05 marzo 2014

CINEMA O CULTURA? Spettacolo e affari: “Non l’ho visto e non mi piace”.

Sorrentino Oscar LA "CULTURA" SECONDO LORO. MA SI’ QUELLA CHE SI CELEBRA DI NASCOSTO NELLE SALE BUIE. “Non l'ho visto e non mi piace” diceva di un film da stroncare a priori non so più se un raffinato-tranchant Goffredo Fofi, un salottiero-snob Nanni Moretti o qualcun altro con altri aggettivi, interpretando il critico supercilioso [era da parecchio, cioè da quando ero giovane e facevo il critico, che non usavo questa parola... ma ora ci posso mettere la faccina ...:-) ]. Però la battuta dell’intellettualino politicamente corretto anni 70 ora ci vuole, eccome, perdinci. Dopo la “Nominescion” all’Oscar dell’italiano Sorrentino!

Visto il Tripudio Nazionale per il “nuovo Fellini”, l’Adunata Oceanica nella nuova Piazza Venezia Online, solo perché La Prima delle Arti Superne, il Cinema, decreta ancora una volta, dopo Gorgonzola e Ferrari (ma tutti sanno che preferisco di gran lunga la prima), l'Italico [un altro formaggio] Genio, premiando non so più se il discreto regista della Grande Bellezza o il grande regista della Discreta Bellezza (fatto sta che due “grandi” così vicini sono troppi: una ripetizione. Del resto mi dicono che il regista è discretamente alto, quindi Altezza Mezza Bellezza).

Film dedicato e ambientato a Roma, ma che Roma non rappresenta minimamente – dicono coloro che mi piacciono e che l’hanno visto – film stilizzato e convenzionale, improbabile, senza capo né coda, pieno di luoghi comuni che sembrano fatti a posta per piacere agli Americani di bocca buona. E alcuni ne hanno scritto con l’inchiostro al ferro-cianuro-di potassio, con una recensione  d’ambiente, di temperie socio-politica, sul Fatto Quotidiano (“Oscar: la grande vuotezza”) e con due articoli su Linkiesta, (“La Grande Bellezza di Sorrentino è una boiata pazzesca”, “Flaiano, Sorrentino e la Grande Bruttezza”), per tacere di altre testate.

Altro che Fellini. L’amico Roberto Dallera su Facebook ha parlato di «tremenda dissonanza con Fellini e la sua Dolce Vita, a cui tanti lo hanno accostato. Ma Fellini era il cantore di un mondo che non c'è più, e descriveva una città permeata da un unico fremito interclassista. La sua narrazione coinvolgeva gente di ogni status sociale e di ogni quartiere. Fellini descrive e omaggia quello che vede e che intuisce dietro al boom anni '60 che pervade tutto e tutti. La Grande Bellezza, invece – continua Dallera – mi pare solo il sogno di un dandy napoletano anelante di mondanità romana, che per rappresentare come sarà lui a 60 anni trova un attore che gli somigli dentro e lo fa danzare nei suoi panni. Un film già concepito nella sua mente come un gesto narcisistico e autocelebrativo. Sorrentino è il provinciale che vorrebbe entrare a Roma dalla porta principale e vi riesce tramite il più buffo degli espedienti: fare un film che a molti sembra un'altra cosa da ciò che è. In realtà lui non ha fatto altro che dare forma ad un sogno, nella speranza che quella Roma diventi davvero la sua Roma. Incurante che quella Roma non esiste, e se esiste è solo parvenza, un vuoto di esistenze disilluse e disperate di vip annoiati che recitano se stessi mentre tutto intorno crolla senza che se ne rendano conto».

Capisco il provincialismo dei cinefili, che spesso un disastroso errore dello scanner trasforma in cinofili, cioè finalmente amanti di qualcosa di vivo. Capisco il rifarsi ai pochi “nomi sicuri” della cultura media, scopiazzandoli allegramente. Capisco il vezzo di chi non ha niente da dire di reale, cioè di chi non sa leggere la realtà che lo circonda, di fingersi all’improvviso pensoso, fantasioso, allegorico, comunque almeno profondo. Capisco il grande parlarsi addosso liberatorio dopo decenni di bocconi amari e soprattutto di sale vuote. Capisco pure i soliti paralleli con Flaiano e Fellini, due intellettuali di provincia che Roma non capirono affatto. Semmai si illusero di capirla e, molto meglio di Sorrentino, ovviamente, l’adattarono come fondale scenografico ai propri sogni arbitrari, al proprio spirito visionario. Capisco perché tanti piccoli intellettuali napoletani e meridionali estranei a casa loro (già, perché non si esprimono lì dove capiscono l’ambiente?), arrivati a Roma la prendano per casa propria, per propria Patria, scambiando indifferenza e rilassatezza – tipiche d’ogni metropoli – per tolleranza, benevolenza, simpatia, comprensione. E invece non la capiscono affatto e a loro volta non sono capiti.

