24 maggio 2012

DISASTRI. Il terremoto fa riflettere: arte, storia e cultura nostre prime risorse

Torre Orologio Finale Emila crollato per terremoto (mag 2012) E’ la nostra unica, vera, emergenza. Quella delle costruzioni storiche cadenti, instabili, non restaurate, tantomeno rafforzate in previsione dei terremoti a cui l’Italia è soggetta, beni privati o pubblici abbandonati a se stessi da secoli, che si sbriciolano col passare degli anni o crollano al minimo terremoto.

Prima ancora di questa crisi finanziaria ed economica, che ci arriva da lontano, il degrado dei beni storici – che sono il nostro unico, vero, patrimonio, anche economico – ci tocca da vicino, perché è una trascuratezza nostra, tutta italiana, frutto d’insensibilità culturale e psicologica, per la quale non possiamo accusare le lobbies di Wall Street o gli gnomi di Zurigo.

E non stiamo parlando dei capolavori assoluti della pittura, della scultura o dell’architettura che quasi sempre monopolizzano l’attenzione e i pochi finanziamenti, ma di quel diffuso, sterminato, tessuto connettivo di testimonianze di Storia costituito dall’inestimabile patrimonio culturale di torri, palazzi, monumenti, mura, castelli, ville, chiese, abbazie, teatri, interi villaggi, centri storici di cittadine e città meravigliose.

Non è questione di Arte o di Grande Arte, non è questo il problema: di capolavori ne abbiamo tanti. Ma si tratta, invece, di salvaguardare un bene diverso e altrettanto prezioso per una Nazione unita da poche generazioni: la testimonianze di una storia comune degli Italiani. E che Storia! Ecco perché queste costruzioni che un terremoto, una inondazione, una frana distrugge non hanno l’eguale al Mondo: rappresentano la nostra identità di popolo. Più di altri simboli. Nessuno le può rubare (come la Gioconda) o imitare (come il gorgonzola o il parmigiano) o comperare in blocco (come potrebbe accadere, in teoria, per la Ferrari).

Torre orologio Novi di Modena semi-crollata per terremoto E dunque, noi Italiani “siamo” quelle case, quegli archi, quelle torri, quelle ville, quelle scalinate, quelle piazze. Non altro. Anzi, se davvero fossimo degni di essere cittadini italiani, lo saremmo perché ci identifichiamo molto più con le tante piccole opere, spesso anonime o collettive, definite “minori” da un’estetica pseudo-romantica, che l’operosità di geniali maestri muratori seppe realizzare in passato, piuttosto che con le magnifiche opere dei Grandi artisti individuali.

Più che il Davide di Donatello , la Cappella Sistina e le centinaia di altre opere, grandiose, sì, ma che rappresentano solo i grandissimi e isolati artisti che le crearono, noi “siamo” storicamente le mura di Ferrara, la piazza del Campo di Siena, il Vittoriano e la scalinata di piazza di Spagna a Roma, la piazza del Mercato di Lucca, la città fortezza di Palmanova, i borghi e i porticcioli delle Cinque Terre, la valle d’Itria e i trulli di Alberobello, e così via di regione in regione.

E dunque noi Italiani, tutti, anche i siciliani e i piemontesi, “siamo”, anzi, “eravamo” perfino la bella torre civica dell’orologio di Finale Emilia o di Novi di Modena, senza troppe pretese di artisticità, smplici e severe come si addice a una torre civica, cioè laica, che nell’immaginario collettivo dei signorotti e delle piccole comunità agricole d’un tempo doveva competere in altezza, imponenza o simbologia del Potere con la chiesa parrocchiale. L’orologio pubblico, poi, era visto come un vero “servizio” per la comunità, in tempi in cui solo pochi nobili, il curato, il medico e il farmacista ne possedevano uno personale (le famose grosse “cipolle” a più involucri).

Ora entrambe le torri dell’orologio sono crollate, e non per la crudeltà della Natura, ma per l’insipienza degli uomini che non le avevano rafforzate abbastanza, con la scusa del costo, sicuri che potesse esistere qualche regione della Penisola esente dal rischio sismico per varie centinaia di anni.

