31 dicembre 2008

ARTE. Ecco i “miei” inquietanti piccoli disegni da spiaggia. Creati dalla Natura.

Gallinaccio danzante 1 (NV 2007)

Il minaccioso e sgraziato “Gallinaccio danzante” (a fianco) agita nell’aria due moncherini di ali e sembra saltare su zampe di legno. Un uccello dal becco lungo e robusto, un allampanato “Picchio-Pannella” (che faccio, lo picchio o non lo picchio? No, sono non-violento. Però alle volte Marco, non il picchio, mi fa incavolare talmente…) con tanto di berretto frigio, è doppio come Giano bifronte. Visto dall’altra parte, tac, miracolo: si trasforma in Giuliano Amato, spiccicato. Il che farebbe la felicità doppia d'un disegnatore di satira politica, che già è doppio di suo (distrugge ma crea anche fama, colpisce ma liscia, getta discredito ma anche réclame) e che con una fava prenderebbe due piccioni risparmiando così tempo e inchiostro (fig. 2). Ebbene, i due soggetti-oggetti sono stati trovati bell'e fatti in legno in un boschetto di Pinus alepensis, dietro la spiaggia d’una piccola isola greca vicino a Naxos, bruttina e inospitale – il Re è nudo, diciamolo, suvvia – come lo sono molte isole greche, al contrario di come le va dipingendo da decenni l’impiegato medio italiano o europeo quando torna in ufficio, per farsi bello.

Io, da parte mia, mi sono "limitato" a disegnarli su carta. Quasi senza malizia, in 5-10 minuti ciascuno, sotto il sole di luglio o di agosto e spesso nel vento da tempesta.

Invece, una spettacolare “Testa di cammello”, trovata tale e quale rimestando nella cenere ancora calda dopo un incendio sulla medesima spiaggia selvaggia. E poi, mettendo insieme due diversi “reperti”, ecco la “Giovane gallina e il vecchio albero”, un improbabile incontro in stile Esopo o Fedro, in cui la parte dell’ingenua tocca al pennuto e quella del cattivo e aggressivo (ma forse più saggio) al contorto e spoglio vegetale.

Picchio-Pannella con berretto frigio (piccolo) (NV 2006)E così per le altre 50 (e più) piccole tavole a china che ho disegnato per il mio blog dedicato al disegno Arte della Natura. Andate a guardarlo, sù, non fate gli adulti seriosi e poco seri, cioè imbecilli: almeno provate a fare una volta i bambini fantasiosi, critici e osservatori, com'è tipico delle persone intelligenti. E le sorprese non mancheranno.

In tutti questi casi l'autore vero delle piccolissime sculture, ci tengo a dirlo, è la Natura stessa. Io le ho solo cercate (avevo in testa una precisa "ipotesi di lavoro"), trovate e, per fermare il tempo che avrebbe potuto degradarle, le ho ritratte con inchiostro di china un po' avventurosamente: sotto il sole cocente, nel vento di bufera del "meltemi" (una specie di bora), e cercando di evitare gli spruzzi del mare. “La vera arte – diceva Gandhi – consiste nell’imparare dalla natura, senza lottare contro di essa”. Io però, senza minimamente tentare di farla, lottavo contro il vento, il mare e il sole…

I bambini, si sa, vedono animali e mostri dappertutto: nelle screpolature o nelle macchie dei muri, nelle venature del marmo, nella graniglia dei pavimenti, in alcune ombre, linee e sfumature, perfino nelle nuvole. Siamo soliti da sempre perdonarli per il loro "eccesso di fantasia". Sono bambini, amano le favole, i racconti immaginari e fantastici.

Però, lo dicevano i filosofi presocratici, i sensi sono spesso ingannevoli anche per noi adulti che abbiamo già una certa esperienza degli spettacoli naturali. E’ comprensibile, p.es, che nella penombra tra il fogliame fitto degli alberi il gioco della luce possa creare effetti speciali, che nella corteccia d’un albero possiamo indovinare le forme d’un oggetto noto.

Testa di cammello (NV 2006)E quanti oggetti strani, che nessuno vede, si nascondono nell’incerta terra di nessuno tra Natura e Civiltà. Io li ho innanzitutto cercati ("ipotesi di lavoro"), poi trovati e raccolti, insomma fisicamente collezionati (anche per cautelarmi: li avrei poi mostrati agli increduli), poi finalmente copiati e interpretati con l’inchiostro di china su carta.

Ora ho trovato il tempo di inserire nel mio blog Arte della Natura le 50 mini-tavole più rappresentative tra quelle disegnate lungo alcune estati, sotto il sole cocente, in spiagge sabbiose o di ciottoli, spesso troppo vicino al mare, per lo più in burrasca (e attento dunque ad evitare spruzzi di acqua salata, letali per un disegno), quasi sempre nel vento, ma qualche volta anche nel freddo d'un bosco ombroso di pini d'Aleppo battuto dalla tramontana e a picco sul mare. Un grazie, perciò, va anche all'umile elastico, che ha fermato le pagine del piccolo blocco da disegno "Claire fontaine" (formato A5, l'ideale per viaggi avventurosi) su cui ho lavorato. E alla custodia di plastica che proteggeva dall'umidità i disegni, nello zaino da escursione.

Ma come sono nati gli oggetti che ho trovato e poi disegnato sul posto stesso del ritrovamento?

Le piogge, il sole, il vento, l’alternanza caldo-freddo e umido-secco, l’azione dei microrganismi, la degradazione delle sostanze biologiche, il fuoco degli incendi estivi (a cui debbo la bellissima testa di cammello: sembra scolpita con intelligenza umana!), trasformano in modo incessante fino alla distruzione i legni e le piante selvatiche nei boschi, sugli scogli marini e nelle aree retrostanti le spiagge selvagge. Tutti ambienti in cui da anni cerco gli oggetti "scolpiti dalla natura", legni soprattutto, ma anche ciottoli, alghe marine ed erbe, rotte, sagomate, tagliate, arrotondate ed erose dagli elementi. Il Caso dà loro forme per lo più anodine e insignificanti, ma altre volte li fa assomigliare ad animali curiosi, mostruosi, a figure grottesche e perfino umoristiche.

Vecchio albero e giovane gallina (NV 2006)Così, nei materiali che ho raccolto d’estate nelle isolette delle Cicladi o a Creta, e subito, magari sotto il sole cocente, in pochi minuti riprodotto su carta con inchiostro di china, le somiglianze sono davvero inquietanti e, come dire, riscontrabili obiettivamente da tutti. Ho fatto il giro della spiaggia, prima di copiarla sulla carta, con la presunta "testa di cammello" in mano che avevo trovato frugando tra i resti di un incendio. La mostravo a tutti chiedendo: a che ti fa pensare? E tutti dicevano subito: "Un cammello, è chiaro. Lo hai scolpito tu?"

Ma, a proposito di caricature "naturali", c'è un "Barbagianni-picchio-cane" che pare proprio, spiccicato, l'amico giornalista Dimitri Buffa, pungente come pochi. Ma, giuro, non volevo: me ne sono accorto solo dopo averlo disegnato, col modello appoggiato sulla sabbia. Come in Blow-up.

Così, le stranezze di questi reperti lasciati dalla Natura e modellati dal Caso sono numerose. E hanno lasciato a bocca aperta soprattutto il loro secondo autore, cioè me stesso.

Alcuni oggetti hanno richiesto anche doti supplementari di fantasia, insomma hanno dovuto essere interpretati. Erano solo spartiti, ma poi andavano suonati. Ma come? Insomma, il musicista, il Caso, aveva creato solo gli accordi, anzi solo quelli principali. Ma poi tutti i passaggi, il vero fraseggio, il colore, i tempi reali, li ha messi l’autore-esecutore. Autore ed esecutore sono co-autori.

