21 febbraio 2006

AUTO FAVOLOSE. Quattroruote tutta plastica? No, meglio un’auto antica.

Mg foto frontale (parabr.poco vis.)(sett.2005)(piccola s.targa)
Confesso: non ho mai amato troppo l'automobile. Intendo dire come abituale, velocissimo, moderno, nevrotico mezzo di trasporto. Del resto, a che pro correre, per risparmiare cinque minuti a rischio della vita, se poi nelle code del traffico si perdono mezze ore, e soprattutto, una volta a casa o in ufficio, si vive “lentamente”, troppo lentamente, sprecando ore inutili davanti alla tv, al computer, o in anticamere e sale d’aspetto, e comunque ingrassando – statici e immobili – a tavola o in poltrona? Conosco gente che si precipita in un posto per… non far nulla. Bisogna essere marziani per avere il diritto di prenderli in giro? O si è veloci o si è lenti, dico io; ma sempre e in tutto. Peggio ancora, poi, se l’auto diventa status symbol, prolungamento ridicolo della propria (carente) personalità.
      Però mi piace la bellezza e la testimonianza storica di prodotti inimitabili che hanno fatto la Storia dell’intelligenza umana (“archeologia industriale” o "arte industriale"?), talvolta veri e propri capolavori. A cui aggiungo la soddisfazione di far funzionare ancor oggi, a costi ormai ammortizzati da tempo, una macchina antica (“risparmio d’energia”), come qualsiasi oggetto, apparecchio o strumento d’epoca, dal rasoio di sicurezza apribile in acciaio inossidabile con lamette intercambiabili (degli anni ‘40), all’amplificatore a 10 valvole Fischer (anni ‘60), alla borghese penna stilografica Omas Lucens a stantuffo (anni ‘30), alla operaia penna stilografica Punto Rosso (anni ‘40), alla “matita automatica” da taschino (anni ‘50), all’orologio meccanico (anni ‘40). Tutti strumenti nel loro genere perfetti, ancora concorrenziali e spesso di gran lunga migliori per qualche aspetto degli equivalenti moderni. Basti pensare che un banale ed economico (5000 lire a Porta Portese) orologio meccanico russo Raketa (anni ‘70) perde o guadagna solo 10 secondi al giorno rispetto a un moderno orologio al quarzo. Del resto l’orologio meccanico fin dagli anni ‘50 è la macchina più piccola e stupefacente, ormai perfetta, ancor oggi assolutamente competitiva. Che senso ha la precisione digitale al centesimo di secondo, se poi arriviamo all’appuntamento con un quarto d’ora di ritardo?
Mg foto cruscotto e parabr.centrale (sett.2005) corretto (picc.)      E’, in altre parole, una sfida al Tempo, quella dell’oggetto antico che funziona. Perché il progresso, perfino quello tecnologico, è vero solo fino a prova contraria, cioè con parecchie eccezioni. Che “progresso” è il computer di bordo se una scheda elettronica va in corto circuito? L’antica auto tutta meccanica, invece, parte al primo giro di chiavetta, sempre, anche al gelo. E, anzi, a proposito delle produzioni moderne, si parla ormai di decadenza del lavoro ben fatto e della qualità intrinseca dei materiali, oltre alla truffa della rapida obsolescenza e della non riparabilità. La “obsolescenza programmata”, cioè la voluta deperibilità a tempo prevista dai progettisti per i più vari prodotti, dalla lampadina alla lavatrice, dalla stampante dei computer all’automobile moderna, per poter vendere di più (v. video nel colonnino), non riguardava le automobili antiche, tra cui la MG, tutte costruite quando il mercato era ben lungi dall’essere saturo, e quindi fatte per durare a lungo, e per poter facilmente essere riparate.
      In cambio, le deperibili auto di oggi sono proposte agli ingenui come “a basso consumo”, come le lampadine o le lavatrici. Certo, ma se si calcola il prezzo d’acquisto di 2, 4 o 6 veicoli (o lampadine, stampanti,  tastiere, lavatrici ecc.) al posto di 1, le auto moderne sono costosissime, mentre le auto d’epoca in quanto eterne e riparabili (e dal costo già ammortizzato) sono alla lunga più economiche, paradossalmente.
MG foto totale laterale sin. dall'alto (sett.2005)(piccola)
      Senza contare che le auto d'epoca oggi sono infinitamente più individuali, spesso esteticamente raffinate, comunque istruttive. Ma sì, perché nate come “inutili” mezzi da diporto e ostentazione (la retorica ipocrita dell’auto “sportiva”, in realtà da “rimorchio”, o di status-rappresentanza), le auto d’epoca sono diventate oggi più “utili”, in quanto sono Cultura, delle automobili moderne che non valgono nulla né come materiali né come Cultura. Auto oggi sbandierate come “strumenti di lavoro”, che invece sono causa di perdita di tempo, sia di lavoro che di svago, e che sopravvivono solo grazie alle mancate politiche dei trasporti sociali da parte degli Stati, che si occupano di tutto tranne che degli spostamenti e della razionalizzazione dei luoghi di lavoro. Auto moderne che con i loro materiali vili, plastiche da quattro soldi, finto-cromo, finto-legno e finta-pelle, circuiti stampati non riparabili, computer instabili, rozzi incastri al posto delle viti, prive di personalità, tutte banalmente omologate e piattamente uniformi nella linea stilistica (con la scusa di una “aerodinamicità” che in pratica è vietato sperimentare, a causa dei giusti limiti di velocità), sono state costruite con l’inganno, cioè per durare solo poco tempo (magari con una scheda elettronica o il computer di bordo che dura un certo numero di ore), prodotte e vendute solo per consumismo, capaci di generare omologazione e schiavitù psico-fisica (spesso vi si resta letteralmente prigionieri) sia tra i produttori che tra gli utenti. E con tutto ciò vengono fatte pagare a caro prezzo. Il loro valore, poi, cala vertiginosamente ogni anno, mentre quello delle auto antiche è stabile, quando non in aumento.
MG foto tre-quarti anteriore destro (sett.2005)(piccola)
      S’intende che come naturista – che è molto più di ambientalista – preferisco ben altri mezzi di trasporto collettivo o individuale, come treno, nave, bicicletta, barca, carrozza a cavallo (senza far male al cavallo, però), e soprattutto le mie gambe, perché mi è sempre piaciuto molto camminare. Se potessi, privo come sono di snobismo, con grande naturalezza mi muoverei solo a cavallo, in carrozza e in barca, oltre che a piedi. Uso il più possibile la nave e il treno.
      L'aereo mi è capitato di usarlo di rado. Ma non certo per paura. A diciotto anni, prima ancora di prendere la patente per auto, ho addirittura pilotato il "macchino", cioè il piccolo aereo Macchi MB-308 biposto (vedi foto, ma il mio era bianco), e anche un aliante di cui non ricordo il modello. In tutto un'ora e mezza di volo, a più riprese, dall'aeroporto di Gorizia, dove seguivo un corso dell'Aeronautica Militare. C'era l'istruttore, ma - sia chiaro - alla cloche c'ero io. Anzi, ricordo benissimo che l'istruttore se la faceva sotto, e durante una mia picchiata troppo decisa puntando su un albero, urlò: “Io ho moglie e figli!”, e rialzò con una acrobatica cabrata l'apparecchio. Atterrato mi fece una ramanzina. Devo dire che ho spesso pensato a quella picchiata cinematografica da Frecce volanti. Ma, dico io, se hai paura non fare l'istruttore di volo... Comunque non presi il brevetto solo perché costava troppo mantenerlo.
      Ma oltre all’amore per la cultura, l'arte e la storia, ho sempre avuto la tendenza alla manualità. E perciò da adolescente avevo anche l'hobby del modellismo (treni, mezzi militari e auto del passato). E, visto che va spesso smontata e rimontata, un'auto antica è non solo cultura, cioè testimonianza d'un sapere e d'una tecnologia conservati con abilità e intelligenza fino a noi, ma anche un… “modello in scala 1:1” da far funzionare, che bisogna aggiustare, restaurare, verniciare con le nostre mani. Così, la mia coscienza di super-naturista era pulita: un'auto antica, dopotutto, è anche risparmio di materie prime e lavoro, quindi conservazione di energia e tecnologia. E, grazie al "riuso", principio base degli Antichi (e oggi di noi naturisti e ambientalisti) potrebbe essere anche un piccolo freno al consumismo insensato. Così, odiando le moderne auto, “servili” in quanto servono a qualcosa di materiale come gli schiavi, decisi che avrei acquistato e posseduto solo un'auto antica, nata non per servire ma per condurre, sia pure un gioco, come se fosse  un’auto normale, moderna, da usare simbolicamente e a scopo educativo (per gli altri) un poco ogni giorno. Un giocattolo culturale e anti-consumistico, ma anche un esempio di conservazione dei beni e una possibile alternativa utopistica.
Aereo Macchi MB-308 (fine anni 40)
      Di recente, un trafiletto in cronaca romana del Corriere della Sera (v. in basso) mi ha fatto trasalire riportandomi a tanti anni fa: evoca la fondazione a Roma dell'MG Car Club d'Italia. Ero molto giovane e, sia pure di malavoglia – i club mi annoiano e non avevo tempo – mi ritrovai ad esserne, stranamente, tra i fondatori. Trascinato dalle insistenze dell'amico Paolo Bordini, genio delle auto d'epoca, specialmente inglesi, e grande conoscitore, bullone dopo bullone, delle MG in particolare (di recente ha comperato in Inghilterra anche una rara MG-PB). Avevo acquistato una MG-TC dopo che era fallito il mio tentativo di avere una rara Lancia Augusta spider, per la mia tracotanza di giovane inesperto (chiedere con insistenza al vecchio proprietario di un'auto rara "garanzie" sulla ruggine sotto la carrozzeria e il telaio è da cretini, e giustamente fui mandato a quel paese già alla prima telefonata). Bordini per consolarmi mi consigliò l'alternativa della MG spider modello TC. "E' più o meno simile come forma", disse semplificando ad usum Delphini quando gli spiegai che volevo un'auto degli anni Trenta o in stile anni Trenta.
      In men che non si dica – altri tempi – trovai in vendita sugli annunci del Messaggero la MG-TC di Renato Greco, allora famosissimo ballerino e coreografo della Rai-Tv (Canzonissima), che usai per anni così com’era, compresi improbabili paraurti di acciaio, inesistenti sull’auto originale, oltretutto inefficaci perché montati su staffe debolissime che tutt’al più potevano prevenire i graffi da parcheggio, non altro. Ancora oggi l’ormai ottuagenario amico jazzista Carletto Loffredo, che ha avuto una MG-TC e conosce bene le auto antiche, mi prende in giro per quei ridicoli paraurti. Parcheggiata all’aperto sotto casa ed esposta alle intemperie (ma partiva già allora al primo giro di chiavetta, e la usavo tutti i giorni) la povera spider si rovinava giorno dopo giorno a partire dalla carrozzeria (cofano). Confesso che ero diventato un po’ la favola del quartiere: «Ah, è tua quella bellissima macchina abbandonata e arrugginita? Ma perché non la restauri?». Un bel mattino trovai un biglietto che cambiò insieme la vita dell’auto e il mio conto in banca: «Si vergogni – scriveva un passante esteta e moralista – lei non è degno di possedere questo gioiello!».
      Colpito nel mio amor proprio, consapevole che chi possiede qualcosa che è patrimonio tecnologico o artistico comune deve impegnarsi nella sua manutenzione e anche renderne conto alla società, ma convinto anche che un’auto antica esteticamente in ordine sarebbe stata meglio accettata dai pigri meccanici romani (che come le donne giudicano in base all’esteriorità), mi accinsi finalmente al restauro cominciando da “ciò che si vede”  (carrozzeria, cromature, cruscotto, tappezzeria e capote), e poi finalmente bene accolto dai riparatori grazie all’abito buono, rifacendo anche freni, carburatori, radiatore e impianto elettrico.
