31 maggio 2012

ANIMALI IN CASA. Vespa vasaio: ama i libri, ha tenacia e memoria d’elefante…

Primavera-estate, tempo dei fiori e del rigoglio delle piante, ma anche del risveglio riproduttivo degli animali e, particolare non secondario, della deposizione di uova da parte degli insetti. In questo periodo, che può arrivare fino a ottobre e oltre se la stagione è ancora calda, alcuni di essi guardano alle nostre case con sospetto interesse. 
      Prima tra tutti una strana vespa solitaria, la vespa vasaio o muratore, detta così perché costruisce piccoli nidi di argilla o fango con varie celle, in alcune specie vasi allungati come anfore ben staccati l'uno dall'altro, in altre specie piccole cavità in un unico bloccoQuesta vespa approfitta delle nostre finestre spalancate, interpretandole come segno di nostra grande liberalità, anzi, come la naturale estensione del “loro” territorio, e per egoistico istinto credono che tutto l’ambiente circostante sia per loro. 
     Anche noi umani eravamo così arroganti ai primordi? Certo, e lo siamo tuttora. Quello che c’è all’intorno era ed è tutto “nostro”. Insomma, la vespa vasaio fa un po’ quello che fanno ancor oggi – lasciatemelo dire – i peggiori dei bambini e dei vecchi, e tutti i prepotenti patologici. Fatto sta che quegli opportunisti di insetti volanti cercano, e proprio dentro casa nostra (con tanti bei luoghi naturali a disposizione...), un posto tranquillo dove costruire un nido, protetto, inaccessibile ai predatori (passeracei, chirotteri?); ma, attenzione, il loro concetto di "tranquillo" è diversissimo dal nostro e ancora tutto da capire, visto che sono stati scoperti e fotografati loro nidi anche in stanze solitamente affollate e rumorose, e perfino dentro un pianoforte, una chitarra, un televisore funzionante! Sanno benissimo, gli astuti, che noi umani, vuoi per schifo ingiustificato, vuoi per paura, vuoi per rispetto ecologico, non li mangiamo! E così preferiscono le nostre case ai buchi nelle rocce, ai boschi e ai prati. Noi li ringraziamo, anzi, siamo commossi di fronte a tanta fiducia... Però ci sono fanciulle che non ci dormono la notte, e signore mature che entrano in crisi di panico.
      Per il resto, nulla da eccepire. La vespa vasaio è bellissima. Anche se, basta osservarla in volo, è davvero inquietante. Ha un assetto di volo, per dirla in termini aeronautici, che non assomiglia per niente al solito insetto, ma è tipico di un aereo da caccia che sta atterrando su una portaerei col grosso carrello abbassato. Le lunghissime zampe striate di giallo sono distese in basso, mentre il ventre appuntito resta curiosamente orizzontale. Inconfondibile, quel “vitino da vespa”, in questo caso da anoressia patologica al terzo stadio: quello da donna mostruosa da circo. Tra busto e ventre, infatti, la vita è così stretta e lunga da essere poco più che un tubicino. Neanche la famigerata “donna-crisi” delle modelle disegnate da Ertè poteva tanto, pur trattenendo il fiato. Certo la Sceliphron è la vespa che pur vivendo pochissimo ha la vita più lunga.    
      E' un insetto piuttosto grande. La lunghezza totale del corpo in alcune specie arriva anche a 4 cm, che per un insetto in Europa è davvero tanto. E in volo le due zampe penzoloni sono di lunghezza analoga, quindi l’insieme è davvero inquietante per chi non le conosce.
      Le vespe vasaio o muratore presenti in Italia appartengono a cinque specie e non tutte hanno la vita gialla della foto in alto. Sono insetti che fanno parte dell'ordine degli Imenotteri, famiglia degli sfecidi (Sphecidae), genere Sceliphron, e sono vespe solitarie, cioè non sociali, che non costruiscono alveari collettivi come altre vespe o le api, e neanche vivono in un nido. Infatti di giorno vivono in maniera randagia di preferenza in luoghi assolati e dotati di terra umida, volando, succhiando nettare di fiori e occasionali sostanze zuccherine (cibo naturale degli adulti), e cercando luoghi adatti a costruire un nido per depositarvi le uova. Mentre dopo il tramonto si rifugiano in luoghi riparati tra fronde e cespugli, dove passano la notte. La loro attività più vistosa è la costruzione dei nidi per le larve, a cui lavorano le femmine adulte nell'intento di depositare un uovo in ogni celletta. Questo nido può essere scavato nel terreno (“vespe scavatrici”) o costruito usando argilla o pietruzze ("vespe vasaio", "vespe muratore"). I nidi più comuni sono a forma di vaso (singolo o plurimo).     
      Come si riconoscono “al volo” (è il caso di dirlo) le varie specie? Sceliphron spirifex (specie autoctona, cioè "nostrana", presente in quasi tutte le regioni - non in Val d'Aosta - ha un volo caratteristico con l'addome nero a goccia tenuto in alto e le lunghe zampe gialle e nere penzoloni. La specie S. destillatorium (autoctona, anch'essa quasi ovunque) ha in giallo vitino, zampe e punti della testa o torace. S. caementarium (alloctona, segnalata in Italia dal 1990, viene dal Nord e Centro-America) ha zampe gialle ma vitino nero. S. curvatum (alloctona, dall'India e dall'Asia Centrale, segnalata dal 1995) è tutta nera e fa le celle nido tutte ben distinte, evidenziate, staccate, senza coprirle tutte di fango come altre specie del genere, tra cui la nostrana spirifex, probabilmente come ulteriore protezione anti-predatori (v. in basso il nido con le cellette unite in blocco). 
      E' autoctona in Italia anche S. madraspatanum tubifex, presente qua e là. Le specie che hanno colonizzato alcune regioni italiane (per la distribuzione si veda la breve nota con grafico di Ceccolini e Paggetti) non sono state introdotte da qualcuno intenzionalmente, ma devono essere "immigrate" clandestinamente grazie ai nidi fatti dentro involucri di materiali vari importati con le navi.
      Come si nutre? La vespa Sheliphron ha una doppia dieta. Da adulta si nutre succhiando le sostanze zuccherine presenti nel nettare dei fiori. Per far questo, però, si “sporca” di granuli di polline che trasporta inevitabilmente da un fiore all'altro permettendo così l' impollinazione e la conseguente formazione dei frutti; ha, cioè, un’importantissima funzione di insetto pronubo. Le sue larve, invece, sono carnivore e molto voraci, e perciò la femmina adulta quando deposita un uovo in ciascun nido lo accompagna sempre con abbondante cibo sufficiente allo sviluppo delle larve stesse (nido pedotrofico). Si tratta di prede vive ma paralizzate dal veleno iniettato col pungiglione: sempre piccoli ragni di varie specie. Così ogni larva dopo la schiusa dell’uovo prima divora quel che ne resta, poi si nutre a poco a poco di tutti i ragni vivi ma paralizzati che trova nel nido, fino a maturazione completa. Naturale, perciò, che la vespa femmina madre sia dotata di un grande istinto di caccia e sia una infallibile e spietata raccoglitrice di piccoli ragni.
