29 maggio 2019

POESIA. Due secoli ha l’Infinito, eppure la lirica di Leopardi oggi è "popolare".

È letta quasi sempre malissimo da chi, perfino attori o lettori professionisti, legge meccanicamente con quella piccola pausa alla fine di ogni verso che è insopportabile perfino nei bambini, inclini alla cantilena [ai quali questo gioiellino deve essere assolutamente vietato…voglio un Erode che faccia eseguire l’ordine: gli si dia piuttosto il melograno di Pascoli!].
      Così l’ascoltatore che ha un minimo d’orecchio e sensibilità poetica capisce che non ha capito o meditato nulla quell’attore che non segue neanche la punteggiatura dell’autore, già rara in poesia, ma che quando c’è è significativa, cioè serve appunto ad articolare le frasi del pensiero in sfasamento o controtempo rispetto all’obbligata scansione metrica, come nel jazz, e quindi ad aiutare a capire.
      Ho appena ascoltato la lettura di Arnoldo Foà, indicatami come una delle migliori. Macché, nella prima parte fa anche lui delle pause arbitrarie che interrompono il fluire del discorso, cioè segue i versi anziché la punteggiatura e il senso delle frasi. No, bisogna capire i concetti mentre si legge. Eppure è semplice (tanto più che non si tratta di versi in rima): basterebbe seguire punti e virgole, come in una normale prosa.. Così la visione è più ampia, si allarga. Invece, seguire i versi (che sono posticci, è a verso libero) la restringe.Risultati immagini per infinito di leopardi originale
      Ad ogni modo, la lirica “l'Infinito” di Leopardi dovrebbe avere ben due secoli di vita essendo stata composta verso il 1819. Strano, ci sembrava così moderna, attuale! Certo, dopo l’immediato favore ottocentesco, quando pochissimi erano in grado di leggere, gran parte del suo successo popolare è recente, dovuto alla società di massa, e favorito anche dalla sua geniale brevità.
      In realtà secondo me molto ci sarebbe da dire e ipotizzare sull'intreccio in soli quindici versi, leggeri eppure pesanti, di diversi piani naturalistici, metaforici, simbolici, filosofici, che la critica ha già gravato con un apparato interpretativo in sedimentazioni successive capace di farli affondare.
      Ma l’idillio (così lo definisce Leopardi), come certe pitture o composizioni musicali baciate da improvvise e dilaganti fortune, da Caravaggio a Van Gogh, da Beethoven a Coltrane (non che io voglia comparare tra loro questi esempi casuali) la vincerà sul suo immeritato pubblico che banalizza e rovina tutto quello che tocca, e anzi più guarda e ascolta, più rovina.

L'INFINITO
Sempre caro mi fu quest’ermo colle,
e questa siepe, che da tanta parte
dell’ultimo orizzonte il guardo esclude.
Ma sedendo e mirando, interminati
spazi di là da quella, e sovrumani
silenzi, e profondissima quiete
io nel pensier mi fingo; ove per poco
il cor non si spaura. E come il vento
odo stormir tra queste piante, io quello
infinito silenzio a questa voce
vo comparando: e mi sovvien l’eterno,
e le morte stagioni, e la presente
e viva, e il suon di lei. Così tra questa
immensità s’annega il pensier mio:
e il naufragar m’è dolce in questo mare.

IMMAGINI. 1. Fotografia di Rodney Smith che mi permetto con goliardica iconoclastia di accostare, anche se l'autore non pensava certo al poeta di Recanati. Scherzo benevolo, appunto, leopardiano, perché Leopardi è il mio poeta italiano romantico (anche se lo preferisco come prosatore-filosofo). 2. Autografo dell’Infinito con correzioni e interessanti ripensamenti.

AGGIORNATO IL 29 MAGGIO 2019

08 dicembre 2018

JAZZ. Quelli che vivevano per il jazz di New Orleans: il caso di Carlo Loffredo.

