02 marzo 2007

COME ERAVAMO. La barba: gli anni avventurosi del “Generale Custer”.

Barba e baffi piacciono ai noi uomini. E’ sempre stato così. E sarà sempre così, anche se non vogliamo ammetterlo. Perché spesso dispiacciono alle donne. I baffi più della barba. "Mi pungono" si lamentava la giapponese Keiko, responsabile del mio ultimo e definitivo taglio: quello dei baffi.

Anticamente non si concepiva un cittadino libero, adulto, senza barba. Nell'antica Roma credo che solo servi, contadini e soldati non la portassero. Per farci assomigliare a loro, i dittatori fascisti e comunisti la vietavano. In Albania, sotto il regime, turisti e giornalisti barbuti erano rasati “d’autorità” in aeroporto. Oggi che siamo liberi di "non" farcela crescere, anzi ora che è un gesto raro portarla, la barba è diventata una scelta della personalità, un grande e nobile segno di distinzione. Mi prendete in giro se dico addirittura etico-estetico?

Allora, qualunque faccia da pirla si può far crescere barba o baffi, diventando "interessante", come insinuano le donne? No. Naturale che le donne, non avendo mai avuto – tranne rare eccezioni – la barba, ignorino le sottigliezze psicologiche dell'onor del mento. Ad un pirla la barba non verrebbe mai in mente. E se la porta, fa ridere i polli.

Però è vero che in teoria armonizza, dimensiona e rende classico un volto altrimenti banale, impiegatizio, oppure troppo piccolo o troppo rotondo. Ma sono casi rari: stona il "vorrei ma non posso" di barbe impegnative su facce sbagliate. Come quelle piccole. Ma fateci caso: quando all’improvviso vedete la faccia glabra d'uno che avevate conosciuto con barba, vi accorgete con stupore che lui la barba, sotto sotto, ce l'ha ancora. Voglio dire che ha un viso e una dignità di tratti che la barba proprio volevano.

Anche i baffi da soli cambiano, modulano, sia pure in modo più parziale e sbilanciato, un viso anonimo, o troppo giovanile, o dai tratti poco pronunciati. Rivelano risolutezza, anche troppo. Ma anche una certa ambiguità e inaffidabilità da commerciante levantino, da uomo del Sud o mediorientale, o da amante latino. Insomma, tutte figure oggi screditatissime. Eppure all’anglosassone Clark Gable stavano bene: dicevano le donne d’allora. Che oggi avranno 90 anni. Ma c’erano anche i baffetti rubacuori alla Porfirio Rubirosa, il famoso playboy collezionista di dive dello schermo messo alla berlina dal grande Fred Buscaglione, anche lui baffuto).

Fatto sta che negli ultimi decenni il discredito, non solo nel mondo anglosassone, per i baffi da "uomo del Sud", potenzialmente truffatore, seduttore di donne altrui, vagamente minaccioso, che sia messicano o mafioso, hanno decretato la fine dell' “onor del labbro”. Meglio, allora, se proprio vi piacciono i baffi, contornarli d'una bella barba monumentale. In tal modo anche i baffi acquisteranno un andamento più libero e morbido. E sarete davvero voi stessi.

Voi stessi? E sì, perché anche se le donne non lo sanno o non lo credono, barbette, barboni, pizzetti, favoriti, barbe alla Cavour o alla D'Artagnan, alla Marx o alla Bozzi (non dimenticato uomo politico liberale romano), non aggiungono, non mistificano, ma al contrario rivelano, chiariscono quello che noi siamo davvero.

Perciò, se dipendesse da noi maschi, in molti andremmo in giro barbuti e baffuti, differenziandoci l’un l’altro, semmai, per le fogge delle barbe e dei baffi. Le variazioni sul tema sono centinaia: nulla è più creativo e fantasioso di quello che anticamente si diceva "onor del mento". Permette, molto più intensamente, stabilmente, e in modo più "veritiero" e sincero del vestito, di delineare, quasi scolpire il nostro corpo visibile.

E a differenza del vestito, in questo caso non si tratta di maschera, insomma di falsità. Un uomo non indossa una barba, ma è la sua barba. Essere, non avere. Anche nudi avremo barba o baffi. E non saremo meno nudi per questo: sarebbe come accusare dei nudisti con petto, spalle e gambe villose, in un club nudista, di essere "vestiti".

