai produttori che il disorientamento e il panico del consumatore alle prese con un problema, lungi dal comprometterle, paradossalmente favorisce le vendite o comunque il giro di affari generale. Il consumatore-utente è giunto a tal punto di dipendenza consumistica da non saper reagire razionalmente di fronte ad un problema, p.es. la disinformazione sulle caratteristiche o sul funzionamento dell’oggetto dell’acquisto, e compie spesso atti inconsulti, che si risolvono anche in richieste caotiche a destra e a manca, con maggiori propensioni a consumare e a spendere a caso (riparazioni, richieste di optional costosi, acquisto di altri prodotti complementari giudicati utili al corretto funzionamento dell’elettrodomestico già in uso ecc.). Solo le nuove leggi che finalmente garantiscono all’acquirente (ma anche su questo punto c’è una cappa di silenzio e disinformazione voluta) la restituzione dell’oggetto acquistato, purché entro pochi giorni, e la politica aperta dei grandi ipermercati discount, sta riducendo questa minorità economica e psicologica dell’acquirente.

2. Chi acquista non sa e non può nulla, neanche scegliere: è solo soggetto passivo e vittima di chi produce, truffe comprese. L'acquirente-consumatore, invece, è sempre in posizione di svantaggio, perché è vessato o tratto in inganno da pubblicità, condizioni o etichette ambigue, contorte o non veritiere, libretti d’uso oscuri, laconici o erronei, guide manchevoli o mal tradotte, e quindi ignora che cosa esattamente ha sottoscritto, prenotato o acquistato, e perfino come usarlo, oltreché come ripararlo in caso di guasto.
      Un esempio minimo tra milioni: un computer portatile acquistato oggi. Ebbene, il produttore lo sa benissimo, ma il consumatore non sa che cosa contenga di preciso. Sugli scarsissimi foglietti acclusi (molto peggio dei "bugiardini" dei farmaci) il povero acquirente è costretto a leggerne le funzioni sommarie, magnificate da cifre enormi prive di significato (4000 MH, 520 di RAM), che è come se la Mercedes anziché elencare i pezzi con cui ha costruito la sua costosissima automobile, dicesse che il suo motore non è più il XZ1000, ma il XZ2000 (e tutti stupidamente pensano che valga il doppio…), oppure che “va a 260 all’ora!”. E poi sigle misteriose e nomi altisonanti, vanterie senza prove sui singoli componenti, insomma ancora una volta – perfino dopo la vendita – pubblicità, fumo, mistificazione. Ma non una parola sui componenti precisi usati. Insomma, utilità per l’acquirente zero, informazioni tecniche precise zero.           Non solo, ma i produttori escogitano trucchi e ostacoli d'ogni tipo per impedire all'utente di capire, di modificare, di sostituire il sistema operativo, insomma di esercitare le sue libertà, i suoi diritti. In pratica ad un utente medio è impossibile passare da Vista a Xp, a meno che non si abbiano conoscenze specializzate. Lo stesso per un fondo finanziario, un detersivo o una crema al cioccolato spalmabile. In confronto i foglietti acclusi dei farmaci sono un esempio di trasparenza, perfino eccessiva, maniacale.
      Questa disparità, insomma, contraddice l’equiparazione e il bilanciamento perfetto, che dovrebbe essere tipico del mercato libero, tra produttore e consumatore. Il grande economista Luigi Einaudi, studioso e teorico della libertà di mercato, sottolineò più volte il requisito della conoscenza come essenziale al cittadino in genere ("conoscere per deliberare") e al consumatore in particolare. La sua salma si è consumata, a forza di rivoltarsi nella tomba…
      Il vero mercato libero, infatti, si fonda su entrambi i poli, non solo sulla produzione-vendita, ma anche e soprattutto sull’acquisto-consumo. Basta con l'economia che tiene conto solo dell'offerta! Perché ci sia mercato ci deve essere non solo una pluralità di produttori, ma anche l’incontro assolutamente paritario tra produttore e consumatori, cioè tra offerta e domanda. Senza il beneplacito della domanda il bene offerto non si vende, è come se non fosse neanche stato prodotto. Non per caso i produttori dicono tra di loro o con i propri collaboratori: "Proviamo a immettere questo prodotto sul "mercato"", "Speriamo che il "mercato" tiri". Per loro il mercato siamo noi, i cittadini, la domanda.
      Mentre per noi cittadini ignari di economia e plagiati dal prepotere dei produttori, il "mercato" sarebbero loro, i produttori. Un errore madornale di prospettiva psicologica che spiega tutto.
      Dunque, siamo noi cittadini a fare il "mercato", cioè il bello e il cattivo tempo in economia. Il prezzo vero, quello ultimo e definitivo, lo fa l’acquirente, non il produttore o venditore. Il "loro" prezzo, anche se stampigliato sulla confezione o esposto nei cartellini, è giuridicamente ed economicamente solo una "proposta" di contratto. Ma poi per il perfezionamento del contratto di compravendita, il prezzo deve essere accettato dal compratore. E se lui si rifiuta di acquistare, quel prodotto non si vende, e se tanti fanno come lui, il prezzo del prodotto calerà in pochi minuti, ore o giorni.
      I consumatori sono, dunque, anzi dovrebbero essere, i veri "domini" dell’economia liberale e democratica. E questo potere teorico è il fondamento stesso del rapporto liberale tra cittadini e Stato.

