29 agosto 2020

PARKER e jazz moderno: be-bop come musica d’arte muta pubblico e costume.

CHARLIE PARKER, il sassofonista contralto afroamericano che più di tutti contribuì alla nascita del jazz moderno, nasceva 100 anni fa, il 29 agosto 1920, a Kansas City.

Una “rivoluzione”, quella del be-bop, che anche considerando solo gli accordi inusitati, la velocità di esecuzione e il geniale senso della sintesi, cambiava voce e faccia alla musica che era stata di Nuova Orleans e Chicago, di Morton, Oliver, Armstrong, Beiderbecke, Henderson, Moten, Ellington.

L'evoluzione dello stile del giovane Parker da musicista di fila e solista di varie Big Band del tardo “swing modernizzante” fino alle forme mature del be-bop è stata oggetto di parecchi studi; e ancor più l’analisi del ruolo della musica del Parker maturo e poi dei "parkeriani" nell’evoluzione del jazz dai primi anni ‘40 a tutti gli anni ’50.

Qui invece conviene limitarsi a sottolineare almeno due curiosi significati "sociali" della rivoluzione di Parker e dei parkeriani.

Per la prima volta nella storia del jazz, il be-bop almeno all’inizio si manifesta un ambiente chiuso all’integrazione coi bianchi, una “rivoluzione nera”, intellettuale e rigidamente nera. A differenza dello mitico “jazz delle origini” nel crogiolo di New Orleans, in cui neri, creoli e bianchi convivevano, del jazz di Chicago, e dell’intera èra dello swing, in cui – favorita dalla mediazione dell’industria musicale – la libera competizione tra orchestre di colore diverso era assicurata (e anzi si contò qualche caso perfino di orchestre miste, come quella di Goodman). Fatto sta che proprio in quegli anni il critico e pianista jazz Leonard Feather, immigrato dall’Inghilterra, dava alla connazionale pianista Marian McPartland il consiglio ironico di non essere né donna, né inglese, né tantomeno bianca, se voleva avere successo come jazzista negli States senza fare la cantante.

La  “nuova” musica di Parker, Gillespie, Monk ecc, inoltre, rendeva per la prima volta impossibile ballare il jazz, per lo più sotto forma di quel famoso fox-trot che i nostri nonni leggevano su ogni facciata dei dischi a 78 giri. Oggi può piacere o più spesso non piacere, ma erano rarissimi i dischi di jazz classico, anche dei grandi musicisti su cui è basata la storia di questa grande musica d'arte, che non fossero pubblicizzati dai furbi industriali discografici come "ballabili". Del resto, nella società Occidentale del primo Novecento il ballo era un richiestissimo divertimento per tutte le classi sociali.

Ed ecco, allora, che per la prima volta, il pubblico afroamericano non segue i suoi confratelli musicisti innovatori e “intellettuali”, perché vuole continuare a ballare. E lo swing per grande orchestra, anche quand’era di alta qualità, vi si era prestato egregiamente.

Tranne minoranze, le masse dei giovani neri e i fanatici jitterbugs che nelle ballrooms si affollavano sotto il palco in acrobazie esibizionistiche che finivano per nascondere musica e orchestra (odiati da tutti i musicisti, neri e bianchi: Artie Shaw per colpa loro ebbe una crisi di nervi e si ritirò addirittura a vita privata) ne furono così contrariati da abbandonare un jazz diventato così “intellettuale” e buttarsi in massa nel semplificato e ripetitivo “rhythm & blues” che si praticava proprio a Kansas City, vera o falsa che fosse l’influenza dei riffs di Count Basie. [Inciso nell’inciso: genere che diverrà subito "commerciale" e poi sarà ancora più annacquato dall’industria discografica per il pubblico cittadino bianco come “rock & roll”]

Anche per questo il be-bop di Parker non fu solo una “rivoluzione” musicale, ma anche sociale. Non solo il jazz moderno, ma l’intera musica jazz, in coincidenza con la nascita della forma be-bop e la perdita della funzione “servile” della danza, pretende di confermarsi definitivamente come nuova “musica d’arte”, cioè unicamente dipendente dalla creatività dell’autore, senza intermediazioni commerciali, quindi di puro ascolto. In concorrenza con la seriosità della musica colta europea, come già da tempo il famoso musicologo Confalonieri aveva vaticinato.

