21 ottobre 2011

POESIA. Lo strano, oscuro poeta veneto che parlava come gli oracoli e i bambini

Zanzotto Grande Andrea Zanzotto, affascinante poeta oscuro e difficile come un oracolo, insieme classico e avanguardista, dialettale e infantile, intellettuale e implacabile critico della società, sperimentatore glottologo, inventore di una lingua tutta sua... Mi rimorde la coscienza, ora che è scomparso a 90 anni, per non averlo abbastanza letto e studiato!

E pensare che l’avevo spesso preso per polemista, tanto caustica, dissacrante, auto-compiaciuta e narcisistica consideravo la sua voce, non di rado intervistata in radio o televisione per il suo conclamato “impegno civile” (come se dedicarsi alla poesia non fosse già un civilissimo impegno), quanto ambigua, perché puramente intellettuale e visionaria, orfica, sibillina, la sua poesia.

E mentre ora, dopo la sua morte, con la vigliaccheria del lontanissimo parente che deve prepararsi a un funerale per cui è impreparato e svogliato, cerco affannosamente nella mia biblioteca qualche volumetto di sue liriche, tanto per sapere che cosa argomentare di falsamente intelligente su Facebook, il Caso mi fa da Nèmesi, e per vendetta non me lo fa ritrovare.

Zanzotto è morto, dicono i giornali. Morto e sepolto, di sicuro, tra i miei libri, disposti (ahimé) con l’ordine del disordine su tre file in ogni scaffale… E ho pensato con l’auto-ironia dei momenti di crisi, mentre le mie mani si impolveravano nella ricerca: “Se la sua tomba esiste, sarà certo nella mia biblioteca”. Sicuro, in qualche remoto strato geologico di opuscoli polverosi, ma sì, tra gli sperimentali e ideologici degli anni Ottanta (o Settanta?). Insomma, non posso, non devo leggerlo nell’odioso rito della celebrazione. Lo ha deciso il Fato. E proprio ora ch’è morto, poi, la Giustizia (o la vergogna?) si ricorda di mettermi fretta? Che ipocrita!

Così, ancora con le dita polverose, chissà per quale automatismo mentale, il mio pensiero lascia Zanzotto e corre al mio amato Gadda.

Gadda? Già, come non averci pensato prima! In entrambi, è evidente, la neo-lingua parte dall’antico, intinge il pane della sapienza in etimologie desuete o improbabili, si biforca nel greco e latino (sì, ma con una precisione inumana, direi tecnologica), poi si innesta nel dialetto, sfiora gli idiomi ostici di Galli, Britanni e Batavi, e finalmente dà l’impressione di planare nella bella lingua dove il suona, ma solo per vendicarsi della sua odiosa (a Zanzotto, solo a Zanzotto) cantabilità, musicalità. E un pizzico di Sanguineti e Manganelli, ovvio, con tanto di saggistica linguistica, calembours, semantemi seriali, e fonemi da avanguardia.

Certo che se Gadda avesse… No, forse il mio intuito sbaglia, chissà, forse quelle poesie lo scrittore della Cognizione del dolore le ha composte davvero, e in tutt’altro stile (così smentendomi), eppure nessuno mi toglie dalla testa che se l’Ingegnere avesse fatto poesia avrebbe scritto versi, senza saperlo (anzi, sapendolo), “alla Zanzotto”: esatti e misteriosi, lucidi e crudeli.
NICO VALERIO

Marco Palasciano, cultore zanzottiano coi fiocchi, una volta partì da Capua per incontrare cinque minuti il poeta di Pieve di Soligo, e si fece perfino un tratto in corriera. Dovrei prendere esempio da tipi così. Ma diamogli la parola mentre nel suo blog presenta alcune liriche di Zanzotto:

In Lamenti dei poeti lirici un poeta interroga la Musa, e di cui ecco un brano. Questo Lazzaro – spiega Palasciano – è il mendico della parabola, non il risorto:

Chiedono, implorano, i poeti,
li nutre Lazzaro alla sua mensa,
come cigni biancheggiano.
Invocano l’amata
l’iddio la pia vittima le orme
che s’addentrano al simbolo
(morí quel simbolo, morí).
Nomi hanno, date con interrogativo,
schede, schemi,
cadaveri com’elitre
in oniriche antologie.
Perfettissimo pianto, perfettissimo.

