17 novembre 2012

PSICOLOGIA. I sei cappelli: pensare in modi “paralleli” per risolvere i problemi.

6cappelli

La donna (o l’uomo) vi lascia? Non sapete come riempire una valigia, con tutte le cose che vorreste mettervi dentro? Avete un negozio con una bella insegna e bella vetrina, dove però non entra nessuno? Avete preso una malattia? L’azienda vi considera “in esubero”? Siete bloccati in una lunga coda in autostrada? Dovete presentare un progetto, ma tutte le soluzioni possibili si confondono nella vostra mente: quale sarà quella giusta?

Niente panico, calma! Prima di suicidarvi o imprecare contro la malasorte. considerate la situazione da diversi punti di vista, tra cui, certo, anche quello che vede tutto in positivo. Ma in modo ordinato, senza fare confusione tra emozioni, dati di fatto, creatività, vantaggi e svantaggi della cosa. Insomma, problemi ed eventi critici si possono affrontare con successo applicando il trucco dei pensieri paralleli o laterali: aiuta a guardarsi intorno e a trovare soluzioni che sembrano irraggiungibili col confuso approccio istintivo.

E’ la teoria dei “sei cappelli” dello psicologo maltese De Bono grande teorico di problem solving, “pensiero laterale” e psicologia aziendale (“E. De Bono. Sei cappelli per pensare. Il rivoluzionario metodo per ragionare con creatività ed efficacia. BUR 2011, p. 201, € 9,90), di cui in Italia uno dei maggiori esperti e divulgatori è Umberto Santucci. Sul suo blog ci spiega come ha applicato con successo la teoria dei “sei cappelli” di De Bono perfino quando è rimasto bloccato con la moglie in una lunga coda in autostrada, riuscendo ad attenuare e volgere in positivo i problemi psicologici causati dalla situazione d’emergenza. Il metodo dei “sei cappelli”, ovviamente, è ancora più efficace quando il problema non consiste in una situazione oggettiva, ma è in noi, cioè è interamente risolvibile da noi stessi.

Ma che cos’è la teoria dei “sei cappelli”? Ce lo spiega lo stesso Santucci nelle righe seguenti tratte dal suo blog:

«Ognuno di noi tende a pensare nello stesso modo, e trova difficoltà ad assumere altri modi: il pessimista pensa in nero, l’ottimista in rosa, l’emotivo in rosso, il razionale in bianco. Edward De Bono, padre del “pensiero laterale”, nel 1985 ha proposto un originale e fortunatissimo metodo per abituarsi a pensare con sei modalità diverse. Ogni modalità è stata equiparata ad un cappello che si mette e si toglie alla bisogna. I cappelli sono sei, colorati con colori simbolici.

Il cappello bianco (il foglio bianco, la neve immacolata) è il ragionamento analitico e imparziale, che riporta i fatti così come sono, che fa analisi dei dati, raccolta di informazioni, precedenti, analogie ed elementi raccolti senza giudicarli.

Il cappello rosso (il fuoco della passione, vedere rosso) è l’espressione libera dell’emotività: esprimere di getto le proprie intuizioni, come suggerimenti o sfoghi liberatori, come se si ridiventasse bambini; emozioni, sentimenti positivi e negativi come antipatia, rabbia, timore.

Il cappello nero (la notte, il lutto) è l’avvocato del diavolo che rileva gli aspetti negativi, le ragioni per cui la cosa non può andare.

Il cappello giallo (il sole, l’oro) è l’avvocato dell’angelo, rileva gli aspetti positivi, i vantaggi, le opportunità.

Il cappello verde (la pianta che fiorisce) indica sbocchi creativi, nuove idee, analisi e proposte migliorative, visioni insolite.

Il cappello blu (il cielo, l’alto) stabilisce priorità, metodi, sequenze funzionali. Pianifica, organizza, stabilisce le regole del gioco. Conduce il gioco dei sei cappelli.

In ottica di gestione a vista, il metodo (o il gioco, se si preferisce) dei sei cappelli, visualizza in modo semplice e intuitivo i sei atteggiamenti di pensiero, e facilita il passaggio dall’uno all’altro. Se dico: “cerca di vedere le cose in modo un po’ più positivo, altrimenti ci scoraggi” ottengo come risposta: “io son fatto così, del resto poi i fatti mi danno ragione”. Se invece dico: “bene, ora togliti il cappello nero e dimmi come vedi la cosa col cappello giallo” propongo come analogia, gioco di mimo e di colori, un cambiamento di atteggiamento mentale, e lo rendo più facile, proprio perché più leggero.