Ammetto che in alcuni casi la somiglianza non era immediatamente evidente: dovevo girare e rigirare, angolare, perfino integrare (la "Diavolessa" è composta di tre pezzi), per ottenere qualcosa di significativo. Certo, è stato inevitabile – e di questo da persona molto razionale ho avuto onesta consapevolezza fin dall’inizio – che sulla carta l’inchiostro fluisse in modo quasi integrativo e compensatorio, rendendo un po’ più evidente e leggibile il "significato" del reperto.

L’unica vera difficoltà che ho avuto è stata dover ingrandire tutti gli oggetti in carenza di informazioni sufficienti. Mi spiego: quasi tutti i reperti sono minuscoli, anche di pochi centimetri. Quindi, diremmo in linguaggio informatico, avevo a che fare con pochi pixel e dovevo ingrandirli molto. Il rischio era un disegno piatto, senza particolari. Che ho fatto, allora? Ho dovuto munirmi d’un microscopio virtuale che mettesse in rilievo dettagli poco visibili da lontano a occhio nudo.

Comunque, in molti casi è bastato l’ingrandimento per far diventare interessante, minaccioso, inquietante, grottesco, un oggettino che chiunque in un bosco, sulla scogliera o in una spiaggia selvaggia avrebbe calpestato, anzi calpestava, senza pensarci due volte.
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JAZZ. La breve stagione del più geniale trombettista dei tempi moderni, Clifford Brown, fa sì che ogni suo brano sia di per sé abbastanza raro, insomma un documento. Pochi, ovviamente, dati i tempi, i filmati che lo riprendono per l’intera esecuzione d’un brano. Nel video qui riportato è la registrazione musicale che conta, il veloce ed entusiasmante Easy Living. L’appassionato che l'ha inserito se l’è cavata – come capita spesso su You Tube con i jazzisti del passato – con una diapositiva. Gustatevi il lungo assolo.

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24 dicembre 2008

NATALE. E grazie al potlach il popolo dei fedeli adorò il Dio Commerciante.

Una festa che è nata male: la mistificazione c’era già alle sue origini. Intanto, chiariamoci le idee: Natale di chi, esattamente? Non si sa: da Mithras a Krsna, a Jehosua il Nazareo (cioè l’avventuriero, perché Nazareth non c’entra nulla), almeno una decina di sedicenti profeti o Dei fu fatta nascere retroattivamente dai rispettivi adepti il 25 dicembre, molti in una grotta (crisi degli alloggi?), non pochi da una donna vergine, e non bastando ancora i prodigi per impressionare il volgo, alcuni furono fatti risorgere dopo giusta o ingiusta morte. Un copione molto copiato. Un lavoro ben fatto da parte degli uffici stampa.

Nei primi secoli dopo la sua presunta morte e ascesa in cielo, Jehosua il Nazoreo (cioè la figura fittizia di Giovanni di Gamala, rivoluzionario ebreo della setta degli Esseni, secondo il bel libro dello studioso Cascioli) fu fatto nascere il 6 gennaio. Poi, per lucrare la rendita di posizione e rubare gli adepti delle tante sette il cui dio era nato il 25 dicembre, nei giorni della Luce (veramente il solstizio d’inverno è il 21-22, ma gli astronomi dell’epoca erano imprecisi), la sua nascita fittizia fu anticipata a quel giorno, già affollatissimo. Ma i diritti acquisiti, voglio dire quelli che erano rimasti affezionati al 6 gennaio? Furono ricompensati con un'altra festa finta: l'Epifania. Nelle chiese non si butta nulla.

Chissà se nella scelta ci fu lo zampino dell’associazione dei commercianti mediorientali – direbbe un commercialista di oggi – in modo da scaricare i ricavi sull’anno precedente, per ipotesi sempre deludente, anziché su quello futuro.

"Il Natale? Una festa inventata dai commercianti", diceva già nell’800 lo scrittore americano Mark Twain. E anche dei cuochi, bisognerebbe aggiungere. E' la pura verità. Chi adorna con orribili luminarie di cattivo gusto le strade e i negozi? Commercianti, albergatori e ristoratori, che spesso realizzano sotto Natale anche più di un terzo dei ricavi di tutto l'anno.

Ma le tre pur potenti categorie non potrebbero far nulla senza l'aiuto determinante delle donne. Una morbosa alleanza carnefice-vittima, ovviamente, com'è tipico del masochismo femminile. Sono convinto che in realtà il Natale è la vera festa delle donne. Di tutte le età. Altro che 8 marzo. Avete visto come escono da uffici, cucine e camere da letto dove sonnecchiavano da mesi, e rifioriscono? Anche le più stanche e svogliate si elettrizzano: finalmente possono parlare di regali e dedicarsi all'acquisto di cose assolutamente inutili o futili senza essere criticate.

Ed è anche un’occasione unica, un alibi in più, questa volta socialmente corretto, per occuparsi dell’attività più amata: parlare non dei problemi o delle idee, ma delle persone a cui dare o da cui ricevere regali. Anche le più povere fanno shopping inutile.

Potlach, chiamano gli antropologi la gara di doni, falsa, falsissima, che ha l’unico scopo di conquistare prestigio sociale, e perciò di "rubare" le amicizie e i legami personali con un dono personale, unico, grandioso, eccentrico, insomma perfetto, cioè non ricambiabile.

La gara insensata del potlach esce dagli scaffali polverosi dell'antropologia e ritorna nelle nostre strade del Centro. Perfetto per il Natale: il potlach, la gara a superarsi a vicenda in doni per esprimere superiorità sociale, culturale, perfino morale, vuole proprio l'inutilità. Un passa-verdure sarebbe considerato offensivo. Un paio di scarpe normali, comode, sobrie, senza eccentricità per cui sono inutilizzabili, sarebbero motivo di rottura d'amicizia.

Ma il Natale dei regali è anche la scusa finalmente per entrare nella sfera delle famiglie, dei parenti, degli amici, a forza di regali e telefonate. Senza rischiare come al solito l’accusa di intrigo, futilità, pettegolezzo. Pacchettini & cellulare.

E anche la gastronomia ne risente. Di piatti straricchi di zucchero, grassi e calorie, è fatto il potlach dell’ottuso consumismo natalizio quando si riflette sulla tavola. Capitalismo? No, non c’entra. Il mercato e l’accumulazione dei capitali in vista del profitto, non solo lecita ma anzi il vero motore del mondo, ha solo offerto tanti strumenti in più al potlach insensato dei singoli. Dal "fà da té" o dall'invenzione artigianale al potlach industriale di massa. Ci sono oggi intere corporazioni professionali, con milioni e milioni di uomini e donne, che dal 1 gennaio al 31 dicembre si occupano solo di una cosa: come estendere il potlach e guadagnarci milioni di euro. E per ottenere questo, si sa, un dio vale l’altro; o Mithra o Gesù, chi ci bada più?

La mania è antica quanto l’uomo, e tuttora presente anche nelle ultime tribù selvagge. Appunto se ne occupano gli antropologi culturali.

Com’è antica la stupidità umana. Come sono ataviche, connaturate alla nostra (anzi, vostra) natura, l’ipocrisia, la falsità, la captatio benevolentiae, la seduzione, il far vedere senza sentire, il calcolo, la doppiezza dei sentimenti.

