08 marzo 2014

8 MARZO. Ma serve il giorno della festa della donna, la metà del genere umano?

Festa della donna 9 marzo e festa dell'uomo. (Origone) 8 marzo, “Festa della donna”? Suvvia, anche i più “femministi”, femmine e maschi, capiscono al volo che non serve né alle donne, né agli uomini.
Qualunque sia  l’origine storica dell’evento, che dal primo Novecento in poi, tra Germania, Stati Uniti e Russia, si è svolto nelle date e occasioni più diverse, la Giornata Internazionale della Donna, oggi popolare in Italia come “Festa della donna”, che pure era nata come evento di sensibilizzazione e protesta, si è banalizzata anno dopo anno, snaturata in una forma minore e “meno tossica”. Come hanno lamentato molte intellettuali donne, tra cui le stesse femministe storiche. E’ vissuta ormai come una “festività” uguale a tante altre, addirittura stampata sui calendari, dove bisogna ammettere che calza a pennello tra due SS. Felicita e Perpetua, ovviamente martiri (il 7 marzo), e S. Francesca Romana, religiosa, cioè suora. Martirio aggiuntivo – hanno denunciato cristiani di base e inquirenti – quello riservato alle donne della Chiesa, molte delle quali costrette dai preti a fare da cameriere, inservienti, cuoche, amanti (il 9 marzo).
E, certo, con grande successo di pubblico, di donne soprattutto, ma anche di uomini, che ovviamente non si lasciano scappare l’occasione più unica che rara d’un giorno in cui i locali e le strade sono affollati del colorito pubblico femminile. Visto che gli esseri umani, e gli italiani in particolare, tendono alle ricorrenze festive, e che ogni cosa seria, drammatica, luttuosa, col passare dei decenni diventa una ricorrenza gioiosa (regali, fiori, risa, divertimento, cena tra amiche, perfino vacanza dal lavoro, come diceva ieri una ragazza della Moldavia)! Le donne, perciò, si fanno gli auguri e li accettano dagli uomini, come se si trattasse di un onomastico personale.
Ma la ricorrenza, essendo le donne la metà del genere umano, e in certi Paesi come l’Italia, la maggioranza, è una terribile arma a doppio taglio, anzi ipocrita, inadatta e sconveniente. Se infatti l'8 marzo, soltanto l’8 marzo, è la ricorrenza della donna, logica vuole che tutti i restanti 364 giorni siano, "a contrario", la lunga, lunghissima, illimitata festa dell'uomo, come fa notare il disegnatore satirico Origone nella vignetta in alto.
Ecco perché da liberali che amano la giustizia, il buonsenso e il "mai troppo", siamo un po' contrari all'8 marzo come si è caratterizzato nel tempo. Non solo perché a noi interessa, giustamente, l’intelligenza, il merito e anche l’onestà delle persone, non il genere sessuale, a cui non prestiamo la minima importanza pubblica, se non per le nostre private scelte affettive e sessuali, ma anche per un motivo minore e più popolare.
Una festa del genere, andrebbe bene, semmai, per una causa ultra-minoritaria, per tutelare una minoranza di persone (p.es. i nudisti, gli atei, gli ebrei, i buddisti, gli amanti del jazz), oppure per ricordare ai cittadini di tutelare un animale raro o in via di sparizione, come l’orso, la lince, il lupo o l’esotico panda, o meglio ancora per i poveri alberi, che non hanno neanche zanne e artigli per difendersi dalle stupide violenze degli uomini, non certo per la parte preponderante o quasi del genere umano.
Siamo seri: un Paese in cui ben 30 milioni e 688 mila sono le donne, mentre “solo” 28 milioni e 745 mila sono gli uomini, non solo non celebra la Festa del suo genere più diffuso, maggioritario, ma neanche la Ricordanza della donna. Sarebbe, anzi è, altamente offensivo e discriminatorio per le donne, che se è vero che si sentono discriminate, così sarebbero, sono, come dicono a Napoli “cornute e mazziate”. Anzi, credo che se i maschi fossero donne, si offenderebbero a morte, e farebbero in strada e sui giornali il diavolo a quattro contro questa umiliante festicciola, e ancor più per le “quote celesti” nelle Istituzioni pubbliche, messinscena che sotto l’apparenza di una spensierata festività, occasione di guadagno per i venditori di fiori e dolci, e per bar e ristoranti, in realtà riconsegna le donne al ghetto della minoranza inetta, incapace, che perciò va tutelata come un animaletto indifeso. Addirittura per legge, dall’alto, paternalisticamente, con le “quote rosa”. Perché si sa, da sole, pur essendo la maggioranza del Paese, alla libertà e all’uguaglianza non arriverebbero mai. Deprimente. Sia per le femmine che per i maschi.