La famiglia ne voleva fare un avvocato, e non si è mai saputo se sia riuscito davvero a diventarlo, come lui andava dicendo agli intimi; perché all'università (diritto) "perdeva tempo" come contrabbassista, chitarrista e banjoista di jazz, la musica di cui era innamorato, la musica della sua vita, e che allora nel primi anni del Dopoguerra significava la ritrovata libertà per tutti, perfino per la gente di Destra (era monarchico, come mi confessò una volta). Del resto, alla fine degli anni Quaranta addirittura il figlio di Mussolini si guadagnava da vivere in gruppetti jazz a Ischia, dove la famiglia era confinata, come mi confermarono, appunto, Loffredo e il famoso compositore di canzoni napoletane e grande jazzofilo anch’egli presente ovunque in quegli anni avventurosi, Ugo Calise, detto “Calais” per il vezzo ironico di americanizzare tutto fingendosi un “paisà” a New York.
      Morto questa notte, a 94 anni, lucido e attivo fino a pochi giorni fa, Carlo ("Carletto") Loffredo è stato protagonista e testimone attivissimo, sempre con l’entusiasmo di un eterno ragazzo, e ragazzo sveglio, di tutta la lunga e difficile evoluzione che doveva portare il jazz italiano, romano in particolare, a uno stentato e incerto professionismo, partendo dal dilettantismo velleitario dei figli della buona borghesia che dopo il 1945 presero a scimmiottare passione, creatività e libertà dei mitizzati “negri” anglofoni, “creoli” francofoni e “paisà” italofoni e siciliani di New Orleans, curiosamente pari (il largo pubblico non lo sa ancor oggi) sulla linea di partenza nella creazione negli Stati Uniti del primo vero jazz strumentale e collettivo, utilizzando ragtime per piano, blues e musica per banda. Non per caso nei medesimi anni, pur così diverso culturalmente, si spendeva a Parigi in un analogo lavoro maieutico il geniale divulgatore anticonformista, organizzatore e cornettista dilettante Boris Vian. 