Ma non per questo cesseremo di criticarle. Sono una riserva di caccia sicura: finché questi vizi esisteranno, i critici di costume avranno di che vivere.
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JAZZ. Lo storico quartetto del geniale pianista Theloniouis Monk, con Charlie Rouse (tenor sax), John Ore (bass) e Frankie Dunlop (drums), ripreso durante una tournée in Giappone nel 1963 in Bolivar blues (poco più di 8 minuti). Le registrazioni di questo concerto furono poi pubblicate su un 33 giri.

AGGIORNATO IL 26 DICEMBRE 2014

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19 dicembre 2008

SOPRAVVIVENZA. Ecco come reagisce il corpo: regole e tempi per l’emergenza.

Zattera-della-Medusa-Géricault (picc) SCIENZA DELLA SOPRAVVIVENZA

VIVERE COME RAMBO

Vera o simulata, l'emergenza impone ai suoi protagonisti non solo regole ferree, ma anche un eclettismo tecnologico degno d'un Leonardo. Bisogna insegnare a tutti che l'unico fattore su cui fare affidamento è il corpo, che reagisce in modo diverso allo stato di pericolo a seconda degli individui, delle condizioni fisiche, dell'attitudine mentale e delle conoscenze scientifiche.

NICO VALERIO, Scienza 2000, settembre 1985

La morte più beffarda fu quella che ghermì un'intera famigliola di «velisti della domenica» qualche anno fa, davanti alle coste delle Canarie. Tuffatisi in acqua tutti insieme, in mare aperto, senza aver prima disposto opportune sagole, cime o scalette di servizio per la risalita a bordo, cercarono invano disperatamente un appiglio sulle alte e viscide fiancate di vetroresina del loro barcone, finché a notte fonda, disperati e debilitati per la sete e gli sforzi prolungati, si lasciarono inghiottire ad uno ad uno dalle onde. Una fine orribile quanto banale, che poteva essere evitata spendendo più razionalmente le proprie forze per raggiungere a nuoto la costa. Ma quanti conoscono i tempi di sopravvivenza in acqua di un organismo sottoposto a stress?

Quello che affascina gli studiosi e gli esperti dell'emergenza e della sopravvivenza (altrui, beninteso) è proprio quel coefficiente k di imponderabilità dovuto al fattore umano e alle variabili condizioni climatiche e meteorologiche. L'effetto dei raffreddamento della pelle a causa del vento, che è una delle principali occasioni di perdita di calore e di debilitazione fisica dei marciatori sulle creste più esposte o dei pescatori d'altura o dei velisti solitari da regata, può provocare i sintomi dell'assideramento anche in individui del tutto sani e perfino nella buona stagione. Tutto dipende dalle condizioni psicofisiche del soggetto, dall'efficienza dei suo sistema termoregolatore, dal clima, dalle condizioni di umidità relativa dell'aria, dall'ampiezza dell'escursione termica giorno-notte, e così via.

Rapportando su tabelle i valori della velocità stimata del vento nel punto x con la scala delle temperature termometriche in gradi centigradi, si ottengono alle varie velocità le temperature «equivalenti» in gradi centigradi sul corpo umano. Facciamo un esempio. E’ autunno inoltrato, nell'emisfero borea­le. Gli escursionisti raccoltisi alla meglio sul battello d'emergenza remano con gran­de fiducia, Sono ben riposati, non hanno freddo e la loro temperatura corporea è an­cora alta, la temperatura esterna è intorno ai 10°C, quella dei mare è di poco superiore, lo spinto dei gruppo è molto buono. In teo­ria, quindi, i naufraghi non avrebbero nulla da temere ed anzi potrebbero coltivare un legittimo senso di sicurezza di sé. Ma han­no commesso un errore: non hanno tenuto conto della variabile vento. Con le sue raf­fiche di 20-30 nodi, pari a circa 10-14 m/sec. (scala Beaufort: 5-6), il vento agisce da potente refrigerante e in conseguenza la temperatura «equivalente» si abbassa fino a ‑1‑2°. Siamo, cioè, malgrado il fuor­viante ottimismo dei velisti naufraghi, in piena «zona di congelamento e di pericolo di assideramento», in cui è massimo il ri­schio dei falso senso di sicurezza.

Chi va per mare, chi discende torrenti e fiumi a bordo di canoe e kajak, perfino chi partecipa ad una comoda crociera a bordo di una grande turbonave, dovrebbe sapere che esistono delle tabelle precise che riportano i tempi massimi di resistenza in acqua «a corpo nudo e senza subire danni», a seconda delle diverse temperature dell'acqua. Sono dati allarmanti che più d'un lettore a torto giudicherà poco credibili e troppo severi. Da fermi, cioè senza nuotare affatto, con una temperatura acquea di ben 25°, la soglia di resistenza senza danni è di soli 60-120 minuti. Nuotando i tempi si allungano sensibilmente, come è ovvio. L'autoproduzione di calore muscolare prevale sulla perdita di calore dovuta al contatto continuo con l'acqua, che è un ottimo ma inesorabile Conduttore e dispersore di calore..

A 18-21°, nuotando, si resiste senza danni per 150‑210 minuti. Ma a soli 10-13° di temperatura idrica, anche muovendosi a più non posso e nuotando da forsennati, si resiste per l5-30 min. Insistendo, ovviamente, si può resistere di più, come mostrano certi primati di nuoto in traversate mirabolanti (la Manica, il Canale d'Otranto ecc.); ma in questi casi non si tiene conto dei danni che l'organismo subisce. Per evitare tali danni, i nuotatori sportivi (ma lo sport non è certo l'esempio migliore per configurare un'emergenza o un'ipotesi di sopravvivenza) si fanno cospargere di grassi insolubili, si muniscono di mute di gomma con riscaldamento interno, oppure fanno affidamento su una continua assistenza esterna (ossigeno, bevande calde ecc.).

Anche in caso di calamità naturali o inci­denti fortuiti, come incendi, alluvioni, ter­remoti, maremoti, eruzioni vulcaniche, di­sastri ferroviari e aerei, naufragi, valanghe, incidenti d'auto, panico tra la folla, attac­chi di animali e perfino in caso di rapine, aggressioni, moti insurrezionali e guerre le regole per utilizzare razionalmente le pro­prie forze e il proprio istinto trascendono ormai i confini casuali di un'arte individua­le per assumere dignità di una nuova «scienza» o cultura della sopravvivenza. Non è certo un caso che le scuole e i corsi d'addestramento aperti anche in Italia, su modello anglosassone, abbia o tanto successo tra il largo pubblico, la formula vincente prevede attività pratiche, esercitazioni sul campo, ma anche molta teoria, molte conoscenze scientifiche e tecnologiche.

I nuovi corsi pratici dell'Associazione per 1'educazione alla sopravvivenza hanno come significativo sottotitolo: «Strategie, tecniche e modelli per la preservazione umana». Qualche secolo fa nessuno si sarebbe sognato di insegnare l'arte di restare in vita, malgrado tutto. Come adattarsi anche alle peggiori condizioni ambientali lo insegnavano genitori e parenti. Il «survival» non era una moda ma una reale condizione di esistenza per la maggioranza degli uomini. Oggi, invece, le sicurezze e il «facilismo» della civiltà industriale evoluta hanno relegato il concetto di sopravvivenza a casi rari ed eventuali, a momenti fortuiti, di fronte ai quali siamo sprovvisti di qualsiasi possibilità di adattamento e di reazione conservativa. Per questo i tecnici dell'A.E.S. parlano di «nuova mentalità», di «nuovo atteggiamento psicologico» da sviluppare di fronte agli eventi naturali e umani.