Il be-bop fu certamente uno shock positivo, una rinascita creativa del jazz, che impose anni di aggiornamento e studio a cultori e critici, quasi tutti maschi, abbandonati soli nelle sale da concerto o nei negozi di dischi dalle ragazze, bianche o nere che fossero, considerati “raffinati”, anzi, bollati come “intellettuali”. La vecchia contrapposizione Hot e Cool assumeva ora, tradotta popolarmente in “jazz caldo” e jazz freddo”, un nuovo significato manicheo e serviva a screditare nel largo pubblico dei profani il jazz moderno. Una distinzione da giornalisti inesperti che certo non poteva funzionare su Charlie Parker, insieme hot e cool, al massimo.

Il baricentro fu spostato immediatamente avanti, e il jazz “classico” o “tradizionale” subì un duro colpo, trovando nel fenomeno del “Revival”, tecnicamente e musicalmente limitato o dilettantistico, una compensazione meschina e sottoculturale.

Il complesso d’inferiorità era superato. Il jazz usciva dalla minorità di una tradizione che aveva origini umili e popolari, e quindi collettive e anonime, per elevarsi a creazione di artisti individuali, eguagliando, anzi talvolta superando in tecnica di esecuzione, ma anche in arditezza e complessità del disegno compositivo quella che era stata la sorella maggiore, la Musica Colta europea

Al contrario, per impresari dello spettacolo e industriali fonografici non fu una “rivoluzione” positiva. Iniziò allora il calo nelle tirature dei dischi di jazz che sarebbe continuato in modo inesorabile fino ai giorni nostri: dai milioni di copie degli anni ’30-40 (però due singoli titoli di 3-4 min. ciascuno sui 78 giri di ebanite) fino ai casi-limite di 1000 o 500 copie (però interi album di vari titoli, per complessivi 30-60 min. sui 33 giri di cloruro di vinile).

Ma poi, fu vera “rivoluzione” totale quella del jazz moderno innescata da Parker e altri? Così si ripeteva convenzionalmente in quegli anni. In realtà nuovi studi, nuove testimonianze, dimostrano che perfino il jazz di Parker e l’intero be-bop non cadevano all’improvviso da Giove, ma avevano solide basi nel jazz più tradizionale e perfino commerciale che si potesse pensare, cioè nel filone delle Grandi Orchestre del periodo (e stile) swing, dove certe nuove idee covavano a lungo sotto la cenere, spesso insinuandosi come sprazzo isolato durante gli assoli più eccentrici, specialmente di strumenti a fiato, grazie anche all’intento di stupire il pubblico nelle consuete “battles” o duelli tra solisti.

Ebbene, queste radici tradizionali del jazz moderno, oltre al blues, non sono state messe in evidenza, e anzi per lo più non erano note nei decenni scorsi. C’è voluta la preziosa ricerca dello storico Shipton (“Nuova Storia del Jazz”) per dargli il giusto valore, come anche per sfatare molte leggende popolari o critiche sul jazz “classico”, comprese le figure dei grandi musicisti dell’epoca, come gli stessi Jelly Roll Morton, Armstrong e Bix Beiderbecke. 

AGGIORNATO IL 31 AGOSTO 2020

JAZZ. Out of the Nowhere  https://www.youtube.com/watch?v=x1JH7ZfC1mE

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19 luglio 2020

LA ZARINA che amava l’ambiente, le rane e il Pci, ma era dura con Montanelli.