      Perciò Loffredo frequentò e conobbe tutti nel mondo del jazz che non si riconosceva nel Be-bop, e accompagnò i maggiori musicisti di “hot jazz” di passaggio in Italia (come Armstrong). Instancabile organizzatore musicale, presentatore, divulgatore, musicista, soprattutto fondatore di piccoli gruppi e numerose orchestre revival, tra cui la famosissima e brillante "Roman New Orleans Jazz Band", facilitato dal fatto che Roma voleva dire la radio Rai di via Asiago (e poi la Tv di via Teulada) che lo ospitarono molto spesso, il cinema a cui proporre colonne sonore, e anche la mitica RCA tra i cui dirigenti discografici si annidavano parecchi cultori di jazz.
      Allergico a ogni teoria, seriosità e retorica dell’estetica, invano inseguito da accuse di dilettantismo e superficialità, opponeva che così vivevano, pensavano e suonavano gli antichi che a lui piacevano: bisogna anche divertire e divertirsi. Quello di Loffredo era perciò un jazz, tradizionale sì, ma che pur con dignità strizzava sempre l’occhio allo spettatore, allo spettacolo, a un garbato umorismo, come del resto si faceva negli Stati Uniti negli anni Trenta e Quaranta, prima che arrivasse l’intellettualistico bebop. Lo swing, con le sue canzoni ritmiche, finì perciò per affiancarsi e prevalere al puro New Orleans. Naturale che fosse molto richiesto, a cominciare dai locali notturni della Roma della “Dolce Vita”, dal cinema e dalla tv.
      Non certo il periodo New Orleans, ovviamente, ma lo “stile” manieristico del revival neo-New Orleans fu a lungo osteggiato dalla critica, appunto perché in origine fenomeno nostalgico e dilettantistico, di imitazione, spesso tecnicamente rudimentale, quindi sottoculturale. Però la critica dovette in parte ricredersi per il sovrapporsi di due fenomeni: 1) diffusosi il be-bop, il jazz in generale diventa vera e propria “musica d’arte” da ascolto e senza tempo, in cui l’autore esprime tutta la sua creatività senza limiti, e il musicista e l'ascoltatore possono scegliere qualunque periodo o stile, come nella musica europea colta; 2) i musicisti di Dixieland (altro nome per i neo-New Orleans bianchi) su cui ha sempre gravato la tara del dilettantismo, si mettono a studiare quasi come gli altri (teniamo presente che non Armstrong, che sapeva leggere benissimo, ma il geniale Bix Beiderbecke, bianco di Chicago, non era in grado di leggere all’impronta in modo fluente), curano spartiti e filologia e imparano finalmente a suonare bene, non più solo a imitare pedissequamente e malamente gli assoli dai dischi storici, ma anche a interpretare in modo professionale (p.es. improvvisando con personalità, idee e buona tecnica gli assoli), insomma diventano anch’essi veri e propri musicisti.
      Per niente snob, a differenza di molti jazzisti italiani, aveva l'humour e la semplicità dei ragazzi: una grande dote. Sempre disponibile. Per anni, ad esempio, il suo gruppo ha suonato da un camion in movimento, come si faceva a New Orleans per matrimoni e funerali (di qui il nome stile “tailgate” cioè “portellone aperto” per i tromboni a coulisse che fuoriescono dal cassone posteriormente) perfino dietro i cortei dei Radicali, per i quali pur non nascondendo di essere un conservatore, Loffredo aveva una certa simpatia.
      Carlo Loffredo attraversando da protagonista, prima sottovalutato poi apprezzato, tutto intero l’arco di questa vera e propria trasformazione culturale, a suo modo, con i suoi limiti, onesti perché non nascosti, con un invidiabile spirito semplice e giovanile, col suo tipico understatement goliardico da grande eterno dilettante, è stato in Italia un insuperato propagandista della parola “jazz” nei dischi, alla radio, in televisione, dal vivo. E ha recuperato e fatto conoscere anche le belle canzoni italiane para-jazzistiche dell’Era dello Swing, negli anni Trenta e Quaranta, che fecero dire a più d’uno che “il jazz riuscì a farla perfino al Fascismo”, che non poté fare nulla per sradicarlo neanche in Italia.
      Ecco perché un apparente “entertainer” disimpegnato come Loffredo ha fatto – paradossalmente – per la musica jazz più di tanti sedicenti intellettualini “impegnati” 
seriosi e pretenziosi, che più che fare buona musica "la danno a intendere" e bluffano. Per questo la sua “vita in jazz” è storicamente importante in Italia e a Roma in particolare.
      Grazie, Carletto.

AGGIORNATO IL 10 DICEMBRE 2018

03 dicembre 2018

NUOVI sindaci. Finalmente all’Opera la Raggi, accusata di non aver fatto nulla.


