30 giugno 2010

COSTUME. Napoli tollerante e il Gay Pride. Ma i femminielli erano altra cosa

"Sabato scorso - mi scrive Achille della Ragione da Napoli - un gigantesco e variopinto corteo è sciamato per le strade cittadine portando una nota di allegria ed un invito alla tolleranza: erano i partecipanti al Gay pride, il giorno dell’orgoglio omosessuale, festeggiato per la prima volta nella nostra città".
E così continua il vivace articolo:
"L’evento al quale hanno aderito non meno di 50.000 persone è stato preceduto da intense giornate di riflessione e di approfondimenti, dalle tavole rotonde alla presentazione di libri sull’argomento; si è inoltre messo a fuoco l’esigenza di una normativa specifica che includa l’aggravante per il reato di omofobia, una pratica disdicevole che ha visto una vergognosa impennata negli ultimi tempi in città come Roma e Milano.
La manifestazione da piazza Cavour a piazza Plebiscito si è svolta sotto lo sguardo divertito e compiaciuto di tutti i napoletani, che, pur non prendendo parte direttamente alla sfilata, la osservavano incuriositi additando il carro più esotico o più pruriginoso, mentre alcuni, i più anziani, esclamavano senza malizia: " non mi ero mai accorto che a Napoli ci fossero tanti ricchioni".
La città, patria dei femminielli e riconosciuta capitale mondiale della tolleranza non poteva comportarsi altrimenti. Nella sua storia millenaria si è nutrita di diversità, facendo prevalere l’alieno sull’identità.
Napoli nella sua lunga storia, più volte millenaria, non ha conosciuto né il ghetto né l’Inquisizione, perché il carattere peculiare che ci contraddistingue da sempre è la tolleranza, che oggi, pur tra tante pressanti emergenze, ci fa progettare a Ponticelli una grande moschea e che in futuro ci permetterà certamente di rappresentare un ideale laboratorio sperimentale di convivenza tra popoli eterogenei e culture diverse.
Il napoletano, come dimostrano recenti statistiche, non vede di buon occhio l’omosessuale più o meno dichiarato, quello politically correct, che oggi, altrove, va tanto di moda ed è apparentemente accettato da una società ipocritamente buonista, ma ha sempre accettato la figura del femminiello, che da noi può vivere quasi sempre, soprattutto nei quartieri popolari, in una atmosfera accogliente, segnata dal consenso e dal buonumore.
Nel variegato universo omosessuale, ancora mal classificato sia scientificamente che culturalmente, il pianeta costituito dai femminielli napoletani occupa un’isola privilegiata.
Nato in uno squallido basso, privo di aria e di luce, in una famiglia in cui la promiscuità è la regola, e dove i figli, tanti, dormono tutti assieme in un unico letto, il femminiello trova il pabulum ideale per sviluppare le sue particolari tendenze; è sempre l’ultimo dei figli maschi, cocco di mamma, al cui modello di dolcezza femminile tende spontaneamente, decidendo, ad un certo momento, senza essere incalzato da cause organiche o costituzionali, di appartenere: di essere donna!Nei quartieri popolari è raro che questa decisione venga giudicata una disgrazia, la famiglia non pensa nemmeno lontanamente di allontanarlo, perché sa bene che anche la società del vicolo lo accetterà senza problemi, anzi poco alla volta lo utilizzerà bonariamente come un factotum buono per mille piccoli servizi, dall’aiuto nel fare la spesa al rammendo degli abiti, mentre nessuna mamma avrà timore di affidargli i suoi bambini, anche piccoli, se dovrà allontanarsi per qualche ora dal basso per un’improvvisa incombenza.
Il femminiello gode quindi di una bonaria tolleranza in tutti i quartieri poveri della città, dove collabora attivamente all’arcaica economia del vicolo e dove, per la cultura popolare, non è mai un deviato, ma al massimo uno stravagante, che ama travestirsi ed imbellettarsi come una donna, assumere movenze e tonalità vocali caricaturali, amplificate da una gestualità quanto mai espressiva.
Il popolino lo accetta volentieri e lo utilizza frequentemente come valvola di sfogo di malumori e aspettative insoddisfatte, scaricandogli addosso, senza malizia, una valanga di improperi in un cordiale quanto irripetibile turpiloquio, condito di frasi onomatopeiche ad effetto, comunque senza mai isterismi o inutili intenzioni moralistiche.
Volgarmente è chiamato ricchione dal popolino, che ignora di adoperare un termine assai antico e di origine spagnola. Furono infatti i nostri dominatori per tanti secoli ad introdurre, all’inizio del Cinquecento, nel nostro dialetto la parola orejones, con la quale si indicavano gli omosessuali, eredi della dinastia incaica, che si facevano forare ed allungare i lobi delle orecchie come segno distintivo.
Di giorno il femminiello fa vivere al quartiere momenti di gustosa ilarità, quando va a fare la spesa o semplicemente passeggia guardandosi intorno. Truccati pesantemente soprattutto alle labbra, indossano camicette scollate e pantaloni attillatissimi, che a fatica nascondono una dimenticata, ma sempre imbarazzante appendice sessuale. Nonostante la cultura modesta, hanno spirito mordace, senso del ridicolo e la battuta sempre pronta. Raggiungono il massimo della teatralità dal verdummaro, quando palpeggiano e scelgono le zucchine più lunghe e più dure o si beano accarezzando i meloni più tondi. Quando entrano in un negozio il divertimento è assicurato, vengono accolti con piacere dagli astanti e qualche ragazzo impertinente li sfruculea, canticchiando qualcuno dei motivi dedicati a loro dai neomelodici o la celebre canzone di Pino Daniele, che racconta la storia di un travestito di nome Teresa.
La diffusione capillare della droga, anche se giunta in ritardo nella nostra città, perché ad essa si opponevano famosi camorristi, come lo stesso Cutolo, ha travolto equilibri secolari ed anche la comunità dei femminielli ne ha risentito vistosamente. La peste del XXI secolo, l’AIDS, ha cominciato a dilagare, riducendo a larve e fantasmi vaganti tanti omosessuali, costretti a diventare miseramente posteggiatori abusivi o mendicanti. I vicoli dei quartieri spagnoli, dopo il sisma del 1980, sono stati progressivamente occupati da extracomunitari, dalla cultura lontanissima dalla nostra, per cui è scomparso quell’ambiente familiare del vicolo, con la sua economia ed i suoi rapporti interpersonali molto stretti, quasi maniacali. La vita quotidiana nelle stradine sopra via Toledo era scandita da un senso di socializzazione e di appartenenza fortissimo, ancor più stretto per chi viveva nella stessa strada. Il senso della vita comunitaria tra il popolino si è affievolito lentamente dal dopoguerra in poi, per deteriorarsi maggiormente con l’arrivo di cingalesi e capoverdiani. Un dato eminentemente urbano, non derivato dalla civiltà contadina, che ha caratterizzato per secoli i nostri vicoli e che oggi è al capolinea. Scomparso il proprio territorio protetto i femminielli si trovano oggi alla deriva senza bussola e senza consenso sociale. Devono combattere con i viados brasiliani, importati massicciamente dalla malavita, portatori di una sottocultura diversa, legata unicamente al moloch dei nostri giorni infelici: il denaro.
Cambieranno, scompariranno, come sono scomparse le nostre puttane, sostituite egregiamente da albanesi e nigeriane? Sembra sia in atto una vera e propria mutazione cromosomica. In ogni caso i femminielli di domani saranno diversi da quella specie, che ha allignato per 25 secoli all’ombra del Vesuvio, costituendo una caratteristica, nel bene e nel male, della nostra amata città.
L’importante è che una manifestazione come quella di sabato serva a rinsaldare il carattere tollerante dei napoletani e sia di monito ad essere ogni giorno rispettosi dei diritti dei diversi, soprattutto quando per diverso si intende il disabile o l‘extra comunitario.
ACHILLE DELLA RAGIONE
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JAZZ. Il trombettista cool Chet Baker venne spesso in Italia. Eccolo in un brano tratto dall'album "Chet Baker in Milan" (1959) con Gianni Basso al sax tenore e Franco Cerri al contrabbasso: Lady Bird.