Il cruscotto lo realizzai totalmente io stesso, forte delle mie esperienze di modellista e di dilettante costruttore di radio, dalla parte elettrica alla revisione degli strumenti (tranne l’amperometro che mancava della lancetta, restaurato in UK), dalla scelta della radica grezza di acero presso il grossista di legnami Borzelli fino al rafforzamento del volante che ormai si sbriciolava (con resine epossidiche trasparenti a due componenti). Ma il vecchio ebanista in pensione incaricato dell’impiallacciatura della radica (incollaggio con tradizionale colla cervione) mi consegnò un cruscotto troppo lucido e d’un colore troppo chiaro. Lasciai, sia pur accorciandola, la comoda manopola di sicurezza per il passeggero (“a tubo cromato da bagno”) che avevo trovato, rifiutandomi di mettere quella originale ma scomodissima “a lama di coltello”. Altra mia libertà nel restauro fu la sostituzione delle due orribili luci da cruscotto in alluminio con quelle a conchiglia e cromate della MG-A. Inoltre, la plancia centrale di metallo con l’avviamento e i comandi principali, che avevo trovato interamente cromata, la feci ricromare tutta anziché farla verniciare di nero opaco al centro come pretendeva l’originale. E infine lasciai i due magnifici fanali non originali perché carenati, cioè allungati in modo aerodinamico, che avevo trovato sull’auto: cosa ideale sul piano estetico per un’auto stretta e lunga, ma non su quello storico-filologico (sono anni ‘40). Non ci pensai minimamente, con quello che costano, a sostituirli coi corti fanali originali (anni ‘30). Fatto sta che l’amico Bordini parlò di "over-restoring", cioè restauro eccessivo.
      Ma è chiaro che con queste piccole modifiche estetiche realizzate nel corso dei decenni da tutti e tre i successivi proprietari italiani, me compreso, la spider è più bella. L’auto è visibile qui sopra (frontale, cruscotto e tre-quarti destro), e non ci vuole un esteta per rendersi conto che, neutralizzati tutti i trucchi degli inglesi per imbruttirla, è molto più soddisfacente. Anzi, mi scuso per la volgarità dei grossi fanali anti-nebbia, per di più gialli, che non c’entrano niente; ma li ho ereditati dal precedente proprietario. Dovrebbe essercene solo uno e più piccolo, cromato e con vetro bianco, in coppia con la tromba del clacson. Ma io per umanistico amore della simmetria vorrei mettere due faretti uguali, piccoli e di vetro bianco, che però non riesco a reperire a prezzi ragionevoli. Questa auto è anche oggetto di un altro articolo. Ma torniamo alla storia del Mg Car Club in Italia.
      Paolo Bordini, galvanizzato dalla lettura della rivista dell’Mg Car Club of England Safety Fast, decise da solo, un bel giorno del 1972, di costituire il club delle MG anche in Italia. Ci consultammo. Voleva chiamarlo MG Car Club Italiano, ma io buon titolista suggerii il più autorevole “MG Car Club d’Italia”. Lui fu presidente, io segretario, più alcuni amici dotati di modelli diversi.  La TC di Paolo, che aveva l’albero a camme nuovo e per di più sportivo, “stage 2” (lui si scusò: «E’ l’unico che ho trovato in Inghilterra…»), si rivelava più scattante e veloce della mia quando facevamo a gara tra gli stretti vicoli di Roma (ne ricordo una in via della Lungara, a costo di essere immediatamente trasferiti nell’adiacente carcere Regina Coeli…). Ma io, refrattario ai club, mi stancai dopo alcuni mesi. L'associazionismo, in generale, per me è sempre stato noioso, perché in Italia le cariche, la lotta per il potere, oppure le abbuffate delle cene sociali, finiscono sempre per prevalere sullo scopo societario.
      L’MG Car Club d’Italia ebbe questa genesi. Il 17 settembre 1972 Bordini inviò una lettera alla casa madre inglese, l’MG Car Club of England Ltd di Abingdon, chiedendo permesso e credenziali (tra cui la riproducibilità del logo dell’Ottagono, marchio storico della MG) per aprire un club affiliato in Italia. Gli inglesi risposero il 13 ottobre scusandosi per il ritardo e dando il placet. L’Assemblea di fondazione si tenne a Roma, nella casa dei genitori del socio Ferrucci sulla via Olimpica, il pomeriggio del 10 marzo 1973. Ne risultarono soci fondatori effettivi, fisicamente presenti, Paolo Bordini, presidente, Fabrizio Castellani vice-presidente, Nico Valerio segretario, Andrea Ferrucci tesoriere, Aldo Bontemps consigliere, Walter Nazzi consigliere. Bordini aveva ricevuto la delega per rappresentare altri soci, come Adriano Amidei, non presenti e che nella maggior parte dei casi non si fecero più vedere. La casa madre inglese ratificò con lettera del 15 marzo 1973 l’avvenuta fondazione e costituzione dell’MG Car Club d’Italia.
      Eravamo tutti giovani o giovanissimi. La cena inaugurale si tenne settimane dopo, non a piazza Navona come dice il sito ufficiale MG Car Club d’Italia, ma a piazza della Quercia (dietro piazza Farnese), nella trattoria proprio accanto alla quercia, di lato rispetto alla bellissima facciata del palazzo del Consiglio di Stato. E, al solito in Italia, se eravamo pochi alla fondazione, alla cena eravamo tanti! Temperatura mite, serata bellissima e tersa: si cenò in una lunga tavolata all’aperto, con le auto MG accanto. Un lusso triplo per dei giovani (cenare in Centro, non in pizzeria ma in una vera trattoria tipica, a prezzi abbordabili, e tenere l’auto al guinzaglio) oggi irripetibile.
      Cominciammo anche a fare propaganda, con la carta intestata da me realizzata e fatta stampare in una tipografia di Ponte Milvio (ho ancora il cliché tipografico originale inciso nello zinco e montato su legno). Quando si trovava in giro una MG parcheggiata si infilava sotto il tergicristallo il nostro biglietto. Fu così che nei mesi successivi trovammo altre MG e quindi altri soci, tra cui la TD avorio di Fabio Filippello, funzionario della FAO, che sostituì alla segreteria alcuni mesi dopo la fondazione lo svogliato Nico Valerio. Il nuovo segretario farà carriera diventando decenni dopo, conclusa la lunga e attivissima presidenza di Gianfranco Lami (1983-1992) e quella breve di Fulvio Beltrami, un attivo e appassionato presidente del Club.
      Però che bei tempi, quelli. Ricordo che lasciavo ovunque per intere giornate l'auto scoperta, con gli sportellini privi di serratura che anche un bambino avrebbe scavalcato, e senza alcun antifurto, e la trovavo ancora lì. Anzi, talvolta con qualcosa in più. Una volta sull’auto parcheggiata in strada sotto casa trovai un bigliettino d'una donna misteriosa ("Hallo, I like it, please telephone..."), che scoprii poi essere un’altissima mannequin in trasferta per una sfilata al vicino hotel Hilton. Un’altra volta scendendo da un ufficio del palazzo delle Generali e della Confindustria in piazza Venezia trovai nella spider, quel giorno coperta, una giovane donna tedesca dalla grande chioma bionda. Avevamo parlato a una festa e l’unico modo per ritrovarmi, disse, era quello di aspettarmi nella spider. Altro che snob, era una strana “spider democratica”, sempre aperta, dove tutti potevano entrare, dal bambino che gioca al pilota alla sorella maggiore del bambino… A proposito, avevo l’ardire di lasciare, unico mortale (neanche Agnelli lo faceva), l’auto parcheggiata sul passo carrabile della Confindustria. Senza raccomandazioni e senza bugie, ma solo grazie all’equivoco sul mio cognome. Seppi anni dopo, infatti, che il severissimo portiere non aveva mai osato farmi sloggiare, perché la mia faccia tosta gli appariva una prova evidente che dovevo essere un parente del potente industriale ing.Valerio, temutissimo in quell’ufficio. Che tempi!
      Anche quando mi assentavo per un mese di vacanza estiva lasciavo la MG parcheggiata sotto casa con la capote chiusa, e basta. E a Roma c'era sempre posto per parcheggiare, gratis, ovunque, anche in pieno centro. La metropolitana, che porta tutti in Centro, era di là da venire. Perciò non c'erano le folle di oggi, e circolavano meno auto. Le strade del Centro storico di Roma, al confronto di oggi, erano vuote. Finché l'assessore Nicolini impose la fermata della metropolitana a Piazza di Spagna, fatta apposta – dicevo io – per  permettere di fare il meridionale "struscio" voyeristico in Centro a chi abitava all'Appio-Tuscolano. Come a dire, non certo la Cultura (che non importa a nessuno) né le decisioni economiche e politiche, ma lo shopping, la curiosità morbosa verso i Vip, l’adorazione della Marca famosa e il consumismo, questi sì, devono essere “valori” alla portata di tutti. E’ questa la democrazia? Poi, a ridurre ancora più gli spazi liberi, vennero le isole pedonali (bene) e la stupida mania – da cafoni arricchiti e pigri, quindi molto italiana – dell'automobile come una sorta di “diritto assoluto” del cittadino sancito dalla Costituzione e che ci accompagna “dalla culla alla bara” (male). Anzi, ora nelle strettissime stradine del Centro i tanti cretini ricchi (perché dovrebbero esserlo solo i poveri?) provano il gusto d’un ulteriore esibizionismo, quello dei fuoristrada da via del Corso, dei patrol da deserto di piazza del Popolo, dei Suv da guerra in Irak ai Parioli.
      Fatto sta che con naturalezza, senza il minimo esibizionismo, e con poca o nulla curiosità tra i romani e i pochi turisti italiani (era l’epoca felice precedente a papa Wojtyla e alle Notti Bianche), mi fermavo parcheggiando regolarmente lungo il marciapiedi semi-sgombro di Piazza di Spagna – e trovavo sempre posto – per comperare l’introvabile Le Monde del venerdi col supplemento Le Monde des Livres che mi serviva per lavoro, alla bottega del giornalaio che esisteva allora sul lato della piazza in comune con via del Babuino. 
      Gustavo quelle libertà con l’intensità dei piaceri effimeri, come se fossero “gli ultimi giorni di Pompei”, occasioni che sapevo bene essere destinate prima o poi a finire. Eppure, visto con gli occhi di oggi, anche solo quel poter parcheggiare ovunque e senza timore che ti rubassero l’auto (allora le auto d’epoca erano fuori mercato e non interessavano nessuno, neanche i ladri), può sembrare un privilegio, una piccola ingiustizia sociale. Ma non lo era: c’era spazio dappertutto, anche in Centro, c’era meno consumismo stupido nella gente, meno “effetto copia”, meno furbizia, meno regolamenti e divieti inutili, quindi più libertà. Insomma, non c’era nessun altro, tranne noi pochissimi, che volesse fare le stesse cose, ovvero andarsene in giro in modo rilassato come negli anni Venti o Trenta a bordo di auto antiche vivendo la normale vita di tutti i giorni. Altro che oggi, in pieno consumismo da finte auto antiche – in realtà solo “vecchie” – quando perfino Fiat 500, maggiolino Volkswagen e macchine piene di plastica fatte in grande serie sono considerate “auto d’epoca”. Anni che ricordo, anche per tanti altri motivi meno futili, come una lunga Belle Epoque, una piccola "età dell'oro": gli avventurosi e ormai mitici anni Settanta.