ACQUIRENTI, OVVERO ELETTORI Il parallelismo tra economia e politica è impressionante. Il cittadino (la domanda), infatti, si pone nei confronti dei produttori (l’offerta) nella medesima posizione dialettica che assume verso lo Stato. Anche lo Stato, al quale il cittadino è legato da un contratto sociale antico, fornisce al cittadino beni e servizi, dal funzionamento della stessa democrazia alla tutela dell’ordine pubblico, fino all’assistenza sociale.
      Da una parte, il cittadino-consumatore pubblico rende possibile il funzionamento dello Stato liberal-democratico, di cui egli stesso è insieme parte, e contro-parte verso lo Stato. Dall’altra, il cittadino-consumatore privato rende possibile il sistema del Mercato libero di cui è nello stesso tempo parte, e controparte verso i produttori. Perciò, parafrasando Schumpeter, il cittadino acquirente entra in cabina elettorale e “acquista” la merce Partito, dopo averne analizzato l’etichetta (programma), così come al supermercato “vota” il prodotto Nutella, Coca Cola o Nestlé, dopo averne studiato il programma (etichetta).
      Ma nella pratica che accade? Che né in cabina elettorale, né davanti ai banchi del supermercato il cittadino votante-consumatore è in grado di esaminare un bel nulla. Perché non ha i mezzi conoscitivi, non è esperto o non è intelligente o interessato abbastanza. E perché non può sapere qual è la “obsolescenza programmata”, cioè quanto tempo di funzionamento il produttore ha assegnato al bene cosiddetto “durevole” (elettrodomestico, computer, automobile, utensile, apparecchi vari ecc). E perché la propaganda politica, proprio come la pubblicità commerciale, lo ha sviato.
      Nel suo celebre e attualissimo saggio del 1942, Capitalismo, socialismo e democrazia, l’austriaco Joseph A. Schumpeter arriva alla teoria pessimistica e realistica secondo cui il popolo è passivo, mero strumento di elites politiche contrapposte. I veri attori del processo non sono i cittadini-popolo, ma i ristretti membri di due elites: i produttori e i politici. Al popolo, consumatore in entrambi i casi, non resta che fingere di scegliere. La democrazia, dunque, come farsa. E in Italia la mancanza di preferenze alle elezioni ne è un’ulteriore conferma di diritto.
      Nasce così, non per caso da parte di un socialista-democratico o liberal-socialista, un’originale interpretazione "mercantile" della democrazia moderna. Un mercato dei voti in senso letterale. Dunque, usando senza scrupoli la pubblicità, il produttore offre beni al consumatore, in cambio di denaro. Lo stesso in democrazia. Nel mercato elettorale, utilizzando senza scrupoli la propaganda, l’uomo politico offre promesse, in cambio di voti. Fa ridere l’ipocrita accusa penale di "voto di scambio": la democrazia degenerata attuale è sempre voto di scambio, in qualunque Paese al mondo.
      Come reagire? Se la politica si compera e le merci si votano, ebbene traiamone le conseguenze. Ma usando solo la forza non-violenta ma implacabile del metodo liberale puro, anzi "liberista", come si usa dire solo in Italia. Facciamo valere tutto il peso della domanda. Come rafforzare nel cittadino-consumatore quella maturità, o cultura o senso critico che potrebbe bilanciare il fortissimo potere dell’offerta (politica ed economica)? Ci vorrebbero diverse generazioni, una scuola intelligente e critica, una stampa davvero indipendente e professionalmente di alto livello, oltre al lavoro disinteressato delle elites politiche di tutti i Paesi occidentali, purché dotate di alto senso civico e idealismo. Oggi, purtroppo, è semplicemente utopia.
Ma intanto una piccola maturazione, nel senso che piacerebbe ad Einaudi o alla Scuola economica di Vienna, si può ottenere per aumentare il potere della domanda economica e avvicinarla al potere dell’offerta economia con questo "icosalogo", cioè il doppio d'un decalogo, perché è in 20 punti:


BOZZA
IL DOPPIO DECALOGO DEL CITTADINO ACQUIRENTE
PERCHÉ NON SIA UN PASSIVO “CONSUMATORE” E ABBIA SUL PRODOTTO CHE ACQUISTA CONOSCENZA E POTERI ANALOGHI A QUELLI DEL PRODUTTORE-VENDITORE, DATO CHE IN UN SISTEMA ECONOMICO LIBERALE DOMANDA E OFFERTA DEVONO INCONTRARSI E PERCIÒ AVERE UN PESO UGUALE.

1. Associazioni dei consumatori. Devono essere rappresentative (bisogna iscriversi in massa), e perciò potentissime, strutturate come Partiti politici. O all’inverso, che sorgano Partiti unicamente dedicati al rapporto acquirenti-produttori.