Insomma, non è vero che la barba "nasconde", come fanno i vestiti, gli occhiali, il cappello, l’ombrello. No, la barba, semmai, cambia, scolpisce, modella. Anzi, che dico, rivela. E sì, perché adatta finalmente in modo stabile (chi è incostante o capriccioso non si faccia crescere la barba; e del resto sono vizi femminili, non maschili), il nostro corpo, specialmente il viso, alla nostra psiche. La barba e i baffi denotano, fermano in un’icona visibile a tutti, il cambiamento, le evoluzioni, la maturità d’un Uomo. Naturalmente con la maiuscola.

E hai voglia ad inventare. Già, perché la combinazione barba-baffi aumenta a dismisura le possibilità espressive. E se tutto è segno, figuriamoci qualcosa nato apposta per essere "solo" segno. La barba, i baffi, a che cosa servono, infatti? A nulla. Come la filosofia, appunto. Come la psicologia. Cioè, servono egregiamente a comunicare quello che siamo, anzi, quello che finalmente siamo diventati. E vi pare poco? Vogliono dire fior di parole, esprimono concetti. Che cosa? Dipende. Quel che conta è che assomigliano ad un tipico semantema, un concetto ben preciso espresso da quel complesso di parole che è il nostro corpo.

Ma non sembreremo troppo “di Sinistra”, troppo “rivoluzionari”? Macché, luoghi comuni sorpassati. La verità è che con barba e baffi si può essere conservatori o rivoluzionari, reazionari o liberali, clericali o ateisti, fascisti o socialisti, anarchici o legalitari, repubblicani o monarchici. Basta modellarli nel modo giusto. E saperli portare.

Ma attenzione ai particolari e alle sfumature, per non fare gaffes (anche se perfino con barbe e baffi le “citazioni” sono possibili e gradite, tra intenditori). Esiste tutto un complesso e raffinato linguaggio, una sorta di simbologia massonica, che sa parlare a chi intende. Allusioni semantiche note solo alle persone giuste, ovviamente. Il che spiega come mai i barbuti parlano poco, fateci caso: sono le loro stesse barbe a parlare per loro. Anzi “alludono”, “suggeriscono”, “pare che dicano”. Ho conosciuto in epoche diverse liberali che avevano apparentemente la stessa barba di Marx. Ma ad una più attenta analisi (e per valutare la cosa ci vuole competenza e finissima osservazione) rivelavano differenze sostanziali, abissali.
Appunto, grazie al complesso alfabeto subliminale legato alla barba e ai baffi.

E volete mettere, al confronto, la banalità meschina d’un viso scialbo e glabro? Quasi mai armonico di per sé, poi. Qualunque cosa si può essere grazie a barba e baffi, fuorché del partito dei glabri, come le donne. E tutto ciò semplicemente rifilando e modellando, tagliando, stirando, arricciando. E naturalmente facendo crescere con pazienza, molta pazienza. Una buona barba vuole anni di cura, e rappresenta giorno dopo giorno le evoluzioni della nostra personalità e del nostro carattere.

Non meravigliatevi, perciò, di vedere barbe e baffi asimmetrici, storti, strani, apparentemente ridicoli, esagerati, "sbagliati". Non sono mai sbagliati, perché rappresentano l'uomo com'è davvero, comprese le evoluzioni degli ultimi giorni. Appartengono a uomini profondi, complessi, complicati, caratteriali, nevrotici, oppure disattenti, disordinati, frettolosi. Che è un altro modo di essere complessi. Uomini in crisi che talvolta "sembrano" non amare più, o invece amano troppo, la propria barba. Anziché governarla, ne sono dominati, e soccombono. Ho conosciuto uomini che non riuscivano, non volevano frenare una barba sempre più invadente, che cresceva a modo suo e per il verso suo. Del resto, le apparenti "disarmonie" o gli "eccessi" sono la vita: non possono essere eliminati o ridotti più di tanto. Tantomeno da un colpo di forbici. Vi meravigliereste d’una testa non perfettamente ovale o di un naso pronunciato?
Ma sì, la barba e i baffi, non gli occhi, sono lo specchio vero dell’anima.