Non solo risolvere il problema essenziale di restare comunque in vita, ma anche riconoscere in tempo quali sono i pericoli incombenti, reagire ad ogni problema dei corpo, accertare le priorità necessarie a mantenerci sani, combattere e superare i “nemici” e ostacoli, sapere improvvisare per le necessità immediate, ed infine possedere e saper usare il buon senso per risolvere i maggiori problemi. Ecco che cosa vuoi dire sopravvivenza: soprattutto adattabilità. Durante la guerra di Corea i sanitari notarono che molti soldati delle Nazioni Unite morivano nei campi di prigionia cinesi e nord-coreani. Ad eccezione dei turchi. Come mai? Innanzitutto questi ultimi avevano maggior fiducia in se stessi e maggior coesione di gruppo, e quindi maggior volontà di sopravvivere. Poi sapevano riconoscere ogni possibile risorsa commestibile: foglie, erbe, larve, insetti, cortecce di alberi. Quello che raccoglievano lo raccoglievano parzialmente, senza strappare le radici e senza distruggere le tane. Insomma, una mentalità diversa.

«Quanto tempo può sopravvivere un uomo? Non esistono tabelle generali valide per tutti i casi» risponde Jacek E. Palkiewicz che è diventato celebre in Italia come ideatore e istruttore di corsi di sopravvivenza particolarmente realistici. I clamorosi casi di avventure impossibili o disastrose risoltisi in modo positivo per i protagonisti sono numerosissimi. Il più drammatico e raccapricciante degli ultimi decenni è quello che capitò ai 45 passeggeri d'un aereo schiantatosi su un vulcano di 3500 m nella catena delle Ande, il 15 ottobre 1972. Solo 16 tra gli scampati riuscirono a sopravvivere dopo 70 giorni di vita totalmente selvaggia e primordiale. Si seppe poi che si erano nutriti dei cadaveri dei loro compagni morti; proprio come accaduto nel luglio del 1816 di fronte alle coste del Senegal ai 147 naufraghi della nave La Meduse che per 17 giorni alla deriva su una zattera si divorarono l'un l'altro [v. celebre dipinto del Géricault, sopra, NdA].

Il caporale dei marines Karl Beli, preci­pitato in una gola larga 400 metri e lunga 6 km, lungo il corso del Bear River in Cali­fornìa (14 giugno 1983) sopravvisse per 40 giorni. Dopo 20 giorni di digiuno il Beli co­minciò a mangiare erbe, muschio e formi­che. Fu trovato sano e salvo: il suo peso era sceso da 95 a 61 kg. Il marinaio cinese Pun­ Lim, dopo che la nave inglese su cui pre­stava servizio, la Ben Lemond, era stata colpita da siluri tedeschi (novembre 1942), sopravvisse per 133 giorni su una zattera in mare aperto, nutrendosi di pesci crudi pe­scati con un rozzo amo ricavato da un chio­do. L'americano Steve Callahan, che il 28 gennaio 1982 aveva preso il mare dalle Ca­narie Con rotta per i Caraibi a bordo di uno sloop di 7 metri fu urtato una settimana dopo da una balena e naufragò.

Riuscì a sopravvivere dopo 76 giorni di deriva gra­zie ad un battellino pneumatico di emergenza contenente 1,5 kg di cibarie, acqua per 10 giorni, un fucile da sub, una radio trasmittente e un distillatore d'acqua a energia solare. Fu salvato a 80 miglia a sud di Antigua, molto provato ma in buona sa­lute, nonostante un calo di peso di 18 kg. La spedizione capitanata dal comandante Charles Sturt nella regione arida australia­na rimase per ben 11 mesi prigioniera del deserto, con temperature medie di 40°C e punte di 70°C al sole (1844-45).

Un gruppo di ricerca russo compì nel 1982-83 un coraggioso viaggio di 10 mila chilometri al di là del Circolo Polare Artico, in luoghi della Siberia ancora vergini. Furono 7 mesi di fatiche inumane in un ambiente caratterizzato da freddo intenso (anche 60°C sotto zero), venti glaciali e numerosi pericoli. Con tutto ciò il medico del gruppo, Vladimir Rybin, volle sperimentare gli effetti della denutrizione in situazioni d'emergenza sottoponendosi ad un digiuno volontario totale di 15 giorni. Come si era già provato in esperimenti di laboratorio in condizioni «normali», il medico confermò che gli stimoli della fame spariscono dopo pochissimi giorni, così come diminuisce il senso di debolezza iniziale. Alla fine della prima settimana l'efficienza lavorativa era ancora perfetta. Anzi, dal punto di vista biologico, l'organismo sembrava quasi rafforzarsi: le piccole ferite, ad esempio, si cicatrizzavano prima del solito. Evidentemente, dedusse Rybin, il digiuno completo stimola l'utilizzazione di energie interne dell'organismo, rallentando il metabolismo generale, bloccando le secrezioni dello stomaco, depurando il sangue dalle tossine e migliorando la resa biologica e l'efficienza glandoIare.

I sopravvissuti, in tutti i casi, hanno sempre dichiarato di essersi salvati grazie al vitalismo e all'ottimismo di cui erano dotati. La paura e l'abbattimento psicologico sono in realtà le insidie principali e più pericolose nelle situazioni d'emergenza. Più che per fame si muore per la paura atavica ma irrazionale di «morire di fame». Questa è la sindrome classica del sopravvissuto. In realtà, come hanno dimostrato recenti esperimenti di laboratorio, l'uomo in buona salute ha la possibilità di spendere in modo oculato le proprie riserve d'energia fisica e psichica, sopravvivendo anche 40 giorni senza toccare cibo (cfr. anche la Bibbia a proposito del «digiuno di 40 giorni nel deserto,»). Chi muore prima, spesso nei primissimi giorni dopo il disastro, è in realtà vittima di se stesso, della scarsa fiducia nelle proprie possibilità e di quel tipico obnubilamento da paura capace di far compiere scelte assurde e irrazionali. Ecco perché gli istruttori dei corsi di sopravvivenza tendono a porre in primo piano la conservazione e il miglioramento delle capacità logiche del soggetto.

Per mettersi in salvo in caso di disastri di ogni tipo (catastrofi naturali, attacchi con armi ecc.) è di fondamentale importanza avere la possibilità di allontanarsi rapidamente dal luogo colpito. «L'arte della fuga», perciò, deve essere coltivata da tutti.

I manuali e i corsi di sopravvivenza sono prodighi di insegnamenti al riguardo: da come camminare alla «cintura di sopravvivenza». Quest'ultima contiene ben 30 oggetti indispensabili in caso di fuga improvvisa, dai banali fiammiferi alle pastiglie per depurare l'acqua, dalla bussola alla radio, dagli ami al fischietto, dal concentrato energetico al disinfettante. Il kit completo è invece contenibile in uno zainetto di 10 kg e permette la sopravvivenza per almeno una settimana. E' composto di 1-2 teli militari per riparo e mimetizzazione, di un attrezzo tuttofare militare (pala-piccone-zappa), un coltello multiuso, alimenti energetici di pronto impiego (pemmican, dadi per brodo, miele e zucchero, caffè istantaneo, razioni militari di sopravvivenza ecc.) vestiario tipo tuta mimetica, medicinali, specchietto per segnali, torcia elettrica a dinamo, binocolo piccolo con lenti smontabili, cartine della zona, fogli e contenitori di alluminio, filo metallico per trappole ed altri usi, posate metalliche, matite e carta, fionda, un coltello tipo machete con fondina allacciata al polpaccio, borraccia da 1 litro.