2. Ricorso all’acquisto selettivo, informato, motivato, anche al non acquisto (sciopero della spesa).

3. No-logo, ovvero il ricorso a prodotti senza marca nota. Non si capisce perché i "farmaci generici" vadano bene e altri prodotti, assai meno critici e pericolosi, no. Tra l’altro, è stato dimostrato che già oggi, se vuole farsi acquistare nei Discount senza marca, il prodotto No-logo deve essere qualitativamente superiore o analogo a prodotto Logo. Lo dimostra il caso del panettone: quello sconosciuto, presentato avvolto in cellophan e venduto a 1,99 euro, merceologicamente è superiore al marchi noti costosi e ben confezionati, ma che non hanno il titolo in percentuale di burro e uvetta, due ingredienti costosi.

4. Far pagare una tassa per la pubblicità esposta sul prodotto, se supera una data area in millimetri quadrati in rapporto con il lato più lungo del prodotto. Se la vostra automobile è dietro un camioncino giapponese (Toyota, Suzuki ecc) vedete che la scritta pubblicitaria prende quasi tutta la fiancata posteriore. E' una smaccata pubblicità gratuita, che agisce a livello subliminale sulla mente del pubblico per anni.

5. Boicottaggio dei prodotti a “obsolescenza programmata” e più pubblicizzati, e acquisto di quelli più durevoli. No all’ “usa e getta”. E’ in atto dal secondo decennio del Novecento (e oggi è arrivata a livelli insostenibili e scandalosi) la vera e propria truffa merceologica dell’invecchiamento artificiale predisposto appositamente dal cartello dei produttori di beni tecnologici (dalla lampadina al frigorifero, dall’automobile alla stampante del computer). Un bene che potrebbe di per sé durare 10 o 20 anni è predisposto in modo da durare solo 2 o 3 o 4 anni. Talvolta addirittura con l’inserimento truffaldino (l’utente non lo sa e non viene avvertito al momento dell’acquisto) di un chip a tempo o a numero di operazioni. Come per le cartucce di inchiostro delle stampanti. E’ la famigerata ma documentatissima “obsolescenza programmata”:



      In quanto poi al boicottaggio dei marchi più pubblicizzati, giornali e tv possono essere per l’acquirente una buona guida, sia pure in negativo. In effetti, sono tanto elevati i costi delle campagne pubblicitarie che c’è da supporre che poi i produttori siano tentati di rifarsi sia con prezzi ingiustificatamente più alti, sia con la bassa qualità della merce, fidando nella rinomanza del marchio. Trucchi di bassa qualità sono più psicologicamente comprensibili in chi è sicuro di vendere il prodotto che in chi deve farsi largo in un mercato ostile e senza un marchio. Pensiamo, in Italia, ad un marchio sconosciuto che proponesse spaghetti a basso prezzo: saranno sicuramente buoni, se non migliori di quelli a prezzo immediatamente superiore. Infatti, chi è il pazzo che, in Italia, senza poter contare su un marchio di prestigio, vuole gettare via milioni di euro votandosi ad un sicuro insuccesso?
      Privilegiare già al momento dell’acquisto i prodotti adatti al consumo durevole, o "predisposti per la riparazione" o con "riparazione facilitata" (apposita etichetta che i produttori avranno interesse a mettere in evidenza sul prodotto), capovolgendo in tal modo la prospettiva breve dei produttori che oggi producono beni che "devono" durare poco per alimentare un finto mercato tarato da questo difetto intrinseco.
Boicottiamo perciò ogni non indispensabile oggetto “usa e getta” (rasoi a lama non rimovibile, apparecchi fotografici di cartone per turisti occasionali, ma anche i diffusissimi bicchieri e piatti di plastica, oltreché i fazzolettini di carta).

6. Punire gli imballaggi troppo voluminosi, ingannatori o poco riciclabili, riducendo i costi di smaltimento che i produttori addossano ai consumatori, senza contare la truffa psicologica verso i consumatori (che immaginano che una scatola più grande contenga più biscotti) e la concorrenza illecita che questo trucco opera verso gli altri produttori, sia con le vendite, sia alla maggiore area di visibilità, cioè pubblicità del marchio sugli scaffali. Un imballaggio enorme rispetto al contenuto non solo è causa di inquinamento e costi di smaltimento, che devono poi essere sostenuti dalla collettività e non certo dal produttore, ma è anche una distorsione del mercato, perché induce ad un doppio errore (giuridico ed economico) l’acquirente al momento di scegliere tra prodotti analoghi concorrenti.
Meraviglia che nella “patria del Diritto” non ci siano giuristi pronti a provare che un contratto di compra-vendita d’un prodotto imballato e presentato in modo esagerato, sovrabbondante e inadeguato rispetto al contenuto, e per di più con pubblicità ridondante e vistosa sulla confezione, possa condizionare la volontà del contraente inducendolo ad un acquisto che altrimenti, se gli fosse chiaro che gran parte del contenitore è vuoto e che le affermazioni non sono scientifiche ma pubblicitarie, non farebbe.
      In pratica, l’Autorità garante della concorrenza dovrebbe prendere provvedimenti per il carattere psicologicamente “distorsivo” dell’imballaggio, mentre lo Stato dovrebbe addossare ai produttori una tassa diversificata che tenga conto non solo del rapporto volume-contenuto, ma anche della bio-degradabilità, del costo e della facilità di riciclaggio a spese della collettività dei materiali usati per la confezione del prodotto. In pratica, per fare due esempi, una scatola di biscotti grande dovrebbe pagare una tassa più elevata di una piccola (a parità di peso o contenuto), e le bottiglie di plastica dovrebbero essere tassato molto, mentre quelle di vetro dovrebbero essere esenti, a patto che i produttori si impegnino come si faceva fino agli anni 70 a recuperare quelle dei consumatori. In casi particolari, una legge dovrebbe obbligare i produttori stessi a smaltire i rifiuti prodotti, con un servizio di raccolta analogo a quello di accumulatori, batterie e medicinali scaduti.