Ritaglio: AUTO STORICHE E RADUNI
La «dependance romana» del mitico Morris Garage. Nel 1913 William Morris ex meccanico di biciclette realizzò il suo sogno: diventare costruttore di automobili. Nel suo «garage» a Cowley, cittadina inglese vicino Oxford, costruì i suoi primi due modelli. Con una fantasia tipicamente britannica le due vetture presero il nome di «Cowley» e «Oxford». Nel 1925 le MG debuttarono nel mondo delle corse. Tazio Nuvolari nel 1933 a bordo di una «Magnette K3» vinse il leggendario Tourist Trophy. A Roma, nel periodo della Dolce Vita, furoreggiava la MG A, una grintosa spider con al volante molti giovani appartenenti alla ricca borghesia romana. E proprio nella Capitale dal 1973 è attivo l'MG Car Club d' Italia. Presieduto da Fabio Filippello, il club, che associa oltre 350 appassionati della più celebre «convertibile» inglese, opera su licenza dell' MG Car Club Ltd di Abingdon fondato in Inghilterra nel 1930. L' associazione romana organizza ogni anno alcune manifestazioni riservate alle MG d'epoca. Tra i raduni più importanti, l'MG Winter Meeting, il May Flowers Run ed il Trofeo Settecolli. Nell'ambito del club è stato costituito il Registro italiano MG. Aderire all'elenco storico [ma non al Club] delle automobili di William Morris è gratuito (Francesco Arcieri, Corriere della Sera, Cronaca di Roma, 19 febbraio 2006).