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25 giugno 2010

USTICA. Incidente di guerra, ma segreti e depistaggi hanno reso più gravi i danni.

DC 9, Itavia Un aereo di linea DC-9 della Itavia, la prima compagnia privata che sui voli nazionali riuscì a dare molto fastidio all’Alitalia, la sera del 27 giugno 1980, sulla rotta da Bologna a Palermo, all’improvviso cessa le comunicazioni radio e sparisce dai radar.  Si capirà nei giorni successivi che è precipitato nel mare di Ustica, nel sud Tirreno, con tutti i suoi passeggeri.

Subito si parlò di esplosivo scoppiato all’interno dell’aereo (ipotesi terrorismo: faceva comodo agli alti gradi militari), oppure di un cedimento strutturale (faceva comodo al monopolista di Stato Alitalia la tesi che il concorrente privato avesse una scadente manutenzione). Ci vorranno decenni per appurare che il disastro (81 morti) accadde, invece, per uno scontro tra aerei militari in volo, di opposti schieramenti, che si cercavano per ingaggiare battaglia proprio sotto e attorno all’aereo civile, che fu colpito da un missile. Ma a scontro terminato e a disastro accertato, tutto è stato poi complicato e reso oscuro e inestricabile per oltre 30 anni da depistaggi dolosi e imbrogli d’ogni tipo, pensati a terra, in segrete stanze del Controspionaggio e dell’aviazione.

Non poche volte nella storia della aviazione aerei o navi civili erano colati a picco “per errore”, colpiti da mezzi militari avversari o alleati. Ma mai come nel caso del Dc-9 dell’Itavia la rete saldissima di segreti e complicità dei Servizi segreti, e anche la viltà individuale dei militari di varie nazionalità hanno fatto più danni.