     Pericolosa? No, ci sono numerose foto che la mostrano posata sulle dita del fotografo. La vespa Sceliphron è molto meno pericolosa di altre vespe, per esempio di Vespa crabro (il comune calabrone), che incute timore perfino agli zoologi entomologi, come mi ha detto tra il serio e il faceto l'amico Carlo Consiglio, correggendomi per averlo definito "innocuo" in una precedente versione di questo articolo: «Non definirei "innocuo" il calabrone, che mi fa molta paura dato il gran numero di individui che frequentano il nido. La sua puntura è dolorosa, io l'ho sperimentata». Per fortuna, la vespa vasaio non è né il comune calabrone nostrano (ed essendo solitaria non può farsi aiutare dai compagni dell'alveare), né tanto meno il terribile calabrone gigante di origine asiatica, che pure comincia a fare vittime in Europa e anche in Italia.      
      "Innocua" per l'uomo, perciò, con le eccezioni di cui più avanti e con la prudente approssimazione che sempre si fa per gli animali, selvatici o no. Ha un corto pungiglione aghiforme non uncinato, cosicché è in grado di pungere, anzi, dopo aver punto potrebbe  ritrarlo - a differenza delle api - e pungere altre volte. Ma di solito questo non avviene sull'uomo - come detto sopra - ma solo sui piccoli ragni o altri insetti piccoli e a scopo alimentare (è un abile e aggressivo predatore, inesorabile con ragni e altri insetti perfino più grandi. Ma lo fa più per la prole (le larve) che per sé. Piuttosto, ha mandibole a tenaglia, grandi e potenti, come si vede nella macro-fotografia (qui sono chiuse), con cui uccide le sue prede, le decapita, le fa a pezzi, ma con cui trasporta anche le prede anestetizzate nel nido e la terra argillosa per costruire il nido (foto in alto).
      Anche se appare tenace, riottosa e aggressiva nel caso che tentiate di cacciarla, tranquilli: non punge "quasi" mai, e non si rivolta contro col pungiglione se viene allontanata con un giornale, un indumento o entrambi i palmi delle mani (una sola mano non basta) verso la finestra aperta, che è l'unico modo per mandarla via. Punge solo in casi rari o comunque per salvarsi quando è sorpresa da una minaccia diretta e improvvisa senza vie di scampo. Per esempio, in un forum di entomologi un appassionato particolarmente sfortunato afferma di essere stato punto per aver infilato il braccio nella manica di una camicia in cui era rimasta intrappolata una Sheliphron. Dolore modesto durato pochi minuti. Ma è un caso eccezionale. Quando è giovanissima, cioè appena dopo il passaggio da larva a individuo maturo, è invece curiosa e confidente, cosicché si posa volentieri anche sulle dita, ovviamente senza nessuna conseguenza (v. immagine in basso). Invece, gli adulti, le madri specialmente, sono assai poco confidenti, ma tenaci nel voler presidiare il territorio.  
      Guardate nell'immagine in basso quanto sono numerosi i ragnetti paralizzati che la femmina di Sceliphron lascia come scorta alimentare per la futura larva in ogni nido! Essendo vespa solitaria, ciascuna femmina adulta del genere Sceliphron, a differenza delle altre vespe che sono insetti sociali che vivono in alveari sottoterra o in ripari poco visibili, depone le sue uova suddividendole uno per nido o cella (la tipica "anfora" di fango argilloso o più nidi in un solo blocco). Costruisce ogni nido velocemente, anche in un giorno (se le è permesso effettuare molti viaggi, se cioè la finestra o la porta dalla quale entra resta aperta a lungo). Una femmina è stata vista portare nuova argilla ogni 15 minuti circa. Secondo un forum di natura mediterranea, «abitualmente dovrebbero esserci in un anno due generazioni, una [veloce] che si completa tra primavera ed estate e una seconda [lenta] che sverna nel nido e schiude la primavera successiva». Si calcola che una femmina possa deporre in media solo 15 uova circa nella sua breve vita. 
      E' utile all'uomo o è dannosa? E' "utilissima" ecologicamente perché, come detto, favorisce l'impollinazione e quindi la formazione dei frutti. Può sembrare "utile" a qualcuno, ingenuamente, anche perché dopo la deposizione delle uova preda una grande quantità di piccoli ragni, insetti "antipatici" a molti. In realtà i ragni sono "utilissimi" a loro volta come implacabili predatori di piccoli insetti e parassiti giudicati dannosi per l'uomo (pensiamo dentro casa ai Lepisma o "pesciolini argentati" che si muovono di preferenza al buio sul pavimento e non solo divorano briciole di sostanze amidacee, ma sono ghiotte di carta, compresi carta da parati e libri: quante copertine rovinate da buchi irregolari!). Perciò, se le Sceliphron dovessero moltiplicarsi troppo, come sembra stia accadendo col riscaldamento globale, la fondamentale popolazione dei ragni potrebbe risentirne: sarebbe un tipico squilibrio ecologico.
Due celle, una aperta l'altra chiusa Vespa vasaio (L.Bartolini)      Ad ogni modo, il problema per noi ottusi cittadini è che questa vespa vasaio è sempre più frequente, come attestano gli entomologi, in Europa e in Italia. E la femmina di Sceliphron vuol fare assolutamente il nido nella nostra casa. Tutti gli angoli più nascosti e meno battuti, spesso al buio o inaccessibili perché troppo alti per noi umani (fessure nelle travi del soffitto, intercapedini, alloggiamenti di serrande, parte superiore di armadi, ultimo piano di librerie o libri nascosti da altri libri, ripostigli poco usati, scatole vuote abbandonate ecc.) vanno bene per l'opportunistica femmina di Sceliphron.
      Ma per chi ha libri è davvero un pericolo: si incaponisce a costruire caratteristici vasi di fango o argilla a forma di anfora perfettamente torniti proprio sul taglio dei libri più nascosti. Insomma, un imenottero intellettuale. Che per fortuna disdegna le preziose copertine. Vi dirò, anzi, a ben vedere io paradossalmente considero i nidi della vespa vasaio tipici degli intellettuali distratti. Infatti, grazie alla mia pluriennale esperienza, posso assicurare che è unicamente colpa della neghittosità e cattiva disposizione d’animo degli Umani pseudo-colti – la specie peggiore – se lor signore vespe, che sono a loro modo insetti molto intelligenti e di possente memoria, trasmessa di madre in figlio, possono esaudire la loro morbosa tendenza parassitaria a costruire il nido nelle biblioteche, sempre però con fango o argilla fresca (ci deve essere nei giardini attorno, quindi attenti, verso maggio, alle giornate successive a grandi piogge o agli acquitrini che si formano nei giardini o nei vasi di fiori) nei luoghi più riparati e tranquilli, tipicamente il taglio dei libri in una – ecco il punto – poco frequentata libreria.
