30 luglio 2021

MANUALE di Terapie con gli Alimenti, "opera ambiziosa e molto significativa".

 RECENSIONE DEL MANUALE DI TERAPIE CON GLI ALIMENTI

LA SALUTE IN TAVOLA

Nico Valerio: divulgatore già noto per la sua manualistica, propone con il suo Manuale di Terapie con gli alimenti  la sua opera più ambiziosa e significativa. 

M.B., Erboristeria Domani marzo 1996 

Parafrasando un motto degli strateghi militari, possiamo dire che «l'alimentazione è una terapia condotta con altri mezzi». Si torna, insomma, ad attribuire importanza terapeutica agli alimenti, riannodando un filo che ci lega ai padri della Medicina, da Ippocrate alla Scuola Salernitana. E se la Nutritional Pharmacology non ha i crismi di una disciplina a sé stante, nondimeno si moltiplicano le osservazioni scientifiche che potrebbero fondarla: da studi mirati sui singoli alimenti (e sulle migliaia di sostanze attive che li caratterizzano) a ricerche epidemiologiche a vasto raggio che correlano la diffusione delle grandi «malattie del secolo» a stili alimentari.

Era tempo, insomma, di riordinare la mole dei risultati acquisiti, e proporla al di fuori dei «cenacoli» della scienza. Lo fa, muovendosi con perizia fra una grande quantità di informazioni (3162 riferimenti bibliografici) Nico Valerio: divulgatore già noto per la sua manualistica che propone con il suo Manuale di Terapie con gli alimenti, la sua opera più ambiziosa e significativa.

Il manuale ripercorre, in oltre 700 pagine, 30 grandi monografie su sindromi, disturbi, problemi per i quali è ipotizzata una azione terapeutica degli alimenti: spesso preventiva (dal grande capitolo sui tumori ai preziosi studi sulle diete cariogene), a volte proponibile come vero rimedio per una auto medicazione parallela all'intervento medico. Le monografie si misurano con temi al centro dell'indagine scientifica: dall'Aids al colesterolo, dall'obesità al tabagismo. Un indice dettagliato di oltre 150 voci, all'inizio del volume, riporta oltre alle voci principali anche le voci «secondarie», patologie collegate o denominazioni popolari.

Il manuale è stato realizzato in modo da consentire livelli diversi di lettura; ed è quindi utile sia al medico di base che vi trova dati affidabili, sintetici, esposti criticamente, riferibili a una bibliografia qualificata; sia alle più varie categorie di consulenti e operatori, dal dietista, all'erborista, all'addetto dei centri di alimentazione naturale; sia al consumatore responsabile che vuole iniziare a tavola la cura della propria salute. Ogni capitolo propone una descrizione precisa ma sommaria del problema o della sindrome, con il dettaglio delle. manifestazioni dei sintomi; gli alimenti più indicati vengono elencati di norma in ordine decrescente di efficacia o di praticità nell'uso o di reperibilità (con un chiaro riferimento ad eventuali cautele o controindicazioni). La sezione centrale «terapia e prevenzione con gli alimenti» presenta in modo sintetico le più recenti acquisizioni della ricerca, e talora dialetticamente contrapposte in base alle conclusioni a cui sono pervenute. Rimandi, sommarietti a margine, riferimenti bibliografici intessono l'opera rendendola più ricca e più viva.

Non un manuale per l'auto diagnosi o l'auto cura, avverte giustamente l'autore: ma di certo un opera che orienta e rende consapevoli. La miglior cura è la prevenzione; e la miglior prevenzione inizia a tavola. (m. b.)

NICO VALERIO, Manuale di terapia con gli alimenti, SuperManuali Mondadori, pagg.740, lire 25.000.

 

“LA TAVOLA degli Antichi” recensita da Lidia Storoni Mazzolani su Repubblica.

 UN SAGGIO SULLE ABITUDINI ALIMENTARI DEGLI ANTICHI 

A TAVOLA CON LUCULLO

LIDIA STORONI, La Repubblica, 3 ottobre 1989 

DEGLI antichi ormai sappiamo tutto. La serie di volumi intitolata «La vita quotidiana» ci ha informati sui costumi, le abitudini degli uomini e delle donne d'altri tempi e d'altri paesi: egiziani e cretesi, ateniesi ed etruschi, romani e ostiensi possiamo seguirli ora per ora nelle loro varie attività, in tribunale, a teatro, al circo, nelle nozze, ai funerali, nei banchetti. E' carente però l'informazione sulla loro alimentazione; dei romani conosciamo meglio il codice che la gastronomia, che le ricette della loro cucina.

Sopperisce a questa lacuna uno studioso dell'alimentazione con un volumetto che, dietro un tono scherzoso, cela una preparazione rigorosa (Nico Valerio, La tavola degli antichi. In cucina con i Faraoni, con Pericle e Lucullo, con Nerone e Messalina, Mondadori, pagg. 318, lire 10.000). Se ne trae la constatazione, ovvia, che molte cose sono cambiate nei secoli – gli antichi non conoscevano il tè, il caffè, il cacao, gli alcoolici tranne il vino e la birra, le patate, le melanzane, i carciofi, i pomodori, i fagioli – ma, allo stesso tempo, riconosciamo un'aria di famiglia in molte pietanze, una continuità che è venuta meno in altri aspetti della vita. Forse questo si deve al fatto che molti ingredienti sono gli stessi di allora; e ci colpisce il lessico culinario. Come avviene con le fiabe raccontate ai bambini, la trasmissione orale è quella che perdura più immutata.

L'autore incomincia dalla preistoria. Prima di costruire capanne e intrecciare contenitori di giunchi, prima di allevare animali e coltivare piante, mentre gli uomini andavano a caccia le donne dell'età della pietra trascorrevano la loro giornata a raccogliere more, ghiande, bacche, radici, miele, insetti (pare che le cavallette arrosto abbiano un alto potere nutritivo), a togliere uova dai nidi e catturare piccoli animali nel bosco. Poi, impararono ad addomesticare capre e pecore, a seminare farro, miglio e orzo. Quando cominciarono ad avere un focolare, arrostirono la carne allo spiedo; il bollito, che richiede attrezzi più elaborati, venne dopo.

Furono gli egiziani a inventare il pane. Lo impastavano con i piedi, lo facevano lievitare, lo cuocevano tra pietre arroventate; ma la farina era di chicchi di farro, di orzo, di miglio. Cerere tardò molto a insegnare agli uomini la coltura di quelli che portano il suo nome, i cereali: a Roma, nella cerimonia nuziale tra patrizi – la classe conservatrice – , gli sposi consumavano una focaccia di farro (confarreatio), per rispetto all'uso antico.