Capisco tutto, ma non capisco come mai si appioppi a questa messinscena della comunicazione commerciale, che altro non è che un premio dato dalla lobby dei distributori cinematografici che domina il consumistico business dello spettacolo negli Stati Uniti, un Grande Valore Culturale, mentre i nostri grandi monumenti (per contrasto uso apposta le minuscole), i nostri capolavori della pittura e dell’archeologia, i nostri libri, la nostra lingua, la nostra e l’altrui musica (vergognosamente fuori dalla scuola, insieme con l’educazione civica; e se la passano male perfino storia e geografia), e per finire l’istruzione secondaria e universitaria, non siano cultura. Mentre per i politicanti delle Regioni (da cancellare!) sono cultura anche gli Stadi di Calcio, oltre alle Sagre della Porchetta, del Tartufo, del Raviolo, e alla processione del Sacro Chiodo di N.S.G.C.

AGGIORNATO IL 7 MARZO 2014

JAZZ. Appena scomparso Parker, già era scoppiato l'hard bop, una evoluzione meno sofisticata-intellettuale-dissacrante del be bop puro delle origini, con assoli più lunghi e importanti, ritmo più incisivo, melodie più popolari (più facili) e riproducibili. Sembrava, scrivevano pochi critici superciliosi, un vendere il jazz all'industria discografica, ma... ce l'avessimo oggi (anzi, che dico? ce l'abbiamo ancora: è l'anima del mainstream moderno...). Fu grazie all'hard bop che il j. moderno si fece conoscere da un largo (si fa per dire) pubblico. E, particolare non secondario, non fu una soluzione dell'eterna avanguardia elitaria e autoreferenziale, ma il filone centrale . Quello che rivelò il grande Clifford Brown, i suoi allievi Lee Morgan (il migliore), Dorham e altri, ma anche Blakey, Silver, un Rollins che apparve un genio opposto a Coltrane, e invece ben presto deluse ripiegando sul calypso... Insomma, un grande periodo. Così grande che con un po' di svolte, ammodernamenti e acquisizioni (ora un pizzico di cool, ora una spolverata di free) dura tuttora! Gustatevi questi numerosi brani in sequenza.

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24 maggio 2012

DISASTRI. Il terremoto fa riflettere: arte, storia e cultura nostre prime risorse

Torre Orologio Finale Emila crollato per terremoto (mag 2012) E’ la nostra unica, vera, emergenza. Quella delle costruzioni storiche cadenti, instabili, non restaurate, tantomeno rafforzate in previsione dei terremoti a cui l’Italia è soggetta, beni privati o pubblici abbandonati a se stessi da secoli, che si sbriciolano col passare degli anni o crollano al minimo terremoto.

Prima ancora di questa crisi finanziaria ed economica, che ci arriva da lontano, il degrado dei beni storici – che sono il nostro unico, vero, patrimonio, anche economico – ci tocca da vicino, perché è una trascuratezza nostra, tutta italiana, frutto d’insensibilità culturale e psicologica, per la quale non possiamo accusare le lobbies di Wall Street o gli gnomi di Zurigo.

E non stiamo parlando dei capolavori assoluti della pittura, della scultura o dell’architettura che quasi sempre monopolizzano l’attenzione e i pochi finanziamenti, ma di quel diffuso, sterminato, tessuto connettivo di testimonianze di Storia costituito dall’inestimabile patrimonio culturale di torri, palazzi, monumenti, mura, castelli, ville, chiese, abbazie, teatri, interi villaggi, centri storici di cittadine e città meravigliose.

Non è questione di Arte o di Grande Arte, non è questo il problema: di capolavori ne abbiamo tanti. Ma si tratta, invece, di salvaguardare un bene diverso e altrettanto prezioso per una Nazione unita da poche generazioni: la testimonianze di una storia comune degli Italiani. E che Storia! Ecco perché queste costruzioni che un terremoto, una inondazione, una frana distrugge non hanno l’eguale al Mondo: rappresentano la nostra identità di popolo. Più di altri simboli. Nessuno le può rubare (come la Gioconda) o imitare (come il gorgonzola o il parmigiano) o comperare in blocco (come potrebbe accadere, in teoria, per la Ferrari).

Torre orologio Novi di Modena semi-crollata per terremoto E dunque, noi Italiani “siamo” quelle case, quegli archi, quelle torri, quelle ville, quelle scalinate, quelle piazze. Non altro. Anzi, se davvero fossimo degni di essere cittadini italiani, lo saremmo perché ci identifichiamo molto più con le tante piccole opere, spesso anonime o collettive, definite “minori” da un’estetica pseudo-romantica, che l’operosità di geniali maestri muratori seppe realizzare in passato, piuttosto che con le magnifiche opere dei Grandi artisti individuali.

Più che il Davide di Donatello , la Cappella Sistina e le centinaia di altre opere, grandiose, sì, ma che rappresentano solo i grandissimi e isolati artisti che le crearono, noi “siamo” storicamente le mura di Ferrara, la piazza del Campo di Siena, il Vittoriano e la scalinata di piazza di Spagna a Roma, la piazza del Mercato di Lucca, la città fortezza di Palmanova, i borghi e i porticcioli delle Cinque Terre, la valle d’Itria e i trulli di Alberobello, e così via di regione in regione.