      Perciò dico e ripeto da anni che le ingiustamente odiatissime vespe vasaio, sia pure dannose per la loro caccia ai piccoli ragni nel periodo della nidificazione, sono però utilissime per un altro aspetto, diciamo così, umano. Sono un marker, un indicatore certo, della nostra pigrizia intellettuale. Infatti ho notato che scelgono i luoghi nascosti e poco frequentati, i cornicioni troppo in alto, i ripostigli mai aperti, le intercapedini mai ispezionate, ma soprattutto i libri raramente usati, meglio se mai mossi da anni, in quanto sono nascosti alla vista e ormai inaccessibili. L'ideale sono i libri ostruiti da altre file di libri (per mancanza di spazio). L'intellettuale medio è distratto e non nota la vespa (grande insetto dalla vita sottile che egli - se è un letterato - scambia per un banale e "innocuo" - sbagliando, perché sarebbe molto più pericoloso - calabrone) che viene ogni giorno in avanscoperta per scegliere il luogo del nido, affacciandosi alla finestra e ronzando a lungo per trovare uno spiraglio, soprattutto nelle ore calde (10h-16h). 
      Attenzione poi: questi animaletti hanno una memoria prodigiosa che si tramandano per generazioni. Se si è stati “gentili”, cioè disattenti, con loro una volta, se lo ricordano sempre. Ancora oggi, a distanza di anni, quando ho ormai imparato a lasciare in mia assenza buio lo studio (con serrande abbassate: solo uno spiraglio di luce), oppure chiudendo del tutto i vetri, vedo ad ogni primavera una vespa madre – ovviamente sempre diversa – in avanscoperta, che ronza attorno alla finestra e vorrebbe entrare, e non sa darsi pace. E’ stupefacente: il suo computer interno, sulla base delle informazioni di vespe delle generazioni passate, le ha detto che qui ci sono posti ideali per il suo nido, già utilizzati da vespe sue antenate. E quindi ogni vespa del vespaio nell’età della nidificazione torna ogni anno nel medesimo luogo! Basti pensare che l'ultima volta che scoprii un nido in casa fu 10 anni fa: ebbene, tornano ancora a perlustrare ogni primavera! Lente ad adattarsi? No, tenaci, insistenti. E’ questo che inquieta.
      Quindi un consiglio: soprattutto da aprile a giugno, ma anche in estate e negli autunni caldi, durante le ore calde e di sole pieno teniamo abbassati scuri o serrande, in modo da lasciare in penombra o al buio la stanza oggetto di attenzione da parte della vespa, che in tal modo non è invogliata a entrare anche se lo spiraglio in teoria lo consentirebbe. Oppure, se ci allontaniamo per lungo tempo, chiudiamo del tutto i vetri della finestra o serrande-persiane. Insomma, è la medesima tecnica del buio usata per allontanare le mosche. E quando si spalanca tutto per cambiare aria? Attenzione, dobbiamo essere presenti, vigilare con cento occhi che non entrino: e se siamo chini a leggere un libro o a scrivere al computer, alziamo di tanto di intanto lo sguardo o teniamo vigile la "coda dell'occhio". Per dirne una, non potete abbandonarvi nella lettura. Eh, lo so, è un piccolo sacrificio quando fa caldo e si vorrebbe spalancare tutto e non pensare a niente.
      Guai, però, ad ucciderle! Sono insetti bellissimi e utili. Anzi, visto che prima o poi… eehm… farete amicizia, provate a fotografarle: ne ricaverete delle macro-foto stupende. Appena un esemplare entra dovete essere velocissimi: non dategli tempo di nascondersi da qualche parte. Coglietelo di sorpresa: è sufficiente, anche se non facilissimo, cacciarlo. Ripeto, non è semplicissimo: le vespe vasaie sono innocue, certo, ma molto tenaci e insistenti, non hanno per niente paura (e proprio la loro mancanza di paura terrorizza alle volte le fanciulle più paurose…). Ho sperimentato l’efficacia deterrente dello sventolarle addosso letteralmente “accompagnandole vigorosamente fuori dalla finestra” un oggetto tessile abbastanza pesante, come un asciugamano o una camicia. Le sole mani spesso non bastano. 
      Se poi la vasaia abusiva non siete riusciti a cacciarla e notate che si dirige sempre verso un punto (può essere una libreria, una scatola, una cornice, un soppalco, perfino un divano o un televisore), ahi ahi, gatta ci cova: andate a cercare lì dietro, spostate soprammobili, libri e opuscoli, guardateli uno per uno, esaminate i volumi lungo il taglio (in genere quello superiore) per vedere se già hanno costruito i tipici nidi di argilla o fango ad anfora o a blocco unico. Se sì, osservateli bene: se i nidi sono aperti e vuoti, vuol dire che le giovani vespe adulte sono già sciamate, e le anforette di argilla potete anche gettarle o anche conservarle come curiosità zoologica.
      Se invece i nidi sono ancora sigillati, vuol dire che all'interno le larve stanno crescendo nutrendosi dei ragnetti, e che al colmo dell'estate o in primavera romperanno il guscio e sciameranno via sotto forma di giovani insetti adulti. In tal caso non fate nulla. Anzi assicuratevi che resti sempre aperto di giorno uno spiraglio qualunque (anche un tubo dell'aria) collegato all'esterno. Se le giovani vespe appena nate trovano finestre e spiragli chiusi in tutta la casa (cosa piuttosto rara in primavera-estate), muoiono per esaurimento delle riserve energetiche a causa del grande sforzo fatto per aver dovuto rompere il tappo e per i primi affannosi voli in carenza di cibo - che ormai dovrebbe essere zuccherino - e di acqua.
      Che i nidi siano aperti o chiusi, scoprirete comunque che queste vespe scovano e scelgono sempre i nostri libri meno letti. E certi intellettuali iconoclasti e alternativi che conosco, che hanno voluto punire un libro o un autore odiato relegandolo in garage o in cucina sopra una credenza polverosa o in mezzo a un mucchio di vecchi volumi – davvero, per certi libri, i luoghi più consoni – poi hanno dovuto pentirsene amaramente. La terribile e tenace vespa bibliotecaria ha gusti severi, da critico letterario, anzi no, è acida e ingiusta come una professoressa che si è alzata con la luna storta e ti interroga proprio sugli autori secondari che stanno solo in nota, e che tu ovviamente non hai letto. E’ anche vendicatrice e punisce sempre i pigri, i tradizionalisti o anche gli odiatori aprioristici, diciamo gli intellettuali antipatizzanti. Li punisce facendo il nido sul taglio delle pagine dei volumi da loro odiati o dimenticati, come, che so, le chicche di nicchia come La Vera storia di Santa Rita di Yves, il sempre citato ma mai letto Ulisse di Joyce, l’esagerato Guerra e pace di Tolstoj, o l’inutile Pendolo di Foucault di Eco, e così via. Insomma, la vespa vasaio non colpisce mai a caso le sue vittime, ma sceglie. E sbagliando indovina. E’ una vespa censoria. Diciamolo: è insieme il nostro memento e mea culpa.