Nella mappa dei sei cappelli, le coppie di opposti sono antagoniste o complementari: alla freddezza del bianco si oppone il calore del rosso, al pessimismo del nero l'ottimismo del giallo, alla fantasia del verde la concretezza del blu. Una buona successione può essere bianco > rosso > nero > giallo > verde > blu, anche se i cappelli si possono usare liberamente.

I cappelli si possono usare da soli, nel senso che posso affrontare un problema raccogliendo i dati, lasciandomi andare alle sensazioni, valutando le criticità e i vantaggi, cercando soluzioni e proposte, pianificando le cose da fare. Oppure possono essere usati per disciplinare una riunione, per renderla meno conflittuale e più collaborativa, in quanto i partecipanti non difendono ognuno il suo modo di pensare, ma di volta in volta cercano di affrontare il problema pensando tutti insieme nello stesso modo. Per visualizzare meglio i risultati della riunione, si possono creare sei tabelloni con ciò che è venuto fuori da ciascun cappello».

JAZZ. Il quintetto con Horace Silver (piano), Blue Mitchell (trumpet), Junior Cook (tenor saxophone), Gene Taylor (bass), Louis Hayes (drums), in un brano dal curioso titolo Baghdad Blues, dal LP Blue Note Classic " Blowin' The Blues Away " (1959).

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10 settembre 2012

ATLETI SENZA ETÀ. Quell’intelligenza superiore che governa la mente e il corpo


Vittorio Colò salto triplo record mondiale veterani a 92 anni
Per i giornalisti, bombardati ogni giorno da centinaia di eventi da trasformare in pochi secondi in “notizie”, un evento vale l’altro, e la notizia così creata durerà lo spazio d’un mattino anche nella loro mente. Domani altre notizie la cancelleranno. Eppure anche chi per questo meccanismo cinico e perverso non può avere vere “idee” personali, altrimenti smetterebbero di fare il giornalista, ha capito la naturalità estrema - altro che stranezza o mostruosità! - della vita di Giuseppe Ottaviani (v. ultima foto) che a 100 anni di età, ha vinto l'ennesima medaglia d'oro mondiale (della sua fascia di età, s'intende: gli ultra-seniores, i veterani): quella del salto in lungo.
      E ancora, Vittorio Colò, atleta e sportivo fino a 95 anni suonati, ancora uomo attivo ma non più sportivo a 101 anni, tanto che pesandogli ormai in modo insopportabile la vita “da vecchio”, che è una non-vita, ha dovuto suicidarsi.
      A Novara l'ottantenne Benito Bertaggia ha battuto il primato italiano sui 300 metri, dopo aver superato il record dei 150 metri.
      Ma perché Ottaviani, Colò, Bertaggia e altri sono e resteranno dei simboli? Non perché il primo ha fatto la II Guerra Mondiale, ha iniziato a fare sport a 70 anni e ha vinto decine di medaglie; e neanche perché il secondo a 92 anni ha vinto quattro titoli mondiali nella categoria “veterani” (salto in lungo, salto triplo, velocità 60 m., salto in alto); ma perché svergognano la pigrizia e il fatalismo dell’uomo della strada, specialmente in Italia, smentendo lo stereotipo dell'anziano iperprotetto e buono a nulla, con tutti gli stupidi luoghi comuni di psicologi, sociologi, medici di base e gerontologi che danno per scontato il regime di vita innaturale dell’uomo fondato sul sedentarismo, che è l’alibi di atteggiarsi ad animali “intelligenti”  (“Io sono un lavoratore intellettuale, sai, mica un bracciante agricolo: faccio il funzionario al Ministero dei Beni Culturali!”) di chi intelligente non è. Il solito errore dei medici e degli altri “lavoratori intellettuali”: ragionare ottusamente - scusate l’ossimoro - solo in base alle statistiche riferite alle fasce d'età, che altro non sono che fotografie acritiche di quello che accade nella realtà, una realtà però in cui tutti sbagliano. Tu sei anziano, anzi nella maturità? Bene, “è normale” che tu non debba far nulla tranne che occuparti di nipotini o annaffiare le piante in giardino, che tu sia sedentario, che tu sia malato.
      Insomma, il vecchio che corre, o meglio l’uomo che correndo diventa a poco a poco vecchio, non è un “mostro di Natura”, ma la Natura stessa. Non è l’eccezione che conferma la regola, ma la regola. Colò, dunque, è stato un testimone, un grande educatore del Genere Umano, che lo volesse o no.