E dunque noi Italiani, tutti, anche i siciliani e i piemontesi, “siamo”, anzi, “eravamo” perfino la bella torre civica dell’orologio di Finale Emilia o di Novi di Modena, senza troppe pretese di artisticità, smplici e severe come si addice a una torre civica, cioè laica, che nell’immaginario collettivo dei signorotti e delle piccole comunità agricole d’un tempo doveva competere in altezza, imponenza o simbologia del Potere con la chiesa parrocchiale. L’orologio pubblico, poi, era visto come un vero “servizio” per la comunità, in tempi in cui solo pochi nobili, il curato, il medico e il farmacista ne possedevano uno personale (le famose grosse “cipolle” a più involucri).

Ora entrambe le torri dell’orologio sono crollate, e non per la crudeltà della Natura, ma per l’insipienza degli uomini che non le avevano rafforzate abbastanza, con la scusa del costo, sicuri che potesse esistere qualche regione della Penisola esente dal rischio sismico per varie centinaia di anni.

L'ennesimo terremoto – stavolta in una zona a torto considerata “immune”, ai confini della val Padana, tra Parma e Modena – ha ricordato anche ai tanti che non volevano sapere e che usavano nascondere la testa sotto terra, che tutta l'Italia è zona altamente sismica, e dunque spetta a noi, solo a noi, difenderla come già fecero i nostri antenati.

Due torri, simboli di comunità, due tra le migliaia in Italia, cadono, e questa caduta diventa a sua volta il simbolo del nostro dramma culturale e psicologico di Italiani del Duemila, in media più colti scolasticamente dei nostri antenati, ma sottoculturali perché ci illudiano che si possa impunemente vivere di presente, senza ingombranti legami antropologici, senza Storia, insomma senza alcun valore che non sia il denaro, ingrati verso le generazioni dei secoli scorsi, immemori del nostro passato.

Altro che crisi finanziaria, la vera crisi è che lasciamo distruggere le costruzioni in pietra di ieri in cambio del cemento e delle pareti prefabbricate di oggi, materiali non nobili, che come la plastica invecchieranno e si distruggeranno senza diventare mai antichi.

E l’Italia non è il Texas che ha ampie aree disabitate o desertiche. L’Italia, piccola e antropizzata fin dai primordi della sua lunga Storia, è piena di costruzioni e manufatti di grande valore storico o artistico, ma anche – dall’ultima guerra ad oggi – di moltissime case, per lo più brutte, kitsch e abusive, oltretutto non anti-sismiche, spesso disabitate, che dovrebbero semplicemente essere abbattute, come propone da anni l'urbanista Aldo Loris Rossi. L’Italia va rifatta. Basta col cemento speculativo e inutile, visto che non c’è crescita demografica e domanda, e sì, invece, al restauro dei Centri Storici della belle città italiane, oggi pieni di case vuote e cadenti.

Basta con le nuove costruzioni! Riutilizziamo le antiche e bellissime case dei nostri Centri urbani. E’ il momento, proprio in tempi di crisi, di abbattere il brutto e il non anti-sismico, e di restaurare e consolidare tutto ciò che è bello e storicamente valido.

Ma lo capiranno i sindaci dei Comuni e i presidenti di Regione, i parlamentari e i ministri? Per loro, molto spesso, come provano le tipiche biografie di chi si dedica alla professione politica, la conservazione dei beni storici, artistici e culturali, la stessa cultura in sé, quando sono prese in considerazione sono oggetto di alzate di spalle (“Abbiamo troppe opere d’arte e pochi soldi: dobbiamo scegliere”), non capiscono che il primo patrimonio dell’Italia (il Paesaggio e il cibo sono gli altri due) è la Cultura, anche in volgarissimi termini di miliardi di euro ogni anno.

Per politici e amministratori il rilancio dell’economia vuol dire sovvenzionare in modo obliquo questa o quella impresa o lobby amica senza neanche valutare se ciò che produce risponde a requisiti di sicurezza e di mercato, costruire un nuovo stadio di calcio, aprire l’ennesima “super-strada” parallela ad una già esistente, costruire un doppione di linea ferroviaria “ad alta velocità” che il pubblico non richiede, mentre vorrebbe il ripristino delle vecchie linee locali dismesse. Ma vuol dire anche attrezzare un porticciolo, spesso distruggendo la bellezza selvaggia del paesaggio, per barche che non arriveranno, dare concessioni (che per i sindaci vuol dire auto-finanziarsi) per la costruzione di capannoni che resteranno vuoti, o per urbanizzazioni speculative di “unità abitative” destinate a restare senza compratori, ma buone solo per i costruttori (“che si spera ci diano un po’ di soldi e facciano votare per il nostro Partito”). Come meravigliarsi, perciò, se per questi amministratori e politici arrivisti e ignoranti una festa popolare vuol dire talvolta solo la sagra della piadina, del grana o della porchetta?

IMMAGINI. 1. La Torre dell’Orologio di Finale Ligure semidistrutta dal terremoto (che poi la raderà al suolo completamente con una seconda scossa). 2. La Torre dell’Orologio di Novi di Modena colpita dalle prime scosse del terremoto (prima di finire totalmente distrutta da nuove scosse).