IMMAGINI.  1. Il caratteristico inquietante assetto di volo di Sceliphron. L'individuo fotografato, per esattezza di classificazione zoologica, avendo del giallo sul torace dovrebbe appartenere, secondo l'entomologo C. Consiglio, a Sceliphron distillatorium. 2. Nidi di fango argilloso a forma di vaso attaccati al taglio dei libri (foto L. Bartolini). 3. N
ido distaccato da parete con ragnetti e larve (C.Reille). 4. Femmina di Sceliphron spirifex porta argilla tra mandibole per costruire il nido per la larva (Forum Natura Medit.). 5. Palline di argilla lasciate cadere da Sceliphron spirifex disturbata dall'uomo (Forum Natura Medit.). 6. Sceliphron caementarium femmina uccide con mandibole preda Argiope bruennichi. 7. Vespa vasaio in macro-fotografia: testa, antenne, occhi, mandibole. 8. Sceliphron caementarium (JP Lavigne). 9. Artiglio dentato di S. curvatum. 10. Sceliphron spirifex in natura: succhia nettare da un fiore: gli zuccheri sono il suo alimento da adulta. 11. Un nido aperto e uno sigillato (L. Bartolini). 12. Il contenuto in ragnetti vivi ma paralizzati lasciato in un solo nido dalla madre Sceliphron per lo sviluppo delle larve che usciranno da ogni singolo uovo. 13. Un neonato di Sceliphron (probabilmente S. spirifex, perché non sembra avere macchie gialle sul torace) si fida e si posa pacificamente su un dito. E il proprietario del dito sembra fidarsi anche lui. 14. Un nido a cellette plurime non separate, forse per ulteriore protezione (prob. di spirifex secondo il forum di Natura Mediterraneo da cui abbiamo tratto la foto). 15. La vespa vasaio (mud dauber) è diventata molto popolare tra i giovani, specialmente nel mondo anglosassone, tanto che esistono anche magliette e minigonne col disegno di questo originale insetto (questa minigonna è in vendita su Red Bubble).