Ciclista centenario Robert Marchand 2012 ALTRI SPORTIVI CENTENARI. Gli anziani, si sa, hanno minori prestazioni, ma questo riguarda molto meno gli anziani che fanno esercizio. Del resto, si comincia ad essere “anziani” fin dai 30 anni, quando inizia a decrescere la gittata sistolica del cuore di 1 per cento all’anno. Ma la tarda età, in tempi di stupido o necessitato sedentarismo generale, è paradossalmente l’età in cui lo sport può davvero salvare la vita e offrire anche una grande motivazione psicologica, combattendo la depressione. E dunque conoscendo rischi e decadenza di organi e funzioni, è l’intelligenza stessa che dovrebbe imporre l’esercizio fisico nella vecchiaia (v. articolo).
      E in parecchi sport aerobici i centenari vanno “bene”, purché col fisico asciutto, debitamente allenati e dal perfetto stile di vita, compresa l’alimentazione. Certo, i pochi vecchissimi sono paradossalmente “favoriti” dalla scarsa concorrenza dei coetanei (nello sport si va a categorie per fasce di età), non vanno fortissimo, e devono stare attenti a non superare un certo numero di pulsazioni cardiache (p.es. 130/min nel caso del centenario ciclista di cui si parla), ma è già un miracolo – in un mondo in cui tutti, anche i ventenni e i trentenni, sono sedentari e incapaci di qualsiasi esercizio – che portino a compimento una gara e anzi facciano corse a ripetizione. Parliamo del ciclista francese Robert Marchand, dal fisico microscopico (151 cm), il che è un ulteriore vantaggio, ma pur sempre con 100 anni di età, che è tornato con successo a gareggiare e vincere in pista, cosa che aveva fatto l’ultima volta a 80 anni. Ha battuto il suo record anche a 105 anni.
Podista maratoneta Fauja Singh indiano sikh vegetariano      E nella corsa a piedi, addirittura nella classica maratona di 42 chilometri, c’è poi l’altro fenomeno dell’indiano sikh e vegetariano Fauja Singh, nato nel 1911, che ha gareggiato nelle maratone competitive fino a 101 anni di età (poi ha promesso solo “corsette” simboliche per beneficienza, perché dice di “cominciare ad accusare gli anni”). Anche lui va “piano” (una maratona in 6 ore circa) ma le gare le porta a compimento. Pizzolato, ex campione che ancora corre tra i cinquantenni, sostiene che Singh più che maratoneta è da considerarsi un camminatore veloce (in media 11 km/h circa). E ci sono parecchi corridori della maratona di New York e di altre maratone, come ha notato nel 2010 il New York Times, che in realtà non staccano mai i piedi da terra, come invece dovrebbe fare un vero maratoneta. E va bene, sottigliezze tecniche. Ma chiunque di noi cammini in città in modo spedito (8 km/h) sa che vuol dire fare quei tre km/h in più: che impegno e quanto sudore! Figuriamoci per un centenario.
      Un'intelligenza superiore, naturistica, dunque, quella che governa il corpo, cioè la mente che governa il corpo (ecco perché molti intellettuali, vecchi anzitempo a trent'anni, senza parlare della quasi totalità delle persone, che non sono né intellettuali né sportivi, sono biologicamente stupidi). Onore ai “geni” Vittorio Colò, Robert Marchand e Fauja Singh, che dimostrando quello che solo pochi veri saggi sanno (che cioè si può essere vecchi a 20 anni, la anormalissima “norma”, e giovani a 100, l'eccezione) hanno dimostrato semplicemente di saper vivere. E anche morire, come è accaduto a Colò – e non per morte naturale, ma per suicidio, per giunta – a 101 anni, dopo aver gareggiato fino a 95.
      E anche in montagna eccellono gli anziani, favoriti dal fatto che la lunga camminata lenta e regolare si addice al loro fisico e al corpo umano in generale. In qualunque sede del Club Alpino Italiano (CAI) vi racconteranno aneddoti sui vecchi iscritti ancora in attività. Se schivano gli acciacchi, gli anziani possono essere grandi camminatori. E, anzi, le continue camminate aiutano a prevenire le malattie, purché con buon allenamento e a velocità non eccessiva, per non produrre radicali liberi che invecchiano. Nel Trentino sono diventati famosi i “super-nonni di Bieno”, come li chiama la stampa locale. Camillo Santambrogio, di 84 anni, e Otto Dellamaria, di 83, due o tre volte a settimana fanno escursioni di 10-20 chilometri con dislivelli di 1000-2000 metri, partendo da questa località. E quelli che si accodano non riescono a stargli dietro.
      Come sarebbe a dire “che merito hanno avuto?” Non sono “mostri di Natura”: definizione troppo comoda per il rag. Rossi stravaccato in poltrona davanti alla tv, e per i tanti che non sanno vivere. Hanno e hanno avuto la rara intelligenza, propria del Naturismo, di utilizzare in modo razionale quello che la Natura ci ha messo a disposizione, e che la totalità degli uomini non sa usare. Il corpo. E se non sanno usare il corpo, che è una funzione relativamente facile, figuriamoci la mente! 
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Ecco l’articolo del Corriere della Sera su Colò (Cesare Giuzzi,10 settembre 2012):
IL CENTENARIO CHE NON VOLEVA SMETTERE DI FARE L’ATLETA