Era riuscita a domare tutti e tutto, anche sei tumori, la prepotentissima “Zarina”, come la chiamavano nella redazione del Corriere della Sera, di cui tra gli anni Sessanta e Settanta era proprietaria. E alla fine, a 97 anni Giulia Maria Crespi, appartenente a una ricchissima famiglia di industriali cotonieri (famosi i due grandi Canaletto a tutta parete del suo salotto) è morta come voleva lei, in piedi, cioè senza dover ricorrere all’umiliante eutanasia delle sue amiche che, riferiva con ironia, “avevano già prenotato una camera in una clinica svizzera”, tanto le terrorizzava la morte.
      Lei, invece, non aveva paura di niente e di nessuno, tanto meno dei politici, specialmente democristiani e moderati, che disprezzava apertamente. E guai a contraddirla o a tentare ingenuamente di farle cambiare idea: lei doveva avere sempre l’ultima parola. Il buon repubblicano Spadolini, direttore del Corriere, che buon storico ma pessimo psicologo l’aveva definita “la fanciullina”, come per dire che era immatura sì, ma in fondo innocua, venne da lei esonerato senza tanti complimenti e sostituito dall’ “arci-progressista” Ottone che voleva strizzare l’occhio al Partito Comunista. “Troppo vanitoso e accondiscendente verso il Potere”, si sarebbe giustificata anni dopo la Zarina. 
      Montanelli, la vera anima del Corriere, non sopportava né lei, né tanto meno Ottone, e dopo una sfuriata epocale se ne andò sbattendo la porta. Fondò poco dopo Il Giornale, su posizioni liberal-conservatrici, che poi erano sempre state le sue.
      Alla prepotente Zarina l’imprenditoria milanese, la borghesia del Nord e i politici di Centro e dei partiti Laici imputavano di “calarsi le brache” davanti ai Comunisti, dati per futuri vincitori, tipico esempio dell’opportunismo e della viltà dei capitalisti italiani. Vero, ma in un particolare sbagliavano: la Crespi era di sinistra, sì, per quanto potesse capire di politica, ma a differenza degli industrialotti  padani sempre in attesa di “provvidenze di Stato” (o Franza o Spagna, purché se magna), non per viltà, bensì per forte convinzione. Tanto che qualcuno sparse la voce che fosse innamorata di Capanna (e il buffo è che per eseguire un ordine di cattura del super-contestatore la polizia, che crede a tutte le voci, andò addirittura a perquisire la villa Crespi alla Zelata). Ah, dimenticavo: ora Mario Capanna scrive sul Giornale! Sic transit gloria mundi, anzi, panta rei, tutto scorre.
      Ma, allora, proprio niente di buono ha fatto la prepotente Zarina? Almeno tre titoli di merito vanno ricordati, che s’iscrivono nel medesimo settore: l’ambiente. Era una fervente sostenitrice della Natura e della conservazione dei Beni storici. Fu lei, con la ben nota risolutezza che non ammetteva “no” a indicare il nome di Cederna al direttore del Corriere. E così il giornalista ebbe carta bianca per trattare con grande spazio e risalto allora insoliti – una fortuna unica – i temi della tutela del territorio e della speculazione edilizia. Poi ricordandosi di quanto soffriva da piccola quando le riferivano che era per i pesticidi versati nelle risaie di famiglia che all’improvviso non udiva più il gracidare delle rane, convertì i suoi poderi all’agricoltura biodinamica, di cui divenne produttrice e divulgatrice. E ancora, su suggerimento della figlia di Croce, Elena, a sua volta tra i fondatori di Italia Nostra, diede vita al FAI, Fondo per l’Ambiente Italiano, col compito di acquisire, salvare e restaurare ville storiche abbandonate o cadenti.
      Così, questa sua “mania per i ruderi”, come ironizzavano i suoi tanti avversari, potrebbe ai nostri occhi farle perdonare il vizietto tipico della borghesia senza dignità degli anni Settanta e Ottanta di “vezzeggiare il PCI”. Che, al contrario di quanto aveva sperato la Crespi, da noi non sarebbe mai diventato compiutamente padrone. Ci avrebbero pensato, anni dopo, i popoli della Polonia e della Germania Orientale a decretare con la caduta del Muro di Berlino, la fine del Comunismo e a smentire la Zarina. Ma, in compenso, la coscienza della borghesia produttiva, almeno quella italiana, da allora non è affatto migliorata: ora si piega davanti a politici ben più cialtroni dei seri – a modo loro – comunisti di quegli anni tumultuosi e ruggenti.