In tutto il Mediterraneo si consumavano farinate simili alla nostra polenta, fatte anche di purea di ceci e fave, e focacce tipo l'emiliana piadina (le stiacce toscane). Si faceva largo uso di cipolle, aglio e delle erbe odorose spontanee, come la malva, la menta, l'origano, il timo, il rosmarino. Plinio nomina un migliaio di erbe commestibili, molte di più di quelle che conosciamo noi; Catone raccomanda il cavolo e Cincinnato mangiava rape

L'olio fu usato tardi come condimento (non ce n'è traccia nell'Iliade); i greci appresero da siriani e giudei a selezionare l'olivo dagli olivastri selvatici; era così prezioso che quando pronunciava il giuramento che faceva d'un efebo un cittadino, il giovane chiamava a testimoni «gli dèi, i confini della patria, il grano, l'orzo, le viti, i fichi, gli olivi»: gli alimenti fondamentali. Nell'Iliade non vediamo mai gli eroi consumare pesce; eppure, negli affreschi di Santorini è raffigurato un pescatore che porta un mucchio di pesci appesi a un gancio e sui vasi di Creta e di Pylos sono dipinti polpi che li avvolgono con i tentacoli; gli stessi che si vedono, sott'olio, nelle trattorie del Pireo. 

Il castagnaccio amato dagli Etruschi

In Grecia si preparano ancora oggi involtini di foglie di vite, i dolmades; si cuoce carne allo spiedo su bracieri portatili fuori ella porta di casa (il suvlaki); si beve, come nell'antichítà, un vino, retsina, impregnato dell'odore di resina, con la quale veniva spalmato l'interno degli otri di pelle. E si vendono ancora, ad Atene come a Lecce e a Otranto, biscotti d'orzo che rievocano il pane d'allora; si consuma, come gli antichi, formaggio, agnello, coniglio, selvaggina (non più carne d'asino o di cane); ad Atene si vendeva per le strade un tortino fatto d'olive, detto sampsa, nome che perdura nella voce sansa.

La dieta degli Etruschi, che nelle statue sepolcrali appaiono obesi, non si differenziava da quella degli altri popoli mediterranei: polentine di legumi o cereali tostati e macinati, ortaggi, pesce, animali da cortile, selvaggina. Chi non ha visto, in una tomba di Tarquinia, l'immagine d'un cacciatore che scocca frecce contro gli uccelli, mentre un pescatore si china sulla sponda della barca per vedere, nell'acqua limpida, se un pesce ha abboccato alla sua lenza? Secondo un'ipotesi non provata, furono gli Etruschi a introdurre il castagno, che copre i colli dell'Alto Lazio; è certamente una pietanza arcaica il castagnaccio, infarcito di uva passa e pinoli, steso su una vasta teglia circolare.

A Roma, i pastori nomadi che si insediavano con le greggi sul colli, già dal XVI secolo a.C. facevano, come si desume dagli attrezzi trovati, il burro; oltre agli uccelli acquatici che sorvolavano gli acquitrini del Foro, certamente consumavano latticini: la ricotta fatta all'aperto dai pastori che, prima della plastica, la conservavano nella «fiscella» di giunchi intrecciati. La pecora doveva esser pregiata come alimento, oltre che per il latte e la lana, tanto che, prima dell'introduzione della moneta, serviva per lo scambio con i mercanti approdati all'isola Tiberina (lo provano i vocaboli che ne derivano: da pecus, pecunia, peculio, peculato). Un ingrediente prezioso, che ha fatto la fortuna di Roma, era il sale, portato da Ostia sul Tevere o sulla via Salaria, che correva lungo la sponda sinistra del fiume e in seguito proseguì fino alla Sabina. Serviva anch'esso per scambi e pagamenti (donde la voce salario).

I romani consumavano molte fave, cibo energetico adatto ai lavoratori, inspiegabilmente legato a riti religiosi e ritenuto l'alimento (o addirittura la dimora) dei defunti; a Roma attualmente si confezionano fave dolci il giorno dei morti. Con i chicchi di farro tostato e macinato le Vestali preparavano la mola salsa, una polvere con la quale si cospargeva il capo degli animali da sacrificio (donde il vocabolo immolare); sulla polenta, fatta di cereali o legumi macinati, si versava una salsa composta di ingredienti varii, olive, acciughe, formaggio: la satyra, che secondo alcuni ha dato il nome a un componimento poetico di genere misto. E doveva essere indigesta, tanto da sentirsi sazi (saturi) dopo averla mangiata.

Il pane, una focaccia non lievitata tipo galletta, veniva cotto al forno nella stanza detta atrio (da ater = nero, perché il focolare non aveva canna fumaria) e spesso era insaporito con semi di anice o finocchio. I braccianti di Catone il Censore (III secolo a.C.) percepivano come paga 875 grammi di grano al giorno, gli schiavi incatenati, che eseguivano lavori pesanti, qualcosa di più. Il companatico consisteva in olive, aceto, sale, pochissimo olio e frutta di scarto.

Il rancio dei militari era la stessa dose di grano, con il lardo proveniente dalla Lucania (la luganega); bevevano acqua e aceto (non fu dunque crudeltà gratuita il gesto del legionario che porse a Cristo in croce la spugna intrisa d'aceto). Durante l'impero diventò abituale un provvedimento iniziato in momenti di carestia, e cioè la distribuzione gratuita dì pane ad assistiti, che nel IV secolo ammontavano a 200.000.

A Ponza vivai nelle grotte

La carne era un alimento di lusso e si consumava quasi sempre bollita, perché gli animali da macello erano vecchi (nelle XII Tavole, V secolo a.C., è prevista addirittura la pena di morte o l'esilio per chi macella un animale giovane e sano); più tardi si imparò a mangiare pesce, allevato nelle isole (a Ponza sono visibili gli antichi vivai nelle grotte); quando il consumismo dei ricchi divenne sfrenato, si costruirono, oltre che voliere per uccelli esotici, vivai a domicilio, le piscine; il pranzo, di cui Valerio fornisce vari menu, incominciava con un antipasto in cui figuravano immancabilmente le uova – di qui ha origine la frase ab ovo, così come da Licinio Murena, il primo che le fece conoscere, hanno preso il nome le murene (Cesare ne offrì 6000 in un pranzo al popolo).