E invece? C'è già il numero, l'alto numero, la maggioranza delle donne. Questo dovrebbe garantire, se le stesse donne lo volessero, una supremazia teorica o almeno la possibilità di autodifesa. Ma lo vogliono veramente? O non preferiscono alcune la comoda strada della lamentela e del vittimismo? Le molte donne intelligenti e dignitose l’hanno già capito da tempo, e infatti non chiedono più né festa della donna, né “quote rosa” garantite a prescindere dal merito nelle Istituzioni. Del resto, caratteristica della libertà è che essa la si conquista, non la si accetta umilmente quando il Sovrano la concede.
E poi c'è un secondo messaggio nella vignetta “femminista” del disegnatore "maschile". Un messaggio tratto pari pari dall'immaginario femminile d’un tempo. La “festa dell'uomo”, cioè il quotidiano andazzo dei tempi ordinari, (“passata la festa e gabbata la Santa”, sottinteso donna) vuol dire che la donna è riportata alla sua “normalità” sociale e familiare aberrante, cioè che come regola è solo una serva che lava per terra senza dignità.
Questo, invece, per la diversa organizzazione del lavoro familiare, è oggi meno vero d’un tempo, anche se pur sempre vero per alcuni strati sociali. Ma questo potrebbe lamentarlo in teoria anche un ipotetico Movimento per la Liberazione dei Maschi. Pensiamo semplicemente ai lavori umili o bestiali (di pura forza) o alienanti o umilianti, che i maschi “in quanto tali” sono costretti a fare in uffici, fabbriche, mercati, ditte di traslochi, porti, ospedali, abitazioni, giardini, cantine, garages, Abbiamo ascoltato con le nostre orecchie in un Ospedale romano dottoresse e infermiere chiedere a gran voce e in modo concitato l’intervento di “due uomini”, per riuscire a trattenere un anziano energumeno fuori di cervello che non potevano sedare. Perciò sono le stesse donne a specificare che non tutti i lavori femminili, fossero pure il lavare i pavimenti, sono da considerare schiavistici e disuguali, ma solo quelli appioppati per pura, punitiva discriminazione di genere contro la volontà della donna.
Ciò detto, accettiamo il carattere consolatorio e autoreferenziale della Festa, ma solo se è davvero una festa, cioè un’occasione per le donne e per gli uomini di incontrarsi. Perché le incomprensioni, i tabù e le comode ipocrisie si perpetuano e si rafforzano grazie alla scarsa vicinanza, alla sporadica frequentazione e alla mancanza di dialogo. Se le donne frequentassero un po’ più gli uomini, anziché le donne, forse imparerebbero a farsi valere di più e a non considerarsi comodamente perdenti.

JAZZ. Celebre e fondamentale album (40'24") del più grande trombettista dell’hard-bop, Clifford Brown (Clifford Brown Memorial, Blue Note 1526). I brani sono: "Hymn of the Orient", "Easy Living", "Minor Mood", "Cherokee", "Wail Bait", "Brownie Speaks", "De-Dah", "Cookin'", "You Go to My Head", "Carving the Rock". Le formazioni sono: Clifford Brown (tp), Lou Donaldson (as), Elmo Hope (p), Percy Heath (b), Philly Joe Jones (ds), del 9 giugno 1953, e Clifford Brown (tp), Gigi Gryce (as, fl), Charlie Rouse (ts), John Lewis (p), Percy Heath (b), Art Blakey (ds), del 28 agosto 1953.

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18 maggio 2008

VEGGIE PRIDE. Come non va fatto un corteo vegetariano e nonviolento

CONTESTAZIONE, MA CONTRO CHI?