IMMAGINI. 1-2-3-4. La spider MG-TC (frontale, cruscotto, laterale sinistro e tre-quarti destro). 5. Il piccolo aereo Macchi MB-308 biposto, detto il “macchino”.

AGGIORNATO IL 13 FEBBRAIO 2017

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16 febbraio 2006

CLASSIC CARS. Il fascino delle auto antiche tra storia della tecnologia e arte

MG foto totale laterale sin. dall'alto (sett.2005)(piccola) Il fascino delle automobili antiche, parlo di quelle davvero antiche, prende sùbito e totalmente tutti, grandi e piccoli, uomini e donne, giovani e vecchi. Per tanti motivi (v. articolo). E già solo questo l'avvicina ad una curiosa caratteristica dell'arte antica, che è stata ed è tuttora capace di comunicare a tutti. Non voglio ricordare il valore culturale come testimonianza di "archeologia industriale", che pure esiste. Per esempio, l’auto che si vede nelle tre immagini, una Mg-Tc è frutto di un progetto ingegneristico unico, e conserva ancora qualcosa dell'artigianato antico dei carrozzai: è stata montata tutta a mano, come si vede dalle fotografie della linea di lavorazione nella fabbrica di Abington (Inghilterra).

Come linea estetica, la Mg modello T è la tipica spider inglese degli anni Trenta, anche se la sua produzione durò fino al primo dopoguerra. Ma tornando all'oggetto artistico o artigianale o paleo-industriale, che piace subito a tutti, oggi come negli anni Trenta, be', senza fare polemiche, lo stesso non si può dire dell'arte o dell'artigianato di oggi. Che piace - se piace - solo a sparute frange o classi di età, perché ormai la propensione all'arte, la formazione del gusto, è diventata una fenomeno antropologico-culturale di minoranza, che procede ad ondate di moda (un film, la Tv, un libro di successo, i giornali illustrati, internet). 

MG foto tre-quarti anteriore destro (sett.2005)(piccola)Nulla più di individuale, di personale. Vi ricordate, quando eravamo giovanissimi, che "schifo" che ci faceva, a noi romani, l'Altare della Patria o Vittoriano? Ci avevano convinto i professori della facoltà di architettura di Roma, tutti contestatori snob antiborghesi. Gli stessi che progettavano e costruivano i serpentoni di cemento armato di Corviale - invivibile - solo per il gusto d'una aristocratica "linea" grafica, d'un disegno originale, ma poi loro abitavano ai Parioli o al Ludovisi.