L'ennesimo terremoto – stavolta in una zona a torto considerata “immune”, ai confini della val Padana, tra Parma e Modena – ha ricordato anche ai tanti che non volevano sapere e che usavano nascondere la testa sotto terra, che tutta l'Italia è zona altamente sismica, e dunque spetta a noi, solo a noi, difenderla come già fecero i nostri antenati.

Due torri, simboli di comunità, due tra le migliaia in Italia, cadono, e questa caduta diventa a sua volta il simbolo del nostro dramma culturale e psicologico di Italiani del Duemila, in media più colti scolasticamente dei nostri antenati, ma sottoculturali perché ci illudiano che si possa impunemente vivere di presente, senza ingombranti legami antropologici, senza Storia, insomma senza alcun valore che non sia il denaro, ingrati verso le generazioni dei secoli scorsi, immemori del nostro passato.

Altro che crisi finanziaria, la vera crisi è che lasciamo distruggere le costruzioni in pietra di ieri in cambio del cemento e delle pareti prefabbricate di oggi, materiali non nobili, che come la plastica invecchieranno e si distruggeranno senza diventare mai antichi.

E l’Italia non è il Texas che ha ampie aree disabitate o desertiche. L’Italia, piccola e antropizzata fin dai primordi della sua lunga Storia, è piena di costruzioni e manufatti di grande valore storico o artistico, ma anche – dall’ultima guerra ad oggi – di moltissime case, per lo più brutte, kitsch e abusive, oltretutto non anti-sismiche, spesso disabitate, che dovrebbero semplicemente essere abbattute, come propone da anni l'urbanista Aldo Loris Rossi. L’Italia va rifatta. Basta col cemento speculativo e inutile, visto che non c’è crescita demografica e domanda, e sì, invece, al restauro dei Centri Storici della belle città italiane, oggi pieni di case vuote e cadenti.

Basta con le nuove costruzioni! Riutilizziamo le antiche e bellissime case dei nostri Centri urbani. E’ il momento, proprio in tempi di crisi, di abbattere il brutto e il non anti-sismico, e di restaurare e consolidare tutto ciò che è bello e storicamente valido.

Ma lo capiranno i sindaci dei Comuni e i presidenti di Regione, i parlamentari e i ministri? Per loro, molto spesso, come provano le tipiche biografie di chi si dedica alla professione politica, la conservazione dei beni storici, artistici e culturali, la stessa cultura in sé, quando sono prese in considerazione sono oggetto di alzate di spalle (“Abbiamo troppe opere d’arte e pochi soldi: dobbiamo scegliere”), non capiscono che il primo patrimonio dell’Italia (il Paesaggio e il cibo sono gli altri due) è la Cultura, anche in volgarissimi termini di miliardi di euro ogni anno.

Per politici e amministratori il rilancio dell’economia vuol dire sovvenzionare in modo obliquo questa o quella impresa o lobby amica senza neanche valutare se ciò che produce risponde a requisiti di sicurezza e di mercato, costruire un nuovo stadio di calcio, aprire l’ennesima “super-strada” parallela ad una già esistente, costruire un doppione di linea ferroviaria “ad alta velocità” che il pubblico non richiede, mentre vorrebbe il ripristino delle vecchie linee locali dismesse. Ma vuol dire anche attrezzare un porticciolo, spesso distruggendo la bellezza selvaggia del paesaggio, per barche che non arriveranno, dare concessioni (che per i sindaci vuol dire auto-finanziarsi) per la costruzione di capannoni che resteranno vuoti, o per urbanizzazioni speculative di “unità abitative” destinate a restare senza compratori, ma buone solo per i costruttori (“che si spera ci diano un po’ di soldi e facciano votare per il nostro Partito”). Come meravigliarsi, perciò, se per questi amministratori e politici arrivisti e ignoranti una festa popolare vuol dire talvolta solo la sagra della piadina, del grana o della porchetta?