Ed ora vediamo nei dettagli la cosiddetta «razione di emergenza» per climi rigidi e in situazioni stressanti. E' costituita da 350 gr di pemmican (v. appendice), 150 gr di biscotti integrali, 30 gr di pancetta o prosciutto, 50 gr di burro, 50 gr di farina o fiocchi d'avena, 100 gr di polvere di latte, 100 gr. di cioccolato fondente, 50 gr di zollette di zucchero o marmellata, 50 gr di frutta secca, 10 gr di polvere d'arancio o limone, 50 gr di semi oleosi (noci, mandorle, nocciole ecc.), 10 gr di cacao in polvere, 3 gr di miscela sale-pepe. In climi caldi e in situazioni «leggere», ovviamente, si elimineranno i grassi e la cioccolata, che richiedono per essere metabolizzati enormi quantità d'acqua, e ci si limiterà alla frutta fresca e secca accompagnata da biscotti e cereali pronti (muesli).

Il capitolo dell'orientamento, della determinazione del tempo e delle comunicazioni con l'esterno è largamente trattato da corsi e manuali, che insegnano perfino a costruire con mezzi d'emergenza una bussola e addirittura un rozzo ma funzionante apparecchio radio ricevente (con un rocchetto di filo elettrico, una spilla da balia, una lametta da barba, un pezzetto di mina di matita e l'auricolare d'un telefono). Numerosi sono i metodi per orientarsi empiricamente (dal bastoncino all'orologio, alla mano). Un codice internazionale di segnalazioni terra-aria permette di comunicare tra sopravvissuti (specialmente aviatori in panne) sperduti in deserti, montagne e gole inaccessíbili ed eventuali soccorritori in aereo o elicottero.

Sul cibo d'emergenza da raccogliere sul posto molto si sa, ormai. Intere categorie di piante e di animali sono edibili, senza tanti problemi, ed esigono attenzione solo per eventuali specie velenose o repellenti. Per la caccia d'emergenza, al puro scopo di sostentamento, sarà utile conoscere ed interpretare rettamente le tracce lasciate dagli animali (impronte di zampe, segni lasciati dal becco, escrementi, peli e piume ecc.). Sulle piante selvatiche mangerecce Scienza Duemila ha già pubblicato un servizio con un appendice di 64 piante (Le piante che scompaiono, marzo 1985) che va integrato dalle comuni piante spontanee edibili, fruttifere o no (dal nasturzio dei ruscelli al nocciolo).

Originali, invece, i consigli dati agli avventurosi escursionisti di un Camel Trophy o d'una traversata in Land Rover fuori pista del Grande Deserto Mongolo. Per carità, raccomandano le guide, non bevete per nessun motivo l'acqua distillata della batteria. Potrebbe contenere del piombo. Oppure: resistete in ogni modo al desiderio (!) di bere perfino l'urina, se avete finito le scorte d'acqua, perché (a parte le tossine) finirebbe per provocare ancora più sete, proprio come l'acqua di mare. Sarà utile, invece, per lenire il dolore causato da certe punture di insetti o dai tentacoli delle meduse, grazie al buon tenore di ammoniaca che neutralizza gli acidi tossici iniettati sotto la pelle.

Il problema energetico è molto sentito dal sopravvissuto che intende continuare a sopravvivere. Se è abile può perfino ricavare da un ruscello e da una vecchia bicicletta abbandonata una vera e propria piccola centrale idroelettrica per i propri usi. Delle pale di legno collegate in asse alla ruota dentata raccoglieranno l'energia dell'acqua e la trasferiranno mediante la catena alla ruota su cui rotola la piccola dinamo. Dai due fili elettrici terminali si sprigioneranno diversi volt e qualche decimo di watt di energia elettrica. Facile anche costruire pannelli solari ad acqua con protezione di vetro per l'effetto serra e tubi elicoidali dipinti di nero. Il motociclista dei Moto-raid in panne nel fondo dei Grand Canyon americano può ricavare dalla parabola del faro della moto un efficiente accendino solare.

I problemi veri, però, sono quelli psicologici e scientifici. Per questo sia il Palkiewicz che l'Associazione per l'educazione alla sopravvivenza curano in particolare l'aspetto educativo e preventivo. L'educazione alla sopravvivenza dovrebbe iniziare nell'infanza, quando l'individuo conserva un alto livello di curiosità e di apertura al mondo circostante, ed è ancora esente da immotivate prevenzioni, sfiducia e diffidenza. Bisogna insegnare a tutti che l'unico fattore noto su cui fare affidamento nell'emergenza è il corpo, che reagisce in modo diverso allo stato di pericolo a seconda degli individui, delle condizioni fisiche, dell'attitudine mentale e delle conoscenze scientifiche.

Tra i fattori umani cinque influiscono su ogni organismo in situazioni di stress o di emergenza: la reazione psicologica, l'effetto fisiologico della temperatura, le priorità vitali, gli ostacoli e i «nemici» basilari, la conservazione delle limitate risorse corporee. «La civiltà moderna ‑ mettono in guardia le guide ‑ non garantisce la vita dei cittadini in casi di emergenza. Soltanto noi stessi siamo i responsabili del nostro destino e di quello dei nostri cari». Perdere all'improvviso l'abitazione, l'acqua, il cibo, il gruppo sociale; trovarsi abbandonati in una sperduta foresta, sotto un temporale in zona monsonica, lontano dai servizi e dai beni della civiltà industriale, produce effetti gravissimi sulla nostra psiche e sul nostro organismo. Il tempo atmosferico, la paura di animali, di esseri umani ostili, la paura di perdersi o di morire, il riparo, l'orientamento, il vestiario, l'oscurità, la mancanza di compagnia e di comunicazione sono di per sé stressanti.

li panico si manifesta subito con respirazione affannosa, tensione muscolare, sensazione di vuoto allo stomaco, forte desiderio di correre. Uno sbalzo di 2-3°C in più o in meno della temperatura corporea normale provoca la perdita della capacità di pensiero coerente, di coordinamento muscolare e perfino il delirio. La perdita di sangue oltre i 2/4 è mortale, e può avvenire in soli 3-4 minuti. La perdita di 1/4 sconvolge il funzionamento dei nostro organismo. In caso di crolli, inondazioni, frane, alluvioni e terremoti, ricordarsi che si può vivere al massimo 3 minuti senza aria, dopodiché si verificano danni irreparabili alle cellule cerebrali. In condizioni estreme si può vivere solo 3 ore senza riparo e 3 giorni senza acqua. La perdita dei 7% dei contenuto idrico dei corpo produce già disidratazione.

I fattori mentali sono però i più importanti. Tutti i sopravvissuti hanno sempre dichiarato di essere stati sospinti alla salvezza da una forte e irresistibile volontà di vivere. Sui manuali si legge infatti che la sopravvivenza dopo una catastrofe è per l'80% dipendente dal fattore mentale, per il 10% dell'equipaggiamento e per il 10% dell'abilità personale. La rigidità nel seguire uno scopo prefissato, la mancanza di elasticità o di adattamento, l'immaginazione eccessiva (vedere, udire, temere cose irreali), le paure basilari (sconforto, ignoto, animali, gente, solitudine, oscurità, morte), possono essere fatali.