7. Premiare le imitazioni innocue create dai mercati emergenti asiatici rese disponibili dalla Globalizzazione. E dunque non penalizzare cinesi e africani che le vendono. Le forze di Polizia ingiustamente, illogicamente e perfino illegalmente (alcuni giudici hanno loro dato torto, con le motivazioni che dico più avanti) reprimono come delitto pubblico la vendita di borse di marca o i portafogli imitati fedelmente. Sarebbero semmai oggetto di causa civile per falsificazione di marchio (quando c’è) o di imitazione tale da trarre in inganno. Ma invece i consumatori sanno benissimo (basso costo, luogo della vendita) che le borse "firmate" o belle come quelle firmate, sono un’imitazione. E proprio per questo le comprano: non le comprerebbero se fossero originali. E la qualità intrinseca, è stato accertato, è analoga. Dov’è la truffa? E comunque sono problemi civili che dovrà risolvere la ditta in tribunale civile. Non problemi penali o di ordine pubblico (v. l'articolo "Difendo i "vu cumprà". Da liberale. Hanno l'economia e il diritto dalla loro").
Per di più con i risparmi effettuati acquistando prodotti di imitazione i consumatori riequilibrano la caduta del potere d’acquisto, riprendendosi la ricchezza che fu loro sottratta con l’inganno da produttori e rivenditori durante la precedente crisi in Europa, quella del cambio delle monete con l’euro.

8. Pubblicità abusiva. Rifiutarsi di fare da testimonial gratuiti. Oggi i produttori espongono platealmente il logo su magliette, scarpe, jeans, borse e altri prodotti. A scopo pubblicitario. Usando quei prodotti noi consumatori continuiamo a fargli pubblicità, e per giunta gratis. Senza sconti preliminari al momento dell’acquisto. Un’assurdità sul piano del mercato. Quindi noi paghiamo due volte: quando acquistiamo e quando esponiamo in pubblico l'etichetta vistosa creata ad arte dai produttori per lucrare in modo indebito e accessorio sulla stoltezza del consumatore-oggetto. Così stupido (una vera e propria "Sindrome di Stoccolma" del consumista) da "affezionarsi" alla marca che lo tiranneggia, e di esporla come status symbol esistenziale. Se la ditta Benetton vuole che indossiamo una sua maglietta col marchio in vista, o la Adidas cerca volontari che espongano il marchio su scarpe o borse sportive, o la Coca-Cola vuole che si noti il logo enorme sulla bottiglia mentre la gente beve, bene: che paghino i testimonial come si usa nel mercato libero. Un tanto a giorno. Tre esempi tra milioni di loghi sovradimensionati ad arte e non giustificati dalla comunicazione al consumatore (che sa benissimo quale marchio ha comperato), allora è necessario, proprio in nome del mercato e del più puro liberismo economico, che i produttori furbi e sleali verso la concorrenza o i consumatori paghino tasse (perché stanno aggirando l’imposta pubblica sulla pubblicità) e percentuali ai concorrenti e agli acquirenti-testimonial o uomini-sandwich. Com’è d’uso nel sistema di mercato libero.
      Un tempo il nome del produttore era assente o era molto piccolo o poco visibile sul prodotto. Oggi, invece, i pubblicitari hanno scoperto il trucco: un marchio o logo vistoso è anche una pubblicità gratuita e abusiva, senza limiti e senza freni. Va, perciò, regolata col pagamento di una imposta proporzionale alla durata media del prodotto e alla sua esposizione, cioè al numero presumibile di persone che lo vedranno durante la sua vita. Va regolamentata anche la grandezza del logo rispetto al lato della confezione o dell'oggetto venduto. Per es., è offensivo del buonsenso che i marchi sul retro dei furgoni (per lo più fabbricati in Giappone), come Toyota, Suzuki ecc, senza pagare un centesimo di imposta sulla pubblicità, occupino oltre la metà del lato posteriore, costituendo per gli automobilisti che seguono e per i passanti un enorme messaggio pubblicitario sempre presente nel cervello (tecnica subliminale) per tutta la vita del mezzo. Oltretutto, è concorrenza sleale verso le altre marche che non ricorrono a questo trucco pubblicitario.
      Quindi, innanzitutto fare leggi nazionali e internazionali che limitino le dimensioni massime del marchio, stabiliscano il rapporto massimo logo-lato, e comunque facciano pagare una imposta pubblica al produttore di auto in base all'area proporzionale occupata, alla durata media e alla esposizione. In più, ripetiamo, il produttore deve pagare all'acquirente testimonial involontario i diritti forfettari per i giorni stimati medi di esposizione del marchio. Il consumatore di oggetti-logo diventa così, com'è giusto per un mercato equo e liberale, una sorta di testimonial volontario. Così, almeno, l' inquinamento estetico, l'uguaglianza dei competitori economici (non c'è dubbio che un marchio grande ha vantaggi sul marchio piccolo) e la sottile, continua, insinuazione subliminale nel cervello dei cittadini hanno un freno e una contro-prestazione economica.