"Orgoglio vegetariano"? Dopo aver aderito per tempo, ieri pomeriggio alle 14.30 sono andato a vedere e partecipare. Dopotutto, mi sono detto, sono o no il vegetariano di più lunga data a Roma?*
Bene, a piazza Madonna di Loreto, sono l’unico accanto ai tre sparuti banchetti veg davanti alla colonna di Traiano. Eppure la partenza è al metro di Colosseo, a soli 500 metri. Che sta accadendo? Forse il Veggie Pride ha fatto flop? Non è arrivato nessuno? Dopo un’ora di attesa, spazientito risalgo via dei Fori Imperiali per vedere che è successo. E che cosa vedo! Sullo sfondo della via chiusa al traffico e presidiata dalla polizia, sei grandi minacciosi cellulari grigio-verde (della capienza di 20 fermati ognuno) della Polizia, con le inferriate anti-sommossa ai finestrini, marciano a velocità da funerale alla testa d’un minaccioso e "pesante" corteo contestativo, con grandi striscioni e bandiere, aperto da una prima fila di poliziotti molto duri e compatti, però senza casco e scudo. I manifestanti non si vedono proprio da chi viene incontro: solo torpedoni e uomini della Polizia. Uno choc. Aiuto.
Incredibile: mi sembra di colpo di tornare all’incubo dei terribili anni 70. Ma poi mi rassereno: deve essere un altro corteo. Sì, non c’entra niente con i vegetariani. Figùrati quella è gente soft, tante ragazze giovani e mingherline, neanche vengono alle escursioni in montagna per quanto sono delicatine e temono la fatica! Ma sì, tutto si spiega - penso - ecco le ragioni del ritardo del Veggie Pride: proprio alla stessa ora - guarda coincidenza - c’è uno di quei provocatori cortei "del sabato" dell’ultra-sinistra. La polizia ha bloccato i vegetariani e ha dato la precedenza all’altro corteo, quello del… che so, Partito Comunista d’Italia marxista-leninista, Terza Internazionale, Nuovo Potere Operaio, Ri-Lotta Continua? Insomma, cose così, uscite dalla naftalina degli armadi della cronaca, più che della Storia. Ma sì, speriamo solo che passino presto, voglio vedere e partecipare all’altro corteo, quello dei mangiatori d’insalata, frutta e legumi, degli inermi difensori degli animali.
Ma fatti pochi passi vedo tutto. Si tratta proprio del corteo aggressivo dei non-violenti vegetariani. Aggressivo solo nel tono e nell'aspetto frontale (callulari e Polizia). Striscioni e cartelli non cominciano colla parola "vegetarismo", ma con "Guerra" (alla carne), "Lotta" (all’uccisione degli animali), e deunciano descrivendole nei particolari ogni tipo di violenza e tortura perpetrata ai danni degli animali che la gente mangia ogni giorno senza rendersi conto. Gli slogan urlati col megafono a 100 decibel incollato alle labbra d'una ragazza minuta dalla voce stridula (che pare abituata ai cortei) sembra presa da un album ingiallito degli anni 70: "Opponiamoci alla criminale strage dei macelli!", "Basta carne, no alle multinazionali del cibo". E i compagni in coro: "Basta carne", "Basta carne", "Basta carne".
Ma chi è che ci costringe a mangiar carne, insomma contro chi è la contestazione? Contro il "Governo ladro" o la "porca società"? Contro i "padroni" o le "multinazionali"? O contro la mamma italica che ci vuole far mangiare carne a tutti i costi, perché si ricorda che al paesello la nonna era povera e non la mangiava mai, e ha "sentito dire in tv" dal solito nutrizionista trombone in camice bianco da salumiere che "la carne è essenziale"?
Come vegetariano liberale mi irrita questo "basta" urlato agli altri, e non a se stessi. E' quello un modo intelligente di convincere i passanti, di fare propaganda? A chi è rivolto, allo Stato, che dovrebbe impedire, o ai macellai che dovremmo far chiudere d’autorità? Attendiamo forse il Grande Dittatore vegetariano, uno Stalin, un Mussolini, anzi un Ceausescu, che si sentiva un nutrizionista e affamando il popolo dava la "linea", sì, ma quella dietetica? Di queste incongruenze non si accorge nessuno dei 200-250 presenti.