Il corpo, da parte sua, ha limitate quantità di energia che vanno spese oculatamente e subito ricostituite. Il sistema circolatorio, in particolare, può «servire bene un padrone per volta»: o l'apparato digestivo o quello muscolare oppure il pensiero. li sangue tende ad accumulare tossine producendo senso di stanchezza. Ricordarsi perciò che la fatica è eliminata sola dal riposo e dal sonno. In certi casi è meglio dormire lo minuti ogni ora piuttosto che 4 ore di seguito. 10 minuti di riposo ogni ora eliminano di norma il 50% dei prodotti di scarto accumulatisi nel sangue. Per conservare energia, in modo da vivere anche tre settimane senza cibo (purché si abbia acqua), è necessario limitare l'uso dei muscoli, impedire la sudorazione, indossare abiti asciutti e non umidi. Questi ultimi provocano una perdita del calore corporeo fino a 240 volte superiore a quella con vestiti asciutti. L'immersione in acqua ruba calore corporeo 50 volte più in fretta dell'aria. Non inspiriamo aria fredda, né mangiamo o beviamo bevande e cibi freddi: riscaldarsi fino a 37°C costa energia al nostro corpo. Durante una marcia, un trasferimento, una lunga fuga attenti infine ai sintomi più vistosi di esaurimento osservati nei vostri compagni di sopravvivenza o in voi stessi, come mancanza di riflessi, apatia, frequenti cadute o inciampi. Potrebbe mancare solo mezz'ora alla fine più drammatica: il tracollo del sistema cardiocircolatorio. Meglio, allora, prevenire per tempo l'alea dell'emergenza e abituarsi giorno per giorno anche in tempi normali e calmi a sopravvivere.

N.V.

NOTA. L’articolo originale conteneva anche una corposa appendice tecnica e pratica (“Qualche dato per sopravvivere”) di dati riuniti in tabelle, che saranno scannerizzate in un secondo momento: I sintomi di stanchezza, Equipaggiamento d’emergenza, Sopravvivenza approssimativa nel deserto, in giorni, Distanze percorribili mediamente in un’ora, Tempi massimi di resistenza in acqua, Il pemmican, Bibliografia.

IMMAGINI. La celebre zattera della Medusa di Géricault, ispirata a una drammatica vicenda realmente accaduta nell’Ottocento.

11 dicembre 2008

CHINA GIRL. Disperata? No, la dà per antico, atavico, calcolo femminile

Il manifesto del "Chinese Happy New Year", sintesi perfetta di una Cina fatta dai furbi cinesi "come la vedono gli Occidentali", con tanto di dragone ma con l'augurio in inglese (che abbiamo tolto), oltretutto per un festività che non corrisponde proprio alla loro, con la modella dalla faccia inguaribilmente sinense ma con le gambe lunghe da dieta americana. E ci sono ancora gli industrialotti del Far East (Veneto) che ci cascano, ci vogliono cascare. Così va il mondo. Fortuna che il fascino della donna cinese semplice e vera, next door, insomma una che non se la tira come le donne d'Europa, attira più delle modelle della pubblicità.

Gli affari sono affari e la figa è figa, certo. Noi uomini sappiamo bene la differenza. Però... Quanti sono gli imprenditori europei che ripercorrendo le orme di Marco Polo viaggiano in lungo e in largo in Cina alla ricerca di contatti commerciali e industriali, ma soprattutto di "una certa idea dell’Oriente", insomma dell’intramontabile stereotipo esotico della "donna d'altri" caro a tutti noi occidentali figli dell’antica Roma? Tanti.

Dopotutto, già i giovani figli di papà della Roma-bene del primo impero romano "andavano in India" come poi avrebbero fatto gli hippies, vestiti di apparente saggezza e tanti luoghi comuni, ma con motivazioni molto moderne. Erano i gimnosophistés  (letteralmente: i "saggi nudisti"), ovviamente vegetariani. I primi di loro erano già al seguito dell’esercito di Alessandro Magno, figuratevi un po’. E ne tornavano carichi di amuleti, seta, idee, fotografie mentali, struggenti ricordi di amori molto sensuali.

Appunto. La Cina come silloge moderna dell’Oriente, altro che India. I grandi viaggiatori, i corrispondenti dei giornali, i responsabili marketing delle "fabbrichette" del Nord Est italico, come anche i direttori di piccole e medie aziende manifatturiere da Edimburgo a Bari, ora tornano a casa sedotti dalla modernità recente e up-to-date d’un popolo arretrato. Com’è bella, com’è nuova, com’è piena di plastica, com’è informatica, com’è sexy la Cina. E come sono dolci e disponibili, a differenza delle antipatiche europee, le ragazze cinesi. Alcune, toh, perfino di coscialunga e alte, e col vello pubico rifinito come hanno visto sulle riviste erotiche d'Occidente. Incredibile il ruolo delle varie razze regionali e delle proteine. Peccato solo quel leggero tanfo di aglio, ma basta cambiare regione e la cucina all’aglio sparisce.

Belle le foto che arrivano dalla nuova Cina. Imprese modernissime, senza uno "ieri", tutte oggi e domani dove anche il legno della scrivania è "anticato", non come da noi un lascito delle generazioni passate. Alcune così aggiornate (senza passato, tutto è possibile in Cina) da mettere la certificazione ISO addirittura nell’insegna fuori dello stabilimento, 3 metri per 2. Cose che da noi neanche a Isernia.

E certo, è più facile costruire ex novo una struttura urbana o una rete industriale dove si era alle baracche, piuttosto che dove si sono stratificati nei millenni chiese, templi, monumenti e strade antiche, tutti ancora praticabili. E’ paradossalmente più facile la modernizzazione decisa dall’alto dal Grande Dittatore Illuminato. Ma sarà davvero illuminato? Ne dubitiamo. Peccato il vizietto di mettere in galera gli oppositori politici e religiosi. Ma per carità ormai è una cosa secondaria, l’importante è che sul far soldi possiamo sempre metterci d’accordo. Sembra di stare in Italia. Mica siamo più i comunisti d’una volta, siamo i comunisti finti di oggi, quelli del profitto alle spalle dei lavoratori, uomini e donne. Tante donne.

E a proposito, tra una relazione sui telefonini di ultima generazione a pochi dollari (copia) e l’apprezzamento per la locale rete adsl, anzi wi-fi (là sembra che anche le mungitrici, in senso buono, comunichino tra loro via etere), arrivano belle foto di ragazze cinesi disponibili, per i più tardi di comprendonio già accosciate su un grande letto bianco. Bello fare il corrispondente estero in Cina, beati loro. Se faccio carriera mi faccio mandare in Cina. Attento però a non sbagliare regione.

Ma nei forum di amici "malati di Cina e d’Oriente", come il convivium di Fernando, imperversano le interpretazioni psico-socio-eco-sessuali. In sostanza – si chiedono pensosi i manager from China attenti però a trascrivere bene i numeri di telefono – le ragazze cinesi la danno perché depresse, perché infelici per colpa del comunismo alienante e material-capitalista, tanto che "la loro disperazione le fa aggrappare a qualsiasi straniero di passaggio", oppure perché da che mondo è mondo l’hanno sempre data? Forse la seconda. Sempre così i pensatori: si attardano a chiedersi "perché", mentre gli altri, intanto, si fanno le più belle.

Dalle foto di John si direbbe che il popolo cinese è felice. Visi sorridenti e rilassati, grandi realizzazioni architettoniche, e via dicendo: della politica proprio non gliene può fregare di meno. Altro che retorica occidentale del "male oscuro". Quelli, magari, Freud lo ignorano del tutto. E forse neanche fanno male.

Fortuna che a mettere concretamente le cose a posto interviene un certo Marco (non il Polo, un altro):
"Le giovanette cinesi non sono per nulla disperate e degli stranieri come noi non gliene frega niente. La cinesina, da brava orientale guarda ai soldi, da qualsiasi parte essi vengano sono bene accetti. Del resto qui una giovanetta tipo Cindy [era in una foto, NdR] ha il suo bel daffare per assecondare la pletora di clienti che una giovane scaltra e disponibile sempre ha. Non dimenticatevi che l'uomo cinese da sempre ha il pallino di scopare con le ragazzine. Gli imperatori cinesi dormivano in letti su cui erano stese dieci ragazzine spesso vergini.