AGGIORNATO IL 20 LUGLIO 2020

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15 novembre 2019

INGLESE. D’accordo con la brevità e la praticità, ma qualche equivoco càpita…

Tanti sono i difetti della lingua inglese rispetto alla bella, musicale e articolatissima lingua italiana. Ma soffermiamoci, appunto, sulla mancanza di articolazione, cioè sull’uso, diciamolo, un po’ rozzo e barbarico, quasi telegrafico, di accostare molte parole di seguito in modo apparentemente casuale senza articoli o preposizioni di collegamento. Particelle di cui invece la bella e musicale lingua italiana è ricca.
Accade così che in un testo in inglese, soprattutto nei giornali e sul web,  in cui la fretta o la scarsa accuratezza consegnano al lettore una scrittura trasandata, oppure negli articoli delle riviste scientifiche a causa d’una traduzione non felice o del bnisogno di una estrema sintesi, il collegamento tra le parole è davvero problematico, tanto da generare dubbi (p.es. negli abstract di molti studi scientifici), e per trovare il bandolo bisogna rileggere e andare a cercare, magari in una lunga frase piena di subordinate, l’ultima parola! Molto peggio di quello che accade agli studenti dei primi anni di latino coi testi più involuti.
Sono casi non frequentissimi, ma abituali in chi ha a che fare per studio coi testi inglesi. Specilamente nei testi scientifici, dove la chiarezza e certezza del significato sono fondamentali, bisogna spesso controllare bene la sintassi.
Numerosi sono infatti gli equivoci possibili se si accostano parole senza particelle; equivoci che solo l’abitudine (inglesi di nascita o veri esperti), oppure l’uso del trattino di collegamento per le tante parole composte, riesce a evitare; ma che invece nei conoscitori mediocri (lo siamo un po’ tutti: non si va ripetendo che l’inglese è la lingua franca, la nuova koinè, per tutto il Mondo, in specie per la scienza, proprio come era il latino?) danno luogo in casi estremi a risultati ridicoli e imbarazzanti.
Sia chiaro: anche leggendo certi titoli nei giornali italiani sorgono equivoci simili dovuti alla trasandatezza dei cronisti, e soprattutto all’abitudine dei titolisti di guadagnare spazio facendo a meno delle particelle di collegamento, così imitando, appunto, la lingua inglese.
Ma l’originale, cioè un titolo di giornale inglese o americano, è ancora meglio! Come questo titolo, reale, che apparve il 28 ottobre 2017 sul "Pratt Tribune" un piccolo giornale locale che si stampa a Pratt, nel Kansas (USA), come riporta un sito americano. Un esempio tra migliaia nel giornalismo, e non solo anglofono:
“Students get first hand job experience”
A seconda della parola a cui va collegato hand (visto che non c’è nessun articolo o trattino di collegamento che ci aiuti) abbiamo due significati diversi. Ma dove sta la regola sintattica che regola l’ordine di accoppiamento delle parole inglesi? Credo che non ci sia, o almeno io non l’ho trovata, e che tutto sia demandato all’uso popolare, cioè all’intuito. Oppure all’uso dei trattini, che qui mancano (chissà se volutamente: anche i redattori alle volte si divertono coi doppi sensi).
Insomma, si va a senso “più probabile” o “più accettabile, a seconda dell’ambiente”?
Per stare al titolo, se il giornale è serio, non goliardico, né satirico, sarà improbabile che il titolista abbia voluto dire ciò che a prima vista appare chiaro a una persona maliziosa:
“Gli studenti hanno una prima esperienza di masturbazione" [questo vuol dire, inutile negarlo "hand job"]
E conoscendo la notoria repulsione per la fatica degli studenti, sarà improbabile anche:
“Gli studenti hanno una prima esperienza di lavoro manuale” [cioè come operai]
Quindi, la traduzione esatta sarà, per esclusione:
“Gli studenti hanno un'esperienza lavorativa di prima mano” [cioè di buon livello]
Ma che bella lingua l’inglese, molto razionale! Non voglio qui teorizzare sulla sua generale inferiorità rispetto all’italiano, ma soltanto che l’eccesso di brevità e stile telegrafico la pone talvolta in condizioni di inferiorità semantica.
Sapete che vi dico? Teniamoci stretto il nostro italiano.

AGGIORNATO IL 16 FEBBRAIO 2020

29 maggio 2019

POESIA. Due secoli ha l’Infinito, eppure la lirica di Leopardi oggi è "popolare".

È letta quasi sempre malissimo da chi, perfino attori o lettori professionisti, legge meccanicamente con quella piccola pausa alla fine di ogni verso che è insopportabile perfino nei bambini, inclini alla cantilena [ai quali questo gioiellino deve essere assolutamente vietato…voglio un Erode che faccia eseguire l’ordine: gli si dia piuttosto il melograno di Pascoli!].
      Così l’ascoltatore che ha un minimo d’orecchio e sensibilità poetica capisce che non ha capito o meditato nulla quell’attore che non segue neanche la punteggiatura dell’autore, già rara in poesia, ma che quando c’è è significativa, cioè serve appunto ad articolare le frasi del pensiero in sfasamento o controtempo rispetto all’obbligata scansione metrica, come nel jazz, e quindi ad aiutare a capire.
      Ho appena ascoltato la lettura di Arnoldo Foà, indicatami come una delle migliori. Macché, nella prima parte fa anche lui delle pause arbitrarie che interrompono il fluire del discorso, cioè segue i versi anziché la punteggiatura e il senso delle frasi. No, bisogna capire i concetti mentre si legge. Eppure è semplice (tanto più che non si tratta di versi in rima): basterebbe seguire punti e virgole, come in una normale prosa.. Così la visione è più ampia, si allarga. Invece, seguire i versi (che sono posticci, è a verso libero) la restringe.Risultati immagini per infinito di leopardi originale
      Ad ogni modo, la lirica “l'Infinito” di Leopardi dovrebbe avere ben due secoli di vita essendo stata composta verso il 1819. Strano, ci sembrava così moderna, attuale! Certo, dopo l’immediato favore ottocentesco, quando pochissimi erano in grado di leggere, gran parte del suo successo popolare è recente, dovuto alla società di massa, e favorito anche dalla sua geniale brevità.
      In realtà secondo me molto ci sarebbe da dire e ipotizzare sull'intreccio in soli quindici versi, leggeri eppure pesanti, di diversi piani naturalistici, metaforici, simbolici, filosofici, che la critica ha già gravato con un apparato interpretativo in sedimentazioni successive capace di farli affondare.
      Ma l’idillio (così lo definisce Leopardi), come certe pitture o composizioni musicali baciate da improvvise e dilaganti fortune, da Caravaggio a Van Gogh, da Beethoven a Coltrane (non che io voglia comparare tra loro questi esempi casuali) la vincerà sul suo immeritato pubblico che banalizza e rovina tutto quello che tocca, e anzi più guarda e ascolta, più rovina.