Nel Lazio, oggi, le donne chiamano «testo» la pentola di coccio, come le remote massaie di Roma antica; un quartiere di Roma, il Testaccio, ha preso il nome da un colle formato da un cumulo di cocci rotti, le anfore buttate via al momento dello scarico delle navi. Le parole attraverso umili sentieri ci conducono agli odori, ai sapori della nostra gente.

LIDIA STORONI

29 luglio 2021

“LA TAVOLA degli Antichi” recensita da Debenedetti sul Corriere della Sera.

 

ERBE RUSTICHE, FORMAGGIO ALL'AGLIO, TRENTA QUALITÀ DI MELE PER UNA CUCINA PIÙ SANA 

SCOPERTA L’ANTICA DIETA DI GIULIO CESARE 

ANTONIO DEBENEDETTI, Corriere della Sera, 29 luglio 1989

Nei romanzi del secolo scorso si mangia molto e si mangia troppo saporito. Nessun medico consiglierebbe oggi di seguire quelle diete ricche di profumati ripieni, di ghiotte selvaggine, di fritture e di dolci, che trovano i loro complici naturali in vini fra robusti e insidiosamente vellutati. Gli scrittori di questi nostri anni soffrono viceversa, dal più al meno, d'un atteggiamento di distaccata sufficienza nei confronti della buona cucina: i loro personaggi si siedono frettolosamente a tavola, evitando generalmente di soffermarsi sul menu.

Molto più consigliabili, a scorrere il ricettario «De re coquinaria» di Apicio o le pagine dei classici (da Plinio a Ateneo di Naucrati, da Catone a Archestrato di Gela volendo escludere l'orgiastico Petronio), ci appaiono viceversa i menu dell'antica Roma. I quali, con un po' d'immaginazione, precorrono quei gusti e quelle mode gastronomiche dell'oggi, che all'appetitoso recupero degli alimenti naturali associano efficaci campagne contro colesterolo, trigliceridi e altri pericolosi inquilini del nostro sangue.

Per chi voglia soddisfare piccole e grandi curiosità, spaziando fra storia della gastronomia e elementi derivati dalla ricerca antropologica, è adesso disponibile un vasto affresco eloquentemente intitolato «La tavola degli antichi» ovvero «In cucina con i Faraoni, con Pericle e Lucullo, con Nerone e Messalina»: sono 328 pagine molto fitte che escono in prima edizione, con evidenti finalità divulgative e di colto intrattenimento, negli Oscar Mondadoriani (lire 10.000). Autore è il quarantacinquenne Nico Valerio: studioso di alimentazione: ha già dato alle stampe saggi come «Tutto crudo», «Il piatto verde» e via così.

Per cominciare, anche nella lettura, nulla di meglio d'un antipasto «naturale» desunto dalla lettura dei prosatori latini: insalata di erbe rustiche, tartine spalmate d'un impasto di formaggio, sedano, aglio, ruta, coriandolo, olio e aceto. Non mancano olive e schegge di formaggio pecorino. Per secondo si può scegliere, accoppiando carni e verdure: agnello al forno, lesso di mare alle erbe, arrosto al miele, cardi in umido, porri gratinati al forno, malva alla Cicerone, broccoli stufati.

Il dessert non può certo dirsi sguarnito: mostaccioli, panini all'uva, purea di mele cotogne, frittelle. La fruttiera, poi, è stracolma: mele di trenta o quaranta diverse qualità, pere, fichi, uva. Quanto ai vini c'è solo l'imbarazzo della scelta: mezzo litro d'un «d.o.c» costa sui 30 denari, la stessa quantità d'un vino superiore ma non straordinario si paga 24 denari. Mezzo litro di vino ordinario, secondo il prezzario imposto nel 301 d.C. dall'imperatore Diocleziano, non supera il costo al dettaglio di 8 denari. I tipi disponibili, secondo una tabella pubblicata da Valerio, sono oltre trenta. Vino? Bisogna intendersi al riguardo: i «d.o.c.» degli antichi romani, dopo essere stati affumicati per giorni nel fumarium, vengono «aromatizzati con nardo di Siria o celtico, rosa, giunco odoroso, fiori di sambuco e di iris, coriandolo, semi di sedano, anice, mandorle amare, cannella.

A tutto questo si mescola, quale correttivo dell'amaro e dell'acido, il miele. Quasi non bastasse, il cocktail così ottenuto finisce a invecchiare in botti spalmate di pece greca o di resina di pino. Non stupisce, dunque, che i bevitori legali, cioè «gli uomini maturi e i vecchi», gustino il loro Albano o il loro Cecubo, il loro Falerno o il loro Labicano annacquati con due terzi o addirittura con tre quarti d'acqua. Nella calura dell'estate, poi, la soldataglia combatte l'arsura con acqua corretta all'aceto. Le signore ricorrono a una bibita di latte arricchito con sedano e crescione. Alle giovani vergini, che s'apprestano alla loro prima notte d'amore, si offre un decotto analgesico a base di papavero, il cocetum. Una cucina più sana e appetitosa dell'attuale, s'è detto.

Le duecento ricette (mancano fortunatamente quelle relative alla preparazione delle pur diffuse pietanze a base di topo o di cane), che figurano in appendice alle pagine dello scorrevole testo di Valerio (e oggi chiunque può ripeterle senza troppa fatica), non sono soltanto una curiosità o un invito a ritrovare insieme con il ricercatore, con l'archeologo antiche golosità. Valgono una dimostrazione. I nostri antenati mediterranei non conoscevano alimenti oggi giudicati indispensabili come il mandarino o la melanzana, la patata o il pomodoro, il carciofo o il fagiolo, il caffè o la cioccolata. Avevano dalla loro una quantità enorme di piante, tuttavia, che rendeva molto più variati, più sorprendenti  sapori della loro tavola. In buona armonia con una natura che ospitava ancora, fin sulle rive del Tevere, il cervo e il capriolo, il lupo e il massiccio orso bruno.

ANTONIO DEBENEDETTI

13 luglio 2021

INGHILTERRA ardita e arrogante. Ma quel mito snob è già finito da un pezzo.