L’aereo civile italiano viene a trovarsi in mezzo a un conflitto aereo vero e proprio tra caccia militari di Libia, Stati Uniti e Francia (Mig, Tomcat e Mirage). Un episodio di guerra guerreggiata, anche se non dichiarata. Colpito da un missile aria-aria, esplode e precipita con i suoi 81 passeggeri in mare. Poco distante, guarda caso, viene ripescato un serbatoio supplementare di un caccia americano, di quelli che in caso di attività bellica vengono sganciati per facilitare le manovrabilità del velivolo. Sui monti della Sila, intanto, si schianta un Mig 23 libico. Per l’Aeronautica italiana ufficialmente caduto in luglio, ma per alcuni referti e per il giudice Priore caduto molto prima, in corrispondenza dell’incidente di Ustica. Guarda caso.

L’incidente si rivela subito intricatissimo. Proprio in quel momento il Tirreno brulica di aerei militari, e tutto il sud Italia è teatro sia di esercitazioni aeronautiche sia di inseguimenti reali tra velivoli avversari. Il caos. Non è escluso, anzi, che a quel tempo (e non solo) una “esercitazione militare” servisse anche a coprire eventuali azioni militari “reali”. Fatto sta che i caccia della Nato sono sulle piste di aerei libici, ma soprattutto d’un aereo civile nel quale una voce dello spionaggio ritiene possa esserci il colonnello Gheddafi. Va aggiunto che all’epoca i Mig della Libia spesso sorvolano l’Italia, in barba alle regole Nato. Voci malevole non si sa quanto fondate dicono che questo avviene col tacito assenso delle autorità politiche e militari italiane. Certo è che all’epoca con la Libia ci sono accordi commerciali ed economici, e perfino una parte del pacchetto azionario Fiat è in mani libiche.

Bisogna anche tener presente che per un caccia militare ostile il mezzo più usato per sfuggire ai radar era ed è tuttora acquattarsi sotto un aereo di linea, oltretutto molto più grande. Procedura usata dai libici a quei tempi per entrare nello spazio aereo italiane (e uscirne) senza essere visti. Ma due piloti militari italiani videro il Mig nascosto sotto l’aereo civile, azionarono il segnale di pericolo e poi riferirono. Peccato che facessero parte delle Frecce Tricolori: morirono in volo nel tragico incidente a Ramstein (v. link alla testimonianza del maresciallo).

Inoltre chi in volo dava la caccia a "un aereo civile con dentro Gheddafi" si aspettava anche di vederlo attorniato da qualche Mig libico, e così appunto poteva apparire il DC-9 in quel momento. Fatto sta che tra i contrapposti velivoli in quella terribile lunghissima manciata di secondi deve essere sorto più d’un equivoco. E qualcuno, con l’azione più veloce del pensiero, deve aver premuto il pulsante rosso nella frazione di secondo sbagliata, oppure il missile deve essere stato attratto, per sua logica inesorabile, dall’aereo sbagliato tra quelli che volavano vicini. Infatti, è noto che un pilota di caccia sa quando è "illuminato" dal radar dell’aereo avversario, e perfino quando è partito il missile che lo colpirà. A questo punto per salvarsi deve ricorrere in extremis ad un "colpo di reni", cioè alla manovra diversiva di una virata improvvisa.

Così potrebbe essere accaduto, e il Mig 23 virando all’improvviso per salvarsi potrebbe aver condannato inesorabilmente il soprastante aereo Itavia, verso il quale ha finito per dirigersi il missile.

Tutte supposizioni, sia pure molto realistiche, sia chiaro. Perché l’intera vicenda è molto complicata anche tecnicamente, giocata tutta in aria e in pochi istanti, lasciando pochissime tracce. La stessa carlinga dell’aereo di linea Itavia fu ripescata, e con enormi spese, a 3500 metri di profondità.

Restano l’amarezza e la rabbia che i depistaggi, le confessioni, le smentite, le strane morti premature, i silenzi e le falsificazioni plurime, hanno affossato del tutto la ricerca della verità. Mai nella storia militare recente, i controspionaggi contrapposti erano riusciti così efficacemente a tener nascosti fatti che, a nostro avviso, avrebbero procurato meno danni se le aviazioni coinvolte avessero ammesso tutto fin dal primo momento. Come sempre più frequentemente si tende a fare oggi, in tempi di una maggiore "trasparenza", sia pure delle attività militari sorrette in qualche modo dalla "intelligence". Come perfino le ingarbugliate vicende militari del vicino Oriente hanno dimostrato.

A chi, a che cosa, è servito tutto questo grande sfoggio di segreti? Temevano forse, nel 1980, di scatenare la Terza Guerra Mondiale? Ma siamo seri... Probabilmente tutti questi inutili segreti e depistaggi altro non erano che i soliti mezzi, antichissimi, con cui i vari Poteri politico-militari cercavano di difendere con i denti il proprio potere reale sui Poteri concorrenti.