JAZZ. Shangai Shuffle in due versioni diversissime registrate a distanza di 10 anni dalla stupenda grande orchestra di Fletcher Henderson, colui che portò alla maturità e alla massima espressione lo stile da big band, rivelando anche un arrangiatore come Redman e solisti come Armstrong e Hawkins. La prima interpretazione, sintetica, ritmica, icastica, con la cornetta penetrante e ritmicamente travolgente di Louis (Louis Armstrong, Elmer Chambers, Howard Scott (tp); Charlie Green (tb); Buster Bailey (cl,as); Don Redman (cl,as,oboe); Coleman Hawkins (cl,ts); Fletcher Henderson (p); Charlie Dixon (bj); Ralph Escudero (tu); Kaiser Marshall (d) New York, 13 ottobre 1924). La seconda interpretazione, del 1934, è armonicamente più profonda, barocca, complessa, tutta giochi di sezioni e intrecci melodici e armonici, a tratti perfino virtuosistici, ma senza i geniali solisti della prima versione. E’ tuttavia molto bella, d’un altro genere di bellezza. Tra i solisti: Buster Bailey al clarinetto e Henry "Red" Allen alla tromba.

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29 gennaio 2012

PARCHI A ROMA. Quando i giardinieri sono molto peggio di vandali e turisti.

Ringhiera da palazzina di periferia nel parco di villa Pamphili (29 genn 2012)Roma, ex capitale d’un Regno mitico, etrusco-latino, poi d’una severa e inflessibile Repubblica, poi dell’Impero Romano, poi ancora dello Stato della Chiesa, infine e con molta fatica e fortuna dello Stato italiano unito. Tra opere ancora in piedi e quelle nei musei, la più alta concentrazione di monumenti, rovine archeologiche e opere d’arte al Mondo.

Voglio dire che di armonia e bellezza artistica dovrebbero intendersi, da noi, anche i più rozzi contadini, ammesso che ne esistano ancora (di contadini, perché di rozzi è piena l’Italia di oggi). Non potrebbe mai essere come ad Atene, dove il Bello non è più da molti secoli parte della sensibilità e cultura diffusa, semmai regna il kitsch dei Paesi in eterna via di sviluppo, il concetto di armonia e “decoro urbano” non esiste proprio, non c’è la manutenzione, tutto sembra “non finito”, nell’indifferenza generale, tanto che dai piloni di cemento grezzo delle case abitate spuntano i fasci di tondini di ferro dell’armatura, nella vana speranza di un secondo o terzo piano che mai verrà. Ma i Greci, si dirà, erano già decaduti al tempo dei Romani, a cui vendevano volentieri le loro stupende statue (statue di scultori che non li rappresentavano, sorti dal magma etnico come una beffa del Caso), e poi come popolo di pastori subirono senza reagire secoli di dominazione cristiano-ortodossa (coi preti fanatici e ottusi che fondevano le statue pagane per farne calce per costruire le loro orribili chiesette), e poi turco-musulmana.

Nessun paragone è possibile con la nostra civiltà, che non ha mai avuto soluzione di continuità e che, anche nei periodi più bui, è stata povera e non libera, sì, ma sempre artisticamente attiva e all’avanguardia. A Roma e in Italia, se non altro, dovremmo possedere in tutti gli strati almeno il semplice buonsenso estetico che i Greci non hanno, perché lo abbiamo ereditato nel nostro Dna culturale collettivo. E allora, come mai negli ultimi 20 anni i peggiori “burini” e “cafoni” sembrano arrivati al Potere? Come mai la gente più rozza e grossolana sembra essersi impossessata (basta sentirli parlare) di Municipi, Comune e Regione? E non parliamo dei servizi tecnici! Insomma, è davvero inquietante e inspiegabile – se non con l’ascesa al potere di uno strato sociologico di rozzi arrivisti attratti solo dai soldi e dal comando – l’attuale disinteresse per il decoro urbano, l’armonia e il Bello.

Prendiamo un esempio minimo, perché è dalle piccole cose – rivelatrici, perché su di esse si esercita di meno lo spirito critico – che si giudicano uomini e città. Ma di altri esempi piccoli, medi e grandi ce ne sarebbero migliaia, solo a Roma.

Nella manutenzione dei parchi cittadini dovrebbe essere istintiva la scelta della pietra, del legno, del metallo più appropriato all’ambiente. Oppure non bisognerebbe far niente, lasciar fare alla Natura, cosa mille volte più dignitosa, in certi casi. Per esempio nei parchi cittadini, specialmente quelli che hanno ampie zone “selvagge” come villa Pamphili. E invece, che accade?