Da ragazzo ero un anglofilo di ferro, sulla scia del mio Cavour, che però l’Inghilterra l’amava sul piano politico-istituzionale e dei diritti politici, cioè delle garanzie individuali rispetto alla Chiesa e al Re, e anche per il coraggio, lo spirito d’iniziativa, là diffusissimo e da noi carente. Non so che cosa pensasse degli Inglesi come persone e come popolo: bisognerebbe leggere le sue migliaia di lettere. Avrà già notato quanto, simili a noi per individualismo, ma opposti per amore connaturato del rischio e del comando, erano e sono altezzosi e insopportabili con le persone e i popoli che giudicano inferiori? Parlatene con gli Indiani.
      Ad ogni modo, di quella infatuazione mi è rimasta una MG antica, peraltro ideata e costruita così così, e con una taccagneria unica, per quello che costava; e anzi il club omonimo che ho contribuito a fondare ci invita per lettera come "Mister", non come “Signori”, neanche fossimo tutti Commissari Tecnici di una squadra di calcio, cioè, volevo dire di "football". come se l'avessero inventato loro e non noi Toscani e Italiani, ereditandolo dai Romani che lo giocavano perfino negli accampamenti delle Legioni (anche lo stesso Augusto).
      Ma q
ueste pacchianate provinciali un po' servili (noi Italiani siamo tagliati per la  xenofilia), come la puree francese che deriva dalla porréa della torta di porri fiorentina, o l’estragon che le nostre signore snob hanno sulla bocca e comperano a caro prezzo, senza sapere che è il dragoncello che l’italiana De’ Medici regina di Francia importò a Parigi), non valgono la candela, come le terribili scarpe pesanti Clarks da vecchio farmer che comperai a Londra, dalla suola così spessa e robusta che non si piegava nella camminata. Tra l'altro la tomaia si ruppe subito.
      In realtà bisogna arrivare alla maturità per capire che la tanto strombazzata libertà degli Inglesi è solo la "loro" libertà di popolo duro e insofferente del dominio (e regole) altrui. Ma attenzione ho sempre detto che anche Stalin e Mussolini ci tenevano alla proprio libertà.
      Avrebbe dovuto metterci sull'avviso che non hanno mai perso una guerra in tempi moderni, favoriti anche dalla insularità e dal timore reverenziale abilmente diffuso in tutto il Mondo grazie ai domini di Paese coloniale per eccellenza. Tutto hanno trafugato, tutti i Paesi "inferiori" hanno violentato dall'India all'Irlanda alle colonie Americane. Lasciandosi dietro una lunga scia di odio secolare, anche per il tratto insopportabile, imperioso, arrogante e inutilmente crudele che ostentano individualmente. Gli Americani se lo ricordano bene, anche se come tutti oggi sono affascinati dal loro insopportabile snobismo. Il paradosso d’un intero "popolo di mercanti", come lo definì qualcuno, abilissimi però, a differenza dei "mercanti" Italiani, molto meno intraprendenti e coraggiosi, che si finge aristocratico o almeno snob. Insopportabile.
      Ripeto, anche per i tanti pseudo-liberali italiani, che quando si parla solo della propria libertà si è spesso inclini a forzare quella altrui. E infatti non conosco popolo più prepotente e strafottente di quello inglese. Loro hanno sempre ragione, dai consessi internazionali al pub; loro si permettono qualsiasi ironia accondiscendente verso gli altri, specie Italiani. Loro giudicano quello che è giusto e ingiusto, ma non devono mai essere giudicati (e questo vizio ce l'hanno anche gli Americani, che credono di essere i Nuovi Romani).
      Solo i più falsi o cretini tra gli politicanti Europei potevano illudersi di costringere la Gran Bretagna a una Unione con altri Paesi in cui non avesse il comando unico e supremo. Più ancora dei cugini popolari Americani, loro non solo non devono mai obbedire e devono sempre comandare gli altri; ma non devono mai perdere in nessuna contesa. E fosse solo nel foot-ball, come si è visto prima e dopo la finale della Coppa europea tra Inghilterra e Italia, a Londra, con i giocatori inglesi che per stizza, quasi fosse un disonore, si tolgono la medaglia del secondo posto sotto gli occhi della Giuria, dopo che i loro tifosi avevano calpestato la bandiera italiana e malmenato turisti avversari! Gesti anti-sportivi che se fossero stati compiuti da altre squadre avrebbeto causato chissà quali penalità. Non solo, ma a distanza di giorni hanno disdetto vacanze in Italia, boicottato i ristoranti italiani a Londra e perfino indetto una petizione per "rigiocare" la partita. Insomma, ormai è chiaro: gli Inglesi, molto, molto più degli stessi Americani, non prevedono mai di perdere, e non sanno perdere. In ogni campo.
      Vi ricordate con quante spese e quanta ridicola furia furono inviati armati fino ai denti dalla "casalinga Thathcher", quasi una macchietta satirica del tipico Capo di Governo inglese rudemente decisionista (senza peraltro essere né un Gladstone, né un Churchill), a riconquistare gli isolotti freddi, aridi e sperduti delle Falklands-Malvinas che un idiota governo argentino aveva riconquistato in cerca di avventure nazionalistiche che distraessere il popolo-bue dal disastro economico? E i tanti stolti Europidi ancora si meravigliano della Brexit! Piuttosto, avrebbero dovuto meravigliarsi molto (e sospettare) quando Inghilterra e Regno Unito aderirono all'Unione Europea, giustamente senza lo stolto suicidio della propria moneta. 
      Con un popolo insieme così coraggioso, nazionalista, orgoglioso, individualista, sprezzante e meschino, gli Inglesi, e tutti i Britannici, sono gli unici a potersi paradossalmente permettere Governi deboli.

AGGIORNATO IL 18 LUGLIO 2021

22 giugno 2021

YULIN (Cina), sagra della carne di cane, più di Greci e Romani! E vacca e maiale?

LA FESTA AL CANE. Col Solstizio ritornano a Yulin (Cina, e dove se no?) le bancarelle e le rosticcerie all'aperto dedicate ai cani, o meglio alla loro carne, di cui gli unici veri onnivori al Mondo, i Cinesi, sono particolarmente ghiotti. Gli Indiani a Yulin digiunerebbero e fuggirebbero scandalizzati. Meno industri dei Cinesi, ma certamente più compassionevoli e meno violenti verso gli animali (anche se agli Umani, anche femmine, e ad altri animali non “sacri” come la vacca e in alcuni templi la scimmia, qualche bastonata la danno volentieri) dicono in un famoso proverbio satirico che “I Cinesi mangiano qualsiasi cosa striscia, nuota, vola, corre, cammina”.