Sull’argomento in generale, si veda la voce "Strage di Ustica" su Wikipedia, una intervista a un ministro del Governo dell'epoca e la testimonianza tardiva (per scadenza del vincolo del segreto) di un maresciallo della sala operativa dell’Aeronautica.
NICO VALERIO

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SI VEDANO LE BANCHE DATI AMERICANE: LORO NON CANCELLANO NULLA. A giorni saranno trenta anni dalla strage di Ustica, uno dei tanti misteri che soffocano la nostra storia recente, sulla quale si è detto e non detto e sono stati versati fiumi di parole inutili.
A ricordare la triste ricorrenza nessuna cerimonia ufficiale, le interviste reticenti ai politici dell’epoca, che sanno e non dicono ed un bel libro di Rosario Priore, il giudice che indagò a lungo, ostacolato in ogni modo, sulla tragica esplosione del Dc9 dell’Itavia e sulla morte di ottanta persone.
Ma trovare la verità non dovrebbe essere difficile e mi permetto di consigliare la via da percorrere a chi volesse, giornalista o magistrato, sapere cosa successe realmente nei nostri cieli.
Gli Americani conoscono da sempre l’esatto svolgersi degli avvenimenti, anche se hanno sempre rifiutato di collaborare. A Napoli, alla rada, stazionava una portaerei che con i suoi radar teneva sotto controllo tutto il Mediterraneo, mentre dall’alto ai satelliti non sfugge un metro quadrato di territorio; tutto registrato e conservato.
Negli Stati Uniti esiste una legge sacrosanta a baluardo della libertà d’informazione: il Freedom of Information Act, che consente al semplice cittadino di accedere direttamente ai documenti, anche all’epoca riservati, della pubblica amministrazione civile e militare.
Le informazioni che ci interessano sono lì che attendono di essere compulsate, ci sarà qualcuno di buona volontà che vorrà adoperarsi per farci conoscere la verità?
ACHILLE DELLA RAGIONE

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L’UNICA SOLUZIONE? SPERIAMO NEI "PENTIMENTI" POSTUMI. Esistono dei responsabili per la strage di Ustica dove a bordo del DC-9 dell'Itavia persero la vita 81 passeggeri. La Cassazione ha chiuso l'iter del processo con l'assoluzione dei due generali dell'Aeronautica Militare Italiana inquisiti: Lamberto Bartolucci e Guido Ferri. La Procura Generale non ha, ovviamente, chiuso la pratica. La ricerca dei responsabili è ancora in corso. Forse il passare del tempo e il rimorso per chi ha smarrito la coscienza e desidera vivere gli ultimi anni di vita in pace con sé stesso, possono provocare il pentimento in qualcuno dei tanti che hanno finora taciuto. Le persone che sanno, perché 30 anni fa sono state coinvolte, anche loro malgrado, in questa tragedia, debbono parlare. Ricordare questa pagina oscura del trasporto aereo italiano è doveroso affinché la verità venga finalmente a galla.
PAOLO BORDINI

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Pubblicate nel settembre 2011 le motivazioni del giudice che ha condannato i Ministeri della Difesa e dei Trasporti a risarcire le vittime di Ustica, si rivelano molto interessanti le ipotesi ritenute più probabili nella ricostruzione, sintetizzata in un articolo dal sito web del giornale L’Ora:

“La sera del 27 giugno 1980 intorno alle 21 c’era un intenso traffico aereo nel famigerato Punto Condor, oggetto di continue intersecazioni di voli militari in assetto operativo, forse una vera e propria manovra di attacco militare. Un velivolo si nasconde nella scia del DC9, che è affiancato da altri due aerei sin dall’inizio del suo viaggio verso Palermo:  forse uno dei due vuole identificarlo; un missile o un urto con l’apparecchio più piccolo sono le cause più probabili del disastro, mentre i due aerei virano parallelamente dopo aver volato accanto al DC9 ancora dopo l’impatto o l’incidente; le registrazioni radaristiche che non sono state ‘eliminate’,  lo confermano e sono agli atti.
Ma anche fra i relitti del velivolo ed i corpi esanimi dei passeggeri periti nel disastro aereo è rimasta qualche traccia di inconfutabile verità. I fori con petalatura verso l’interno sul portellone del bagagliaio, ad esempio,  sono incompatibili con la teoria della bomba o del cedimento strutturale, e screditerebbero del tutto l’ipotesi, davvero di fantapolitica, di esplosivo nella toilette dell’aereo (il  water, fra l’altro, venne anche ritrovato integro); tracce di fosforo sul carrello dell’aereo e sui corpi di alcuni passeggeri rendono invece sempre più  plausibile l’impatto con un ordigno militare, capace di rilasciare simili sostanze”.