“Ha scelto di fermare il tempo. Gli anni, che a novembre sarebbero stati 101. I secondi, contro i quali aveva combattuto in pista, nella sua seconda vita da atleta. Una fila di record del mondo e venticinque primati nazionali nella categoria Master. Sette medaglie ai Mondiali per veterani del 1997 in Sudafrica. Vittorio Colò ha corso fino al 2006 quando aveva 95 anni. L'ultimo record è di due anni prima: tre metri nel salto in lungo nella categoria over 90. Ieri, poco dopo mezzogiorno, è uscito dalla sua casa di via Pergine, davanti al Monte Stella al quartiere Qt8. Ha percorso poche centinaia di metri a piedi, è entrato nella chiesa dedicata a Santa Maria Nascente e s'è sparato un colpo di pistola alla testa.
      Un unico, letale, proiettile dall'arma che per anni aveva regolarmente denunciato. Sul pavimento, appoggiati con ordine e cura: la carta d'identità, un foglietto con il nome e il numero del cellulare del figlio, una serie di lettere indirizzate alla famiglia. La grafia ferma, poche parole per chiedere scusa. Nessuna motivazione, solo la stanchezza - come ricorda il figlio arrivato in parrocchia assieme alla moglie - per una vita che stava presentando il conto: «Da quando aveva smesso con lo sport era iniziato un lungo malessere, non una depressione. Ma qualcosa gli mancava. Un anno fa, dopo la festa per i 100 anni, con l'Ambrogino d'Oro del Comune, sembrava essere tornato più solare. Poi il calo fisico s'era fatto sentire, non lo accettava».
      La sua gioventù era durata fino ai 95 anni, senza invecchiare mai, correndo a 89 anni i 100 metri in 16 secondi e mezzo. «Era la sua vita, adorava confrontare statistiche e record - spiega il figlio -. Viaggiava per il mondo e non smetteva di allenarsi». Non un eterno ragazzo, nessun patto con il diavolo. «Sapeva che il tempo non lo avrebbe risparmiato. Non era Dorian Gray, sfidava la mente e il fisico, non la vita», racconta chi si allenava con lui nel centro XXV Aprile. Il campo d'atletica che intravedeva dalla finestra del suo balcone. Lì dove tutto era in qualche modo cominciato.
Colò, nato il 9 novembre 1911 a Riva del Garda (Trento), da studente del liceo venne arruolato per il Gran premio dei giovani. Era il 1929. Una gara, poi subito la finale nazionale del pentathlon. I record regionali e gli anni nelle fila della gloriosa scuola d'atletica Quercia di Rovereto. Infine il trasferimento forzato a Milano per gli studi universitari (Chimica) e il lavoro in una grande industria. Lo stop con l'atletica «a malincuore», come racconterà lui stesso in un'intervista ad una rivista dedicata al mondo della corsa: «Arrivavo quinto o sesto nazionale, non aveva senso proseguire». Un amore interrotto, ma mai sopito. Dopo la pensione il ritorno sulla pista grazie alla storica associazione sportiva milanese Atletica Riccardi. Prima come allenatore: conseguì il «patentino» e iniziò a lavorare con i ragazzi due giorni a settimana. Inventò i corsi di avviamento all'atletica. Suo allievo è stato Andrea Colombo, finalista nella 4 x100 ai Giochi di Sydney. Poi le gare Master, una sorta di grande campionato mondiale diviso per fasce d'età. Colò le ha scalate tutte fino, appunto, alla M95 dedicata agli ultranovantenni. Vittorie, podi e record tanto da farne diventare un personaggio internazionale. Interviste, servizi fotografici, perfino la Rete che impazzisce per quello che ribattezzano «il nonno sprint». Di lui si sono innamorati anche i giornalisti sportivi del Mundo , dopo una gara in terra di Spagna. Colò è un atleta forte e invincibile, con le dovute proporzioni, come Usain Bolt o Michael Phelps.
      Accanto, dopo il matrimonio celebrato quando aveva cinquant'anni, la moglie Enrica. Un unico figlio, che oggi lavora in Università, due nipoti. Proprio la moglie oggi sarebbe dovuta tornare a casa dopo una degenza ospedaliera. Non è più autosufficiente, ha bisogno dell'assistenza di una badante. Vittorio Colò, invece, continuava se non altro a camminare. A quasi 101 anni ogni mattina andava fino all'edicola di via Isernia, poi al parco di piazza Santa Maria Nascente, con le panchine, l'ombra e gli amici con i quali perdersi ancora in chiacchiere e discussioni. E la chiesa, edificio moderno che somiglia a un'enorme capanna, frutto di un progetto bandito dalla Triennale nel 1947. Nel cortile pieno di sole quattro macchine dei carabinieri, sotto il porticato il parroco don Carlo Casati con i parenti. È stato don Carlo a dare l'allarme. Dentro, le pareti di mattoni rossi che si susseguono in un enorme motivo geometrico e le panche di legno scuro. Sul pavimento il corpo di Colò e la pistola. Il suo cuore d'atleta s'è fermato in un istante”. 