Ma dico io: con tutto quello che il loro larghissimo regime alimentare gli permette, dai pipistrelli ai serpenti, ai ratti sulla brace, si attaccano proprio agli utili e affezionati giovani cagnolini, per definizione "amici dell'uomo"? Temono per caso una carenza proteica? Gli attivisti occidentali e cinesi hanno fatto il diavolo a quattro, ma inutilmente. La sagra di Yulin, dopo un apparente ripensamento delle Autorità, incerte, vergognose, ambigue, continua. Dicono ora che si tratta di pochi tradizionalisti, e i gusti personali non si possono impedire (un Regime autoritario…), ma poi dicono che la sagra è diventata un evento di forte richiamo turistico. Oltretutto aggiungono violenza a violenza: per lo più i cagnolini sono rapiti ai legittimi proprietari da accalappiacani con lacci o reti, e anche bastonati, oltreché ristretti in strette gabbie.

Anche “noi” Occidentali avevamo questo vizio circa 2500 anni fa. ma vuoi mettere le differenze! Più onesti e legalitari, ovviamente, da giuristi nati e quindi rispettosi delle forme, i Romani allevavano, non in modo obliquo dando tutte le colpe a usi locali, ma ufficialmente, “cagne da latte” per bambini immaturi, adolescenti, vecchi deboli e convalescenti, e per alcune corporazioni di sacerdoti e fedeli tradizionalisti seguaci di antiche Divinità che in certi riti arcaici “dovevano” consumare “canulina caro”, cioè carne di cane. Riti che provenivano dalla Grecia. Tanto che nel mio “La Tavola degli Antichi” intitolai un capoverso “Socrate mangiava carne di cane”.

Argomento scottante sul web, questo, specie tra i tanti anonimi. Non amo la carne, tantomeno mangerei carne di cane, e già questa necessità di dover dire il mio regime alimentare per prevenire critiche di qualcuno che non mi conosce o non ha letto i miei libri di alimentazione, mi irrita.

Ma mi irrita anche la terribile ipocrisia degli Occidentali, intesi non come singoli attivisti vegetariani, ma come Nazioni, specialmente anglosassoni, che non battono ciglio per i troppi allevamenti di bovini, ovini e suini, tanto più diffusi, guarda caso, nei Paesi dove più si ama il cane e ci si scandalizza per il suo uso alimentare. D’accordo, derivano dai civili Romani, che tutto regolavano in modo trasparente e razionale, perfino vietando per motivi economici nelle Leggi delle XII Tavole di uccidere il bue, il vero trattore (e comunque ebbero sempre pochissimi allevamenti bovini). Ma l’incoerenza dello scandalizzarsi per la carne di cane in Cina? E gli intoccabili allevamenti stessi, in Occidente e ora ancor più inquinanti in Oriente per liquami, CO2 e metano, specialmente dei ruminanti che hanno fermentazioni più imponenti?

Razionalmente ho un bel dire, e chi lo può contestare, che si può, al limite si deve, amare qualsiasi animale, il che dà solo vantaggi alla serenità dell’uomo (purché non sia una scusa per continuare a far del male o odiare i propri simili). E dunque nessuna discriminazione etica-alimentare, nessun razzismo animale è ammissibile, anche peggiore di quello umano, perché gli animali “antipatici” sono uccisi prima possibile col plauso generale, mentre quelli “simpatici” sono protetti, o tenuti in casa, paradossalmente condannandoli al carcere o a una vita innaturale.

Ma la Ragione mi dice anche che l’uomo è un animale anche irrazionale, e che i pretesi “sentimenti” umani sono spesso unilaterali, semplice simpatia-antipatia, senza che l’animale o uomo oggetto di tali attenzioni faccia nulla per meritarsele. Insomma, sarò marziano, troppo saggio fin da piccolo, ma davvero non so tra Cinesi ed Euro-Americani, chi sono i più strani riguardo al mangiare le carni, e di chi….

02 giugno 2021

IL SIMBOLO vero d’Italia, più antico della bandiera: la Stella di Venere.

Qual è il vero e più antico simbolo d’Italia, non solo dell’attuale Stato, con tanto di apposita legge, ma anche della molto più antica Nazione italiana, al di là d’ogni evoluzione storica e ordinamento costituzionale, tanto da essere presente sia per molti anni negli emblemi ufficiali del Regno d’Italia, sia – e con maggior evidenza – in quelli della  presente Repubblica?

La Bandiera, direte voi ingenuamente. No: troppo recente; e poi è solo il vessillo ufficiale, e ha anche subìto pesanti modifiche (un abusivo simbolo reale al centro, prima aggiunto, poi eliminato) che ne ha interrotto la continuità, cosa che non ricorda mai nessuno. Io parlavo d’un simbolo antichissimo, primigenio, preistorico, metapolitico.

Allora la Croce, come credevano i braccianti ignoranti nelle più sperdute campagne del Mezzogiorno dopo aver ascoltato la solita infuocata predica del parroco dopo i Patti Lateranensi (prima non avrebbe osato)?

No, il vero e più antico simbolo d’Italia, codificato, è nientedimeno un meraviglioso ma elementare simbolo pagano, antichissimo (ben più antico di una Bandiera tricolore, per quanto gloriosa, e comunque modificata varie volte), tramandato dai favolosi tempi arcaici, quelli che Esiodo e i cantori popolari di Miti e favole eroiche prima che fosse inventata la scrittura magnificavano davanti a rozzi pastori e contadini meravigliati come bambini (la nostalgia, il rimpianto d’un presunto Passato, sono sempre esistiti) come la favolosa "Età dell'oro". E' una stella bianca a cinque punte. E all'uomo preistorico l'ha suggerita la continua osservazione del cielo. 

Pochi lo sanno, tranne rari vecchi colti che hanno letto i giornali fino agli anni Ottanta, quando ancora quotidiani e settimanali erano ben fatti, essendo internet di là da venire; gente che ancora si ricorda dello “stellone” come scrivevano con fastidiosa ironia o retorica i cronisti d’allora, comunque degli Einstein rispetto a quelli di oggi. Fatto sta che questa stella è il nostro vero simbolo “patrio”.