Ecco, invece, come nel 2012 d.C. ignoti giardinieri, geometri, fabbroferrai, architetti, piscicoltori, avvocati, insegnanti logopedisti, archivisti di III classe aggiunti in prova, ragionieri, disegnatori, laureati in filosofia a Cassino, insomma non si sa quali misteriosi specialisti pagati a caro prezzo (lo stipendio) dal Comune di Roma – nota accolita di raffinatissimi dandies e maniaci esteti capaci di morire in difesa del Bello – hanno affrontato e risolto il problemino elementare paesaggistico-stilistico-estetico di collegare con una staccionata o recinzione adatta e “accettabile” prato, viottolo e siepe di alloro sullo sfondo (foto 3), nell’altrimenti bellissimo parco di villa Pamphili. Un disastro.

nico4 011Attenzione per chi non conosce bene villa Pamphili, siamo nella parte più inglese, più “selvaggia” dell’area verde, dove già una siepe troppo inutilmente pareggiata e rifinita, l’insopportabile “ghiaietta romana” nei vialetti, una tuja piccolo-borghese o un abete natalizio, o un albero abbattuto senza essere soppiantato da un albero nuovo (altro viziaccio del Servizio Giardini di Roma), per non parlare delle tante inutilissime targhe toponomastiche (altrimenti i postini a chi la recapitano la corrispondenza diretta agli alberi del parco?), sono una dolorosa stonatura, provocano una fitta al cuore nei più sensibili all’estetica.

Macché, quasi come in Grecia (be’, non esageriamo) al Comune di Roma non si pongono proprio problemi estetici. Così il brutto regna sovrano dappertutto. Il decoro urbano è rovinato. Spesso col benestare della Sovrintendenza, sia comunale che di Stato (famigerate le enormi obbrobriose palle di ferro che delimitano la fontana delle tartarughe in piazza Mattei, immiserendola).

Ma torniamo al rispetto del paesaggio verde. Alberi bellissimi vengono tagliati alla base per i più diversi motivi. E mai rimpiazzati. Oppure vengono “capitozzati”, cioè orrendamente potati, e pure nel periodo vegetativo sbagliato, in genere in primavera… Il ricordo dei cento pini di 80 anni di età tagliati a viale Medaglie d’Oro, e delle stupende quinte di alti arbusti di alloro sradicati all’ingresso del Gianicolo di villa Pamphili in occasione della visita del dittatore Gheddafi, per evitare che vi si nascondessero eventuali attentatori, è ancora doloroso e non si marginerà mai.

Ora, sempre a villa Pamphili, vicino alla cascina Farsetti, sul lato di via Aurelia Antica, una misteriosa proprietà ha spostato in avanti i suoi confini rubando diversi metri alla villa, compresi bellissimi alti arbusti di alloro, subito tagliati alla base (l’alloro, rustica e stupenda pianta-simbolo della storia di Roma, sembra l’arbusto più odiato). Una cosa mai vista: villa Pamphili anziché ingrandirsi viene ridotta. La inquietante proprietà fantasma, dove non si vede mai nessuno, ma è protetta da tre enormi e altissimi fari di sorveglianza non proprio tipici di una qualunque proprietà privata, segno che una priorità è impedire e individuare subito eventuali intrusi (servizi occulti, Polizia, centralina di Stato, altro?) si protende per oltre quattro metri nella Villa. Tutto lascia pensare che sia una proprietà pubblica di Stato, che come sempre ha rubato lo spazio all’uso dei cittadini (Centinaia sono i palazzi di Roma acquisiti dal Potere, a spese del cittadino: il Governo Berlusconi ci ha già abituato a questo e ad altro).

Ebbene, tutto questo lato ha perso la bellissima cortina di alti arbusti di alloro e piante spontanee che coprivano alla vista la bruttura della casetta e degli annessi, compreso un probabile fienile abbandonato, al di là del recinto. Che aspetta il Servizio Giardini a ripristinare vicino alla cascina Farsetti il paesaggio così com’era, cioè a ripiantare una serie di arbusti di alloro? E se il proprietario al di là della rete metallica lo impedisce illegalmente, lo si renda noto. Così i cittadini sapranno chi è che ruba spazio ai parchi romani.

Quel che è certo, per mancanza di idee e personalità, per sudditanza a Governo, casta politica, Vaticano, ipermercati e speculatori finanziari, La Giunta Alemanno, come si vede anche dal disprezzo che riserva all’ambiente, al paesaggio e alla bellezza, è una delle peggiori della Roma democratica.

Ringhiera da palazzina di periferia nel parco di villa Pamphili 3 (29 genn 2012)Inutile protestare col Servizio Giardini o in Comune. Si sa già che cosa direbbero, come del resto hanno detto in passato: “Signore mio, beato lei che pensa a queste cose, con tutti i problemi che ci sono. Noi non abbiamo tempo. Già è tanto, col personale che abbiamo, coi turni e le licenze, se possiamo garantire il minimo… Che cos’è, un giornalista, uno scrittore, un pittore? [cioè, notoriamente dei perditempo, NdR]. Loro, sì, che lavorano, sono professionali, non hanno tempo da perdere, i Socrate misconosciuti di Giardinetti, i Seneca di Grottarossa, gli Einstein di Torpignattara.