Insomma, aerei da caccia NATO, americani e francesi, davano la caccia ad un aereo libico che si nascondeva sotto il DC9 Itavia, e che era sicuramente scortato da caccia libici, sul quale sembrava esserci il col. Gheddafi. Ma anche se i caccia non avessero puntato direttamente sull’aereo civile, in quel groviglio di aerei deve essere stato facile per il sistema di teleguida del missile sbagliarsi di bersaglio per pochi metri, oppure essere ingannato dalla secca virata del Mig libico. E invece, per le assurde paure (di che cosa, di una Terza Guerra Mondiale? Ma siamo seri…) dei Servizi segreti e delle diplomazie atlantiche, che prima armano la mano poi si spaventano delle conseguenze, tutto fu messo a tacere, imbastendo addirittura finti alibi e prove contrarie per sviare le indagini. E i testimoni? Muti, anzi perinde ac cadaver. Letteralmente. Infatti, più d’uno morì in circostanze misteriose.

Senza contare i gravissimi effetti civili e commerciali. Per il disastro, attribuito dal depistaggio a “cedimenti strutturali” dell’aereo, insomma ad aerei vecchi e malandati, l’incolpevole società Itavia fu distrutta, condannata al fallimento. Ora, finalmente (ottobre 2013), la sentenza della terza sezione della Cassazione accerta che il depistaggio delle Autorità è provato e che la Corte d’Appello ha sbagliato «nell’escludere l’eventuale efficacia dell’attività di depistaggio e il suo effetto sul dissesto» dell’Itavia. E stabilisce che è necessario valutare l’effetto dei depistaggi nel crac dell’Itavia, poiché essi gettarono «discredito commerciale» sulla compagnia, che venne anche colpita da «provvedimenti cautelari» sollecitati «dalla diffusione della falsa notizia del cedimento strutturale» del DC9. Un nuovo processo civile davanti a un’altra sezione della corte d’appello di Roma dovrà perciò stabilire se il dissesto della compagnia aerea sia stato «preesistente» al disastro oppure se, e in quale misura, sia dipeso dalla «riconosciuta attività di depistaggio» delle indagini.

Di recente una sentenza della Corte d’Appello di Palermo, confermando l’obbligo di risarcimento da parte dello Stato, ha dato per accertato che l’aereo Itavia è colato a picco nel Tirreno non per una bomba a bordo o per un cedimento strutturale, ma a causa di un missile.

Aveva ragione da vendere, perciò, il povero Aldo Davanzali, il patron di Itavia, che subito dopo il disastro aveva detto che “era stato un missile”, come aveva sentito dire a Ciampino. Ma fu messo sotto inchiesta per “diffusione di notizie atte a turbare l’ordine pubblico”: la ragion di Stato doveva prevalere, e nulla si doveva sapere dei giochi sporchi che si erano fatti nelle segrete stanze del Governo, prima che lassù tra le nuvole, permettendo agli aerei da guerra della Libia, nostro nemico, di scorrazzare impunemente sull’Italia, e tacendo della reazione dei nostri alleati. Davanzali fu fatto fallire, ridotto in povertà e in uno stato di prostrazione: è morto di Parkinson pochi anni fa. Fu la 82.a vittima. L’Itavia che era una bella e sana compagnia, con begli aerei, smantellata. Ora le figlie, forse, avranno diritto al lauto risarcimento. Troppo tardi. Come troppo tardive furono le ammissioni di Cossiga, presidente del Consiglio all’epoca del disastro, che solo decenni dopo parlò di un missile, mentre quando era Capo del Governo non parlò.

NICO VALERIO

IMMAGINE. Il tracciato del radar civile di Fiumicino durante e subito dopo l'impatto. Le varie tracce o echi potrebbero essere attribuiti ai diversi grandi frammenti dell'esplosione.

JAZZ. Il trio di Duke Ellington in veste di pianista nel celebre brano Take the A Train solitamente arrangiato per grande orchestra (6:08).

AGGIORNATO IL 9 APRILE 2015

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24 giugno 2010

IDEE. Il genio che nel caos mediatico delle scienze insegna a formarsele

"Da quando nel suo libro The Selfish Gene (1976) Richard Dawkins ha coniato il termine "meme", è nata la memetica, la scienza che studia le modalità di trasmissione delle idee da mente a mente.

Dawkins, sulla base di alcuni esperimenti condotti in laboratori chimici, parte dal presupposto che sulla Terra, prima dell’avvento della vita, ci fossero solo acqua, anidride carbonica, metano e ammoniaca, ossia composti semplici che, traendo energia da fenomeni naturali, quali scariche elettriche o luce del sole, hanno dato origine a molecole più complesse sciolte in una sorta di brodo, chiamato brodo primordiale".

Questa la premessa della recensione all’ultimo libro di Roberto Vacca, "Memi", nel numero di giugno della rivista Il Punto, brillante house organ della Scuola d'Impresa della Facoltà di Ingegneria (Università di Roma, Tor Vergata). Come vedete, è confermata la mia famosa tesi – rivoluzionaria solo nell’Italia levantina, pseudo-letteraria e provinciale delle nullità che si danno importanza coi paroloni – secondo cui le persone davvero colte e intelligenti, quando non redigono uno studio scientifico e si rivolgono ai profani, scrivono con parole e stile semplici, il che è appunto, un’abilità ulteriore, quella divulgativa.