JAZZ. Il grande e ancora quasi misconosciuto arrangiatore e pianista Tadd Dameron, anima dell’hard-bop, col suo Sestetto con Fats Navarro in Our Delight (1947). Fats Navarro trumpet, Ernie Henry alto sax, Charlie Rouse tenor sax, Tadd Dameron piano, arranger, Nelson Boyd bass, Shadow Wilson drums. Ancora in sestetto con Fats Navarro in Lady Bird dal vivo al Royal Roost (1948). Fats Navarro trumpet, Allen Eager tenor sax, Rudy Williams alto sax, Tadd Dameron piano, Curly Russell bass, Kenny Clarke drums, Chano Pozo bongos. E infine, stessa seduta, in Good Bait (1948). L’annunciatore è il celebre Symphony Sid, il primo disc jokey del jazz, il bianco che ha avuto il merito di far conoscere con la radio tanto jazz (specialmente nero) degli anni 40 e 50 a chi non poteva permettersi di comperare i dischi.

AGGIORNATO IL 24 APRILE 2017

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03 febbraio 2009

BELLEZZA. Quando la modella nuda è più intelligente della prof. moralista.

ottima vista da dietro (picc)“Tra una donna evidentemente bella e una forse intelligente, scegli l'evidenza” (Nico Valerio).

