23 novembre 2009

DIRITTO. Gli stupidi che non vogliono Battisti, e la latitanza come pena

Sarebbe una sconfitta per la giustizia se l'ineffabile social-populista Lula, presidente del Brasile, negasse l'estradizione verso l'Italia del pluriomicida comune, altro che "politico", che in modo assai poco degno porta un nome tanto glorioso per la nostra storia: Cesare Battisti. E ridicoli sono quelli che oggi su internet fanno il tifo per il Battisti sbagliato. E tuttavia... Tuttavia, a ben guardare, il vecchio Regno di Sardegna era più elastico e meno ottuso della Repubblica Italiana, nota l'amico Mauro Mellini su http://www.giustiziagiusta.info/
("Battisti, il tempo, la latitanza"):
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"Sorpresa e sdegno per la constatazione che sui siti web (si dice così?) una forte maggioranza dei pareri espressi sul caso di Battisti, il terrorista pluriomicida fuggiasco, sia contrario all’estradizione. Può darsi che una rete di “reduci” dalle battaglie né patrie né rivoluzionarie abbia organizzato quel sia pur velleitario plebiscito elettronico.
Ma può anche darsi che non sia così e che, almeno tra quella categoria di persone che sentono il bisogno di “confessarsi” con l’universo elettronico, prevalga, se non proprio la solidarietà col terrorismo, quella con il latitante che, notate bene, sono due cose ben diverse, come ci insegnano antiche tradizioni e civiltà, come quella Sarda.
Per quel che riguarda, la cosa, oltre che non sorprendermi, non mi scandalizza, anche se non condivido tali atteggiamenti e mi auguro che Battisti sia estradato al più presto.
Non mi sorprendo e non mi scandalizzo di questo, almeno apparente, prevalere dei contrari all’estradizione (in pratica al fatto che Battisti continui a cavarsela, magari lontano dallo Stivale e dai nostri stivali), perché sono convinto (e lo ero, e lo dicevo quando il terrorismo imperversava) che tutta una serie di leggi speciali e quella sorta di dichiarazione di guerra al terrorismo (che i terroristi agognavano, con il conseguente riconoscimento dello status di combattenti) la “campagna” contro il terrorismo, la stessa qualifica, non disdegnata, di “magistrati antiterroristi” attribuita volentieri a giudici e P.M. impegnati con certi processi, facevano sì che carcerazioni, condanne, pene, fossero in sé “provvisorie”, in funzione dello “stato di guerra”.
Ero allora convinto, come lo sono ora, che il terrorismo sia una sottospecie della criminalità comune e che comuni debbano essere le pene per i delitti commessi da chi vuole realizzarlo. Ma devo prendere atto che su questo punto fui allora in netta minoranza, guardato male e quasi con sospetto.
Oggi qualche conseguenza di eccessivo buonismo, qualche riaffiorare di antiche connivenze che la disinvoltura non riesce a cancellare, danno corpo ed effetti anche concreti a quella intrinseca “provvisorietà” conferita all’antiterrorismo e, quindi, alla pretesa, a volte arrogante di certi personaggi che, “avendo deposto le armi” si considerano, per così dire, salvaguardati dalla Convenzione di Ginevra. O come minimo soltanto degli appartenenti ad una “generazione bruciata”.
Tutto ciò, se vale a non consentire che mi sorprenda non tanto per l’arroganza di Battisti, ma anche per certi telematici sostenitori della sua impunità, mi rende ancor più fastidiosi tali atteggiamenti e me ne fa avvertire il pericolo per quel tanto di senso di giustizia che ancora esiste.
Una cosa, devo però ammettere. L’attenuarsi con il passare del tempo, degli anni e dei decenni della legittimità ed opportunità della azione giudiziaria e della stessa pena definitivamente inflitta, è un dato di fatto, un principio che non può e non deve confondersi con l’incostanza ed il facile e volubile dissolversi dei propositi e dei sentimenti umani. Non ne accennerò le ragioni, che sono tante e serie. Ma solo qualche corollario.
Ritengo, ad esempio, che aver reso imprescrittibili i reati puniti con l’ergastolo, sia stato un grave errore. Un errore che, ad esempio, stimola inchieste e processi di archeologia giudiziaria e che, magari, alla conclusione di essi, conduce alla autentica truffa (o mascalzonata, che dir si voglia) di negare evidenti attenuanti per non “concedere” la prescrizione!
Ma alla ragionevolezza di un congruo termine di prescrizione per i reati da perseguire, si aggiunge anche quella della incontestabile ragionevolezza, utilità ed equità della estinzione delle pene, benché definitivamente inflitte, per decorso di un assai lungo termine di mancata esecuzione, che ne comporti la prescrizione.In proposito, sfogliando una legge oramai più che vecchia, antica, il codice penale per l’esercito e la marina del Regno d’Italia del 1869 (rimasto in vigore fino al 1942) mentre considerava imprescrittibile la pena di morte o dei lavori forzati a vita, stabiliva che, ove il condannato vi si fosse sottratto per vent’anni, la pena si diminuisse “di uno o due gradi secondo le circostanze” (cioè niente morte e niente lavori forzati a vita ma pene temporanee).
Credo che la “ratio” di tale disposizione (c’è una “ratio” anche delle leggi che sembrano irragionevoli e talvolta anche di quelle che lo sono effettivamente) fosse quella che una lunga latitanza, un lungo sottrarsi alla pena, un lungo essere inseguiti e sfuggire all’inseguimento, siano anch’essi una pena che sarebbe ingiusto aggiungere a quella dovuta poi scontare e, almeno, all’interezza di essa.
Il calendario, del resto, è, anche in un sistema giudiziario caotico ed imprevedibile come quello che ci delizia, una delle poche cose certe. E se molte sono le cose, gli istituti giusti ancorati a dati incerti, tali da rovesciarne gli effetti, sono forse meglio cose ed istituti discutibili, ancorati però a dati certi.
Se il caso Battisti, che oramai ci auguriamo chiuso, e quello di quanti pare siano, in gran numero, contrari a chiuderlo e “comprensivi” del perdurare della sua impunità, varranno a farci fare anche qualche riflessione ragionevole sul tempo che corre e sulla giustizia che non riesce a stare ferma, potremo dire che non tutti i mali (e non tutte le sciocchezze) vengono per nuocere.
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JAZZ. Un memorabile concerto dal vivo dei Jazz Messengers di Art Blakey, con Wayne Shorter al sax tenore e Lee Morgan alla tromba in una reinterpretazione dissonante, tesissima e colorita di Night in Tunisia. Be', che dire, si fatica a credere che sia davvero un brano registrato nel 1959. Si direbbe 20 anni più tardi. Diavolo d'un Blakey!

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1 Comments:

Blogger Nico Valerio said...

Bravo, sono d'accordo.

1 dicembre 2009 22:13  

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