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FINALMENTE ALL'OPERA. La solita Italia. Perfino Mussolini rinunciò per fortuna a cambiare gli Italiani, perché ingovernabili, inaffidabili, voltagabbana. Una volta rossi, una bianchi, una neri. Come Lui stesso, appunto. Al bar fanno la voce grossa, poi tutti, perfino i Grillini, al primo stormire di fronde calano le mutande. Ecco perché, saranno pure familisti, raccomandati, anarchici e disonesti; però mai nessuna Rivoluzione. Unico Paese al Mondo. Dopo il Vaticano.
      A riprova, ecco in tutto il suo teatral-avvocatesco splendore, semel in anno, la abitualmente dimessa e “smortina” (e ci sono antiche leggende maschili, di cui tacere è bello, sulle fanciulle dall’aria smorta…) sindaca di Roma, Virginia Raggi, di professione avvocata [così dicono: ma siamo sicuri? dopo averla vista non far nulla per due anni al Comune le affidereste la vostra persona in giudizio?], che abiura per un piatto di lenticchie di notorietà “star system” da tappeto rosso, il suo vero unico vanto, il suo innegabile punto di forza: quel caratteristico, inquietante grande orecchio sporgente, isolato a mo' di ventosa acchiappa-sguardi, che sollevava, è vero, interrogativi di anatomia comparata, però le dava originalità, anzi, che dico, un certo qual fascino perverso, quasi sex appeal.
      Ma allora qual è il problema? È che il vestito parla. Non so quanto sia costato ai cittadini anche se per ipotesi fosse stato offerto nominalmente gratis; ma certo una metà inferiore da lamentoso e querulo (finto, fintissimo) Pierrot, e una superiore da finta, improbabile avvocata della favola con decorazioni esagerate e barocche che altro non sono che i famosi “lacci e lacciuoli” nel cui viluppo si bloccano amministrazione e progresso dell’Italia, compongono un quadro freudiano eloquente, sono attraverso i simboli una vera confessione.
      La vita è teatro? Non solo, è un grande gioco psicologico, una serie complessa ma divertente di prove, tradimenti, lapsus e indovinelli. Tutto è scritto chiaramente nel viso, nello sguardo, nel portamento, nel vestito, negli ornamenti. Basta saper guardare, saper leggere. Se col nostro corpo parliamo, con i nostri tic, le nostre acconciature, i nostri vestiti, straparliamo. Ecco, per esempio, come la famosa (prima che apprezzata) pseudo-sindaca di Roma, la "cittadina qualunque" Virginia Raggi, si tradisce e rivela col suo inquietante vestito quello che è, e a che cosa, pur mirata, in realtà mira.
      Insomma, diciamolo, è una mascherata, non sei tu, cara Virginia. Infatti sei irriconoscibile: se i fotografi non avessero assicurato nelle didascalie che sotto quel vestito c'eri proprio tu, la sindaca di Roma, nessuno ti avrebbe quasi notato, men che meno criticata. Certo, i vestiti di gala devono denotare eleganza (ed è convcessa anche originalità); ma non devono camuffare e stravolgere totalmente le sembianze della persona. Carnevale è ancora lontano. E tu eri lì non per nasconderti, per fingere, ma per essere te stessa, cioè il Sindaco di Roma, rappresentando visivamente tutti i romani. Altro che giocare col vestito di mamma e fare per una serata “la grande”. Se no, gatta ci cova, cioè le deduzioni psicologiche sono inevitabili, prime di tutte le accuse di totale insicurezza, psicologia problematica e infantilismo. Il che, ammettilo, poiché psiche e intelligenza sono pervasive, finisce per riguardare, anzi, spiegare, anche il modo con cui fai il sindaco. E allora "tout se tient", tutto quadra.
      Però ti ringraziamo lo stesso, Virginia, per averci spiegato per allusioni, esibendoti coram populo sul tappeto rosso, ma questo almeno senza vergogna, qualcosa di più sulla tua vera natura. E anche per esserti mostrata, dopo tanto non-fare, finalmente all’Opera.

AGGIORNATO IL 4 DICEMBRE 2018

13 settembre 2018

CERONETTI, il vecchio bambino, poeta e narcisista che non accettava il Mondo.