Ma continuiamo a leggere l’articolo che in poche frasi rifà la storia del "brodo primordiale" cioè, nientemeno, l’origine della vita sulla Terra. "Le molecole si sono poi differenziate tra di loro, sempre tramite mutazioni: così sono nati i geni come noi li conosciamo, molecole pressoché immortali, in quanto trasmesse dalla cellula madre alle cellule figlie e, nel caso di organismi più complessi, da genitori a figli, lungo le generazioni a venire. L’unità di trasmissione della vita, o per meglio dire di sopravvivenza, è quindi il gene, che è stato capace di costruire delle vere e proprie "macchine di sopravvivenza" al solo scopo di propagarsi e sopravvivere tra le quali quella umana è la sola a essere dominata dalla cultura e influenzata da idee apprese e trasmesse.

E’ singolare che il termine "meme" sia stato coniato da uno zoologo che si occupa di etologia, ma lo è ancora di più se viene usato da un ingegnere elettronico, docente, tra le tante altre attività, di Automazione del Calcolo e di Computer, ingegneria dei sistemi, gestione totale della qualità presso le Università di Roma e Milano.
Memi è, infatti, il titolo dell’ultima opera di Roberto Vacca, completata ad aprile del 2010. Nella prefazione si legge: "Racconto come sono stato e sono ancora in contatto con persone speciali che ho conosciuto: maestri, amici che mi hanno insegnato scienza, teorie, buon senso, metodo, inventività, humor, arti, atteggiamenti e un po’ di saggezza […] E perché scrivo queste pagine? Credo che mi spinga un meme che s’impiantò nella mia mente tanti anni fa nel corso della mia educazione: "Impara cose nuove e insegnale" […] Questo mio è un libro di esercizi per imparare a formarsi criteri efficaci".

Sono tanti gli aneddoti raccontati e sono tanti i maestri menzionati: il padre Giovanni, matematico incallito (a soli 17 anni inventò il quadrato magico), appassionato e studioso di religione (luogo di discussione per eccellenza in casa Vacca) e cultura cinese; la madre Virginia di cui lo scrittore scrive "era una persona notevole. Pubblicò l’ultimo suo libro quando aveva 91 anni", amante e studiosa di lingue straniere e religione islamica; la sorella, ora ottantottenne e residente in Galles e le due mogli.

Ma oltre ai familiari, Roberto Vacca, ricorda tanti altri maestri: Paolo Vita Finzi, conosciuto prima attraverso i suoi scritti e poi personalmente, Wolf Gross, definito il "maestro dei maestri" e conosciuto all’INAC, Primo Levi, al quale l’autore inviò il suo primo manoscritto, Alfred M. Kerzner, maestro di industrial e financial management. Ma anche Arnaldo Maria Angelini, docente di Macchine Elettriche e primo datore di lavoro, Juan Rodolfo Wilcock, fautore del "Tira fuori quello che hai dentro", Luigi Stringa, Mario Lucidi e numerosi aneddoti, primo far tutti, lo splendido, a mio avviso, intervento in occasione della trasmissione "Porta a Porta" sul miracolo della Madonna di Civitavecchia. Un libro pieno, appassionato, intenso, ricco di spunti di riflessione su tematiche attuali: religione, morale, spiritualismo, rapporti umani e comunicazione.

Una curiosità degna di nota: il libro non può essere acquistato in libreria …per averlo bisogna contattare l’autore attraverso mc4634@mclink.it. Perché leggerlo? Perché Roberto Vacca non ci delude mai, perché il libro contiene possibili risposte a quesiti, oserei dire, umanamente universali, perché nel caos comunicativo che ci circonda, l’autore riesce con abilità a insegnarci come riconoscere i messaggi meritevoli da quelli mediocri e poco efficaci".
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JAZZ. Un travolgente brano della grande orchestra del maggior teorico ed esponente dello stile per Big Band, Fletcher Henderson. Si tratta di una incisione del 1927 (2:58): Hop Off.