JAZZ. Una bellissima e rara interpretazione di Django Reinhardt che lascia la chitarra impegnata in un insolitamente lungo assolo. Il brano è Body and Soul.

AGGIORNATO IL 28 GIUGNO 2017

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24 maggio 2012

DISASTRI. Il terremoto fa riflettere: arte, storia e cultura nostre prime risorse

Torre Orologio Finale Emila crollato per terremoto (mag 2012) E’ la nostra unica, vera, emergenza. Quella delle costruzioni storiche cadenti, instabili, non restaurate, tantomeno rafforzate in previsione dei terremoti a cui l’Italia è soggetta, beni privati o pubblici abbandonati a se stessi da secoli, che si sbriciolano col passare degli anni o crollano al minimo terremoto.

Prima ancora di questa crisi finanziaria ed economica, che ci arriva da lontano, il degrado dei beni storici – che sono il nostro unico, vero, patrimonio, anche economico – ci tocca da vicino, perché è una trascuratezza nostra, tutta italiana, frutto d’insensibilità culturale e psicologica, per la quale non possiamo accusare le lobbies di Wall Street o gli gnomi di Zurigo.

E non stiamo parlando dei capolavori assoluti della pittura, della scultura o dell’architettura che quasi sempre monopolizzano l’attenzione e i pochi finanziamenti, ma di quel diffuso, sterminato, tessuto connettivo di testimonianze di Storia costituito dall’inestimabile patrimonio culturale di torri, palazzi, monumenti, mura, castelli, ville, chiese, abbazie, teatri, interi villaggi, centri storici di cittadine e città meravigliose.

Non è questione di Arte o di Grande Arte, non è questo il problema: di capolavori ne abbiamo tanti. Ma si tratta, invece, di salvaguardare un bene diverso e altrettanto prezioso per una Nazione unita da poche generazioni: la testimonianze di una storia comune degli Italiani. E che Storia! Ecco perché queste costruzioni che un terremoto, una inondazione, una frana distrugge non hanno l’eguale al Mondo: rappresentano la nostra identità di popolo. Più di altri simboli. Nessuno le può rubare (come la Gioconda) o imitare (come il gorgonzola o il parmigiano) o comperare in blocco (come potrebbe accadere, in teoria, per la Ferrari).

Torre orologio Novi di Modena semi-crollata per terremoto E dunque, noi Italiani “siamo” quelle case, quegli archi, quelle torri, quelle ville, quelle scalinate, quelle piazze. Non altro. Anzi, se davvero fossimo degni di essere cittadini italiani, lo saremmo perché ci identifichiamo molto più con le tante piccole opere, spesso anonime o collettive, definite “minori” da un’estetica pseudo-romantica, che l’operosità di geniali maestri muratori seppe realizzare in passato, piuttosto che con le magnifiche opere dei Grandi artisti individuali.

Più che il Davide di Donatello , la Cappella Sistina e le centinaia di altre opere, grandiose, sì, ma che rappresentano solo i grandissimi e isolati artisti che le crearono, noi “siamo” storicamente le mura di Ferrara, la piazza del Campo di Siena, il Vittoriano e la scalinata di piazza di Spagna a Roma, la piazza del Mercato di Lucca, la città fortezza di Palmanova, i borghi e i porticcioli delle Cinque Terre, la valle d’Itria e i trulli di Alberobello, e così via di regione in regione.

E dunque noi Italiani, tutti, anche i siciliani e i piemontesi, “siamo”, anzi, “eravamo” perfino la bella torre civica dell’orologio di Finale Emilia o di Novi di Modena, senza troppe pretese di artisticità, smplici e severe come si addice a una torre civica, cioè laica, che nell’immaginario collettivo dei signorotti e delle piccole comunità agricole d’un tempo doveva competere in altezza, imponenza o simbologia del Potere con la chiesa parrocchiale. L’orologio pubblico, poi, era visto come un vero “servizio” per la comunità, in tempi in cui solo pochi nobili, il curato, il medico e il farmacista ne possedevano uno personale (le famose grosse “cipolle” a più involucri).

Ora entrambe le torri dell’orologio sono crollate, e non per la crudeltà della Natura, ma per l’insipienza degli uomini che non le avevano rafforzate abbastanza, con la scusa del costo, sicuri che potesse esistere qualche regione della Penisola esente dal rischio sismico per varie centinaia di anni.

L'ennesimo terremoto – stavolta in una zona a torto considerata “immune”, ai confini della val Padana, tra Parma e Modena – ha ricordato anche ai tanti che non volevano sapere e che usavano nascondere la testa sotto terra, che tutta l'Italia è zona altamente sismica, e dunque spetta a noi, solo a noi, difenderla come già fecero i nostri antenati.