9. Incentivare e preferire i supermercati anziché i piccoli negozi. Per le merci di massa, ovviamente (quelle di nicchia avranno sempre le botteghe specializzate o di qualità, che vanno tutelate). Se tutti in Italia, anche gli anziani e i giovani, avessero fatto questa scelta, nel 1999-2000 non ci sarebbe stato il cambio di moneta truffaldino che portò nel giro di pochi mesi al raddoppio dei prezzi per molti articoli e all'impoverimento improvviso della classe media. Allo stesso modo, ipermercati anziché supermercati, non solo per gli sconti, ma anche per la comodità nell'acquisto di parecchi articoli insieme o di oggetti voluminosi o di valore. Il che porta a inevitabili sconti preliminari.

10. Discount senza marca anziché supermercati con marca. Come già spiegato, si tratta di prodotti del tutto analoghi, in alcuni casi paradossalmente superiori.

11. Gruppi di acquisto che possono lucrare degli sconti per gli acquisti all’ingrosso.

12. Forme di autoproduzione creativa (artigianato, alimentazione, agricoltura, vinificazione, distilleria, abbigliamento, oggettistica ecc).

13. Manutenzione e riparazione dei beni di consumo durevoli o quasi-durevoli, come si faceva fino ai primi decenni del 900. Per ottenere questo occorre battersi perché l’Unione Europea emani direttive e faccia approvare leggi e regolamenti che premino (magari con sconti o con riduzione delle tasse) i cittadini che riparano, e che obblighino i produttori alla facile smontabilità dei prodotti tecnologici come elettrodomestici, computer, radio, televisori, apparecchi elettronici, apparecchi elettrici vari, automobili ecc., p.es. imponendo l’uso di viti e bulloni, o l’incastro segnalato in modo chiaro, anziché i ribattini, la plastica saldata o l'incastro nascosto, e che i costruttori mettano a disposizione dei riparatori e anche dell'acquirente, su richiesta, schemi elettrici e lista dei componenti, per rendere possibili le riparazioni. I moduli, le basette elettroniche e gli organi interni devono essere descritti e catalogati individualmente nel libretto di istruzione (che deve contenere una molto dettagliata guida alle riparazioni), e reperibili sul mercato da chiunque a prezzi competitivi, cioè fuori da accordi di cartello o monopolio. In alternativa all'uso delle leggi, il sostegno a questa rivoluzione tecnologica può essere assicurato da una tassazione ridotta per il produttore che facilita lo smontaggio e la riparazione del prodotto complesso. Anche altre facilitazioni possono essere prese per incentivare i beni che si possono smontare e quindi riparare facilmente. Inoltre deve essere sancito dall'Unione Europea l' obbligo di fornire insieme al prodotto libretti (cartacei o informatici) di istruzioni completi, dettagliati, scritti in buona lingua e non tradotti in modo automatico, facili da capire per tutti. 
      Perfino nei super-consumistici Stati Uniti ora stanno sorgendo gruppi di pressione di cittadini che si battono per il "ritorno alla riparabilità" dei prodotti tecnologici. Ma gli sfugge che per raggiungere l'obiettivo bisogna costringere i produttori di tutto il Mondo con apposite leggi, come è avvenuto per l'ecologia e l'inquinamento.