Poi imparammo a guardare con i nostri occhi, e quell'esagerata rievocazione di un'arte antica favoleggiata che il nostro giovane Stato liberale esponeva come simbolo, in mancanza d'altri nella città dei Papi, come per acquistare autorevolezza, diventava commovente, addirittura nobile, nonostante la semantica architettonica dell'imitazione, vietatissima in un Paese che ha tutto, come l'Italia. Diverso il discorso dell'arte antica: dal garzone del merciaio al prete, dalla lavandaia all'artigiano, tutti vedevano subito con i propri occhi che "era bella". Eh, questa era la superiorità del Duomo d'Orvieto o della Gioconda o delle grandi statue greche, o dei mosaici pompeiani, insomma dell'Arte antica in genere: piaceva, e piaceva a tutti, colti e ignoranti. Perché parlava, comunicava. Cosa che l'arte moderna non fa più con la medesima ampiezza e profondità.

Mg foto cruscotto e parabr.centrale (sett.2005) corretto (picc.)La mia automobile d'epoca, una spider MG, mod.TC, funzionante (anzi, si accende al primo giro di chiavetta, il che non si può dire di tutte le auto moderne), che ho restaurato in parte personalmente, specialmente il cruscotto (vedi), ha questo di consolante in comune con l'arte antica, che piace a tutti.
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Un raro filmato amatoriale in bianco-nero del 1948 mostra sui tornanti delle "corniches" sopra Montecarlo una MG-TC come la mia che accompagna, anzi, provoca, la nuova Porsche condotta dall'ing. Porsche in persona in un test prima della produzione. Avete visto che grinta? Diciamo che la MG ci fa la figura migliore....

AGGIORNATO AL 10 MARZO 2013

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11 dicembre 2013

ALLUME, altro che “sale di potassio”. E deodora il sudore perché è antibatterico.