Gli uomini di affari hanno ancora oggi diverse mogli ( il mio boss ne ha 4 e la ultima che ha 22 anni gli ha dato recentemente 2 gemelli). Poco o nulla e' cambiato dai tempi riportati con maestria dal film di Zhang Yimou " Lanterne Rosse".

Le stesse famiglie incoraggiano le giovani ad andare nelle grandi città e a mandare soldi al paesello, facendo finta di ignorare la maniera in cui le giovinette si guadagnano il pane per loro stesse e per i famigliari.
"A nessuno qui interessa dei diritti politici, della corruzione, della libertà d stampa. Il mondo è visto come un caos anarchico in cui a tutti è concessa la opportunità di fare soldi: dunque perché non provarci? Le regole sono inesistenti, controlli zero. La polizia non interviene mai specialmente in questioni economiche. I pescecani sono quelli che si destreggiano meglio in questo mare e come nel grande oceano tutti gli esseri viventi alla fine trovano una loro collocazione. Cosa importa se qualche pesce finisce sotto gli aguzzi denti dello squalo di passaggio? La morte di uno è la salvezza di tanti altri.

"Davvero bravi i mandarini cinesi – conclude con saggia ironia il nuovo Marco dalla Cina – a governare questo caos e a saper creare da questo buco nero di materia primordiale una nazione. Certo se la Cina fosse attaccata frontalmente anche da un piccolo ma compatto gruppo di alieni si disintegrerebe così come è sempre successo nella sua storia degli ultimi 1000 anni (dai mongoli ai giapponesi). Ma la Cina di oggi è un paese pacifico e senza preoccupanti rivali. Anche questo è un merito di questi bravi governanti a cui davvero vanno riconosciuti meriti enormi. Propongo Hu Jintao a premio Nobel per l'economia, e la pace. Tanti cari saluti a tutti dal mio computer sotto controllo"

Così concludeva saggiamente Marco, non il Polo, l'altro, inviato molto speciale nella brulicante, misteriosa e contorta, anzi, no, semplicissima, Cina d’oggi.
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JAZZ. Una bella trasmissione tv di ben 25 minuti con interviste (non manca il prof) e musica, The Future of Jazz, laddove il "futuro" era quello che si prospettava per la musica jazz tra anni 50 e 60. Ed eravamo in pieno periodo post-bop e hard-bop. Un tempo felice. Insomma, una bella panoramica critica con molta musica dal vivo o in sottofondo, con Billy Taylor, George Russell e Bill Evans. Ci sono anche Art Farmer, Tony Scott, Mundell Lowe.

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01 dicembre 2008

POMODORO blu, viola, nero. Caro Veronesi, sei sicuro che ce ne sia bisogno?

Pomodori neri, viola, blu, con antociani Sono tanto d’accordo, di solito, col prof. Veronesi, ne apprezzo talmente le doti scientifiche, intellettuali, umane e comunicative (e ne condivido anche il buonsenso vegetariano, sì, il buonsenso), da averlo messo tra i miei "miti" nella personale lista di personaggi con cui ho molto in comune, e con i quali nel bene o nel male un poco mi rispecchio.

Ma questa faccenda del "black sun", il tentativo di creare un pomodoro blu-viola-nero incrociato con la pianta del dente di leone, in modo da avere molti più antociani anti-cancro, non mi convince. Certo, non come naturista, né come esperto di alimentazione, ma neanche come difensore della scienza e della libertà di sperimentazione. Allora, invenzione per invenzione, centomila volte meglio fu quella etrusca dei broccoli: un alimento del tutto nuovo che riempiva un vuoto anche esteticamente, con i suoi getti fioriti che una volta tagliati, quando sono sui banchi dei mercati, non ricordano quasi più l’originaria Brassica oleracea, figuriamoci la selvatica campestris.

Ma qui che bisogno c’era? I nostri ortaggi, i nostri frutti, infatti, abbondano di antociani, una classe di polifenoli efficaci contro le malattie cardiovascolari e anti-cancro, tutti molto coloranti (quelli della frutta macchiano le dita), che anche i non esperti trovano in uva nera, vino rosso, more, mirtilli, barbabietola rossa, cavolo rosso…

A proposito, preparatevi a fare un esperimento che divertirà i bambini: da sinistramente viola che è il sugo cotto del cavolo rosso vira in modo spettacolare nel rosso sangue, appena vi viene spremuto sopra un limone. Con effetti cruenti, da cucina da tragedia di Shakespeare. Sono talmente comuni gli antociani che il negoziante "ce li tira dietro".

Perché rovinare l’immagine popolare del pomodoro? Un cibo perfetto, già col suo licopene e i suoi carotenoidi, grandiosamente anti-cancro. Eppoi, si "migliora" una cosa debole, non una cosa già forte e perfetta. Ripeto, che bisogno c’era? Non era più serio e realistico convincere la gente a mangiare più frutta e verdura, specialmente quella colorata di viola-blu-rosso, visto che ben pochi al mondo consumano davvero il minimo di 5 o 6 porzioni al giorno consigliato dai Consensus cardio-oncologici?

C’è talmente poca domanda di verdure e frutti efficaci, perché la gente è ignorante e per di più conservatrice, specialmente in Italia, che le verdure migliori non si trovano spesso al mercato, "perché la gente non le richiede", si giustificano i rivenditori. E hanno ragione. L’ignoranza degli Italiani è famosa: non siamo per caso ultimi in lettura libri (con tutto che vengono considerati libri anche i romanzi…) e nell’uso del computer e internet. Io stesso fatico a trovare nei mercati il cavolo rosso (e addirittura alcune donne anziane, che dovrebbero in teoria essermi maestre, mi hanno chiesto "come si cucina"!), il crescione, i broccoli siciliani, le rape, le barbabietole rosse. Introvabili l’ortica ricca di ferro, la malva dotata di mucillagini, reperibili solo nella "misticanza da cuocere" la pianta verde del papavero. Mentre tutti sono lì in fila come stupidi a richiedere sempre le solite zucchine e i finocchi. Quando non addirittura i tossici pomodori verdi.

Insomma, la colpa è sempre nostra, di noi cittadini, quasi mai di "chi sta in alto". Il quale se fa sciocchezze, e ne fa tante, è per essere popolare con persone come noi, per essere eletto o rieletto da gente come noi. Altro che.Insomma, il pomodoro viola, a meno che non contenga una sottoclasse di antociani rara e altrimenti costosa, mi sembra di primo acchito inutile, anzi psicologicamente controproducente.

Vogliamo proprio aizzare gli anti-scienza che in Italia sono già molto numerosi? Infatti su internet c’è già chi lo ha preso per un "pomodoro Ogm", mentre invece si tratta di un tradizionale incrocio.