14. Cartucce, consumabili, contenitori e apparecchi ricaricabili. Dal barattolo di plastica del talco, che può essere ricaricato acquistando un’apposita economicissima busta di ricarica fatta di carta e quindi non inquinante, alle scatole di cartone dei detersivi in polvere, alle bottiglie di vetro del latte che possono essere riempite di latte fresco “alla spina”, o restituite al lattaio acquistandone una piena (come si faceva ovunque in Europa fino agli anni 50-60), alle bottiglie di plastica delle bibite, ai contenitori di detersivi liquidi, fino alle cartucce degli inchiostri e del toner di stampanti e macchine fotocopiatrici, è immenso il campo di utilizzazione di questo principio: il contenitore può essere considerato un bene durevole o di uso ripetuto nel tempo: basta riempirlo quando è vuoto. Con grandi vantaggi di costo e di minore quantità di rifiuti. Ma poiché la furbizia dei produttori hi-tech è infinita, la ricarica delle stampanti deve costare molto meno (almeno la metà) della cartuccia di inchiostro o toner in confezione originaria piena. E la scusa che il carbonio (colore nero) e gli altri pigmenti colorati in “polveri sottili” contenuti nel toner di una stampante sarebbero irritanti delle vie respiratorie e cancerogeni se si diffondessero nell’aria maneggiati da mani inesperte, non regge. La tecnologia moderna, figuriamoci, come è bravissima a ideare le truffe ideologiche, così sarà bravissima – se obbligata da leggi, Autorità, magistratura e polizia – a inventare sistemi sicuri, efficienti ed economici di ricarica “fa da te” per qualunque apparecchio o sistema. Su questo (se no, su che altro?) dovrebbe vagliare l’Autority della concorrenza e del Mercato e anche la Magistratura.

15. Scambio e condivisione. I più alternativi o tecnologici potranno anche realizzare zone di sub-economia di scambio e di condivisione. Per esempio nell’informatica (programmi computer shareware, MP3 ecc), ma anche nelle competenze più varie ("Case del Baratto", impropriamente chiamate "Banche" di scambio di beni e servizi).

16. Massima informazione al consumatore-utente. Oggi l’acquirente ignora quali sono i componenti-ingredienti di un computer portatile, di un dado per brodo, di una bibita, di un cioccolatino, di un telefono portatile, di un televisore. Ingredienti e componenti, invece, dovrebbero essere dettagliatamente descritti uno per uno e nell’esatta qualità e quantità. E dovrebbero avere anche i “difetti”, cioè gli effetti collaterali e gli eventuali rischi, come nei foglietti acclusi ai medicinali. Medicinali che parlano solo del principio attivo, ma non dicono nulla di coloranti, dolcificanti, additivi e conservanti.
      Non basta scrivere: “grassi vegetali” (quali? olio di oliva extravergine oppure grasso di palmisti? è cosa ben diversa) o “processore PBXTT” o “motore 2AX-1000” (che vuol dire? pura aria fritta per impressionare i gonzi), o “aromi vari” (cioè? estratto di scorza d’arancia, cannella, timo, oppure un aromatizzante velenoso? E così via. Insomma, non devono esistere segreti inutili, dannosi per il consumatore: comoda scusa considerare questi trucchi al limite della truffa per “segreti industriali”. Deve essere garantita subito per legge, con criteri nuovi e molto più severi (etichette, contratti, fogli di accompagnamento, libretti tecnici e scientifici di istruzione, specialmente riguardo ad alimenti, informatica, cosmetica, farmaceutica, servizi Stato, sanità, banche e finanze ecc). l’Autorità garante va resa molto più aggressiva. E per ogni prodotto, dal cosmetico al detersivo, etichette o foglietti esplicativi con tutte le informazioni tecnico-scientifiche che ne permettano riproducibilità e controlli. E con le prove della non tossicità o dell’efficacia. Basta col segreto industriale. E le sigle devono essere vietate oppure spiegate con un asterisco.

17. Tutela severa della concorrenza e lotta ai monopoli. Obiettivi di livello politico, che però oggi sembrano realizzati molto timidamente, nonostante l’istituzione di autorità “Garanti della Concorrenza”, paroloni sotto cui si nascondono uffici molto più vicini ai produttori che agli acquirenti, e comunque pigri e inefficienti. Basta vedere le centinaia di contratti oscuri, complicati e incomprensibili dei gestori telefonici.

18. Punire la propaganda ingannevole in politica. L’argomentazione ipocrita che in una democrazia liberale i cittadini “devono essere informati e maturi” è vera in teoria, ma non regge nel confronto con la realtà. Di fatto, se i cittadini continuano ad essere artificiosamente tenuti nell’ignoranza dai produttori di idee (partiti politici e persuasori occulti della pubblicità), servizi pubblici (Sati, Enti locali) o beni privati (imprese private), non sono né informati, né liberi. Va a finire che aveva ragione chi in teoria aveva torto, cioè J. J. Rousseau: i cittadini-massa sono come bambini, purtroppo. Di fronte alla complessità della politica o della scienza-tecnologia, e in assenza di apposita educazione scolastica mostrano una ignoranza paurosa nelle cose di diritto pubblico, diritto privato e merceologia. I dittatori di Destra e Sinistra approfittano di questo “stato infantile” del cittadino: visto che la gente è immatura comando io. Un liberalismo "caritatevole", invece, dovrebbe aiutare i cittadini, con l’insegnamento e l’informazione continua e capillare, a crescere, a migliorare, a sviluppare il senso critico (tipico dell’idea liberale, o no?), insomma, ad aprire gli occhi. Einaudi era per le borse di studio dello Stato ai “capaci e meritevoli”, i grandi del Risorgimento organizzavano perfino scuole serali per far crescere i cittadini. E perfino nell’economia di mercato Einaudi raccomandava di superare le disparità di partenza, cioè equiparare o almeno – cominciamo dal poco, che è sempre meglio di niente – addolcire la dura lotta per la vita tra i pochi esperti e furbi e i moltissimi ignoranti o distratti.