L'INFINITO
Sempre caro mi fu quest’ermo colle,
e questa siepe, che da tanta parte
dell’ultimo orizzonte il guardo esclude.
Ma sedendo e mirando, interminati
spazi di là da quella, e sovrumani
silenzi, e profondissima quiete
io nel pensier mi fingo; ove per poco
il cor non si spaura. E come il vento
odo stormir tra queste piante, io quello
infinito silenzio a questa voce
vo comparando: e mi sovvien l’eterno,
e le morte stagioni, e la presente
e viva, e il suon di lei. Così tra questa
immensità s’annega il pensier mio:
e il naufragar m’è dolce in questo mare.

IMMAGINI. 1. Fotografia di Rodney Smith che mi permetto con goliardica iconoclastia di accostare, anche se l'autore non pensava certo al poeta di Recanati. Scherzo benevolo, appunto, leopardiano, perché Leopardi è il mio poeta italiano romantico (anche se lo preferisco come prosatore-filosofo). 2. Autografo dell’Infinito con correzioni e interessanti ripensamenti.

AGGIORNATO IL 29 MAGGIO 2019

08 dicembre 2018

JAZZ. Quelli che vivevano per il jazz di New Orleans: il caso di Carlo Loffredo.

La famiglia ne voleva fare un avvocato, e non si è mai saputo se sia riuscito davvero a diventarlo, come lui andava dicendo agli intimi; perché all'università (diritto) "perdeva tempo" come contrabbassista, chitarrista e banjoista di jazz, la musica di cui era innamorato, la musica della sua vita, e che allora nel primi anni del Dopoguerra significava la ritrovata libertà per tutti, perfino per la gente di Destra (era monarchico, come mi confessò una volta). Del resto, alla fine degli anni Quaranta addirittura il figlio di Mussolini si guadagnava da vivere in gruppetti jazz a Ischia, dove la famiglia era confinata, come mi confermarono, appunto, Loffredo e il famoso compositore di canzoni napoletane e grande jazzofilo anch’egli presente ovunque in quegli anni avventurosi, Ugo Calise, detto “Calais” per il vezzo ironico di americanizzare tutto fingendosi un “paisà” a New York.
      Morto questa notte, a 94 anni, lucido e attivo fino a pochi giorni fa, Carlo ("Carletto") Loffredo è stato protagonista e testimone attivissimo, sempre con l’entusiasmo di un eterno ragazzo, e ragazzo sveglio, di tutta la lunga e difficile evoluzione che doveva portare il jazz italiano, romano in particolare, a uno stentato e incerto professionismo, partendo dal dilettantismo velleitario dei figli della buona borghesia che dopo il 1945 presero a scimmiottare passione, creatività e libertà dei mitizzati “negri” anglofoni, “creoli” francofoni e “paisà” italofoni e siciliani di New Orleans, curiosamente pari (il largo pubblico non lo sa ancor oggi) sulla linea di partenza nella creazione negli Stati Uniti del primo vero jazz strumentale e collettivo, utilizzando ragtime per piano, blues e musica per banda. Non per caso nei medesimi anni, pur così diverso culturalmente, si spendeva a Parigi in un analogo lavoro maieutico il geniale divulgatore anticonformista, organizzatore e cornettista dilettante Boris Vian. 