Allume di rocca in due confezioni (stick e saponetta) NV 2014 Che bel nome, “sale di potassio”! Generico e fantasioso come la chimica dei romanzi. Il potassio si sa, è “buono”, mentre il sodio, per esempio, è “cattivo”, e ancor di più l’alluminio, che potrebbe in teoria aumentare i rischi di danni renali e neuronali (demenza, Alzheimer, Parkinson ecc.), se assunto in modo eccessivo e continuativo, non solo attraverso farmaci antiacidi e antidiarroici e altri inquinanti ambientali, che sono pur sempre d’impatto sporadico, ma anche ogni giorno e per tutta la vita con gli alimenti e le bibite. Infatti, moltissimi cibi quotidiani contengono alluminio naturale, a cui si aggiunge quello che deriva da pentole di alluminio (che si consiglia di sostituire con quelle di acciaio), da lattine, fogli di alluminio e vaschette, a bevande e cibi acidi, soprattutto bibite gassate o di frutta, pomodoro e pietanze condite con salsa di pomodoro, limone, aceto e sottaceti. Ma, sia chiaro, è un rischio ipotizzato e non provato su cui si discute da decenni. Anzi, per obiettività bisogna anche aggiungere che in contro-tendenza esiste anche lo studio d’una commissione scientifica europea che ritiene il rischio alluminio non molto rilevante nell’alimentazione media.
      Conviene, però, ridurre quanto più possibile l’esposizione all’alluminio, e non solo evitando gli evitabilissimi recipienti già detti, ma anche riducendo le possibili fonti non alimentari.
Tra queste, una percentuale piccola ma significativa, perché ci tocca ogni giorno per tutta la vita, è costituita dai deodoranti. Ecco, perciò, un’alternativa possibile ai comuni stick o spray anti-odore e anti-sudore, quasi tutti (fateci caso: leggete la composizione e vedrete che è nelle primissime posizioni) ricchi di cloridrato di alluminio, sostanza che addirittura riduce il sudore, ma che qualche epidemiologo ha ipotizzato che possa favorire addirittura il tumore al seno. Finora senza prove. E l’alternativa sarebbe questo bello e misterioso “sale di potassio” che erboristerie e bancarelle alternative espongono e vendono insaccato e infiocchettato a caro prezzo come “deodorante naturale” e sano, da usarsi al posto dei deodoranti abituali. E ne descrivono meraviglie, con le solite esagerazioni snob, esotiche ed esoteriche.
      Incuriosito, ne compero uno, a carissimo prezzo, un vero furto: 8 euro. Ma che cosa non si fa se serve a combattere il consumismo e le leggende snob sottoculturali! E subito, al sapore, scopro che è acidulo-astringente. Ma sì, è il vecchio, ben noto, familiare, normalissimo allume (“allume di rocca” è il nome storico tradizionale)! Non l’avevo riconosciuto perché sulle bancarelle e nelle erboristerie chic lo vendono in forma irregolare e talvolta colorato di rosa, anche per giustificare una diversità che legittimi il prezzo molto alto (a Porta Portese l’ho visto offerto a ben 8 euro il pezzo: un furto) per una materia prima poverissima… Allume che uso tuttora come emostatico (è un potente coagulante di sostanze colloidali, sangue compreso) per eventuali taglietti da lametta da barba (a proposito, mi vanto di non usare i rasoi di plastica “usa e getta”, ma un “rasoio di sicurezza” di ottone cromato – il mio è degli anni ‘40 – con 9 diverse angolazioni della classica lametta bi-lame), e che usai più volte anche come deodorante anti-sudore oltre 20 anni fa. E che abbandonai soltanto perché allora si vendeva unicamente in scomode saponette spigolose e non in stick. 
      Ma che cos’è chimicamente l’allume? Altro che misterioso “sale di potassio” come lo descrivono i cartellini e i siti alternativi di internet! E’ solfato doppio di alluminio (rieccolo!) e potassio. L’alluminio, dunque, c’è, eccome. Anzi, proprio da allume deriva il nome stesso “alluminio”, che fu isolato da questa pietra cristallina biancastra nell’Ottocento. 
      Comunque l’allume è molto più economico e di semplice composizione, essendo un minerale naturale offerto tale e quale, di qualsiasi stick o spray ultra-tecnologico. Finora non sono noti rischi di assunzione di alluminio attraverso l’uso sulla pelle di allume. Quindi ben venga lo stick di pietra bianca dalla punta tondeggiante più comoda da usare della scivolosa saponetta.
       Ma perché previene e combatte il cattivo odore? Il vecchio allume è non solo batteriostatico (cioè tale da bloccare i batteri inibendone la moltiplicazione), ma addirittura anti-batterico, cioè induce la morte delle cellule batteriche, grazie al suo alto potere osmotico. Tant’è vero che ci sono studi (uno a caso: BULSON et al., Removal and inactivation of bacteria during alum treatment of a lake. Appl. Environ. Microbiol. 48,2,425-430,1984) sul suo uso antibatterico per purificare le acque di piscine e specchi d'acqua ricreativi, specialmente neutralizzando per flocculazione E. coli e S. coli. Metodo che però non può essere utilizzato per potabilizzare le acque perché l'allume è tossico per ingestione, oltre che per l'ambiente biologico.
      Per di più l'allume è un forte astringente, e perciò causa un blocco temporaneo delle ghiandole sudoripare. Quindi è anche antitraspirante. Ma stando ai consigli di alcuni produttori per i quali una tazzina di polvere di allume dovrebbe assorbire gli odori del frigorifero, è anche un anti-odore. Riunendo queste caratteristiche, che ci riserviamo di controllare, l’allume bagnato  sfregato su ascelle e piedi puliti e molto umidi (perché è in acqua che si scioglie) previene e riduce – se già presente – il cattivo odore che si forma quando il sudore – di per sé non odoroso e privo di microrganismi – è attaccato dalla flora batterica della pelle in ambiente umido. Ammettiamo anche che sia meno rischioso il solfato del cloridrato (sempre di alluminio) dei normali deodoranti stick, e soprattutto diamo per scontato che difficilmente l’uso dermatologico, cioè non alimentare, porta rischi significativi di assorbimento. E comunque non ha tutte le altre sostanze chimiche dei deodoranti in commercio, siano essi a spruzzo o solidi (spray o stick). Ma, ironia della sorte, anche qui c’è alluminio!
      Un’alternativa che deve costare pochissimo, perché l’allume è ultra-economico. Invece nelle erboristerie, nei siti alla moda, sulle bancarelle alternative, sottraggono ai gonzi, con questa favola del poetico e misterioso “sale di potassio”, anche 8 o 10 euro a pezzo! Magari con un bel sacchetto di tela e un fiocco rosso! Solite speculazioni da business su tutti gli aspetti della vita sana naturale e “alternativa”.
      Per fortuna, in qualunque negozio di casalinghi e affini, sui banchi del mercato dedicati ai prodotti d’igiene, e perfino in farmacia, costa solo euro 1,50 sia in formato saponetta, sia in formato stick cilindrico dalla punta arrotondata, come gli esempi che ho fotografato (v. immagine sopra). Così siamo a posto con la nostra anima insieme anti-consumista e naturista.
      Capito? I furboni che inventano le mode, avevano riciclato, approfittando dell'ignoranza chimica della gente, una cosa economicissima e vecchia come il cucco, facendone una nuova moda snob, esotica e addirittura esoterica. Come sempre.
      Questo perché ce l'ho a morte contro le mistificazioni, anche di nomi, contro le leggende truffaldine e le mode. Che siano borghesi o alternative, occidentali o orientali, del nord o del sud del mondo.
DUE SISTEMI. «Allora ce lo consigli in sostituzione ai comuni, “normali”, deodoranti?», chiede Elena. Sì, ma sono considerazioni individuali. Innanzitutto non è profumato come gli anti-sudore a cui tutti sono abituati. Bene. La sua attività “deodorante”, perciò, non si riduce a sovrapporre un odore a un altro, ma tende a prevenire o a ridurre il formarsi (futuro) del cattivo odore. Già questo concetto non lo rende adatto ai frettolosi o ai tanti che per “pulito” intendono profumato. Consiglio perciò di provare le diverse applicazioni, visto che costano pochissimo, sia con la forma stick che con la forma saponetta. Ma occorre una tecnica diversa da quella a cui siamo abituati:
      1. Stick e saponetta. Trattandosi di un cristallo solubile, la parte da aspergere (piedi, ascelle ecc.), deve essere sempre molto umida o bagnata, e poi bisogna soffregare con lo stick accuratamente. Altra caratteristica è che non è profumato. Del resto, il potere anti-batterico non è dato dal profumo: ci si può profumare poi come si vuole.
      Pregi. Lo stick ha una forma adatta alle ascelle, ma talvolta è più utile e rapida la saponetta, che offre superfici maggiori (attenti: scivola facilmente quando è bagnata, e se cade in terra si rompe in pezzi). Costano entrambi pochissimo (euro 1,50) e durano molto a lungo. In più, poiché non solo l’allume previene, ma uccide anche i batteri già esistenti in loco (come testimonia il cattivo odore), può in situazioni di emergenza essere cosparso anche su ascelle sudate e non lavate, purché bagnate, il che d’estate è la norma. Il sudore stesso, che è soprattutto acqua, scioglie bene l’allume e lo rende invasivo in tutti i punti dove c’è umidità, e quindi perfettamente attivo. In questo caso estremo, si è notato che non immediatamente, ma nel giro di alcuni minuti cessa il cattivo odore. Lo stesso per le dita dei piedi e il piede intero. Un vantaggio quest’ultimo che i normali stick solidi non offrono. Ma come usare l’allume sulle dita dei piedi e sulla pianta intera del piede? Per evitare che la saponetta di allume vi sfugga di mano (facile), la tecnica migliore è questa: maneggiando a lungo con le dita bagnate (delle mani) l’allume, e con le dita bagnate ben intrise di allume potete massaggiare accuratamente le dita dei piedi.