Così, ignorando i saggi Romani antichi e l’uso del legno o delle siepi, non leggendo neanche le riviste specializzate, ma prendendo a unico modello la vezzosa ed elegante ringhiera del balconcino della palazzina di periferia in cui vive, l’ignoto “tecnico” comunale ha “risolto” il problema estetico. Altro che staccionata o balaustra in tronchi di legno incrociati, tradizionale da millenni a Roma (v. foto in basso)! Altro che siepe di alloro o di bosso, come suggeriva la siepe di fronte. Ecco, invece, una “elegante” ma inadattissima ringhiera da terrazzino condominiale. Eppure, sarebbe stato meglio e più facile non fare nulla! Visto che “non hanno tempo”, come dicono.

Le cartacce, le plastiche e le bottiglie vuote sui prati non le raccolgono. Gli alberi non li piantano. Potano soltanto o abbattono. Il loro strumento di morte ideale è la sega circolare. Roba da serial killer da film di quart’ordine, quelli che piacciono ai ragazzini psichicamente disturbati .  “In cuor loro – ha detto alla radio il curatore d’una rubrica di giardinaggio – i giardinieri comunali si sentono boscaioli mancati”. E i prati? Devastati dagli enormi pneumatici dei trattori che nei giorni feriali li solcano in lungo e in largo: nella villa si fa tutto con macchine inutili e devastanti, a cominciare dalla distruzione del verde più prezioso, come le stupende quinte di altissimi arbusti di alloro – nella zona del villino Corsini – distrutte con sadismo da Attila ai tempi della visita di Gheddafi.

Staccionata recinzione romana a legni incrociati Se è così, se in fondo in fondo, i parchi, gli alberi, i cespugli,  i prati, il verde, la bellezza, li odiano (mentre non odiano le cartacce, le plastiche e le lattine vuote), perché emigrando a Roma da Trapani, Ferentino o Salerno volevano fare l’usciere o il commesso, non il giardiniere, ebbene, se ne vadano, cambino lavoro. (A proposito, che specializzazione “accademica” ha il direttore del Servizio Giardini? E per caso controlla quello che combinano i suoi un po’ dappertutto?).

Insomma, il Servizio abbandoni del tutto i parchi, non prenda iniziative, e si limiti alla ordinaria manutenzione, cioè alla pulizia dei prati. Questo il nostro consiglio. Se ne vadano! Chiudano in rimessa trattori e macchine e seghe. Il Paesaggio, gli alberi e la Natura non potranno che ringraziarli. Con soddisfazione non solo dell’occhio ma anche del portafoglio.

Ma, no, pur nella famosa pigrizia senza controlli tipica dei lavoratori municipali romani, sono attivissimi e instancabili nel pensare, programmare e realizzare il peggio.

Che poi la Magistratura abbia messo sotto inchiesta alcuni dirigenti dei Giardini romani per corruzione, non ci meraviglia affatto: anzi comprova una volta di più che l’inefficienza è collegata alla disonestà, e viceversa. Anche perché l’intelligenza è una e indivisibile, anche quando è modesta. Perciò il grande Benedetto Croce ai tanti che lo interrogavano sulla “questione morale” rispondeva che basterebbe richiedere al funzionario pubblico l’efficienza. Insomma è l’etica del dovere. Il massimo indice dell’onestà? Non è il numero delle confessioni davanti a un prete, ma il proprio lavoro ben fatto, e nel più breve tempo possibile.

IMMAGINI. 1-2-3. Tre pugni in un occhio, specialmente in un parco romano! 4. Ecco come dovrebbe essere una recinzione tradizionale, tanto più in un parco romano.

JAZZ. L’orchestra di Frankie Trumbauer con Bix Beiderbecke alla cornetta in I’m Coming Virginia. Dell’incisione fanno parte anche Jimmy Dorsey ed Eddie Lang (Salvatore Massaro). Il brano, molto noto, dura oltre 3 minuti.

AGGIORNATO IL 2 APRILE 2015

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03 febbraio 2009

BELLEZZA. Quando la modella nuda è più intelligente della prof. moralista.

ottima vista da dietro (picc)“Tra una donna evidentemente bella e una forse intelligente, scegli l'evidenza” (Nico Valerio).