19. Repressione penale e civile della pubblicità ingannevole, generica o incompleta. Niente autotutela del Giurì pubblicitario. Prendiamo degli esempi a caso tratti dall’alimentazione: L'aggettivo "naturale" sulle confezioni. In che senso? Oppure "Contiene grassi Omega" (Omega-3 o Omega-6?), o "Contiene grassi Omega-3" (quali, l'alfa-linolenico poco utile o l'EPA e DHA i soli realmente efficaci?). "Contiene polifenoli antiossidanti" (generico: tutti i vegetali li contengono. Quali sono e in quali quantità? E in quale rapporto con una dose efficace? P.es, nel vino rosso ci vorrebbero litri per utilizzare il suo pubblicizzato resveratrolo a scopo cardio-protettivo. Dunque è fuorviante, pubblicitario, citarlo..

20. Punire la vendita di prodotti non attivi o non più efficaci o presumibilmente mal conservati o che si possono rovinare nel luogo stesso della vendita, o comunque non correttamente descritti all’acquirente o con informazioni carenti “tali da aver indotto in errore cioè all’acquisto il cittadino-acquirente”. Esempi: un computer o una stampante dai componenti misteriosi, una bibita non descritta in tutti i suoi ingredienti chimici, erbe e spezie vecchie o svanite, quindi inefficaci, essenze, alimenti, oli vegetali di prima spremitura, germe di grano, noci, ed altri alimenti e prodotti delicatissimi ed atti ad ossidarsi, venduti in bottiglie trasparenti o a temperatura di 20° e più, mentre dovrebbero essere al buio e in ambiente fresco, quando non addirittura conservati e trasportati nella catena del freddo. Per analogia, dovrebbe essere vietata la vendita dell'acqua minerale in bottiglie trasparenti, trasportata ed esposta a lungo alla luce e al calore, specialmente se non gassata: vi sono stati trovati batteri.
      Infine, all’obiezione degli sciocchi ultra-conservatori mascherati da “liberisti” che la repressione dei reati non sarebbe liberale, si risponde così: secondo voi il bandito Al Capone, potendo scegliere, avrebbe preferito essere giudicato negli Stati Uniti o in Iran? E voi stessi, pseudo-liberisti, visto che propagandate il “rifiuto delle tasse”, avreste il coraggio di farlo in Gran Bretagna, Germania, Canada, Stati Uniti, Australia o Francia, piuttosto che in Siria, Libia, Guatemala o Arabia Saudita? E, infine, non è il Liberalismo l’unica dottrina fondata sul più severo “rispetto delle regole” e dei diritti degli altri, senza i quali la libertà diventerebbe – come infatti sta diventando – prepotenza di pochi?

[Dal testo dell’intervento di Nico Valerio al Convegno del Premio Bucchi 2009: "CRISI? EVVIVA LA CRISI. ECCO COME TRASFORMARLA IN UN’OCCASIONE IMPERDIBILE PER LA RIVINCITA DEL CITTADINO" (Roma, Sala Baldini, 27 novembre 2009), successivamente molto ampliato e modificato]


JAZZ. Il pianista Keith Jarrett in un concerto a Varsavia nel lontano 1985, quindi prima della caduta del comunismo (ma in Polonia il jazz era non solo tollerato ma molto diffuso, a differenza che in Unione Sovietica) in Georgia on my Mind, Part 1. Urletti e mossette, ma molto swing e buona improvvisazione. C'è di peggio nel gigionismo di Jarrett.


AGGIORNATO IL 29 GIUGNO 2017

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7 Comments:

Anonymous Madame Bovary said...

E' un vero manifesto dell'alternativa. Grazie.

7 dicembre 2009 13:41  
Anonymous dr. Acquaviva said...

Favoloso. Complimenti, approvo al 100 per cento.

23 dicembre 2009 12:43  
Blogger Roberta da Le Oche al Sasso said...