      Perciò Loffredo frequentò e conobbe tutti nel mondo del jazz che non si riconosceva nel Be-bop, e accompagnò i maggiori musicisti di “hot jazz” di passaggio in Italia (come Armstrong). Instancabile organizzatore musicale, presentatore, divulgatore, musicista, soprattutto fondatore di piccoli gruppi e numerose orchestre revival, tra cui la famosissima e brillante "Roman New Orleans Jazz Band", facilitato dal fatto che Roma voleva dire la radio Rai di via Asiago (e poi la Tv di via Teulada) che lo ospitarono molto spesso, il cinema a cui proporre colonne sonore, e anche la mitica RCA tra i cui dirigenti discografici si annidavano parecchi cultori di jazz.
      Allergico a ogni teoria, seriosità e retorica dell’estetica, invano inseguito da accuse di dilettantismo e superficialità, opponeva che così vivevano, pensavano e suonavano gli antichi che a lui piacevano: bisogna anche divertire e divertirsi. Quello di Loffredo era perciò un jazz, tradizionale sì, ma che pur con dignità strizzava sempre l’occhio allo spettatore, allo spettacolo, a un garbato umorismo, come del resto si faceva negli Stati Uniti negli anni Trenta e Quaranta, prima che arrivasse l’intellettualistico bebop. Lo swing, con le sue canzoni ritmiche, finì perciò per affiancarsi e prevalere al puro New Orleans. Naturale che fosse molto richiesto, a cominciare dai locali notturni della Roma della “Dolce Vita”, dal cinema e dalla tv.
      Non certo il periodo New Orleans, ovviamente, ma lo “stile” manieristico del revival neo-New Orleans fu a lungo osteggiato dalla critica, appunto perché in origine fenomeno nostalgico e dilettantistico, di imitazione, spesso tecnicamente rudimentale, quindi sottoculturale. Però la critica dovette in parte ricredersi per il sovrapporsi di due fenomeni: 1) diffusosi il be-bop, il jazz in generale diventa vera e propria “musica d’arte” da ascolto e senza tempo, in cui l’autore esprime tutta la sua creatività senza limiti, e il musicista e l'ascoltatore possono scegliere qualunque periodo o stile, come nella musica europea colta; 2) i musicisti di Dixieland (altro nome per i neo-New Orleans bianchi) su cui ha sempre gravato la tara del dilettantismo, si mettono a studiare quasi come gli altri (teniamo presente che non Armstrong, che sapeva leggere benissimo, ma il geniale Bix Beiderbecke, bianco di Chicago, non era in grado di leggere all’impronta in modo fluente), curano spartiti e filologia e imparano finalmente a suonare bene, non più solo a imitare pedissequamente e malamente gli assoli dai dischi storici, ma anche a interpretare in modo professionale (p.es. improvvisando con personalità, idee e buona tecnica gli assoli), insomma diventano anch’essi veri e propri musicisti.
      Per niente snob, a differenza di molti jazzisti italiani, aveva l'humour e la semplicità dei ragazzi: una grande dote. Sempre disponibile. Per anni, ad esempio, il suo gruppo ha suonato da un camion in movimento, come si faceva a New Orleans per matrimoni e funerali (di qui il nome stile “tailgate” cioè “portellone aperto” per i tromboni a coulisse che fuoriescono dal cassone posteriormente) perfino dietro i cortei dei Radicali, per i quali pur non nascondendo di essere un conservatore, Loffredo aveva una certa simpatia.
      Carlo Loffredo attraversando da protagonista, prima sottovalutato poi apprezzato, tutto intero l’arco di questa vera e propria trasformazione culturale, a suo modo, con i suoi limiti, onesti perché non nascosti, con un invidiabile spirito semplice e giovanile, col suo tipico understatement goliardico da grande eterno dilettante, è stato in Italia un insuperato propagandista della parola “jazz” nei dischi, alla radio, in televisione, dal vivo. E ha recuperato e fatto conoscere anche le belle canzoni italiane para-jazzistiche dell’Era dello Swing, negli anni Trenta e Quaranta, che fecero dire a più d’uno che “il jazz riuscì a farla perfino al Fascismo”, che non poté fare nulla per sradicarlo neanche in Italia.
      Ecco perché un apparente “entertainer” disimpegnato come Loffredo ha fatto – paradossalmente – per la musica jazz più di tanti sedicenti intellettualini “impegnati” 
seriosi e pretenziosi, che più che fare buona musica "la danno a intendere" e bluffano. Per questo la sua “vita in jazz” è storicamente importante in Italia e a Roma in particolare.
      Grazie, Carletto.

AGGIORNATO IL 10 DICEMBRE 2018

03 dicembre 2018

NUOVI sindaci. Finalmente all’Opera la Raggi, accusata di non aver fatto nulla.