“Si noti come in esse [liriche], in base alle necessità espressive, il poeta mescoli piú o meno babelicamente le piú disparate lingue, linguaggi e stili, dal balbettío dei bimbi all’algebrío della scienza, passando per dialetti, latinismi, echi di canzonette, citazioni dei classici e via cosí. Zanzotto difatti appartiene alla schiera degli autori per i quali il monolinguismo è cosa aliena, vale a dire alla linea dello sperimentalismo glossoplastico svisciolatosi dal medioevo fino all’evo dei media, passando per Dante, la Hypnerotomachia Poliphili, Folengo, Basile, Maggi, Porta, Dossi, Faldella, Imbriani, Pizzuto, Gadda, Pasolini, Testori, D’Arrigo, Mastronardi, Meneghello, me e non so chi altri, per restare all’Italia; ché poi ci sono anche, ovviamente, Rabelais, Sterne, Carroll, Joyce ecc.

La prima poesia che leggerò, 13 settembre 1959 (Variante), è una sorta di litania infinita dedicata alla luna, che quel giorno era stata toccata per la prima volta nella storia da un oggetto di fattura umana, la sonda sovietica Lunik 2: evento che a parer di Zanzotto (meno incline di altri a entusiasmarsi per le meraviglie della tecnica) poneva fine, di fatto, alla poeticità dell’astro.

[13 settembre 1959 (Variante)]

La seconda poesia è Oltranza oltraggio, il cui argomento è la sfuggevolezza della Musa, che salta e «saltabecca» di qua e di là…

[Oltranza oltraggio]

La terza è L’elegia in petèl, che ha qualche passo nel linguaggio usato coi bambini da mamme e tate, appunto il petèl, e che giuoca colle contraddizioni per prendere in giro le false certezze della quotidianità ecc. (Nota: «Scardanelli» era lo pseudonimo usato da Hölderlin nelle sue ultime poesie.)

[L’elegia in petèl]

Per finire, leggerò d’un sol fiato tre pezzi da Il Galateo in bosco, silloge dedicata al bosco del Montello, dove Monsignor Della Casa componeva aulici sonetti nel mentre che progettava il celebre manuale suo di belle maniere, e dove qualche secolo dopo si consumarono le spaventose stragi della prima guerra mondiale. Questi i pezzi: un sonetto, dove ci si rivolge prima all’Italia e poi alla forma stessa del sonetto; alla pagina appresso, una doppia epigrafe in prosa, composta da un frammento pubblicitario piú un appunto su una possibile proposta di libro educativo; alla pagina appresso ancóra, infine, la poesia in dialetto (E po’, muci) – cioè: E poi, silenzio!
MARCO PALASCIANO

[Sonetto infamia e mandala]

[E po’, muci]

JAZZ. Fletcher Henderson presentato alla radio (34’, brani poco noti). Cliccando si forma automaticamente un file temporaneo e poi si apre la finestra del lettore audio che fa ascoltare il brano. Se lo lasciate dov’è, Il file verrà prima o poi cancellato. Per salvarlo nell’archivio personale bisogna entrare nella cartella dei Temp (è in C:/Windows) e salvarla con nome dove si vuole.

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3 Comments:

Blogger Marco Palasciano said...

Onorato di tanta citazione.

(En passant, chiarisco ai lettori il passo «una volta partì da Capua per incontrare cinque minuti il poeta»: non è che mi sorbii 8 ore di treno ecc. per far 5 minuti di visita e il 6° minuto avviarmi a tornarmene dal Veneto in Campania in altre 8 ore il giorno stesso già: non sono TANTO matto! ero lì per le vacanze pasquali, da amici, da qualche giorno, e qualche altro ancora ne sarei stato. Comunque sia, il mio pellegrinaggio a Pieve di Soligo era preventivato da fin da prima della mia partenza da Capua, naturalmente; questo sì.)

Ossequi alati :)

22 ottobre 2011 05:02  
Blogger Nico Valerio said...

Ma certo, il tuo articolo lo diceva. Il tono garbatamente aneddotico della presentazione ("Una volta...") oltre ad attirare curiosità su un personaggio così raro oggigiorno, serviva a coprire una forzatura da sintesi giornalistica...:-) Grazie per la disponibilità.

22 ottobre 2011 09:41  
Blogger Marco Palasciano said...

Prego, sempre a disposizione. - Certo, l'articolo lo diceva; tuttavia i lettori in genere son così distratti, che mai vano è dei dati il ridondare. - Scordavo!, intanto: Gadda è l'autore a cui più spesso vengo, né mi dispiace, paragonato; v. per es. http://www.librincircolo.it/RecensioneRomanzoStorico.htm - Ossequi :)

22 ottobre 2011 20:04  

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