Ma non è una stella qualsiasi, o la Stella Polare. E' la "stella di Hesperus", Espero, insomma il pianeta Venere. E ora che c'entra Venere? Gli Italiani  sono più belli degli altri popoli? Allora sarà per le vanterie sulla seduzione, l'amore carnale, la sessualità, che alle volte più che "amore" è lotta e guerra, non certo afflato universale e concordia (per questi bisognerebbe rivolgersi forse ad altri Dei), dato che siamo almeno dal Medioevo la Nazione più litigiosa al Mondo, dove gli odi più terribili si incrociano e bruciano ogni famiglia, ogni villaggio, ogni assemblea di Condominio o politica. L’unica Nazione al Mondo tra quelle più progredite e ricche di Storia (come p.es. Stati Uniti, Inghilterra, Francia, Spagna), a essere tuttora divisa, un cittadino contro l’altro, nonostante i 160 anni dall’Unità politica, e per questo rimproverata addirittura dal proprio Inno Nazionale. L’unica senza amore di “Patria”, parola anzi ritenuta così oscena, perfino da certi finti “liberali”, in realtà solo liberisti che neanche hanno letto Leopardi e cianciano di globalismo anti-Nazione, da essere regalata come rozza, sottoculturale, nazionalista o fascista ai barbari tifosi del calcio.

Da dove viene questa stella di Venere? Da Espero. Espero non vuol dire “io spero”, in spagnolo, il che sarebbe comunque bene augurante, ma era il mitico signore della Terra d’Occidente, secondo la mentalità “greco-centrica” della cultura dei saggi dell'Ellade, cioè l’Italia, per questo chiamata Esperia.

Narra la mitologia che per vedere le stelle da vicino sia salito sulle spalle del fratello, il gigante Atlante, ma una tempesta lo abbia fatto scomparire, o sia stato da lui scacciato. Per ricordarlo fu dato il suo nome all'astro che compare per primo di sera annunciando il tempo del riposo degli uomini; oppure fu Venere stessa a rapirlo in cielo, invaghita, e a trasformarlo in astro.

Ecco il Vespero (dal lat. Hesperus), cioè il luminoso pianeta Venere. Che è però il medesimo astro visibile al mattino qualche ora prima dell'alba, perciò apportatore di luce: Lucifer per i Romani, Fosforos per i Greci. Venere, dunque, è curiosamente sia la Stella del mattino, sia la Stella della sera. L’Italia, secondo Macrobio (lib. I. cap. 2) fu detta in antico Esperia dall’astro Espero, proprio perché «sottoposta all'occaso di questa stella» (C. Ripa, Iconologia, 1603).

Venere si trova così a essere, fin dai tempi arcaici degli antichi miti della Grecia, associata al concetto di Occidente e, curiosamente, il più antico simbolo dell’Italia.

La Stella bianca a cinque punte che sinboleggia il pianeta Venere-Lucifero-Espero-Vespero ha accompagnato le allegorie dell’Italia per secoli, sia in letteratura, sia nella iconografia. Specialmente negli ultimi secoli, quando in mancanza di unità politica la sola lingua comune - il primo e poderoso fattore culturale dell’unità nazionale – serviva a pittori e illustratori un simbolo credibile perché antico, antichissimo, noto anche ai Romani e Greci antichi, facile da raffigurare. Dopo il fiorire nel Centro-Nord dei Comuni dotati di mura e torri difensive, e l’esplosione del Rinascimento, la Stella di Venere cominciò ad accompagnare la “Italia turrita”, ovvero con una austera testa femminile coronata da una bassa torre massiccia. Si sono viste monete, ma anche francobolli con l’Italia turrita.

Una grandiosa Stella che emette raggi vistosi è il simbolo dell’Italia alla fondazione dello Stato unitario italiano, il Regno d’Italia, e sovrasta il tradizionale stemma dei Re Savoia dal 1870 al 1890, come si vede nell’immagine pittorica a colori, e anche in una precedente moneta (p.es. i 5 centesimi di bronzo del 1861). La Resistenza al nazi-fascismo riprende quel simbolo perfino sul vessillo tricolore del Comitato di Liberazione Nazionale (CLN).

Naturale che pochi anni dopo, tra 1946 e 1948, ben due Concorsi nazionali aperti a tutti i cittadini (ca 500 concorrenti e 800 bozzetti) fossero indetti per scegliere un simbolo nazionale ufficiale che, stavolta, finalmente rappresentasse anche il nuovo Stato scaturito dalla nuova Costituzione. Tutta la grafica cambiò, ma la Stella d'Italia, ovviamente, restò. Infatti, nel "tema" del Concorso tra gli elementi da inserire, accanto a uno che rappresentasse il lavoro, c’era la Stella d’Italia. Il bozzetto vincitore fu quello del disegnatore Paolo Paschetto, un valdese che già era noto come disegnatore professionale di francobolli e carta-moneta.

La Stella d’Italia è al centro della composizione, molto evidente e ben rappresentata graficamente. E fa da difficile ma efficace raccordo tra un freddo elemento tecnologico (la ruota dentata di acciaio che simboleggia il lavoro, come da Costituzione) e un caldo elemento naturale (i due rami, uno di quercia, simbolo di dignità e forza, come ricorda anche il nome della specie “robur” – e tutti sanno quanta carenza ci sia oggi in Italia di queste due antiche virtù – e l’altro del pacifico olivo). Tre elementi grafici discordanti tra loro che non fecero piacere al largo pubblico il nuovo simbolo; ma che comunque vedono la Stella in posizione e ruolo grafico-semantico determinante. Se la ruota dentata, un po’ grossolana, incuriosisce e si prende tutta l’attenzione, se le due fronde ingentiliscono e rassicurano, è però la Stella il vero simbolo centrale e dominante del nuovo simbolo della Repubblica. Mancano i raggi, stavolta, impossibili in una sovrapposizione, ma la grandezza e la centralità sono una vera novità nella nostra storia degli emblemi nazionali e nei simboli della Patria. Non per caso, unici al Mondo i militari Italiani devono obbligatoriamente portare sui risvolti delle giacche o camicie della divisa le due famose “stellette”, addirittura diventate un improprio simbolo popolare delle Forze Armate, mentre invece sono il vero simbolo non solo dello Stato italiano, ma addirittura della Nazione italiana.

AGGIORNATO IL 3 GIUGNO 2021

06 maggio 2021

TURISMO in Medio Oriente. Un viaggio avventuroso: il caso della sposa-bambina.