      Difetti. a). L’allume, essendo un cristallo solubile in acqua, è efficace solo se si scioglie in acqua. Se perciò la parte (ascelle, piedi) non è molto umida o addirittura bagnata, lo sfregamento dello stick o della saponetta di allume non è efficace o non raggiungere tutti i punti in profondità (dita dei piedi). L’ideale, perciò, è prima bagnare la parte e poi cospargere bene con l’allume, anch’esso bagnato. Per le dita e la pianta dei piedi – dove è anche molto efficace – aiutarsi massaggiando con le mani bagnate intrise di allume. Ma il difetto pratico principale è un altro: come asciugare l’ascella o i piedi bagnati? In spiaggia o al sole non è un problema, ma se dovete subito rivestirvi la soluzione obbligatoria è: un minuto di phon asciuga-capelli, fondamentale per l’uso deodorante dell’allume.
      b) L’allume è una sostanza vetrosa molto fragile: se cade in terra si rompe in mille pezzi e pezzetti che è anche difficile trovare (vanno a finire anche sotto i mobili). E questo rischio è alto, altissimo, perché l’allume è molto viscido e scivoloso a tenerlo in mano. E se si rompe, anche il suo pezzo più grande recuperato sarà diventato tagliente negli spigoli e perciò poco adatto a usarlo come deodorante ascellare. Quindi in genere una “saponetta” di allume dura poco ai distratti o a chi non ha un buon controllo delle mani. In questo, si è notato, è meno scivoloso e quindi dura di più il formato stick ascellare, anche perché inserito in un supporto di plastica adatto alla presa che lo protegge un poco in caso di caduta. Peccato solo che la superficie di contatto dell’allume-stick è troppo piccola, mentre quella del fragilissimo allume-saponetta è ampia ed efficace.
      2. Spray liquido. E’ possibile usare l’allume in uno spray fatto in casa? In teoria, sì, ed è efficace, ma dura poco, perché l’ugello piccolissimo dell’apparecchio si ostruisce dopo poche volte con i cristalli di allume che tendono a solidificarsi, e non funziona più. Ho fatto l’esperimento spezzettando l’allume in pezzetti piccoli che vanno inseriti in un contenitore con nebulizzatore (“spruzzino”) vuoto, di quelli d’un deodorante in commercio. Sciacquarlo bene e azionarlo più volte spruzzando acqua o alcol per pulire anche il condotto interno dello spruzzino (che ha tubicini capillari, v. Difetti, più avanti), fino a che sparisce il profumo del precedente deodorante. Proviamo a riempirlo per 3/4 di acqua, aggiungere tanti pezzettini di allume quanti ne può sciogliere e agitare per favorire lo scioglimento. Se dopo alcuni giorni i pezzetti permangono intatti vuol dire che quella soluzione è satura, cioè non accoglie più allume, e i pezzetti possono essere tolti, oppure si può aggiungere altra acqua.
      Pregi. Si è sicuri che l’allume raggiunga ogni parte da deodorare. Ottimo quindi per le dita dei piedi.
      Difetti: L’eccesso di acqua all’allume che esce dallo spruzzino deodorante cola sulla parte da deodorare e va asciugata a mano e col phon. Ma quella che cola lungo l’ugello dello spruzzino tende a solidificarsi, e va pulita: dopo un po’ se i cristalli di allume solidificano dentro l’ugello il nebulizzatore potrebbe non funzionare più e andrebbe risciacquato. Perciò è adatto uno spruzzino che abbia condotti più grandi, se esiste. Insomma, lo spruzzino è un sistema un po’ macchinoso che non consiglio se non risolvete il problema detto.
APPENDICE. MA L’ALLUMINIO È DAVVERO UN RISCHIO REALE?
Intanto vediamo l’alimentazione, che è una fonte diretta. Un’apposita commissione scientifica dell’Unione Europea (EFSA Journal 2008: Scientific opinion of the panel on food additives, flavourings, processing aids and food contact) ha studiato questo rischio nella dieta e ne ha riferito in una relazione a cui si rimanda. Da questa risulta, in estrema sintesi, che i rischi con la sola alimentazione sono in genere limitati. Intanto va premesso che l’alluminio non è un metallo inquinante raro, ma è comunissimo in natura, essendo il secondo o terzo minerale della crosta terrestre. Quindi è largamente presente nelle acque e negli alimenti, anche quelli vegetali che siamo invitati a consumare di più a scopo protettivo.
      La maggior parte degli alimenti non trasformati contiene di norma meno di 5 mg di alluminio per kg. Concentrazioni più elevate (livelli medi compresi tra 5 e 10 mg/kg) sono state riscontrate frequentemente in pane industriale, dolci da forno, pasticceria (con valori più elevati nei biscotti), funghi, alcune verdure, frutta glassata, salsicce, frattaglie, molluschi, cibi ricchi di zuccheri, preparati per lievitazione ecc. Ma l’esposizione umana è aumentata da acque potabilizzate con alluminio, farmaci che lo contengono (antiacidi ecc), cibi acidi cotti o conservati in pentole, vaschette e fogli di alluminio. Anche se questi residui sono una minima parte rispetto all’intera alimentazione. Anche per questa enorme varietà di fonti, l’esposizione alimentare media da acqua e cibi negli adulti ha ampie variazioni: da 1,6 a 13 mg di alluminio/giorno (0,2-1,5 mg/kg di peso corporeo). Oltre agli alimenti in quanto tali il gruppo di esperti ha notato che, in presenza di acidi e sali, l’uso di padelle, recipienti e pellicole di alluminio con alimenti come purea di mela, rabarbaro, purea di pomodoro o aringhe salate può causare un aumento delle concentrazioni di alluminio negli alimenti. Come anche l’uso di vaschette e vassoi di alluminio per alimenti già pronti e di rapido consumo, in particolare nei cibi contenenti pomodoro, sottaceti e aceto.
      La biodisponibilità orale, cioè la possibilità effettiva che la sostanza sia assorbita dal corpo per via alimentare, nell’uomo e negli animali da esperimento dello ione alluminio proveniente dall’acqua potabile è stata stimata attorno allo 0,3%, mentre quella proveniente da alimenti e bevande è ritenuta inferiore (circa 0,1%).
      Sebbene a livelli elevati alcuni composti dell’alluminio possano danneggiare il DNA, il gruppo di esperti ha ritenuto improbabile che ciò sia rilevante per le persone esposte all’alluminio con l’alimentazione. Esistono pochi dati sulla cancerogenicità dei composti dell’alluminio. Proprio il solfato di potassio e alluminio (allume) somministrato nella dieta a livelli elevati è stato provato sui topi – ma è noto che i topi non sono l’Uomo, che ha una ritenzione di alluminio maggiore prima dell’eliminazione renale – senza riscontrare effetti cancerogeni. Il gruppo di esperti ha concluso che, complessivamente, è improbabile che l’alluminio possa avere effetti cancerogeni per l’uomo alle dosi correlate alla dieta.
      E’ vero che l’alluminio ha mostrato effetti neurotossici nei pazienti dializzati e per questo cronicamente esposti per via parenterale ad elevate concentrazioni di alluminio. È stato suggerito che l’alluminio sia coinvolto nell’eziologia del morbo di Alzheimer e che sia associato ad altre malattie degenerative che colpiscono l’uomo. Tali ipotesi, però, restano controverse. Ma in base ai dati scientifici disponibili, il gruppo di esperti non ritiene che l’esposizione all’alluminio tramite l’alimentazione comporti un rischio di insorgenza del morbo di Alzheimer.
      Ma poiché l’alluminio tende ad accumularsi nell’organismo, il gruppo di esperti ha ritenuto più appropriato stabilire per l’alluminio un’assunzione settimanale tollerabile (TWI) di 1 mg di alluminio/kg p.c./settimana. L’esposizione alimentare giornaliera all’alluminio stimata per la popolazione generale in Europa è risultata variare tra 0,2 e 1,5 mg/kg p.c./settimana (consumatore con esposizione media), fino a 2,3 mg/kg p.c./settimana (soggetti a esposizione elevata). È pertanto probabile che il TWI di 1 mg/kg p.c./settimana venga superato da una parte significativa della popolazione europea. Cereali e prodotti a base di cereali (biscotti, pane ecc), verdure, bevande e alcuni prodotti per lattanti (latti e latti di soia) sembrano essere gli alimenti che maggiormente contribuiscono all’esposizione alimentare all’alluminio (Bozza di sintesi parziale: basarsi sulla relazione citata).
IMMAGINE. Le confezioni di allume di rocca in stick e a saponetta acquistate sui banchi di prodotti di igiene dei mercati popolari a solo 1,50 euro. Stesso prezzo, mi riferiscono, in alcune farmacie. E’ insieme anti-odore e anti-sudore perché antibatterico, ed è un potente emostatico.
JAZZ. Il medesimo brano, il bellissimo song Easy Living, interpretato da due orchestre diversissime, una swing e l’altra hard bop. Nella prima la cantante Billie Holiday (3:04). Siamo nel 1937 (1 giugno) e ad accompagnare la Holiday sono Buck Clayton (trumpet), Buster Bailey (clarinet), Lester Young (tenor saxophone), Teddy Wilson (piano), Freddie Green (guitar), Walter Page (bass), Jo Jones (drums). NYC, June 1, 1937. La seconda orchestra è quella di Julian Cannonball Adderley (4:23) con “Cannonball” alto sax, il fratello Nat alla cornetta (non presente in questo brano), Barry Harris piano, Sam Jones bass, Louis Hayes drums. Chicago, Illinois, March 29, 1960.