Due torri, simboli di comunità, due tra le migliaia in Italia, cadono, e questa caduta diventa a sua volta il simbolo del nostro dramma culturale e psicologico di Italiani del Duemila, in media più colti scolasticamente dei nostri antenati, ma sottoculturali perché ci illudiano che si possa impunemente vivere di presente, senza ingombranti legami antropologici, senza Storia, insomma senza alcun valore che non sia il denaro, ingrati verso le generazioni dei secoli scorsi, immemori del nostro passato.

Altro che crisi finanziaria, la vera crisi è che lasciamo distruggere le costruzioni in pietra di ieri in cambio del cemento e delle pareti prefabbricate di oggi, materiali non nobili, che come la plastica invecchieranno e si distruggeranno senza diventare mai antichi.

E l’Italia non è il Texas che ha ampie aree disabitate o desertiche. L’Italia, piccola e antropizzata fin dai primordi della sua lunga Storia, è piena di costruzioni e manufatti di grande valore storico o artistico, ma anche – dall’ultima guerra ad oggi – di moltissime case, per lo più brutte, kitsch e abusive, oltretutto non anti-sismiche, spesso disabitate, che dovrebbero semplicemente essere abbattute, come propone da anni l'urbanista Aldo Loris Rossi. L’Italia va rifatta. Basta col cemento speculativo e inutile, visto che non c’è crescita demografica e domanda, e sì, invece, al restauro dei Centri Storici della belle città italiane, oggi pieni di case vuote e cadenti.

Basta con le nuove costruzioni! Riutilizziamo le antiche e bellissime case dei nostri Centri urbani. E’ il momento, proprio in tempi di crisi, di abbattere il brutto e il non anti-sismico, e di restaurare e consolidare tutto ciò che è bello e storicamente valido.

Ma lo capiranno i sindaci dei Comuni e i presidenti di Regione, i parlamentari e i ministri? Per loro, molto spesso, come provano le tipiche biografie di chi si dedica alla professione politica, la conservazione dei beni storici, artistici e culturali, la stessa cultura in sé, quando sono prese in considerazione sono oggetto di alzate di spalle (“Abbiamo troppe opere d’arte e pochi soldi: dobbiamo scegliere”), non capiscono che il primo patrimonio dell’Italia (il Paesaggio e il cibo sono gli altri due) è la Cultura, anche in volgarissimi termini di miliardi di euro ogni anno.

Per politici e amministratori il rilancio dell’economia vuol dire sovvenzionare in modo obliquo questa o quella impresa o lobby amica senza neanche valutare se ciò che produce risponde a requisiti di sicurezza e di mercato, costruire un nuovo stadio di calcio, aprire l’ennesima “super-strada” parallela ad una già esistente, costruire un doppione di linea ferroviaria “ad alta velocità” che il pubblico non richiede, mentre vorrebbe il ripristino delle vecchie linee locali dismesse. Ma vuol dire anche attrezzare un porticciolo, spesso distruggendo la bellezza selvaggia del paesaggio, per barche che non arriveranno, dare concessioni (che per i sindaci vuol dire auto-finanziarsi) per la costruzione di capannoni che resteranno vuoti, o per urbanizzazioni speculative di “unità abitative” destinate a restare senza compratori, ma buone solo per i costruttori (“che si spera ci diano un po’ di soldi e facciano votare per il nostro Partito”). Come meravigliarsi, perciò, se per questi amministratori e politici arrivisti e ignoranti una festa popolare vuol dire talvolta solo la sagra della piadina, del grana o della porchetta?

IMMAGINI. 1. La Torre dell’Orologio di Finale Ligure semidistrutta dal terremoto (che poi la raderà al suolo completamente con una seconda scossa). 2. La Torre dell’Orologio di Novi di Modena colpita dalle prime scosse del terremoto (prima di finire totalmente distrutta da nuove scosse).

JAZZ. Shangai Shuffle in due versioni diversissime registrate a distanza di 10 anni dalla stupenda grande orchestra di Fletcher Henderson, colui che portò alla maturità e alla massima espressione lo stile da big band, rivelando anche un arrangiatore come Redman e solisti come Armstrong e Hawkins. La prima interpretazione, sintetica, ritmica, icastica, con la cornetta penetrante e ritmicamente travolgente di Louis (Louis Armstrong, Elmer Chambers, Howard Scott (tp); Charlie Green (tb); Buster Bailey (cl,as); Don Redman (cl,as,oboe); Coleman Hawkins (cl,ts); Fletcher Henderson (p); Charlie Dixon (bj); Ralph Escudero (tu); Kaiser Marshall (d) New York, 13 ottobre 1924). La seconda interpretazione, del 1934, è armonicamente più profonda, barocca, complessa, tutta giochi di sezioni e intrecci melodici e armonici, a tratti perfino virtuosistici, ma senza i geniali solisti della prima versione. E’ tuttavia molto bella, d’un altro genere di bellezza. Tra i solisti: Buster Bailey al clarinetto e Henry "Red" Allen alla tromba.

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13 maggio 2012

FINANZA. Ma esistono gli esperti? Di nuovo la spada di Damocle dei derivati.

Crescita dei derivatiI giornali di oggi titolano tragicamente “Boom dei derivati: valgono 14 volte le Borse”. È vero: il problema esiste, ma il rischio era ben noto. Lo avevo spiegato oltre un anno fa nel mio libri “Salvare il prossimo decennio” (Garzanti, 2011).

Ne riporto qui una pagina in cui scrivevo che alla fine del 2010 il livello degli IRD, derivati basati sui tassi di interesse (Interest Rates Derivatives, IRD), era 450 trilioni di $ = 32 volte il PIL degli USA. Non ci dovrebbe stupire che dopo un anno e ½ sia cresciuto a 504 T$ (36 volte il PIL degli USA. Dovremmo stupirci che le regole severe sul funzionamento delle banche non siano state ancora imposte.