Non c’è bisogno di arrivare in India. La piaga delle spose-bambine, come Lei sa, signor Giudice, imperversa ormai anche nell’antica Mezzaluna Fertile e nei Paesi circostanti, oggi deserti non solo di vere piante, ma anche di veri uomini. Sul confine con la Siria càpito per caso senza mascherina in un lercio caffè della cittadina turca di Ilioglou, dove peraltro, signor Giudice, giuro, nessuno aveva la mascherina, ma la metà delle donne era già mascherata di suo (e però, come guardavano di sottecchi i maschi occidentali, e come ancheggiavano improvvisamente sbattendo a destra e sinistra i loro veli e scialli), e vengo avvicinato da alcuni loschi bulli locali che appena vedono il mio tablet facendo finta di scherzare (comincia sempre così, signor Giudice, anche la ‘ndrangheta da noi usa questo sistema) mi minacciano di denuncia presso il locale ministro Speranza o a scelta presso un pari grado del gen. Figliuolo, se non li aiuto a risollevare le sorti del giornaletto-web cittadino, sempre meno finanziato da macellaio, barbiere, droghiere, tappezziere, fornaio, calzolaio e mullah, e ormai morente con 850 visualizzazioni al mese. Prometto di raddoppiare in un giorno la diffusione dell’inguardabile sito, in cambio di un’altra fetta di halvà e di un doppio yogurt di vera pecora, così enorme, solido e sapido di formaggio da ricordarmi – altro che le femminee madeleinettes proustiane – il mitico virile yaourti-ke-meli alle noci del fu caffè Britannia in piazza Omonia, nell’Atene degli avventurosi anni 70, gli anni della libertà in cui tutto era possibile. Gli chiedo di trasmettermi sul mio tablet il loro archivio di foto locali. Sùbito attrae la mia attenzione una singolare e disarmonica donna-bambina armata di un’enorme ascia più grande di lei, dall’inquietante espressione. Decido di puntare su quello scoop. All’arrivo del dolcissimo stomachevole caffè, ho già fatto:

“Promessa dal padre senza cuore a un rozzo e anziano possidente dotato di ben 135 vacche, un primato nella poco ubertosa valle del fiume Urish, Arina, giovanissima donna di 14 anni, appena pubere, come poi attesterà la locale dottoressa del Pronto Soccorso della confinante cittadina di Achtrash – probabilmente pagata, riferirono voci del Mercato, dai parenti del ricco vaccaro – decide di improvvisarsi femminista vendicatrice copiando per metà Giovanna d’Arco e per metà Santa Maria Goretti. Pur irrimediabilmente negata a qualsiasi venustà, si traveste da patetica “femme fatale” e fa in modo di incontrare con un tranello l’obeso e ributtante allevatore, a cui recide di nette il pene facendolo morire dissanguato. Fuggita dal quartiere del Mercato sul carro da fieno del cugino che invano la bramava da anni e che così può soddisfare le sue voglie facendola sua sul fieno odoroso di stabbio equino, la mancata sposa-bambina non può evitare di dare nell’occhio una volta arrivata nell’arretrata e moralistica città rivale di Achtrash, dove il cugino viene arrestato come sospetto terrorista e lei schedata come prostituta è trascinata dalla Gendarmeria religiosa nel locale Ospedale dove viene sottoposta a sterilizzazione coatta dopo essere stata ripetutamente violentata dal personale sanitario, donne comprese. Consegnata alle Autorità di Ilioglou che intanto la ricercavano per l’omicidio dell’influente allevatore, è accompagnata da un certificato che attesta che si è concessa a tutti da consenziente, e perciò non merita più la sola morte, ma anche una lunga e irriferibile tortura pre-esecuzione. A meno che – si sa a che punto arriva la disonestà umana, e specialmente nella poco ubertosa valle di Urish – qualche potente locale non arrivi a salvarla da entrambe le pene, lei che un pene aveva troncato di netto. E’ quello che vi sveleremo, cari lettori di Ilioglou Star, nel prossimo articolo, ricco di sorprese incredibili, che apparirà solo dopo – ne siamo sicuri – migliaia di visualizzazioni e centinaia di abbonamenti”.

Ma ora che sono in carcere, signor Giudice, devo rivelarle che lo scoop ebbe un successo clamoroso, quindi il mio lavoro lo feci bene e professionalmente. L’articolo fu letto da ben 17.653 persone, con un’impennata di abbonati-sostenitori che da 9 salirono a 330, andando a rimpinguare in una volta sola le casse del sito pagato dai maggiorenti locali di Ilioglou, uno dei quali, solo uno, era morto, è vero, ma tutti gli altri stavano benissimo, anzi, meglio di prima, signor Giudice, perché in virtù d’una millenaria tradizione furono “costretti”, così dissero, a spartirsi il patrimonio delle 135 vacche, più le due case del vecchio possidente, onde evitare secondo il quattordicesimo comandamento delle Tavole del 3500 a.C. incise in caratteri sumerici che nessuno più comprendeva salvo loro nove, fosse “disperso ai nemici il patrimonio della città”, reato equiparato al tradimento. Ma, signor Giudice, nulla mi fu detto dai bulli incontrati nel caffè, che ordirono l’inganno ai miei danni perché xenofobi, e che perciò sono gli unici veri colpevoli del disastroso errore. Che ne sapevo io, per di più straniero di passaggio, colpevole solo di possedere un tablet e ricattato perché senza mascherina, che la foto della bambina rappresentava nientemeno che la impeccabile e onoratissima figlia primogenita del riveritissimo e lodatissimo signor Podestà di Ilioglou, proprietario dei due caseifici e dell’unica manifattura di tappeti della città, nonché primo finanziatore del sito, ripresa da una compagna di giochi durante la mascherata rituale del Misfahrah di febbraio?

IMMAGINE. Donna-bambina con ascia. Immagine tratta da internet.

AGGIORNATO IL 6 MAGGIO 2021

29 agosto 2020

PARKER e jazz moderno: be-bop come musica d’arte muta pubblico e costume.

CHARLIE PARKER, il sassofonista contralto afroamericano che più di tutti contribuì alla nascita del jazz moderno, nasceva 100 anni fa, il 29 agosto 1920, a Kansas City.

Una “rivoluzione”, quella del be-bop, che anche considerando solo gli accordi inusitati, la velocità di esecuzione e il geniale senso della sintesi, cambiava voce e faccia alla musica che era stata di Nuova Orleans e Chicago, di Morton, Oliver, Armstrong, Beiderbecke, Henderson, Moten, Ellington.

L'evoluzione dello stile del giovane Parker da musicista di fila e solista di varie Big Band del tardo “swing modernizzante” fino alle forme mature del be-bop è stata oggetto di parecchi studi; e ancor più l’analisi del ruolo della musica del Parker maturo e poi dei "parkeriani" nell’evoluzione del jazz dai primi anni ‘40 a tutti gli anni ’50.

Qui invece conviene limitarsi a sottolineare almeno due curiosi significati "sociali" della rivoluzione di Parker e dei parkeriani.