Il busto d’una modella affisso nella cabina d’un camion o sulla parete d’una autofficina è superiore o no a una tesi di laurea? E il sedere della famosa attricetta tv offerto in visione dal calendario vale di meno o di più – scusate l’anatomia comparata – del cervello d’una media insegnante di scuola media?
Perché le donne che si atteggiano a “istruite” e “intelligenti” disprezzano la bellezza sensuale delle altre, poche, donne, e fanno di tutto (pantaloni e abiti maschili in genere, capelli corti, trasandatezza, atteggiamenti virili) di comprimere o non esaltare il proprio sex appeal, come se la bellezza fosse l’antitesi dell’intelligenza e della cultura?
Anzi, è esattamente il contrario di quello che loro ottusamente pensano. E’ infatti un vero e proprio sgarbo alla Ragione che la (finta) intellettuale ironizzi con aria di superiorità da tipica professoressa sulla (vera) bellezza. C'è un salto tematico e logico: sono due piani non coincidenti. Non capisce l’intellettuale poco intelligente che dal confronto ha tutto da perdere? Intelligenza contro bellezza non è possibile. Come bellezza contro intelligenza. Purché entrambe siano vere. Ma se una delle due virtù è virtuale, cioè solo presunta, vince l’altra.
Del resto l’intelligenza è altamente opinabile, mentre la bellezza, l’armonia d’un corpo, è un dato evidente che s’impone da sé, senz’alcuna dimostrazione filosofica. Ictu oculi, cioè a colpo d'occhio. Chiedetelo ai giudici di Frine, l'etèra di Atene che in Tribunale per difendersi dalle accuse non trovò di meglio che mostrarsi nuda. Rivelandosi, appunto, più intelligente di chi l’aveva accusata. Ed ebbe la causa vinta, perché era evidente che nella sua bellezza c'era del divino (così credevano i giudici), noi diremmo un Logos, una Mente, una Intelligenza superiore. Ecco perché la perfezione della bellezza ha i suoi diritti.
Qualunque insegnante di liceo di provincia, che magari si è laureata imparando a memoria facili libri, senza sapere nulla della vita e della cultura, si sente autorizzata a sparare con sarcasmo sulle cosce della Carfagna o sul posteriore della Bellucci. Errore. Così copre di ridicolo le sue oscene nudità mentali, non avendo nudità fisiche, cioè capolavori, da mostrare. Anzi, avendole distrutte con la propria banale e insufficiente erudizione, che denota scarsa intelligenza.
Ma noi non eravamo così prima della dannata invasione sottoculturale della Chiesa Cristiana. Le nostre radici pagane, per fortuna, ci avevano educato diversamente, per migliaia di anni. E ora l’antico ethos del kalòs kai agathòs, il Bello che è anche Buono, mirabile motto della Civiltà Occidentale, riaffiora, deve riaffiorare.
Così, tra il meccanico, il camionista, il militare, l'uomo per abusiva definizione classista ritenuto “rozzo”, che guarda i calendari con donnine nude o il porno, e i suoi critici pseudo-intellettuali che spesso razionalizzano la personale invidia (donne) o le proprie remore religiose, specialmente cristiane, o psicopatologiche (uomini), trovo che sia molto più intelligente, e non solo d’una istintiva intelligenza naturistica, perché strettamente in contatto con le radici etiche, rituali, antropologiche dell’Uomo, proprio la tanto bistrattata prima categoria, quella della Bellezza.
Lode, dunque, all'intelligenza istintiva della modella e della porno attrice, della escort o della prostituta prosperosa e armoniosa (e sì, perché non poche sono brutte), della attricetta o della “velina”, ma anche di qualunque donna bella. Lode, insomma, al Corpo, il nuovo Dio laico, corpo che è anche una macchina geniale, delicatissima, che per dare e conservare a lungo il meglio di sé vuole grande, grandissima intelligenza. Evviva la bellezza del Corpo, che esprime due intelligenze, quella superiore, il Logos, l'Armonia della Natura, ma anche quella della donna (o dell'uomo) padroni del corpo, se la bellezza non dura solo lo spazio d'un mattino, ma è coltivata, educata, prolungata sapientemente nel tempo, insomma armoniosamente interpretata, programmata, costruita. Anzi, per paradosso, la modella potrebbe anche permettersi, lei sola però, di essere ottusa: è la bellezza che è "intelligente" per lei...