LE FOTO. Per oltre venticinque anni – che ci volete fare – la mia faccia esterna è stata questa, così come appare nelle quattro versioni che illustrano il presente articolo. E appena due anni separano le prime tre foto (compresa quella del fotomontaggio sul gen. Custer). Se ciononostante vedete grandi differenze, addirittura persone diverse, non è per le barbe ma, evidentemente, per la mia "faccia di gomma". Ma se è vero che ogni foto parla, quante implicazioni, quante sensazioni, quanti concetti rivelano barbe e baffi d'una stessa persona a due anni di distanza e in situazioni molto diverse tra loro. La prima, scattata in una cabina di Bologna, mi piace, da liberale risorgimentale, perché è proprio da cospirazione, da Fratelli Bandiera.

In quanto alla seconda foto, il generale Custer, mi chiamavano così gli appassionati di film western, specialmente al Partito Radicale (p.es. Rosa Filippini, allora antimilitarista non ancora ecologista).
Ora il geniale amico Michele C., lavorando con un elaboratore di immagini su un daguerrotipo ottocentesco del gen. George Armstrong Custer in divisa, ha preso alla lettera il mio vecchio nomignolo giovanile, creando uno strepitoso fotomontaggio di Nico Valerio-generale Custer, che ricorda non solo l'avventato comandante di Little Big Horn, ma anche Aramis dei Tre Moschettieri e un certo Joshua il Nazareo, inventore d'una famosa religione di successo. Infatti, "A 'o, è arrivato Gesù Cristo", si davano sulla voce le ragazze nei paesini tra Toscana, Alto Lazio, Umbria e Marche, all'arrivo del Nostro. E le più acculturate citavano l'attore indiano Kabir Bedi (Sandokan). L'ultima foto, con un pizzetto moderato e “perbenista”, eccessivo su una faccia ancora adolescenziale, mi riporta alla seriosità dei diciannove anni.

Ma a questo punto, dopo averci letteralmente "messo la faccia", non vorrei... perderla. Scindo perciò le mie responsabilità morali da quelle di questi tre discutibili personaggi. Mi taglio barba e baffi, e mi trasferisco all' articolo di presentazione di questo blog, dove ho un'aria - credo - più rassicurante. O no?

No, forse no…
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JAZZ. E a proposito di "come eravamo", eccomi giovanissimo ma con austeri baffi e barba a pizzetto, che mi fanno molto più vecchio (e servivano proprio a questo), e in veste (bianca) di critico jazz, seduto sul palco dietro il pianista Cedar Walton, durante Umbria Jazz 1976. E' una eccezione, perché di solito mi muovevo sul palco di continuo per fare foto. Il brano è "
Naima, part 1". Sono visibile all’inizio e in vari momenti successivi: 0’05-0’14, 2’01-2’12, 2’32-2’49, 3’03-3’12). Grandi momenti, tempi puri ed eroici per il jazz in Italia. Non come oggi (per come è diventato Umbria Jazz...).

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4 Comments:

Anonymous mary the red said...

Ah, vedo che questo articolo l'hai messo retrodatato. Forse perché marzo era vuoto...
Be', sinceramente eri più bello prima...:-))

5 luglio 2007 16:54  
Blogger Nico Valerio said...

Guarda Mary che se non ti avvertivo io dell'inserimento, non te ne saresti mai accorta. E questo mio blog ha un sacco di angoli nascosti poco frequentati.
Gli amici leggono solo l'ultimo articolo e non vanno mai indietro.
ciao.
PS. A quando una tua foto-scoop di molti anni fa, quando non portavi il Wonderbra push-pull over-size?
Hai presente una portaerei?

5 luglio 2007 17:08  
Anonymous ivana said...

Certo che eri molto bono, specialmente nell'ultima foto. Ancora bono lo sei ancora...:-)
Un bacio
Ivana

15 luglio 2007 19:14  
Anonymous Anonimo said...

Finalmente qualcuno che sa dae il giusto risalto al volto maschile !!! VIVA VIVA I BAFFI !!!!!

2 novembre 2009 18:52  

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