“Sorge il dubbio – estraggo dal Cap. VIII del mio “Salvare il Prossimo Decennio” – se gli esperti esistano davvero in economia. Tranne rare voci (come quella di N. Roubini), nessuno previde la crisi economica del 2008 e nemmeno suggerì come evitarla. A posteriori, le cause sono state: rilassamento di regole e controlli USA su banche e istituti finanziari. Sono stati emessi titoli estremamente speculativi supportati da garanzie immaginarie e bilanci falsi per giustificare bonus ridicolmente alti dei vertici manageriali. La struttura dei derivati spesso è instabile, o perversa.

Nel mio “Patatrac. La crisi: Perché? Fino a quando?” (Garzanti 2009) definisco i derivati e ne spiego i meccanismi. Nello stesso testo indico il livello altissimo del circolante dei Credit Default Swaps: (55 T$ = quattro volte il PIL USA) che, insieme a perdite, frodi, crediti irrecuperabili etc., mostrava che la crisi sarà lunga. Ricordavo quanto sia implausibile che l’andamento di titoli basati su mutui contratti da squattrinati, produca lauti utili incassati da ricconi. Ora il livello dei CDS è diminuito. Cresce smisuratamente il volume dei derivati basati sui tassi di interesse (vedi tabella).

Il sottostante di un derivato basato su tassi di interesse è il diritto a pagare o a ricevere una certa somma di denaro a un dato tasso di interesse. Pare che la maggioranza (80%) tra le 500 maggiori aziende del mondo si serva di questi derivati per controllare il proprio flusso di cassa. Il volume totale degli IRD alla fine del 2009 era di 449 T$, circa 32 volte il prodotto interno lordo USA!

In effetti questo impiego è un’assicurazione contro tassi di interesse eccessivi e consegue – talora - una riduzione dei tassi pagati. Questi strumenti vengono talora presentati come scevri da ogni rischio – ma non è proprio così. Esistono IRD più sofisticati il cui valore è funzione non soltanto del livello corrente di un indice (come, ad esempio, il Libor, London InterBank Offered Rate), ma anche dei valori passati dell’indice e dei valori e andamenti passati propri, cioè dello stesso IRD. In quest’ultimo caso il titolo, o strumento, si chiama Snowball (= palla di neve) e tenderà a ripetere amplificate o attenuate le proprie vicissitudini precedenti. Esistono molte altre varianti degli IRD. Ad esempio, le clausole dette “bermudiane”, a certe date fisse, permettono all’istituto emittente o all’acquirente di interrompere il rapporto a certe condizioni prestabilite.

Le strategie più convenienti per gestire un IRD possono solo essere arguite in base all’impiego di modelli matematici probabilistici: ne sono disponibili parecchi aventi caratteristiche diverse. Per orientarsi su questo terreno, occorre aver raggiunto un alto livello di professionalità. È raro che un investitore o l’amministratore di un’azienda riesca a innalzare adeguatamente le proprie competenze e a prevedere i rischi che sta correndo. I livelli dei tassi di interesse sono stabiliti da leggi nazionali e da accordi internazionali. Oltre a questi è pensabile che si possano sviluppare manovre pilotate da speculatori, data la citata enorme mole delle risorse coinvolte.”
ROBERTO VACCA

JAZZ. Bix Beiderbecke (cornetta) in Singing the blues con Eddie Lang (chitarra) e in Sorry.

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02 maggio 2012

GIORNALISMO: perché è finito. Anche nel Corriere della Sera c’è “monnezza”.

Dante e i rifiuti L'ecologia della lingua è uno specchio dell'ecologia generale. La chiarezza e perfezione linguistica come riflesso perfino di una tensione morale. Le brutture del parlare quotidiano, passate ormai a giornali, web, libri e dizionari, esprimono la decadenza civile e morale di un popolo. Ormai, purtroppo, anche il Corriere della Sera, ultimo baluardo fino agli anni 80 (dopo, c'è stato il tracollo linguistico e anche giornalistico) chiama l'immondizia "monnezza", ma senza le virgolette, come il peggiore scugnizzo napoletano dei vicoli dietro via Roma o il “borgataro” più emarginato romano, o anche l'impiegato medio di basso rango, che a forza di citare con ironia ogni deformazione linguistica per i suoi soliti doppi sensi che dovrebbero risultare umoristici e satirici, alla fine parla proprio come quelli che prende in giro. “Capitale corrotta, Nazione infetta” diceva il titolo della famosa inchiesta di Cancogni sull’Espresso.

A Roma, pare impossibile, ci sono ancora archivisti o commessi o bidelli che salutano con “olive dorci” (olive dolci), per imitare Stanlio che dice con accento anglosassone arrivederci. Ma non ride quasi più nessuno. Non perché disprezzino. Ma perché per loro è ormai normale.