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FINALMENTE ALL'OPERA. La solita Italia. Perfino Mussolini rinunciò per fortuna a cambiare gli Italiani, perché ingovernabili, inaffidabili, voltagabbana. Una volta rossi, una bianchi, una neri. Come Lui stesso, appunto. Al bar fanno la voce grossa, poi tutti, perfino i Grillini, al primo stormire di fronde calano le mutande. Ecco perché, saranno pure familisti, raccomandati, anarchici e disonesti; però mai nessuna Rivoluzione. Unico Paese al Mondo. Dopo il Vaticano.
      A riprova, ecco in tutto il suo teatral-avvocatesco splendore, semel in anno, la abitualmente dimessa e “smortina” (e ci sono antiche leggende maschili, di cui tacere è bello, sulle fanciulle dall’aria smorta…) sindaca di Roma, Virginia Raggi, di professione avvocata [così dicono: ma siamo sicuri? dopo averla vista non far nulla per due anni al Comune le affidereste la vostra persona in giudizio?], che abiura per un piatto di lenticchie di notorietà “star system” da tappeto rosso, il suo vero unico vanto, il suo innegabile punto di forza: quel caratteristico, inquietante grande orecchio sporgente, isolato a mo' di ventosa acchiappa-sguardi, che sollevava, è vero, interrogativi di anatomia comparata, però le dava originalità, anzi, che dico, un certo qual fascino perverso, quasi sex appeal.
      Ma allora qual è il problema? È che il vestito parla. Non so quanto sia costato ai cittadini anche se per ipotesi fosse stato offerto nominalmente gratis; ma certo una metà inferiore da lamentoso e querulo (finto, fintissimo) Pierrot, e una superiore da finta, improbabile avvocata della favola con decorazioni esagerate e barocche che altro non sono che i famosi “lacci e lacciuoli” nel cui viluppo si bloccano amministrazione e progresso dell’Italia, compongono un quadro freudiano eloquente, sono attraverso i simboli una vera confessione.
      La vita è teatro? Non solo, è un grande gioco psicologico, una serie complessa ma divertente di prove, tradimenti, lapsus e indovinelli. Tutto è scritto chiaramente nel viso, nello sguardo, nel portamento, nel vestito, negli ornamenti. Basta saper guardare, saper leggere. Se col nostro corpo parliamo, con i nostri tic, le nostre acconciature, i nostri vestiti, straparliamo. Ecco, per esempio, come la famosa (prima che apprezzata) pseudo-sindaca di Roma, la "cittadina qualunque" Virginia Raggi, si tradisce e rivela col suo inquietante vestito quello che è, e a che cosa, pur mirata, in realtà mira.
      Insomma, diciamolo, è una mascherata, non sei tu, cara Virginia. Infatti sei irriconoscibile: se i fotografi non avessero assicurato nelle didascalie che sotto quel vestito c'eri proprio tu, la sindaca di Roma, nessuno ti avrebbe quasi notato, men che meno criticata. Certo, i vestiti di gala devono denotare eleganza (ed è convcessa anche originalità); ma non devono camuffare e stravolgere totalmente le sembianze della persona. Carnevale è ancora lontano. E tu eri lì non per nasconderti, per fingere, ma per essere te stessa, cioè il Sindaco di Roma, rappresentando visivamente tutti i romani. Altro che giocare col vestito di mamma e fare per una serata “la grande”. Se no, gatta ci cova, cioè le deduzioni psicologiche sono inevitabili, prime di tutte le accuse di totale insicurezza, psicologia problematica e infantilismo. Il che, ammettilo, poiché psiche e intelligenza sono pervasive, finisce per riguardare, anzi, spiegare, anche il modo con cui fai il sindaco. E allora "tout se tient", tutto quadra.
      Però ti ringraziamo lo stesso, Virginia, per averci spiegato per allusioni, esibendoti coram populo sul tappeto rosso, ma questo almeno senza vergogna, qualcosa di più sulla tua vera natura. E anche per esserti mostrata, dopo tanto non-fare, finalmente all’Opera.

AGGIORNATO IL 4 DICEMBRE 2018

13 settembre 2018

CERONETTI, il vecchio bambino, poeta e narcisista che non accettava il Mondo.