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02 giugno 2010

BEATI. Pio IX perseguitò e cacciò dalla Chiesa il frate che assolse Cavour

Negare i "conforti religiosi" in punto di morte per motivi politici o che riguardano la libertà di coscienza del cittadino, è o no una violenza inaccettabile da parte del confessore e della Chiesa cattolica? Ebbene, questo ricatto psicologico, morale e anche sociale, era frequente un tempo, e forse - chissà - sopravvive ancor oggi.
Un documento nuovo scoperto da un docente universitario di Pisa comprova ancora una volta il cinico atteggiamento politico e il carattere vendicativo, ben lontano da qualunque pietà cristiana, tenuto durante il Risorgimento da papa Pio IX, per anni erroneamente considerato il "Papa Buono" da parecchi cattolici liberali, ed oggi addirittura – tra le proteste di tutti i laici – fatto "Beato" dalla Chiesa. Il che conferma non solo l'arbitrarietà assoluta con cui la Chiesa decide chi è "santo" o "beato", ma anche che la religione fa perdere il lume della ragione e il buonsenso. Papa Mastai non era certo un'aquila, aveva personalità modesta e quindi poca cultura. E' ridicolo che potesse pretendere che un umile confessore in punto di morte facesse "abiurare" addirittura l'Unità d'Italia ad un grande statista. Certo, la Chiesa cattolica è da sempre abituata a profittare delle debolezze psicologiche e fisiche dei moribondi per "convertirli" in extremis, ma qui l'estrema furbizia coincide con l'idiozia assoluta. Questo sul piano della sola ragione, figuriamoci dal punto di vista della morale e della stessa - tante volte conclamata a parole - "pietà cristiana". Insomma, una vergogna. Grande, invece, addirittura esemplare ed eroica, la figura del frate.
Quest’anno ricorre il 200.o anniversario della nascita di Cavour (10 agosto), e l’anno prossimo si celebreranno i 150 anni dall’unità d’Italia, resa possibile dalla gloriosa impresa dei Mille di Garibaldi. Vogliamo perciò dedicare alla data del 2 giugno, ricorrenza della Repubblica Italiana, e al maggior artefice dell’Unità d’Italia, l’unico vero uomo di Stato che l’Italia moderna abbia avuto, questo articolo di Marco Gasperetti sul Corriere del 1 giugno.
Ma, prima di dargli la parola, una spiegazione "dietro le quinte" su un episodio biografico che pochi conoscono. Come mai il fiero laicista Cavour teneva così tanto ai conforti religiosi? Pur essendo un mangiapreti fin da giovane, veniva da una famiglia cattolicissima e aristocratica in cui – si sa – i conforti religiosi fanno parte delle tradizioni e del "decoro sociale", e in più per la sua alta, connaturata, concezione della libertà personale e dello Stato laico non tollerava che la Chiesa influenzasse anche la vita privata e prevalesse sulla coscienza dei singoli ed anche sullo Stato, e si infuriò come una belva quando al suo caro amico Pietro di Santa Rosa il padre Pittavino, dei Serviti, negò i sacramenti in punto di morte e minacciò perfino di negargli la sepoltura, perché non aveva abiurato le leggi Siccardi. Nella Torino provinciale del 1850 il gesto del confessore causò uno scandalo senza pari. Cavour, di cui erano celebri i terribili scoppi d’ira, convinse il Governo ad una reazione durissima: il Pittavino ebbe una lavata di capo da ricordare, il suo ordine, quello dei Serviti, addirittura cacciato da Torino, e si ottennero funerali religiosi officiati dall’Arcivescovo (A.Viarengo, Cavour, ed. Salerno 2010, p.204). Insomma, "libera Chiesa", sì, ma all’interno di "in libero Stato", e se la Chiesa è prepotente lo Stato deve punirla. Questo spiega perché Cavour, turbato dalla triste vicenda toccata al caro amico Santa Rosa, si sarebbe poi premunito per tempo per essere confessato in punto di morte prendendo accordi col frate della vicina parrocchia. Insopportabile e rivoltante, infine, la vera e propria violenza psicologica che il Papa in persona fa verso l'umile frate. Vergognoso! Basterebbero episodi come questi, per quanto (anzi, proprio perché) secondari, per condannare un'intera Istituzione. Ed un papa simile è stato addirittura fatto "santo"...
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Nuovi documenti
ASSOLSE CAVOUR E FU PERSEGUITATO
La Chiesa sospese "a divinis" il frate che confessò il conte moribondo senza costringerlo a rinnegare l'Unità d'Italia