Sono allibito, arrabbiato, affronto amici e sconosciuti che marciano in quel modo, una pantomima grottesca dell’ultra-sinistra d'un tempo, senza rendersi conto dell’impatto comunicativo e psicologico che il corteo ha sui passanti. Che infatti si tengono a debita distanza: chi si avvicinerebbe ad un corteo aperto da grossi cellulari e un plotone di poliziotti? Altro che vegetariani e non-violenti: diamo all’esterno, sulla cittadinanza e i turisti una vergognosa immagine militarista e violenta. E i turisti neanche capiscono: nessun cartello comincia con la parola "Vegetarismo". Immaginano dalle foto sanguinose e dagli slogan che si tratti d'un corteo di Animal Liberation o Peta.
Il logo ufficiale è una mucca col "pugno" chiuso. Gli animali strumentalizzati come kompagni rivoluzionari. Non è una piccola violenza (ideologica) anche questa? Nel sito gli anonimi organizzatori hanno espressamente vietato bandiere dei club vegetariani e slogan salutistici e scientifico-razionali in appoggio al vegetarismo. Bisognava - esortavano - battere sulla violenza contro gli animali. Più che giusto, ma il vegetarismo in quanto tale? Lo vogliamo descrivere, lo vogliamo pubblicizzare, possibilmente senza far andare per traverso il cibo? Vogliamo, oltre a far vedere il sangue sui cartelli, la violenza dei mattatoi, l'ipocrisia dei consumatori, aggiungere la pacata argomentazione che mangiare carne è inutile, dannoso economicamente, eticamente e sul piano della salute?
Incontro l’architetto Massimo, ex consigliere del PC cossuttiano al Comune di Roma, dichiaratamente vegan della frazione "anticapitalistica e anti-multinazionali". Avrà idee non scientifiche e ottocentesche ma almeno lo conosco: ha il coraggio di esporsi con nome e cognome. E' da ingenui illudersi che il vegetarismo (come l'ambientalismo) possa essere una nuova battaglia anticapitalistica sotto altro nome. Il capitalismo, lo dico da vegetariano liberale, non ci impone di mangiar carne, "non gliene può fregare di meno". Non pochi manager - mica scemi - sono diventati veg. Certo, il capitalismo va regolato con poche regole ma ferree, e chi non le rispetta, come accade spesso in Italia, dovrebbe uscire dal mercato. E siamo noi il "mercato", non i produttori. Siamo noi consumatori a scegliere i beni da consumare e perfino a "fare i prezzi". Potremmo dall'oggi al domani, se fossimo in tanti e più esperti di merceologia, composizione di alimenti e nutrizione, avere in ogni supermercato tutta la gamma dei cibi adatti alla dieta vegetariana a minor prezzo e con migliore qualità. I produttori stanno alle nostre scelte: sono pronti a riciclarsi rapidamente. Se no, scompaiono dal mercato, falliscono.
Ma a via dei Fori Imperiali non penso all'economia: sono infuriato. Lancio giudizi sferzanti e provocatori ad alta voce sugli organizzatori che hanno voluto un corteo così apparentemente "minaccioso", che poi a sorpresa scoppia come una bolla di sapone 500 metri dopo, scherzando e ridendo, davanti alle bancarelle tra ragazze venute da Napoli e Milano, e tranquille famigliole della domenica. Ma allora era una "finta". I poliziotti quando hanno visto le bancarelle - sprovviste di cibo, purtroppo - devono essersi sentiti presi per i fondelli...
Ma chi sono gli organizzatori? Non si sa. Nessuno delle nostre organizzazioni li conosce. Già questo è un po' inquietante. Si sa che c’è un collegamento diretto col Veggie Pride di Parigi, che l'unico articolo vero lo hanno avuto da Liberazione e che il loro appello è apparso su Indymedia. Forse queste circostanze, oltre ad una loro inesperienza nella comunicazione, possono aver allarmato Questura e Digos - chissà, lavoriamo di fantasia - nel timore di qualche infiltrazione di gruppetti anarcoidi francesi o di ultras della sinistra italiana (tipo Centri Sociali), convincendoli a fornire una "assistenza" davvero imponente e insolita, che non si vedeva da anni in una manifestazione pacifica. Insomma, anche se gli organizzatori ora assicurano di essere solo militanti di base, e che non hanno niente a che fare né con Centri Sociali né con Indymedia (ne prendiamo atto, ma non è questo il punto: le idee non vanno mai criminalizzate), resta però la circostanza obiettiva, inquietante - me lo consentiranno - che le eccezionali cautele della Polizia siano state prese proprio in occasione d'un corteo vegetariano. Un motivo di vergogna, per noi vegetariani, s'intende.