PER L’ANAGRAFE E’ MORTO OGGI, ma – che ne sanno i burocrati della natura degli uomini? – in realtà ci aveva lasciati da tempo. Come molti di noi, anche meno timidi di lui e soprattutto meno snob, Guido Ceronetti appena aperti gli occhi su questo Mondo moderno, ben diverso da quell’Altro che lui sognava, aveva messo macigni invalicabili tra sé e gli altri, specialmente se appartenenti alla varietà contemporanea dell'Homo sapiens italicus..
      Perciò non era solo un anti-italiano; uno così si sarebbe trovato male (cioè bene, per potersene lamentare scrivendo: in fondo chi scrive è sempre uno scontento), in qualsiasi Paese, non solo l’America e l’Inghilterra, patrie abusive della nostra Civiltà poco civile e capri espiatori di tutte le (nostre) brutture, ma anche della pur amata India (quale, quella di oggi? ah-ah-ah!).
      Così, è stato acuminato, crudele, polemista di costume e politico, pur senza capire un’acca, come tutti gli artisti, di Politologia e Sociologia (scienze moderne, finte, anzi, no, troppo realiste: fotografano anziché educare l’uomo, puah!). Per vastità d’intelligenza era eclettico, filologo, poeta e filosofo onnisciente come i Rinascimentali. Per spirito era apocalittico millenarista e biblista, amante del macabro e di ogni Giudizio Universale come i monaci Medievali. Ma per spirito critico moralista e mondano (sì, perfino lui) era cultore del bon-mot elegante, dell'epigramma ben riuscito, dell'aforisma tagliente capace di “épater les bourgeois”, proprio come gli odiati Illuministi.
      Eppure, nonostante la sua aria monacale, indifesa e dimessa (qualcuno, perfido, diceva costruita ad arte) da vecchietto-saggio anzitempo che attirava la stima e la “compassione” delle donne, al proprio corpo, anche se ridotto all’osso, ci teneva, eccome. Non lo destinava solo a penitenze, digiuni e improbabili resurrezioni come un superficiale avrebbe immaginato squadrando la sua figura: anzi poteva essere definito un salutista, un edonista, addirittura un naturista vegetariano. Nei mitici avventurosi e felici anni Settanta, lungo lo Stivale eravamo forse solo in due a bere tè verde e a condire gli alimenti col germe di grano: il secondo era Ceronetti. Aveva antenne sensibilissime ed era sempre aggiornato; così era stato tra i primi intellettuali, insieme a Dacia Maraini, a leggere i miei articoli e libri sull’alimentazione naturale. Lo incontravo spesso nei ristorantini vegetariani romani di via della Vite e di via Crescenzio.
      Il viso, poi, tradiva non l’adolescenza, ma proprio un’infanzia prolungata oltre ogni limite, un eterno inquietante bambino-vecchio grande teorico e pratico del Ludico. Solo che il gioco lui lo interpretava dietro il paravento dell’azione scenica interpretando spesso con la seriosità tipica dei bambini il ruolo del burattinaio e del burattino in vari spettacolini deliziosi che incuriosirono anche Moravia e Fellini.
      Ma quello che dava originalità alla sua personalità era la tendenza all’Insolito, ad essere sempre affascinato dall’Antico, dall’Esoterico, dal Simbolico, dallo Spirituale. Ah sì, e allora come si spiega la sua curiosa ricerca del Semplice e Naturale? Col fatto che anche questi perduti valori erano riscoperti e rivalutati in quei primi anni di crisi e autocritica della società industriale, appunto, come ignoti ai più, desueti, dimenticati, insomma elitari, raffinati. Ecco l’ulteriore snobismo, allora comune sia alla cultura di Sinistra che a quella si Destra, a cui sotto sotto apparteneva senza saperlo, in quanto nemico del Mondo moderno.
      Con la tipica efferata crudeltà dei finti deboli, era e appariva un grande moralista esistenziale e politico, un polemista educatore. Con le sue parole, in volumetti sempre eleganti per forma e contenuto, avrebbe preteso di cambiare il Mondo, che dico, il Genere Umano. Narciso? Certo, perché, avete qualcosa contro i narcisi?
      Dite che in immagine ricordava maledettamente un famoso attore di culto Oscar mondiale dell’ironia? Se Ceronetti avesse saputo suonare il clarinetto jazz e avesse avuto un minimo di auto-ironia e ancora più narcisismo (ancora di più?), sarebbe stato il Woody Allen della scrittura e del pensiero debole. Invece, per fortuna, era più vero, più terribile. Perché in realtà fu un intellettuale abnorme e poligrafo, capace di tutto, e non “soltanto” un grande scrittore satirico. “Soltanto”?

IMMAGINE. Lo scrittore, saggista, poeta, drammaturgo e polemista Guido Ceronetti, col suo abituale berretto basco (foto La Stampa).

AGGIORNATO IL 17 SETTEMBRE 2018