Insomma, il parlar male è diventato in Italia quasi una deformazione voluta, vista come segno di appartenenza, uno slang. A Roma innanzitutto, e ora per imitazione nel resto d’Italia. Insomma, è plausibile l’analogia col romanesco, definito dai linguisti specializzati non un dialetto – come il milanese, il veneto, il piemontese, il barese, il siciliano, il napoletano ecc. – che è parlato da tutte le classi sociali, ma “lingua degradata” di un ceto sociale in qualche modo antagonista. Ecco le finalità di satira verso chi viene visto come colto, appartenente al Potere, è educato o comunque parla civile (“er parlà ciovile” dei sonetti di G.G. Belli). E infatti, stupirà tutti, ma Roma, insieme con Firenze (e la Toscana) è l’unica città priva di dialetto. Merito dei papa fiorentini dei Medici. Controprova? A soli 20 km, tutt’intorno, riecco i curiosi, antichi dialetti, strani e ridicoli anche per i romani, quelli con le u dal latino, che oggi appaiono molto meridionali. E allora, come fanno i romani ultrapopolari a sfogarsi col parlare “familiare”, cioè in dialetto, se non lo hanno? Parlano l’italiano deformato, degradato, più rozzo e satirico che possono. “Romanesco” che oggi è solo l’ombra, molto addolcita, e ancor più fiorentinizzata, cioè italianizzata che in passato (spesso ormai è solo accento e un po’ di troncature), di quello dell’800, testimoniato al meglio dal poeta G.G.Belli (v. il nostro blog specializzato) e dal prosatore e studioso G.Zanazzo.

Ma torniamo a "monnezza". Senza il prefisso negativo (come in immondo, immondizia), in teoria dovrebbe voler dire proprio il contrario: pulizia. E invece non sono cose monde, ma immonde! E' come se dicessimo morale anziché immorale. E non opponetemi i dizionari: certo che registrano la nuova parolaccia. Che altro dovrebbero fare se tutti in Italia parlano volgare (ma non nel senso voluto da Dante Alighieri nel De Vulgari Eloquio), ma proprio nel significato di rozzo, becero e regionale?

Qual è il problema, la brevità dei titoli dei giornali? Bene. Ma allora, “rifiuti” è anche più breve – se la scusa è la brevità – di “monnezza”. Ma è meno rozzo e volgare. Questo è il punto vero. E oggi invece si preferisce sempre, a parità di condizioni, il termine più volgare. Specie in Italia, forse il Paese più rozzo e volgare in Europa, anche nel linguaggio.

Voi direte: 

A) Ma con tutti i problemi che ci sono, guardi a queste quisquilie. Bada alla sostanza, che è disastrosa, piuttosto che alle forme. Conosco questa mentalità: tutto è quisquilia. Quali sarebbero i problemi seri per voi? Silenzio. Vi assicuro che con una simile mentalità ci sarebbero sempre “problemi più seri”. Vi ricordate come non si poteva discutere negli anni 70? Qualunque cosa si dicesse, il problema vero era un altro.

B) Ma guarda che è nel Corriere-online, notoriamente trasandato e ricco ogni giorno di pesanti errori d'italiano. No, purtroppo scrive male anche il Corriere a stampa.

E perfino il famigerato titolo: “Basta sporcizia”, anziché “Basta alla sporcizia” o “No alla sporcizia”, che ormai tutti ritengono un uso corretto, giornalistico, vuol dire esattamente il contrario: che la sporcizia è sufficiente. Loro si giustificano facendo capire che i giornalisti cafoni e ignoranti (come quelli che li leggono) gli porteranno i lettori cafoni (che sono la maggioranza).

Ecco perché il Corriere (come tutti gli altri giornali, del resto) dà così tanto spazio a Cronaca, Tv, Sport. Una cosa scandalosa che farebbe rivoltare nella tomba il fondatore Eugenio Torelli Viollier. Non tutti sanno che la cronaca era minima all’inizio e che, anzi, nel celebre Caffè neanche esisteva. Nessuno nel 700 era interessato al fatto che una donna delle Marche era caduta per le scale o che un prete di Milano che aveva un’amante era stato punito dal Vescovo.

Ma si può rispondere: non conoscete la psicologia. La trasandatezza esagerata è controproducente anche per le vendite in un Paese trasandato. la persona educata e culturalmente esigente finisce per non comperare più neanche il Corriere, dopo aver abbandonato già da tempo Repubblica, Messaggero, Stampa ecc, scritti e fatti ancora peggio. Come ormai faccio io. Perché acquistare delle cronache molto mal scritte, mal titolate, sempre insufficienti a capire il fatto, di sport-tv-cronaca-pettegolezzi pseudopolitici? Basta la "prova forbici": negli anni 70-80 facevo 20 ritagli di articoli interessanti ed esaurienti in una sola copie del Corriere, oggi 1 o 2 al massimo. Articoletti brevi, insufficienti ad esaurire l'argomento, sempre sugli stessi argomenti da decenni. Sembra che i giornalisti non migliorino mai, non si evolvano, ma restino sempre a mezz'aria nel loro parziale sapere-nonsapere. E' la fine del giornalismo, ammesso che sia mai esistito. Infatti io stesso, quando cominciai ad essere esperto in 2 o 3 campi dovetti abbandonare il giornalismo: non potevo riportare in modo neutrale le cavolate di chi ne sapeva molto meno di me, e purtuttavia pontificava. Questo genera una selezione al contrario: restano, si adattano alla meraviglia, i giornalisti più mediocri, più “persona comune”, senza idee personali, senza spirito critico, quelli per cui una idea vale l’altra, cioè più giornalisti.

IMMAGINE. La statua di Dante e l’immondizia, cioè i rifiuti. “Rifiuti” è anche più breve – se la scusa è la brevità nei titoli giornalistici – di “monnezza”. Ma è meno rozzo e volgare. Questo è il punto. E oggi invece si preferisce sempre, a parità di condizioni, il termine più volgare.

JAZZ. Tre bellissimi brani del grande Ferdinand “Jelly Roll” (tubo di dinamite) Morton, al di là delle spacconate dell’uomo, un importantissimo codificatore delle prime forme del jazz. Ecco The Pearls, poi Wild Man Blues e infine Georgia Swing. Gustateveli.