Altro che finte eccellenze, come gli intellettuali, e spazio dunque alle vere inequivocabili eccellenze, le belle modelle, pornostar, stelline, ragazze qualunque, che l'intelligenza della Natura e l'intelligenza personale hanno prodotto. Intelligenza del kalòs kai agathòs che dovrebbe essere apprezzata come collegamento naturale all’antica intelligenza della Terra da camionisti e da scrittori, da meccanici e avvocati, da infermiere e professoresse. Con guadagno di tutti, perché - si sa - anche chi sa riconoscere l'armonia e l'intelligenza del Bello, pur non possedendolo, è intelligente. Come il critico d'arte che può essere altrettanto artista dell'artista.
E il bel nudo e i bei modelli possono avere qualsiasi sesso. Perché la bellezza è un’intelligenza geniale della Natura che vale per tutti, soggetti che la mostrano e soggetti che la ammirano.
E “pensatori” dilettanti e professoresse acide stiano zitti. Il loro mestiere non autorizza nessun privilegio: magari esistessero delle professioni superiori, che garantiscono di per sé l’intelligenza. Così non è. Tutti o quasi possono imparare a memoria dei libri e laurearsi. Anzi, è lecito il sospetto che chi si avvicina a certe professioni definite come "intellettuali" possa farlo con motivazioni di compensazione, di rivalsa psicologica.
Purtroppo, non tutti i brutti sono dei Leopardi, e la maggior parte degli uomini non avrà mai nessuna virtù: né l'intelligenza, né la cultura, né la bellezza. Ma certo sempre pochi sapranno essere in comunione con se stessi e il Logos, lo spirito eterno della Natura, e conservarsi o diventare belli. Il Bello, anche quello fatto dal Caso, anche quello che non resiste al Tempo, è sempre intelligenza.
E non ci piace l'ipocrita e conformistico galateo delle “buone maniere” da salotto ipocrita che colpisce giornali, tv e anche Internet (p.es. su Facebook), dove potete pubblicare la foto d’una donna squartata, ma non nuda, soprattutto se bella e seducente: depravazione mentale pari solo a quella dei preti della Chiesa Cattolica, prima, durante e dopo l’Inquisizione). E le stesse donne, con ciò ritenendo di qualificarsi come “intellettuali” o femministe, non approvano le donne sensuali o, come dicono loro, “appariscenti”, ancor meno le donne in pose erotiche e c.d. “pornografiche”, dando a intendere a contrario che bruttezza, asessualità e trasandatezza viriloide possano più facilmente sottintendere se riferite alla donna “impegno culturale”, “lavoro intellettuale”, “valori” diversi e ben più elevati di quelli d’una modella o attricetta, insomma una superiore eticità. E’ la mistificazione per cui, p.es., in politica o nelle aziende vengono scelte spesso le donne più brutte. Come a voler insinuare: non sono mica delle modelle, sono donne che hanno studiato, intelligenti! E ovviamente, più sono brutte più sono intelligenti. Cosicché, per curioso paradosso, la bruttezza, alla fin fine, è l’unico vero requisito selettivo che si richiede alla donna.
Ma che intelligenza è? E’ assurdo, immorale vietare un Bene sicuro e palese come la bellezza della donna, tirando in ballo un Bene tutto da dimostrare e quasi sempre inesistente, come l’intelligenza, spacciata poi come “moralità” piccolo-borghese, cioè cattolico-repressiva, che non c’entra niente. La cosa ci ricorda certe donnette volgari, abituate a parlare con pesante accento provinciale o di borgata, che come hanno visto fare alla televisione o al cinema recitano da raffinate “signore all’ora del tè”. Alla netiquette (l’etichetta su internet) allora preferiamo la natica. Senza negare, ovvio, etica ed estetica. Che – a questo punto si sarà capito – grazie al Logos sono curiosamente contigue.
JAZZ. Un bel concerto di Gerry Mulligan a Roma nel lontano 1959, ai tempi felici in cui la televisione italiana ancora riprendeva la musica e l'arte. Il brano è Moolight in Vermont.
AGGIORNATO AL 21 APRILE 2013