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Perseguitato e minacciato dall’Inquisizione, convocato d’urgenza dal Papa per giustificarsi e poi sospeso a divinis e scacciato come l’ultimo dei miscredenti. Eppure l’unico "peccato" del francescano Fra Giacomo da Poirino (al secolo Giacomo Marrocco), rettore della parrocchia di Santa Maria degli Angeli a Torino, era stato quello di assolvere sul letto di morte un moribondo. Quell’uomo non era un comune miscredente, bensì uno dei nemici della Chiesa: lo scomunicato Camillo Benso di Cavour. A duecento anni dalla nascita del Conte e a 150 dall’Unità d’Italia, un professore dell’Università di Pisa, Lorenzo Greco, pubblica un romanzo storico (Il confessore di Cavour, edizioni Manni, Lecce) dedicato a quel prete atipico e straordinario capace, prima davanti al pontefice e poi sotto le minacce dell’inquisitore, di non tradire se stesso e il suo apostolato, e subire punizioni e persecuzioni e la riduzione allo stato laicale.
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DOCUMENTO ECCEZIONALE - Per ricostruire i fatti, il professor Greco si è basato su un documento eccezionale trovato in un archivio toscano. Si tratta di un racconto autobiografico nel quale, come in un diario, Giacomo da Poirino racconta quei momenti terribili e dimostra il coraggio con il quale, davanti a Pio IX, rifiuta di sconfessare il suo operato (come richiesto dal Papa) e conferma la validità misericordiosa dell’assoluzione davanti a un’anima in cerca di Dio. Fra Giacomo si rifiuta di certificare una mai avvenuta ritrattazione di Cavour del suo operato contro il potere temporale della Chiesa e che invece il papa avrebbe voluto per dimostrare il pentimento del Conte. "Santità, mi perdoni, a fare tale dichiarazione non posso senza tradir la mia coscienza ed infamar me stesso, epperciò sono pronto a soffrir ogni cosa, anche la morte, piuttosto che cedere". E’ un episodio oscuro quello raccontato da Greco con particolari inediti che anche i maggiori biografi del Conte non conoscevano. "Giacomo fu parroco nella chiesa vicino al palazzo di Cavour – spiega Lorenzo Greco -, e si trovò per insistenza del Conte a promettergli di assisterlo in punto di morte con i conforti religiosi. Cavour era cattolico come tanti, non praticante, però si preoccupava che la sua morte non fosse un giorno occasione di scandalo nella società torinese e nazionale. Essendo Cavour scomunicato per il suo impegno politico nel contrastare i privilegi della Chiesa, e nell’attentare al potere temporale del Papa, il frate non avrebbe potuto dargli i sacramenti". Invece il frate mantenne la promessa. Confessò "il nemico della Chiesa" e gli impartì i sacramenti.
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TERREMOTO IN VATICANO - La "salvezza spirituale" dello stratega dell’Unità d’Italia, provocò un terremoto in Vaticano. Pio IX, informato della "scandalosa decisione", volle un incontro personale con Fra Giacomo. Appena si trovò davanti a Pio IX questi gli disse: "Alzatevi e mettetevi davanti a me e rispondete alle interrogazioni che sono per farvi. Voi dunque avete confessato Cavour?" "Santità io confesso tutti quelli che mi chiedono di confessarsi da me"." "Intanto: ditemi un poco, questa ritrattazione di Cavour esiste o no? Se esiste pubblicatela. Se no, dichiarate che voi avete mancato al vostro dovere d’imporgliela di fare". (Si pretendeva che Cavour prima di ricevere i sacramenti ritrattasse il suo operato politico) A tale interrogazione dissi: che di ritrattazione non ne sapevo nulla; l’avrà fatta, o non l’avrà fatta non so! Allora il Santo Padre mi disse: "E chi deve saperlo? Non sapevate che prima di confessarlo dovevate dirgli: ritrattate Signor Conte di Cavour tutto quello che avete fatto contro la Chiesa e poi principiate la vostra confessione?" (Il frate mette la questione sul piano teologico: il dovere di un prete di soccorrere chiunque in punto di morte chieda i conforti religiosi, ma il Papa pensa solo all’aspetto pubblico e politico di un Cavour "nemico" della Chiesa che muore in grazia di Dio e salva l’anima) Io gli ho riposto che il detto Conte mi aveva chiamato per confessarsi, ed io avevo fatto il mio dovere. Allora il Santo Padre, piuttosto in collera, dissemi: "no che voi non avete fatto il vostro dovere, epperciò dichiarate in iscritto che voi mancaste ad un vostro stretto dovere di obbligarlo a ritrattare".
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L'INQUISIZIONE - Poirino fu poi costretto ad affrontare l’esame dell’Inquisizione. "E qui intimorito e forse minacciato – spiega Greco - il frate soffre ed esita appena, ma decide di tenere testa anche davanti all’inquisitore che lo interroga con grande abilità gli offre vari escamotage logici per risolvere la controversia". Basterebbe che il frate dicesse che nell’emozione del momento era un po’ confuso e non ha pensato a far fare la ritrattazione al Conte, e tutto sarebbe risolto. "Ma il frate non si arrende, si rifiuta di svilire il suo operato – continua Greco -. E quindi i superiori lo prendono per birbante, zuccone, ignorante. Ma egli: "non posso aderire al vostro consiglio perché non voglio agire contro la mia coscienza, sarò vittima, andrò sul patibolo, ma dirò sempre che non posso"" Quando poi Poirino scrive la dignitosa relazione e la porta al Papa, questi la scorre appena e lo rimbrotta dicendo che quei fogli sono buoni per "avviloppare i salami". "Le minacce sono sottili ma palesi – spiega il professor Greco - : rischia di perdere la libertà, di non tornare più a casa. Poi le pressioni politiche del Piemonte, e il timore di fare del frate una vittima, nel clima politico agitato del momento, consiglia di far partire il padre verso casa. Poco dopo sarà sospeso a divinis, pagando una fermezza e una dignità straordinarie". Fra Giacomo muore povero e solo a 77 anni, quindici anni dopo la Breccia di Porta Pia e la fine del potere temporale della Chiesa.
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IMMAGINE. La famosa caricatura di Cavour disegnata dal pubblicitario A.Testa nel 1957.
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JAZZ. Il gruppo di Charles Mingus a Umbria Jazz (28 luglio1974: errata la sovrimpressioni Rai con l'anno1975). Siamo
nell'affollatissima e caotica piazza di Todi. Il brano è Flowers for a Lady, e suonano George Adams (sax), Don Pullen (p), Danny Richmond (drums) e Migus al contrabbasso.

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