IMMAGINI. 1. La Torre dell’Orologio di Finale Ligure semidistrutta dal terremoto (che poi la raderà al suolo completamente con una seconda scossa). 2. La Torre dell’Orologio di Novi di Modena colpita dalle prime scosse del terremoto (prima di finire totalmente distrutta da nuove scosse).

JAZZ. Shangai Shuffle in due versioni diversissime registrate a distanza di 10 anni dalla stupenda grande orchestra di Fletcher Henderson, colui che portò alla maturità e alla massima espressione lo stile da big band, rivelando anche un arrangiatore come Redman e solisti come Armstrong e Hawkins. La prima interpretazione, sintetica, ritmica, icastica, con la cornetta penetrante e ritmicamente travolgente di Louis (Louis Armstrong, Elmer Chambers, Howard Scott (tp); Charlie Green (tb); Buster Bailey (cl,as); Don Redman (cl,as,oboe); Coleman Hawkins (cl,ts); Fletcher Henderson (p); Charlie Dixon (bj); Ralph Escudero (tu); Kaiser Marshall (d) New York, 13 ottobre 1924). La seconda interpretazione, del 1934, è armonicamente più profonda, barocca, complessa, tutta giochi di sezioni e intrecci melodici e armonici, a tratti perfino virtuosistici, ma senza i geniali solisti della prima versione. E’ tuttavia molto bella, d’un altro genere di bellezza. Tra i solisti: Buster Bailey al clarinetto e Henry "Red" Allen alla tromba.

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12 maggio 2009

TERREMOTI. “Case antismiche? Ma il prossimo sisma sarà tra 100 anni!"

Egregio Onorevole, sono un costruttore edile, fortemente interessato alla ricostruzione dell’Aquila. Non sono mafioso perché, come lei ben sa, la mafia non esiste. Sono una persona che si preoccupa del bene di tutti: ridare una casa ai terremotati, sostenere la carriera di politici illuminati come lei, rimettere in moto l’economia, e infine fare i miei giusti profitti. Se ci muoviamo bene, tenendo presenti gli eventi precedenti del Molise e di San Giuliano, l’affare abruzzese può essere bello grosso.
Il punto chiave, come mi hanno confermato esperti sismologi e studiosi della complessità e delle previsioni stocastiche che ho consultato allo scopo, è che un sisma della potenza di quello appena avvenuto è ben difficile che si verifichi di nuovo nell’arco di 50 anni, anzi è molto più probabile che passeranno due o tre secoli, come è avvenuto finora.
Quindi non c’è nessun bisogno di costruire edifici di alta qualità e resistenza sismica. Sarebbero soldi sprecati, i nostri soldi. Possiamo continuare ad usare cementi depauperati e acciai semplificati, con notevole risparmio. Possiamo vendere le case nuove a prezzi più alti spacciandole per case fatte secondo i criteri più avanzati. Ci basterà fare infissi a buona tenuta e mettere qualche pannello solare, per dare alle case un aspetto ecocompatibile.
Del resto ciò che conta per la gente è avere un tetto e viverci spendendo il meno possibile. Di quello che c’è dentro i muri alla fine nessuno ci capisce niente. Sarà necessario mettersi a posto dal punto di vista formale e burocratico, ma basterà assicurarsi i servizi di qualche compiacente funzionario per ottenere una documentazione a prova di bomba, anzi, di terremoto, anche se non corrisponde alla realtà.
Se non avviene nessun sisma forte entro 50 anni siamo a posto, perché allora si potranno demolire e ricostruire le case basandosi sul naturale invecchiamento del cemento, e quindi non resterà traccia di quanto abbiamo fatto, nessuno se ne sarà nemmeno accorto, nessuno avrà subito danni.
L’unico rischio è che ci sia un forte sisma a breve, e che crolli tutto. Contro questa eventualità non possiamo fare nulla. Possiamo solo cercare di renderci invisibili e introvabili, possiamo costituire una società immobiliare che gestisce il tutto subappaltando i lavori a piccole imprese dell’est europeo, e dopo un paio di anni sciogliere la società in modo da disperdere tracce e responsabili. Questi stessi criteri si possono usare per le New Town, che in tal senso potrebbero rappresentare un altro ottimo affare.
suo dev.mo amico
ing. C. B.
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Questa lettera immaginaria è stata scritta dall'amico Umberto Santucci su
Apogeo online ed esprime bene l'ironia, la rabbia e lo scoramento di chi teme che anche nella ricostruzione dell'Aquila le antiche furberie italiche possano riprendere il loro corso abituale, passato il momento "virtuoso" della solidarietà parolaia, che non costa nulla.
Solo un concetto voglio aggiungere, fuor di paradosso, per evitare che qualche sprovveduto prenda alla lettera le "argomentazioni" probabilistiche del cinico ingegnere così ben delineato da Santucci. La sequenza dei terremoti precedenti non autorizza in nessun modo i sismologi a disegnare una curva probabile dei terremoti futuri. In teoria, perciò, potrebbe verificarsi un altro terremoto anche tra un mese, un anno o 10 anni. A scanso di illusioni (e speculazioni), diciamo che per prudenza e coscienza ci conviene calcolare, come per il Super-Enalotto, che ogni volta si ripropongono per tutti le medesime probabilità di vittoria (o di sconfitta). La madre Terra, che noi abusivamente chiamiamo "caso", non è come noi, maliziosi esseri umani: è ingenua, e non tiene conto dei precedenti.
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JAZZ. Il geniale chitarrista zingaro Django Reinhardt suonò alla fine della sua carriera anche la chitarra elettrificata, modificando insieme con la tecnica anche un po' lo stile. Eccolo in una rara incisione con Sadi Lallemand (vib) ; Martial Solal (p) ; Pierre Michelot (b) ; Pierre Lemarchand (dr) a Parigi (8 aprile 1953), dal titolo Deccaphone, chiaro omaggio alla casa discografica Decca.