Intervento complesso, questo suo di oggi, ma in cui pur condividendo molto, non riesco a condividere tutto. Ad esempio il modello della perfetta competizione nella produzione e poi una distribuzione centralizzata. L’ho visto in GranBretagna dove ho vissuto per 6 anni e francamente non mi piace neanche un po’. Si può andare dal più piccolo paesello Scozzese, alla grande metropoli inglese e pare di essere esattamente nello stesso posto: le strade sono un malinconico inseguirsi delle solite insegne, Marks & Spencer, Tesco, Donking Doughnuts, McDonalds, Boots e Kentucky Fried Chicken, D&A. La distribuzione dei prodotti alimentari attraverso le grandi catene ha significato la fine dei piccoli produttori locali (solo i margini contano e quindi le grandi produzioni es. le mele della Nuova Zelanda e non quelle della bella e sana campagna inglese, i polli tailandesi e non quelli locali, etc), gli standards qualitativi poi sono tutti a sfavore del consumatore (le mele devono essere perfettamente verdi o rosse, tirate a lucido, senza segni di maltempo per non parlare di vermetti ed affini, è il trionfo dell’acerbo, tutto dal pomodoro, al mango, al sedano alla mela ha lo stesso identico sapore di cetriolo, è il trionfo della bella senz’anima), sulle mensole i Marchi sono spariti a lasciare posto ai Private Labels, ed io che in Italia non vivo di Buitoni, ma all’estero si, non ce la facevo proprio a buttare giù l’imitazione Tesco o Safeway, della nostra pasta, per non parlare del parmigiano. Esiste ampia letteratura in merito allo strapotere delle grandi della distribuzione (Not on the labels, Shopped, Etc) e davvero occorre chiedersi verso che mondo vogliamo andare, qui in Italia, dove ancora gusto e tradizione contano ancora qualcosa. Dire che vogliamo solo ipermercati vuol dire che per le specialità si dovrà entrare solo nelle boutique della gastronomia (a prezzi non proprio popolari, che mi stanno benone ma solo se affiancati dai nostri beneamati “salumieri”), che per comperare un litro di latte occorrerà fare chilometri con la macchina e finire in queste tristi cattedrali nel deserto. Io, sinceramente, difendo i negozietti. Ho il mio salumiere che mi fa pagare un po’ di più il detersivo, e magari i biscotti del Mulino Bianco, ma mi trova il pecorino del pastore di Filiano il caprino di Bella, la ricotta di Forenza, che mi saluta, e sorride ancora alle 21,30 di sera (con quasi 12 ore di fatica sulle spalle), non mi riempie la busta col fare inebetito ed automatizzato della più gentile cassiera degli ipermercati. E non mi chiede mai “ha la fidelity-card?”. Voglio andare dalla mia fruttivendola che mi fa trovare i pomodorini essiccati della Puglia, le mele della Val d’Agri, i mazzetti di origano paesano che mi mette in busta, vederla tagliuzzare le verdure per il minestrone fresco da lavare e mettere in pentola, che mi dà la busta dei lampascioni che ha appena pulito. Voglio parlare col mio macellaio, che mi consigli il taglio migliore di carne per questo o per quello, e mi conserva qualche boccone per Frodo. È bello pensare che prezzi più bassi al consumo significhino migliore qualità ma in Gran Bretagna comperi 20 hamburger con una sterlina ed un pollo intero per £1,50. E nessuno mai riuscirà a farmi credere che un bravo agricoltore, un allevamento all’aria aperta di pollame potranno mai arrivare al mercato a quei prezzi. Idem per i biscotti, il latte, le uova. Voglio essere informato seriamente questo si, perché solo così potrò realmente scegliere, ma sono anche pronta a pagare per gratificare chi lavora bene e mi fa sentire più umana.

3 gennaio 2010 21:18  
Blogger Nico Valerio said...

Roberta non capisco dove saremmo in contrasto. Diciamo che è andata un po' fuori tema: rilegga bene il mio articolo-manifesto. E' un manualetto anti-consumismo.
Poi - fuori tema - se vuole poter scegliere le cose artigianali o di fattoria, faccia pure. Questo si inserisce nel maggior potere di scelta del consumatore e anche in una concorrenza vera tra produttori al posto degli attuali oligopoli. Ovviamente nessuna rendita di posizione: anche l'ipotetico contadino A che porta le uova al mercatino dovrà in quanto produttore misurarsi nella sua fetta di mercato col contadino B. La concorrenza infatti avviene per settori e nicchie di mercato: non prevale un prodotto solo. Ma troverà sempre la pasta bio o l'olio al peperoncino.

3 gennaio 2010 22:25  
Anonymous Signora di Bergamo said...

All'anima, un vero testo di riferimento... Ottimo.

29 gennaio 2010 17:43  
Blogger Nico Valerio said...

Ho inviato questo articolo ad Angelo Bonelli, coordinatore dei Verdi.

24 ottobre 2010 20:52  
Blogger Nico Valerio said...

Le initazioni o meglio i prodotti equivalenti senza marca non ci sono dappertutto. E vanno bene solo nello stesso mercato in cui agiscono i prodotti di marca, perché solo i cittadini italiani, p.es, sono in grado di valutare che la pasta senza marca nota, a 30 cent, equivale perfettamente o quasi a quella pubblicizzata a 1 euro e più. Le imitazioni truffaldine, invece, sono molto comuni all'Estero. Come per il finto gorgonzola o parmigiano ("parmesan") o champagne... che sono prodotti inimitabili. E infatti, a pensarci bene, quando il prodotto è inimitabile, quindi fuori concorrenza per qualità intrinseca, la grandezza del marchio-logo non è mai invasiva...
Insomma, il decalogo va capito nel suo complesso, e interpretato con buonsenso, come tutto. E così rispondo anche a Roberta.

9 dicembre 2010 13:17  

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