Non era meglio suggerire a particolari malati di consumare, se non proprio i costosi frutti di bosco o le marmellate di frutta rossa e viola (prugne, ciliegie, mirtilli) che contengono troppo zucchero, almeno più cavolo rosso, barbabietole rosse e uva nera d’estate?
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1. NUOVO POMODORO CON ANTOCIANI NELLA BUCCIA (NON-OGM):

PRESTO UN’INSALATA DI POMODORO POTREBBE GUARIRCI PIÙ DI UNA MEDICINA
Umberto Veronesi, Grazia, 18 novembre 2008

"Ha fatto scalpore la notizia, di qualche settimana fa, della creazione in laboratorio del pomodoro viola anticancro, tanto che molti mi hanno scritto chiedendomi se è già disponibile per il consumo. Occorre innanzi tutto chiarire che stiamo parlando di uno studio sperimentale. I ricercatori hanno dapprima isolato, dalla pianta della bocca di leone, due geni che producono antocianine, particolari sostanze antiossidanti del gruppo dei flavonoidi, presenti soprattutto nei frutti di bosco ma di cui il pomodoro è privo, e li hanno introdotti nel pomodoro ottenendo così un nuovo ortaggio che, oltre al caratteristico colore viola, possiede una capacità antiossidante tre volte maggiore della varietà comune. Somministrato ai topi di laboratorio privi del gene della proteina p53, fondamentale per la prevenzione del cancro, il pomodoro viola ha allungato notevolmente (da 142 a 182 giorni) la sopravvivenza degli animali, posticipando la comparsa del tumore e dimostrandosi quindi efficace nel proteggerli dalla malattia. Si tratta ora di verificare la stessa capacità preventiva nell’uomo. Che gli alimenti, in particolare frutta e verdura, hanno un valore protettivo lo sappiamo da tempo. La lettura del genoma ci ha permesso di capire il perché: questi cibi contengono gli antiossidanti che sono in grado di proteggere i nostri geni da mutazioni che trasformano cellule sane in cellule tumorali. Il pomodoro, in particolare, contiene licopene, che si libera ancora di più con la cottura prolungata. Il licopene è protettivo nei confronti del tumore della prostata e forse del seno. È logico quindi che la ricerca si concentri nello studio e potenziamento delle proprietà di questo alimento.Lo studio del "pomodoro viola" ci conferma che, in futuro, la conoscenza del genoma delle piante ci permetterà di individuare meglio veri cibi anti cancro. La genetica applicata alla produzione alimentare è infatti una delle aree in cui la ricerca scientifica può migliorare la nostra vita. È uno degli strumenti offerti dalla conoscenza del DNA e con cui possiamo combattere le grandi piaghe del pianeta: fame, malattie tumorali o cardiache. Con linee guida rigorose per l’uso delle biotecnologie si può assicurare un rapporto più equilibrato fra piante, animali e gli ecosistemi ad essi collegati: un passo avanti verso la riduzione dell’incidenza del cancro e di malattie correlate ad ambiente e alimentazione. Resta molto da fare, l’importante è non fermare tutto per pregiudizi. O addirittura per equivoci. Crea equivoci la parola OGM. Organismo è una definizione della vita biologica che sa di meccanicistico e modificare fa pensare a manipolare, un concetto che evoca processi minacciosi. Invece la genetica applicata all’agricoltura non fa altro che aggiungere qualche caratteristica più favorevole ad alcune già presenti nell’alimento; per questo dovremmo cominciare a parlare di organismi geneticamente migliorati".

2. NUOVO POMODORO CON ANTOCIANI NELLA BUCCIA E NELLA POLPA (OGM):

AGGIUNTI NEL DNA I GENI DI UNA PIANTA CHE AUMENTA GLI ANTIOSSIDANTI

I pomodori Ogm anticancro. Studio europeo con Veronesi. Sono di colore viola e sono stati già usati con successo sulle cavie: allungano la vita

Mario Pappagallo, Corriere della Sera, 27 ottobre 2008

Pomodori viola per combattere i tumori. La frontiera dei cibi-farmaco anticancro segna un nuovo risultato, grazie a uno studio europeo (il progetto Flora) a cui partecipa l'Istituto europeo di oncologia (Ieo) di Umberto Veronesi. Creati da Cathie Martin, presente anche a Venezia al «Futuro della scienza», che da anni studia le proprietà dei pomodori, contengono i geni di un fiore e producono una quantità importante di antocianine, antiossidanti del gruppo dei flavonoidi, di cui i pomodori normali (pur ricchi di anticancro come i licopeni) sono privi. La combinazione triplica lo scudo. Così almeno si è visto sui topi di laboratorio. Lo studio viene pubblicato oggi su Nature Biotechnology. Cathie Martin e la sua équipe lavorano nei laboratori britannici del John Innes Centre di Norwich. Lì sono stati creati i pomodori viola. Inseriti nella dieta di topi mutanti (senza il gene p53) particolarmente suscettibili ai tumori sono riusciti ad allungare la sopravvivenza dei topi. O meglio a posticipare la comparsa scontata del tumore. E lo Ieo ora punta molto sullo studio di questi cibi «arricchiti» per prevenire i tumori, se non per bloccare lo sviluppo di cellule neoplastiche. La strada è aperta. Verdura e frutta migliorata geneticamente per farci arrivare sani ai 120 anni di vita media programmata dai nostri geni. In un futuro non molto lontano potrebbe essere l'ortolano sotto casa il neofarmacista, consigliando un'insalata al pomodoro viola, banane al vaccino, riso alla vitamina A, aglio viola, patate lilla, broccoli o cime di rapa modificate con i geni dell'uva rossa, arance blu dagli effetti anti-ossidanti moltiplicati. Tutto è salutarmente modificabile. Insomma, la nocciolina che trasforma in supereroe il Pippo disneyano non è proprio fantascienza.

«Senza esagerare con la fantasia, si tratta di un importante passo avanti — dice Pier Giuseppe Pelicci, direttore della ricerca dello Ieo — nello studio degli antiossidanti, dei flavonoidi (le antocianine) in particolare, ormai largamente considerati una valida arma di prevenzione nei confronti di una vasta gamma di patologie, dalle malattie cardiovascolari ad alcuni tipi di cancro. La dieta seguita dalla maggioranza della popolazione nel mondo occidentale non sembra essere sufficiente a garantire un apporto adeguato di queste sostanze, presenti nelle verdure e nella frutta (soprattutto frutti di bosco, uva, arance rosse). Per questo il progetto Flora punta a capire meglio i loro meccanismi di azione e a trovare nuove strade per aumentarne il consumo».

Per ottenere una particolare ricchezza in antocianine nei pomodori che non ne hanno, i ricercatori inglesi hanno fatto ricorso a due geni presenti nella comune pianta bocca di leone (un fiore): conferendo così un colore viola (blu-rosso) ai nuovi pomodori. «I due geni che abbiamo isolato dalla bocca di leone — spiega Eugenio Butelli che lavora nel centro di Cathie Martin ed è primo autore della ricerca — sono responsabili dei colori dei fiori e, se introdotti in altre piante, sono la combinazione vincente per produrre antocianine». Una polvere ottenuta dai pomodori viola è stata somministrata a topi di laboratorio mutanti privi del gene della proteina p53 (comunemente conosciuta come «guardiana del genoma»). È una proteina fondamentale nel processo di sviluppo dei tumori. I topi che ne sono privi sviluppano, e precocemente, diversi tipi di tumore, soprattutto linfomi.

Gli animali usati per i test sono stati divisi in tre gruppi, a dieta diversa: al primo gruppo è toccato cibo comune, al secondo è stato aggiunto un 10% di estratto di pomodoro rosso normale, al terzo mangime con estratto di pomodoro viola. «Tra i primi due gruppi non sono state riscontrate differenze — spiega Marco Giorgio, dello Ieo, che ha condotto la sperimentazione sui topi —. Mentre l'ultimo gruppo, che ha mangiato pomodori viola, ha mostrato un allungamento della vita significativo: è sopravvissuto in media 182 giorni rispetto ai 142 dei topi a dieta comune». Anche se i risultati sono molto promettenti, i ricercatori però invitano alla cautela. I pomodori scuri, comunque, non sono una novità. Esistono già il Kumato, un Ogm, e il Nero di Crimea, anch'esso con una colorazione scura. Queste varietà non hanno antociani. Infine, c'è il pomodoro Sun Black (progetto italiano Tom-Anto finanziato dal ministero dell'Università e della Ricerca): non è un Ogm, ma gli antociani sono accumulati nella sola buccia.

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