Il busto d’una modella affisso nella cabina d’un camion o sulla parete d’una autofficina è superiore o no a una tesi di laurea? E il sedere della famosa attricetta tv offerto in visione dal calendario vale di meno o di più – scusate l’anatomia comparata – del cervello d’una media insegnante di scuola media?
Perché le donne che si atteggiano a “istruite” e “intelligenti” disprezzano la bellezza sensuale delle altre, poche, donne, e fanno di tutto (pantaloni e abiti maschili in genere, capelli corti, trasandatezza, atteggiamenti virili) di comprimere o non esaltare il proprio sex appeal, come se la bellezza fosse l’antitesi dell’intelligenza e della cultura?
Anzi, è esattamente il contrario di quello che loro ottusamente pensano. E’ infatti un vero e proprio sgarbo alla Ragione che la (finta) intellettuale ironizzi con aria di superiorità da tipica professoressa sulla (vera) bellezza. C'è un salto tematico e logico: sono due piani non coincidenti. Non capisce l’intellettuale poco intelligente che dal confronto ha tutto da perdere? Intelligenza contro bellezza non è possibile. Come bellezza contro intelligenza. Purché entrambe siano vere. Ma se una delle due virtù è virtuale, cioè solo presunta, vince l’altra.
Del resto l’intelligenza è altamente opinabile, mentre la bellezza, l’armonia d’un corpo, è un dato evidente che s’impone da sé, senz’alcuna dimostrazione filosofica. Ictu oculi, cioè a colpo d'occhio. Chiedetelo ai giudici di Frine, l'etèra di Atene che in Tribunale per difendersi dalle accuse non trovò di meglio che mostrarsi nuda. Rivelandosi, appunto, più intelligente di chi l’aveva accusata. Ed ebbe la causa vinta, perché era evidente che nella sua bellezza c'era del divino (così credevano i giudici), noi diremmo un Logos, una Mente, una Intelligenza superiore. Ecco perché la perfezione della bellezza ha i suoi diritti.
Qualunque insegnante di liceo di provincia, che magari si è laureata imparando a memoria facili libri, senza sapere nulla della vita e della cultura, si sente autorizzata a sparare con sarcasmo sulle cosce della Carfagna o sul posteriore della Bellucci. Errore. Così copre di ridicolo le sue oscene nudità mentali, non avendo nudità fisiche, cioè capolavori, da mostrare. Anzi, avendole distrutte con la propria banale e insufficiente erudizione, che denota scarsa intelligenza.
Ma noi non eravamo così prima della dannata invasione sottoculturale della Chiesa Cristiana. Le nostre radici pagane, per fortuna, ci avevano educato diversamente, per migliaia di anni. E ora l’antico ethos del kalòs kai agathòs, il Bello che è anche Buono, mirabile motto della Civiltà Occidentale, riaffiora, deve riaffiorare.
Così, tra il meccanico, il camionista, il militare, l'uomo per abusiva definizione classista ritenuto “rozzo”, che guarda i calendari con donnine nude o il porno, e i suoi critici pseudo-intellettuali che spesso razionalizzano la personale invidia (donne) o le proprie remore religiose, specialmente cristiane, o psicopatologiche (uomini), trovo che sia molto più intelligente, e non solo d’una istintiva intelligenza naturistica, perché strettamente in contatto con le radici etiche, rituali, antropologiche dell’Uomo, proprio la tanto bistrattata prima categoria, quella della Bellezza.
Lode, dunque, all'intelligenza istintiva della modella e della porno attrice, della escort o della prostituta prosperosa e armoniosa (e sì, perché non poche sono brutte), della attricetta o della “velina”, ma anche di qualunque donna bella. Lode, insomma, al Corpo, il nuovo Dio laico, corpo che è anche una macchina geniale, delicatissima, che per dare e conservare a lungo il meglio di sé vuole grande, grandissima intelligenza. Evviva la bellezza del Corpo, che esprime due intelligenze, quella superiore, il Logos, l'Armonia della Natura, ma anche quella della donna (o dell'uomo) padroni del corpo, se la bellezza non dura solo lo spazio d'un mattino, ma è coltivata, educata, prolungata sapientemente nel tempo, insomma armoniosamente interpretata, programmata, costruita. Anzi, per paradosso, la modella potrebbe anche permettersi, lei sola però, di essere ottusa: è la bellezza che è "intelligente" per lei...
Altro che finte eccellenze, come gli intellettuali, e spazio dunque alle vere inequivocabili eccellenze, le belle modelle, pornostar, stelline, ragazze qualunque, che l'intelligenza della Natura e l'intelligenza personale hanno prodotto. Intelligenza del kalòs kai agathòs che dovrebbe essere apprezzata come collegamento naturale all’antica intelligenza della Terra da camionisti e da scrittori, da meccanici e avvocati, da infermiere e professoresse. Con guadagno di tutti, perché - si sa - anche chi sa riconoscere l'armonia e l'intelligenza del Bello, pur non possedendolo, è intelligente. Come il critico d'arte che può essere altrettanto artista dell'artista.
E il bel nudo e i bei modelli possono avere qualsiasi sesso. Perché la bellezza è un’intelligenza geniale della Natura che vale per tutti, soggetti che la mostrano e soggetti che la ammirano.
E “pensatori” dilettanti e professoresse acide stiano zitti. Il loro mestiere non autorizza nessun privilegio: magari esistessero delle professioni superiori, che garantiscono di per sé l’intelligenza. Così non è. Tutti o quasi possono imparare a memoria dei libri e laurearsi. Anzi, è lecito il sospetto che chi si avvicina a certe professioni definite come "intellettuali" possa farlo con motivazioni di compensazione, di rivalsa psicologica.
Purtroppo, non tutti i brutti sono dei Leopardi, e la maggior parte degli uomini non avrà mai nessuna virtù: né l'intelligenza, né la cultura, né la bellezza. Ma certo sempre pochi sapranno essere in comunione con se stessi e il Logos, lo spirito eterno della Natura, e conservarsi o diventare belli. Il Bello, anche quello fatto dal Caso, anche quello che non resiste al Tempo, è sempre intelligenza.
E non ci piace l'ipocrita e conformistico galateo delle “buone maniere” da salotto ipocrita che colpisce giornali, tv e anche Internet (p.es. su Facebook), dove potete pubblicare la foto d’una donna squartata, ma non nuda, soprattutto se bella e seducente: depravazione mentale pari solo a quella dei preti della Chiesa Cattolica, prima, durante e dopo l’Inquisizione). E le stesse donne, con ciò ritenendo di qualificarsi come “intellettuali” o femministe, non approvano le donne sensuali o, come dicono loro, “appariscenti”, ancor meno le donne in pose erotiche e c.d. “pornografiche”, dando a intendere a contrario che bruttezza, asessualità e trasandatezza viriloide possano più facilmente sottintendere se riferite alla donna “impegno culturale”, “lavoro intellettuale”, “valori” diversi e ben più elevati di quelli d’una modella o attricetta, insomma una superiore eticità. E’ la mistificazione per cui, p.es., in politica o nelle aziende vengono scelte spesso le donne più brutte. Come a voler insinuare: non sono mica delle modelle, sono donne che hanno studiato, intelligenti! E ovviamente, più sono brutte più sono intelligenti. Cosicché, per curioso paradosso, la bruttezza, alla fin fine, è l’unico vero requisito selettivo che si richiede alla donna.
Ma che intelligenza è? E’ assurdo, immorale vietare un Bene sicuro e palese come la bellezza della donna, tirando in ballo un Bene tutto da dimostrare e quasi sempre inesistente, come l’intelligenza, spacciata poi come “moralità” piccolo-borghese, cioè cattolico-repressiva, che non c’entra niente. La cosa ci ricorda certe donnette volgari, abituate a parlare con pesante accento provinciale o di borgata, che come hanno visto fare alla televisione o al cinema recitano da raffinate “signore all’ora del tè”. Alla netiquette (l’etichetta su internet) allora preferiamo la natica. Senza negare, ovvio, etica ed estetica. Che – a questo punto si sarà capito – grazie al Logos sono curiosamente contigue.
JAZZ. Un bel concerto di Gerry Mulligan a Roma nel lontano 1959, ai tempi felici in cui la televisione italiana ancora riprendeva la musica e l'arte. Il brano è Moolight in Vermont.
AGGIORNATO AL 21 APRILE 2013