Per la prima volta nella storia del jazz, il be-bop almeno all’inizio si manifesta un ambiente chiuso all’integrazione coi bianchi, una “rivoluzione nera”, intellettuale e rigidamente nera. A differenza dello mitico “jazz delle origini” nel crogiolo di New Orleans, in cui neri, creoli e bianchi convivevano, del jazz di Chicago, e dell’intera èra dello swing, in cui – favorita dalla mediazione dell’industria musicale – la libera competizione tra orchestre di colore diverso era assicurata (e anzi si contò qualche caso perfino di orchestre miste, come quella di Goodman). Fatto sta che proprio in quegli anni il critico e pianista jazz Leonard Feather, immigrato dall’Inghilterra, dava alla connazionale pianista Marian McPartland il consiglio ironico di non essere né donna, né inglese, né tantomeno bianca, se voleva avere successo come jazzista negli States senza fare la cantante.

La  “nuova” musica di Parker, Gillespie, Monk ecc, inoltre, rendeva per la prima volta impossibile ballare il jazz, per lo più sotto forma di quel famoso fox-trot che i nostri nonni leggevano su ogni facciata dei dischi a 78 giri. Oggi può piacere o più spesso non piacere, ma erano rarissimi i dischi di jazz classico, anche dei grandi musicisti su cui è basata la storia di questa grande musica d'arte, che non fossero pubblicizzati dai furbi industriali discografici come "ballabili". Del resto, nella società Occidentale del primo Novecento il ballo era un richiestissimo divertimento per tutte le classi sociali.

Ed ecco, allora, che per la prima volta, il pubblico afroamericano non segue i suoi confratelli musicisti innovatori e “intellettuali”, perché vuole continuare a ballare. E lo swing per grande orchestra, anche quand’era di alta qualità, vi si era prestato egregiamente.

Tranne minoranze, le masse dei giovani neri e i fanatici jitterbugs che nelle ballrooms si affollavano sotto il palco in acrobazie esibizionistiche che finivano per nascondere musica e orchestra (odiati da tutti i musicisti, neri e bianchi: Artie Shaw per colpa loro ebbe una crisi di nervi e si ritirò addirittura a vita privata) ne furono così contrariati da abbandonare un jazz diventato così “intellettuale” e buttarsi in massa nel semplificato e ripetitivo “rhythm & blues” che si praticava proprio a Kansas City, vera o falsa che fosse l’influenza dei riffs di Count Basie. [Inciso nell’inciso: genere che diverrà subito "commerciale" e poi sarà ancora più annacquato dall’industria discografica per il pubblico cittadino bianco come “rock & roll”]

Anche per questo il be-bop di Parker non fu solo una “rivoluzione” musicale, ma anche sociale. Non solo il jazz moderno, ma l’intera musica jazz, in coincidenza con la nascita della forma be-bop e la perdita della funzione “servile” della danza, pretende di confermarsi definitivamente come nuova “musica d’arte”, cioè unicamente dipendente dalla creatività dell’autore, senza intermediazioni commerciali, quindi di puro ascolto. In concorrenza con la seriosità della musica colta europea, come già da tempo il famoso musicologo Confalonieri aveva vaticinato.

Il be-bop fu certamente uno shock positivo, una rinascita creativa del jazz, che impose anni di aggiornamento e studio a cultori e critici, quasi tutti maschi, abbandonati soli nelle sale da concerto o nei negozi di dischi dalle ragazze, bianche o nere che fossero, considerati “raffinati”, anzi, bollati come “intellettuali”. La vecchia contrapposizione Hot e Cool assumeva ora, tradotta popolarmente in “jazz caldo” e jazz freddo”, un nuovo significato manicheo e serviva a screditare nel largo pubblico dei profani il jazz moderno. Una distinzione da giornalisti inesperti che certo non poteva funzionare su Charlie Parker, insieme hot e cool, al massimo.

Il baricentro fu spostato immediatamente avanti, e il jazz “classico” o “tradizionale” subì un duro colpo, trovando nel fenomeno del “Revival”, tecnicamente e musicalmente limitato o dilettantistico, una compensazione meschina e sottoculturale.

Il complesso d’inferiorità era superato. Il jazz usciva dalla minorità di una tradizione che aveva origini umili e popolari, e quindi collettive e anonime, per elevarsi a creazione di artisti individuali, eguagliando, anzi talvolta superando in tecnica di esecuzione, ma anche in arditezza e complessità del disegno compositivo quella che era stata la sorella maggiore, la Musica Colta europea

Al contrario, per impresari dello spettacolo e industriali fonografici non fu una “rivoluzione” positiva. Iniziò allora il calo nelle tirature dei dischi di jazz che sarebbe continuato in modo inesorabile fino ai giorni nostri: dai milioni di copie degli anni ’30-40 (però due singoli titoli di 3-4 min. ciascuno sui 78 giri di ebanite) fino ai casi-limite di 1000 o 500 copie (però interi album di vari titoli, per complessivi 30-60 min. sui 33 giri di cloruro di vinile).

Ma poi, fu vera “rivoluzione” totale quella del jazz moderno innescata da Parker e altri? Così si ripeteva convenzionalmente in quegli anni. In realtà nuovi studi, nuove testimonianze, dimostrano che perfino il jazz di Parker e l’intero be-bop non cadevano all’improvviso da Giove, ma avevano solide basi nel jazz più tradizionale e perfino commerciale che si potesse pensare, cioè nel filone delle Grandi Orchestre del periodo (e stile) swing, dove certe nuove idee covavano a lungo sotto la cenere, spesso insinuandosi come sprazzo isolato durante gli assoli più eccentrici, specialmente di strumenti a fiato, grazie anche all’intento di stupire il pubblico nelle consuete “battles” o duelli tra solisti.

Ebbene, queste radici tradizionali del jazz moderno, oltre al blues, non sono state messe in evidenza, e anzi per lo più non erano note nei decenni scorsi. C’è voluta la preziosa ricerca dello storico Shipton (“Nuova Storia del Jazz”) per dargli il giusto valore, come anche per sfatare molte leggende popolari o critiche sul jazz “classico”, comprese le figure dei grandi musicisti dell’epoca, come gli stessi Jelly Roll Morton, Armstrong e Bix Beiderbecke. 

AGGIORNATO IL 31 AGOSTO 2020

JAZZ. Out of the Nowhere  https://www.youtube.com/watch?v=x1JH7ZfC1mE

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