AGGIORNATO AL 10 DICEMBRE 2022

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13 luglio 2021

INGHILTERRA ardita e arrogante. Ma quel mito snob è già finito da un pezzo.

Da ragazzo ero un anglofilo di ferro, sulla scia del mio Cavour, che però l’Inghilterra l’amava sul piano politico-istituzionale e dei diritti politici, cioè delle garanzie individuali rispetto alla Chiesa e al Re, e anche per il coraggio, lo spirito d’iniziativa, là diffusissimo e da noi carente. Non so che cosa pensasse degli Inglesi come persone e come popolo: bisognerebbe leggere le sue migliaia di lettere. Avrà già notato quanto, simili a noi per individualismo, ma opposti per amore connaturato del rischio e del comando, erano e sono altezzosi e insopportabili con le persone e i popoli che giudicano inferiori? Parlatene con gli Indiani.
      Ad ogni modo, di quella infatuazione mi è rimasta una MG antica, peraltro ideata e costruita così così, e con una taccagneria unica, per quello che costava; e anzi il club omonimo che ho contribuito a fondare ci invita per lettera come "Mister", non come “Signori”, neanche fossimo tutti Commissari Tecnici di una squadra di calcio, cioè, volevo dire di "football". come se l'avessero inventato loro e non noi Toscani e Italiani, ereditandolo dai Romani che lo giocavano perfino negli accampamenti delle Legioni (anche lo stesso Augusto).
      Ma q
ueste pacchianate provinciali un po' servili (noi Italiani siamo tagliati per la  xenofilia), come la puree francese che deriva dalla porréa della torta di porri fiorentina, o l’estragon che le nostre signore snob hanno sulla bocca e comperano a caro prezzo, senza sapere che è il dragoncello che l’italiana De’ Medici regina di Francia importò a Parigi), non valgono la candela, come le terribili scarpe pesanti Clarks da vecchio farmer che comperai a Londra, dalla suola così spessa e robusta che non si piegava nella camminata. Tra l'altro la tomaia si ruppe subito.
      In realtà bisogna arrivare alla maturità per capire che la tanto strombazzata libertà degli Inglesi è solo la "loro" libertà di popolo duro e insofferente del dominio (e regole) altrui. Ma attenzione ho sempre detto che anche Stalin e Mussolini ci tenevano alla proprio libertà.
      Avrebbe dovuto metterci sull'avviso che non hanno mai perso una guerra in tempi moderni, favoriti anche dalla insularità e dal timore reverenziale abilmente diffuso in tutto il Mondo grazie ai domini di Paese coloniale per eccellenza. Tutto hanno trafugato, tutti i Paesi "inferiori" hanno violentato dall'India all'Irlanda alle colonie Americane. Lasciandosi dietro una lunga scia di odio secolare, anche per il tratto insopportabile, imperioso, arrogante e inutilmente crudele che ostentano individualmente. Gli Americani se lo ricordano bene, anche se come tutti oggi sono affascinati dal loro insopportabile snobismo. Il paradosso d’un intero "popolo di mercanti", come lo definì qualcuno, abilissimi però, a differenza dei "mercanti" Italiani, molto meno intraprendenti e coraggiosi, che si finge aristocratico o almeno snob. Insopportabile.
      Ripeto, anche per i tanti pseudo-liberali italiani, che quando si parla solo della propria libertà si è spesso inclini a forzare quella altrui. E infatti non conosco popolo più prepotente e strafottente di quello inglese. Loro hanno sempre ragione, dai consessi internazionali al pub; loro si permettono qualsiasi ironia accondiscendente verso gli altri, specie Italiani. Loro giudicano quello che è giusto e ingiusto, ma non devono mai essere giudicati (e questo vizio ce l'hanno anche gli Americani, che credono di essere i Nuovi Romani).
      Solo i più falsi o cretini tra gli politicanti Europei potevano illudersi di costringere la Gran Bretagna a una Unione con altri Paesi in cui non avesse il comando unico e supremo. Più ancora dei cugini popolari Americani, loro non solo non devono mai obbedire e devono sempre comandare gli altri; ma non devono mai perdere in nessuna contesa. E fosse solo nel foot-ball, come si è visto prima e dopo la finale della Coppa europea tra Inghilterra e Italia, a Londra, con i giocatori inglesi che per stizza, quasi fosse un disonore, si tolgono la medaglia del secondo posto sotto gli occhi della Giuria, dopo che i loro tifosi avevano calpestato la bandiera italiana e malmenato turisti avversari! Gesti anti-sportivi che se fossero stati compiuti da altre squadre avrebbeto causato chissà quali penalità. Non solo, ma a distanza di giorni hanno disdetto vacanze in Italia, boicottato i ristoranti italiani a Londra e perfino indetto una petizione per "rigiocare" la partita. Insomma, ormai è chiaro: gli Inglesi, molto, molto più degli stessi Americani, non prevedono mai di perdere, e non sanno perdere. In ogni campo.
      Vi ricordate con quante spese e quanta ridicola furia furono inviati armati fino ai denti dalla "casalinga Thathcher", quasi una macchietta satirica del tipico Capo di Governo inglese rudemente decisionista (senza peraltro essere né un Gladstone, né un Churchill), a riconquistare gli isolotti freddi, aridi e sperduti delle Falklands-Malvinas che un idiota governo argentino aveva riconquistato in cerca di avventure nazionalistiche che distraessere il popolo-bue dal disastro economico? E i tanti stolti Europidi ancora si meravigliano della Brexit! Piuttosto, avrebbero dovuto meravigliarsi molto (e sospettare) quando Inghilterra e Regno Unito aderirono all'Unione Europea, giustamente senza lo stolto suicidio della propria moneta. 
      Con un popolo insieme così coraggioso, nazionalista, orgoglioso, individualista, sprezzante e meschino, gli Inglesi, e tutti i Britannici, sono gli unici a potersi paradossalmente permettere Governi deboli.

AGGIORNATO IL 18 LUGLIO 2021