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14 aprile 2009

CATASTROFI. E c’è chi non vuol dare “un euro ai terremotati”. A ragione

Incivile, anzi, un vero mascalzone!, ho pensato quando ho letto il titolo di una nota riportata su Facebook. Mi sono precipitato a leggerla per potergliene dire quattro, all'autore, con cognizione di causa. E così ho scoperto che... ha ragione, tanta, da vendere.
Leggete il bell'articolo del siciliano (in realtà nordico, anglosassone) Di Girolamo, redattore del Giornale di Sicilia, da copiare e mettere in archivio.

Sì, ma poi non siate così giusti, cioè conseguenti, razionali e crudeli. Anche se siamo attorniati da una classe politica di ladri e profittatori, per un'ultima volta diamolo questo euro ai terremotati, e anche il 5 per mille che non ci costa nulla, anzi, meglio l'8 per mille che lo Stato dà in più, abusivamente, a Santa Romana Chiesa...
La classe politica, la Regione, i sindaci, hanno gravissime colpe. Basta dire che la Regione Abruzzo, anziché il grado di pericolosità 12, come dovuto, si era attribuito il 9 (Il Sole-24 Ore). Per poter costruire di più, ovunque.
Però sono troppe le vittime innocenti di questa classe politica.
Facciamo così: prima diamo una mano alle vittime del terremoto aquilano, poi bastoniamo definitivamente i politici. Basta con questi farabutti che si fingono di Destra o Sinistra solo per comandare, avere e dare favori, e guadagnare tanto, troppo. Fossero, poi, dei geni: tutti dei mediocri. Sanno solo infilare due parole di seguito. Come i venditori di libri e gli avvocaticchi. Non se ne può più (Nico Valerio).