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29 gennaio 2006

CULTURA CLASSICA DEL CORPO. Il nudo estetico ed estatico

Ha una sua onestà, una sua purezza, una sua verità il corpo ripreso al naturale senza la falsificazione dei vestiti, come ho scritto e provato in base alla psicologia nel mio libro, ormai esaurito, Guida al nudo (Sugarco ed., 1980). D'accordo, in questa foto in bianco-nero che probabilmente risale agli anni Trenta, tratta da un news-group specializzato di internet, c'è in pieno - perché negarlo - l'ideale estetico classico, quel kalòs kai agathòs, cioè il bello che diventa virtù, quasi a denotare una superiorità morale, che era tipico dei filosofi antichi e anche non poco di noi nudisti moderni. Frine che vince la causa in tribunale, quando a corto di argomenti decide di spogliarsi. Come avrebbe potuto una donna così bella e perfetta, quindi inscritta idealmente in una suprema armonia razionale, compiere il turpe e antiestetico delitto? No, non fu questa l'argomentazione implicita dell'umanissimo e razionalissimo giudice. Lui ragionava da giudice, sia pure d'altri tempi, tempi pagani e naturali: come poteva una donna che evidentemente gli Dei avevano scelto e premiato come perfetta, macchiarsi d'una così grave imperfezione come il delitto, smentendo così le scelte divine? Una sua condanna - deve aver pensato il logico uomo di legge - sarebbe stata vista nel Cielo come sacrilega.

Ma qui non conta che la ragazza è di quasi certa origine teutonica. Come poco importa che quest'altro vecchio nudo fotografico ci ricordi le muscolature nervose di Cranach o Pollaiolo. "Bellezza ellenica" scrivevano gli ingenui nudisti dell'800. Ma non pensavano al popolo greco, quanto all'ideale filosofico-estetico espresso dalla sua cultura più alta. E sì, perché poi la realtà, si sa, era diversa: le donne greche erano e sono piuttosto brutte. Ma osservando questa foto nostalgica tante considerazioni, perfino antropologiche, si potrebbero fare. Anche amare o maliziose: dove trovarle oggi giovani donne così? Se guardiamo alle rare e brutte foto che appaiono sulle riviste dei club Fkk (Freie Korper Kultur), cioè nudisti, è un disastro di banalità, disarmonia, sciattezza. Colpa dei fotografi, ovviamente. Un tempo erano degli intellettuali, degli artisti. Oggi sono per lo più turisti volgarotti, tipo i "turisti per caso della tv, che parlando a bocca piena pigiano il tasto della macchinetta "compatta" digitale con le dita unte di hamburger o di pizza. Dove trovarli i fotografi colti, intrisi di passioni classiche, capaci di creare nella camera oscura statue vive, grazie a queste pose che parlano d'una mentalità estetica ed estatica oggi scomparsa?

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