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15 aprile 2007

PALINDROMI. Dall’inizio o dalla fine? Strano, ma il significato è lo stesso.

L'enigmistica ha un fascino antico e insolito che colpisce. Specialmente rebus, sciarade e anagrammi piacciono a chi, come me, è attento alle parole e appassionato di ogni esercizio, abilità o gioco che abbia a che fare con le parole.
      Tempo fa composi una poesia-ritratto della scrittrice Grazia Lago i cui versi, tutti concatenati tra loro con un filo logico, erano però stati originati da alcuni anagrammi casuali del suo nome. In tempi, si badi, in cui non esistevano i computer, che oggi hanno addirittura programmi appositi che forniscono centinaia di anagrammi, peraltro spesso deludenti o insignificanti.
      Ricordo che quel nome non mi portava gran ché: ottenevo, col puro esercizio mentale, per prove ed errori, solo anagrammi balzani o senza senso. Finché mi venne una folgorazione che mi permise di dare un certo senso al tutto: decisi che l'incastro potesse essere così acrobatico da prevedere che un anagramma valicasse il limite del verso, occupandone magari due. Così anagrammi senza senso acquistavano qualche significato. Ma era davvero una "scrittura automatica" dettata dal caso, che io cercavo in qualche modo di regolare. Il curioso (e inquietante, secondo l'amica scrittrice, che crede a questo genere di coincidenze misteriose ed esoteriche) è che in una poesia così casuale il ritratto che ne è scaturito ha pienamente soddisfatto la Lago, che ritiene i versi generati dagli anagrammi veritieri e addirittura dei vaticini... Bah, io non credo a queste cose, ovviamente, e più sensatamente parlo di coincidenze inquietanti, suggestioni, casualità, emotività esasperata. Anche se sono ossessionato dalle inquietanti coincidenze.
      Da adolescente mi esercitavo sulla "Settimana Enigmistica", che a me sembrava la più seria pubblicazione periodica del settore, anche se troppo spazio vi è concesso alle parole crociate facili, a giochini e passatempi banali. Ma, anche limitandosi alle parole crociate senza schema, ai rebus, alle sciarade e agli anagrammi, cioè alla parte più nobilmente enigmistica, il settimanale il suo ruolo d'intelligente stimolatore dell'intuito verbale e spaziale lo svolge egregiamente.
      Ma la "Settimana Enigmistica" mi deluse da adulto, invece, quando volendo collaborare con mie composizioni, e volendo passare da lettore ad autore, ottenni un rifiuto malamente motivato ("Abbiamo delle ferree regole metriche"). Ancor oggi, a distanza di anni, visto il livello elementare delle composizioni che leggo, ritengo più che pubblicabili quegli indovinelli e sciarade, rimandatemi indietro perché - incredibile a dirsi - nascondevano, come mi scrisse il direttore, "qualche piccolo errore di metrica". Ho un buon senso del ritmo musicale e avevo fatto di tutto perché ad orecchio le sillabe dei versi fossero ben bilanciate. Ma non immaginavo che i redattori della “Settimana Enigmistica" fossero convinti di fare... poesia. E poesia anche provincialotta e retrò, con tanto di rime baciate o alternate. Giudicate voi se le mie prime composizioni enigmistiche erano o no all'altezza delle tante, alcune mediocri e banali, che si leggono sulla "Settimana".
      Oggi sono stato colpito navigando su internet da un aspetto poco noto dell'enigmistica: le parole e le frasi palindrome, sottospecie particolare delle bifronti, che cioè conservano le medesime lettere e nel medesimo ordine sia leggendole dall'inizio, sia dalla fine. Anche Roma è bifronte, cioè si può leggere al contrario, ma così ha un altro significato: Amor. Le parole e le frasi palindrome invece sono "a specchio", vale a dire hanno la medesima sequenza da una parte e dall'altra. La cosa impressionava molto gli Antichi.
sator      Tra le più famose frasi palindrome dell’Antichità romana è spessissimo ricordata la misteriosa SATOR AREPO TENET OPERA ROTAS, letteralmente: “Il seminatore Arepone guida con fatica le ruote [del suo aratro]”, frase secondo me senza senso, del tutto casuale (certo, se accettiamo che uno si possa o si potesse chiamare Arepone… allora ogni gioco di parole è possibile), ma in cui migliaia di cultori di enigmistica e scienze occulte del passato si sono sforzati di cogliere molti significati misteriosi, sedotti dal modo schematico e razionale in cui le lettere sono disposte in quadrato: quello bidirezionale. Ogni parola della tavola divisa in 25 quadri è palindroma, cioè ha un significato anche letta al contrario. Ebbene gli Antichi, saranno stati dei semplicioni, però vedevano in questa piccola raccolta di casualità chissà che di magico o miracoloso o ingegnoso. 
      In quanto alle singole parole, poi, quelle di per sé palindrome sono numerose, specie in italiano, lingua vocalica per eccellenza: oro, afa, ara, inni, ossesso, anilina, ottetto, Anna, radar, aia, ingegni, onorarono, ama ecc.
      Per le intere frasi palindrome, invece, bisogna che il significato sia evidente, in modo corretto, senza salti logici o trucchi. Invece noto che molte sono tirate per i capelli e scorrette o dei non-sense, e quindi andrebbero squalificate: i palindromi veri, geniali, sono quelli chiari, evidenti, di buon italiano. Ave Eva, Anima di damìna, Amo Roma, Etna gigante, Attici di città, E’ nome di dèmone. Frasi palindrome perfette.
      Sul sito Polymath, curato da matematici estroversi del Politecnico di Torino, un intero settore è dedicato ai palindromi, con esempi di tutti i tipi, da quelli basati solo sulle parole singole alle frasi intere, dalla pittura (ma sì, il Narciso che si specchia nell’acqua d’uno stagno non è forse un palindromo?) alla musica e al cinema. Da queste pagine e da altre fonti traggo un florilegio di frasi palindrome, alcune davvero non-sense e umoristiche:

Amo Roma
Ai lati d’Italia
A Roma si disamora
Etna gigante
Avida diva
Eco, vana voce
Attici di città
Era pacifica, pare
I brevi diverbi
A me dai diadema
I tre sedili deserti
Eran i mesi di seminare
A ritroso sortirà
Occorre portar aratro per Rocco
O mordo tua nuora, o aro un autodromo
I topi non avevano nipoti
Essa t’evita le relative tasse
E’ mala sorte, ti carbonizziamo braci, tetro salame
Accavalla denari, tirane dalla vacca 
Eran i modi di dominare
Ora dieci lire per i licei darò
E con lievi viti vive il noce
E’ ritrosa a sortire
Erano, sai, sei a Iesi a sonare
Occorre pepe per Rocco
Allor a fette farolla
Annodai mia donna
E ci darà la radice
Adenoidi: Dio ne dà
Anima di damina
E’ nome di demone
Parlo col rap
M’ami, o imam? 
Ave, Eva

      In inglese, se non sbaglio, i palindromi non devono essere né facili né frequenti. Registro intanto questi due facili:
Madam, I'm Adam [Signora, sono Adamo]
Race car [Gara di automobili]

      In francese:
Esope reste ici et se repose [Esopo resta qui e si riposa]
Un drôle de lord nu [Un buffo Lord nudo]
      Vogliamo provare, cari amici, a creare (cercare) nuove parole o frasi palindrome?

AGGIORNATO L'11 SETTEMBRE 2016

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