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MA IO PER IL TERREMOTO NON DO NEMMENO UN EURO
di Giacomo Di Girolamo .
Scusate, ma io non darò neanche un centesimo di euro a favore di chi raccoglie fondi per le popolazioni terremotate in Abruzzo.
So che la mia suona come una bestemmia. E che di solito si sbandiera il contrario, senza il pudore che la carità richiede. Ma io ho deciso. Non telefonerò a nessun numero che mi sottrarrà due euro dal mio conto telefonico, non manderò nessun sms al costo di un euro. Non partiranno bonifici, né versamenti alle poste. Non ho posti letto da offrire, case al mare da destinare a famigliole bisognose, né vecchi vestiti, peraltro ormai passati di moda. Ho resistito agli appelli dei vip, ai minuti di silenzio dei calciatori, alle testimonianze dei politici, al pianto in diretta del premier. Non mi hanno impressionato i palinsesti travolti, le dirette nostop, le scritte in sovrimpressione durante gli show della sera. Non do un euro.
E credo che questo sia il più grande gesto di civiltà, che in questo momento, da italiano, io possa fare. Non do un euro perché è la beneficienza che rovina questo Paese, lo stereotipo dell’italiano generoso, del popolo pasticcione che ne combina di cotte e di crude, e poi però sa farsi perdonare tutto con questi slanci nei momenti delle tragedie.
Ecco, io sono stanco di questa Italia. Non voglio che si perdoni più nulla. La generosità, purtroppo, la beneficienza, fa da pretesto. Siamo ancora lì, fermi sull’orlo del pozzo di Alfredino, a vedere come va a finire, stringendoci l’uno con l’altro. Soffriamo (e offriamo) una compassione autentica. Ma non ci siamo mossi di un centimetro. Eppure penso che le tragedie, tutte, possono essere prevenute. I pozzi coperti. Le responsabilità accertate. I danni riparati in poco tempo.
Non do una lira, perché pago già le tasse. E sono tante. E in queste tasse ci sono già dentro i soldi per la ricostruzione, per gli aiuti, per la protezione civile. Che vengono sempre spesi per fare altro. E quindi ogni volta la Protezione Civile chiede soldi agli italiani. E io dico no. Si rivolgano invece ai tanti eccellenti evasori che attraversano l’economia del nostro Paese.
E nelle mie tasse c’è previsto anche il pagamento di tribunali che dovrebbero accertare chi specula sulla sicurezza degli edifici, e dovrebbero farlo prima che succedano le catastrofi. Con le mie tasse pago anche una classe politica, tutta, ad ogni livello, che non riesce a fare nulla, ma proprio nulla, che non sia passerella.C’è andato pure il presidente della Regione Siciliana, Lombardo, a visitare i posti terremotati. In un viaggio pagato – come tutti gli altri – da noi contribuenti. Ma a fare cosa? Ce n’era proprio bisogno?
Avrei potuto anche uscirlo, un euro, forse due. Poi Berlusconi ha parlato di “new town” e io ho pensato a Milano 2 , al lago dei cigni, e al neologismo: “new town”. Dove l’ha preso? Dove l’ha letto? Da quanto tempo l’aveva in mente? Il tempo del dolore non può essere scandito dal silenzio, ma tutto deve essere masticato, riprodotto, ad uso e consumo degli spettatori. Ecco come nasce “new town”. E’ un brand. Come la gomma del ponte.
Avrei potuto scucirlo qualche centesimo. Poi ho visto addirittura Schifani, nei posti del terremoto. Il Presidente del Senato dice che “in questo momento serve l’unità di tutta la politica”. Evviva. Ma io non sto con voi, perché io non sono come voi, io lavoro, non campo di politica, alle spalle della comunità.
E poi mentre voi, voi tutti, avete responsabilità su quello che è successo, perché governate con diverse forme - da generazioni - gli italiani e il suolo che calpestano, io non ho colpa di nulla. Anzi, io sono per la giustizia. Voi siete per una solidarietà che copra le amnesie di una giustizia che non c’è.
Io non lo do, l’euro. Perché mi sono ricordato che mia madre, che ha servito lo Stato 40 anni, prende di pensione in un anno quasi quanto Schifani guadagna in un mese. E allora perché io devo uscire questo euro? Per compensare cosa?