Vabbè, è andata come è andata, faremo meglio in seguito.
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VEGGIE PRIDE 2009: CONVINCERE E SORRIDERE
Ad ogni modo, il Veggie Pride di Roma a chiunque sappia un pò di psicologia della comunicazione ha mostrato come non si deve assolutamente organizzare una manifestazione vegetariana. Non dobbiamo manifestare "distanza", "diversità" dagli altri colpevolizzandoli e criminalizzandoli. Così non verranno mai da noi, i nuovi vegetariani lo saranno solo in privato, e noi saremo sempre più soli. Ma semmai dobbiamo fare propaganda in modo intelligente, senza aggressività e senza mostrare sadicamente troppo sangue. Insomma, convincere col sorriso sulle labbra. E dobbiamo usare anche il tema della salute e della scienza. Perché la scienza ci dà ragione, finalmente. Del resto, anche l'uomo è un animale, e non possiamo non proteggere anche l'animale Uomo, altrimenti la gente giustamente diffiderà di "quei fanatici che amano gli animali, ma odiano gli uomini". (Che poi, detto tra di noi, e che i carnivori non se ne accorgano, era la sindrome maniacale del "vegetariano" Hitler, e di tante persone che conosco...).
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2009: UNA LUNGHISSIMA FILA INDIANA LUNGO I MARCIAPIEDI
Il Veggie Pride, non era nato per essere una festa? E festa deve essere. Propongo per il prossimo anno un lunghissimo corteo in fila indiana rigorosamente sui marciapiedi e senza megafoni, ma con canti, maschere, costumi, cartelli, colloqui con i passanti, sorrisi, spiegazioni convincenti e pacate (anche nutrizionali, dietetiche, mediche preventive), che parta da Villa Borghese e attraverso le strade e vicoli del Centro Storico si faccia notare in tutta Roma, toccando piazza di Spagna, piazza Navona, il Corso, piazza Venezia, e arrivando al Colosseo. E senza l'ombra d'un poliziotto: siamo liberi e pacifici cittadini che camminano sui marciapiedi e che non intralciano il traffico. Ebbene, credetemi amici veg, vengo dal giornalismo e vi assicuro che avremmo un impatto sui mezzi di comunicazione. Scommettiamo?
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(*) Il fraterno amico Edoardo Torricella, regista e attore (che è tra "I miei personaggi", v. colonnino accanto), per la verità sostiene di essere vegetariano da più tempo di me, che ho iniziato il 1 gennaio 1970. Ma la sua rivendicazione è vaga, generica, si perde in una nostalgica giovinezza. Invece, io ritengo che una decisione così importante debba lasciare sicuramente un’orma mnemonica. Conoscendo l’onestà dei vegetariani, mi basterebbe un riscontro, un episodio anche privato collegato alla decisione, insomma una data precisa, da parte sua. Che non arriva. Perciò, in mancanza di ricordi certi, prevale la mia memoria circostanziata e ricca di particolari, mi dispiace per Edoardo…:-)
Invece, l'amico Armando D’Elia, insegnante di scienze e positivista naturista, scomparso da tempo, che tutti ritengono un antesignano, non lo era affatto. Aderì alla mia Lega Naturista solo nell’81, e ne condivideva tutti i punti, dall’alimentazione naturale al risparmio e al nudismo. Insomma, era un naturista globale perfetto. Ma non era vegetariano fino – mi pare – a oltre 70 anni. Lo convinsi io a diventarlo, in vecchiaia, tra molti suoi tentennamenti e ricadute, e ad accettare l’incarico di presidente dei vegetariani di Roma. Poi, come sempre accade in un’Italia senza memoria, gli fu dedicato perfino un club vegetariano.
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JAZZ. Woody Shaw tromba a Cologne nel 1986 in un lungo, lento e raziocinante assolo tratta da "Ballad for Woody" (nel Quintetto con Johnny Griffin ts, JohnHicks p, Reggie Johnson b e Alvin Queen dr) 3.44

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