A proposito. Quando ci fu il Belice i miei lo sentirono eccome quel terremoto. E diedero un po’ dei loro risparmi alle popolazioni terremotate. Poi ci fu l’Irpinia. E anche lì i miei fecero il bravo e simbolico versamento su conto corrente postale. Per la ricostruzione. E sappiamo tutti come è andata. Dopo l’Irpinia ci fu l’Umbria, e San Giuliano, e di fronte lo strazio della scuola caduta sui bambini non puoi restare indifferente. Ma ora basta.
A che servono gli aiuti se poi si continua a fare sempre come prima? Hanno scoperto, dei bravi giornalisti (ecco come spendere bene un euro: comprando un giornale scritto da bravi giornalisti) che una delle scuole crollate a L’Aquila in realtà era un albergo, che un tratto di penna di un funzionario compiacente aveva trasformato in edificio scolastico, nonostante non ci fossero assolutamente i minimi requisiti di sicurezza per farlo.
Ecco, nella nostra città, Marsala, c’è una scuola, la più popolosa, l’Istituto Tecnico Commerciale, che da 30 anni sta in un edificio che è un albergo trasformato in scuola. Nessun criterio di sicurezza rispettato, un edificio di cartapesta, 600 alunni. La Provincia ha speso quasi 7 milioni di euro d’affitto fino ad ora, per quella scuola, dove – per dirne una – nella palestra lo scorso ottobre è caduto con lo scirocco (lo scirocco!! Non il terremoto! Lo scirocco! C’è una scala Mercalli per lo scirocco? O ce la dobbiamo inventare?) il controsoffitto in amianto.
Ecco, in quei milioni di euro c’è, annegato, con gli altri, anche l’euro della mia vergogna per una classe politica che non sa decidere nulla, se non come arricchirsi senza ritegno e fare arricchire per tornaconto.
Stavo per digitarlo, l’sms della coscienza a posto, poi al Tg1 hanno sottolineato gli eccezionali ascolti del giorno prima durante la diretta sul terremoto. E siccome quel servizio pubblico lo pago io, con il canone, ho capito che già era qualcosa se non chiedevo il rimborso del canone per quella bestialità che avevano detto.
Io non do una lira per i paesi terremotati. E non ne voglio se qualcosa succede a me. Voglio solo uno Stato efficiente, dove non comandino i furbi. E siccome so già che così non sarà, penso anche che il terremoto è il gratta e vinci di chi fa politica. Ora tutti hanno l’alibi per non parlare d’altro, ora nessuno potrà criticare il governo o la maggioranza (tutta, anche quella che sta all’opposizione) perché c’è il terremoto.
Come l’11 Settembre, il terremoto e l’Abruzzo saranno il paravento per giustificare tutto.Ci sono migliaia di sprechi di risorse in questo paese, ogni giorno. Se solo volesse davvero, lo Stato saprebbe come risparmiare per aiutare gli sfollati: congelando gli stipendi dei politici per un anno, o quelli dei super manager, accorpando le prossime elezioni europee al referendum. Sono le prime cose che mi vengono in mente. E ogni nuova cosa che penso mi monta sempre più rabbia.
Io non do una lira. E do il più grande aiuto possibile. La mia rabbia, il mio sdegno. Perché rivendico in questi giorni difficili il mio diritto di italiano di avere una casa sicura. E mi nasce un rabbia dentro che diventa pianto, quando sento dire “in Giappone non sarebbe successo”, come se i giapponesi hanno scoperto una cosa nuova, come se il know-how del Sol Levante fosse solo un’ esclusiva loro. Ogni studente di ingegneria fresco di laurea sa come si fanno le costruzioni. Glielo fanno dimenticare all’atto pratico. E io piango di rabbia perché a morire sono sempre i poveracci, e nel frastuono della televisione non c’è neanche un poeta grande come Pasolini a dirci come stanno le cose, a raccogliere il dolore degli ultimi. Li hanno uccisi tutti, i poeti, in questo paese, o li hanno fatti morire di noia.
Ma io, qui, oggi, mi sento italiano, povero tra i poveri, e rivendico il diritto di dire quello che penso. Come la natura quando muove la terra, d’altronde.
GIACOMO DI GIROLAMO, redattore del Giornale di Sicilia
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JAZZ. Il sassofonista soprano e clarinettista creolo Sidney Bechet, in
Indian Summer che nel video è suonato da un disco di ebanite a 78 giri su un giradischi anni 30.

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