PER L’ANAGRAFE E’ MORTO OGGI, ma – che ne sanno i burocrati della natura degli uomini? – in realtà ci aveva lasciati da tempo. Come molti di noi, anche meno timidi di lui e soprattutto meno snob, Guido Ceronetti appena aperti gli occhi su questo Mondo moderno, ben diverso da quell’Altro che lui sognava, aveva messo macigni invalicabili tra sé e gli altri, specialmente se appartenenti alla varietà contemporanea dell'Homo sapiens italicus..
      Perciò non era solo un anti-italiano; uno così si sarebbe trovato male (cioè bene, per potersene lamentare scrivendo: in fondo chi scrive è sempre uno scontento), in qualsiasi Paese, non solo l’America e l’Inghilterra, patrie abusive della nostra Civiltà poco civile e capri espiatori di tutte le (nostre) brutture, ma anche della pur amata India (quale, quella di oggi? ah-ah-ah!).
      Così, è stato acuminato, crudele, polemista di costume e politico, pur senza capire un’acca, come tutti gli artisti, di Politologia e Sociologia (scienze moderne, finte, anzi, no, troppo realiste: fotografano anziché educare l’uomo, puah!). Per vastità d’intelligenza era eclettico, filologo, poeta e filosofo onnisciente come i Rinascimentali. Per spirito era apocalittico millenarista e biblista, amante del macabro e di ogni Giudizio Universale come i monaci Medievali. Ma per spirito critico moralista e mondano (sì, perfino lui) era cultore del bon-mot elegante, dell'epigramma ben riuscito, dell'aforisma tagliente capace di “épater les bourgeois”, proprio come gli odiati Illuministi.
      Eppure, nonostante la sua aria monacale, indifesa e dimessa (qualcuno, perfido, diceva costruita ad arte) da vecchietto-saggio anzitempo che attirava la stima e la “compassione” delle donne, al proprio corpo, anche se ridotto all’osso, ci teneva, eccome. Non lo destinava solo a penitenze, digiuni e improbabili resurrezioni come un superficiale avrebbe immaginato squadrando la sua figura: anzi poteva essere definito un salutista, un edonista, addirittura un naturista vegetariano. Nei mitici avventurosi e felici anni Settanta, lungo lo Stivale eravamo forse solo in due a bere tè verde e a condire gli alimenti col germe di grano: il secondo era Ceronetti. Aveva antenne sensibilissime ed era sempre aggiornato; così era stato tra i primi intellettuali, insieme a Dacia Maraini, a leggere i miei articoli e libri sull’alimentazione naturale. Lo incontravo spesso nei ristorantini vegetariani romani di via della Vite e di via Crescenzio.
      Il viso, poi, tradiva non l’adolescenza, ma proprio un’infanzia prolungata oltre ogni limite, un eterno inquietante bambino-vecchio grande teorico e pratico del Ludico. Solo che il gioco lui lo interpretava dietro il paravento dell’azione scenica interpretando spesso con la seriosità tipica dei bambini il ruolo del burattinaio e del burattino in vari spettacolini deliziosi che incuriosirono anche Moravia e Fellini.
      Ma quello che dava originalità alla sua personalità era la tendenza all’Insolito, ad essere sempre affascinato dall’Antico, dall’Esoterico, dal Simbolico, dallo Spirituale. Ah sì, e allora come si spiega la sua curiosa ricerca del Semplice e Naturale? Col fatto che anche questi perduti valori erano riscoperti e rivalutati in quei primi anni di crisi e autocritica della società industriale, appunto, come ignoti ai più, desueti, dimenticati, insomma elitari, raffinati. Ecco l’ulteriore snobismo, allora comune sia alla cultura di Sinistra che a quella si Destra, a cui sotto sotto apparteneva senza saperlo, in quanto nemico del Mondo moderno.
      Con la tipica efferata crudeltà dei finti deboli, era e appariva un grande moralista esistenziale e politico, un polemista educatore. Con le sue parole, in volumetti sempre eleganti per forma e contenuto, avrebbe preteso di cambiare il Mondo, che dico, il Genere Umano. Narciso? Certo, perché, avete qualcosa contro i narcisi?
      Dite che in immagine ricordava maledettamente un famoso attore di culto Oscar mondiale dell’ironia? Se Ceronetti avesse saputo suonare il clarinetto jazz e avesse avuto un minimo di auto-ironia e ancora più narcisismo (ancora di più?), sarebbe stato il Woody Allen della scrittura e del pensiero debole. Invece, per fortuna, era più vero, più terribile. Perché in realtà fu un intellettuale abnorme e poligrafo, capace di tutto, e non “soltanto” un grande scrittore satirico. “Soltanto”?

IMMAGINE. Lo scrittore, saggista, poeta, drammaturgo e polemista Guido Ceronetti, col suo abituale berretto basco (foto La Stampa).

AGGIORNATO IL 17 SETTEMBRE 2018

05 marzo 2018

CAPI mediocri. 5Stelle e Lega vincono anche per i tanti errori di Renzi e del PD.

Il Partito Democratico in Italia, dopo tante sconfitte, è finalmente entrato in crisi dopo l’ultima e più disastrosa nelle elezioni politiche del 4 marzo. Il ragazzotto di Rignano sull’Arno che ne è Segretario, l’unico ancora convinto della propria furbizia, ringrazi quanti hanno insistito per conservare alle elezioni italiane il sistema proporzionale e hanno detto ‘no’ nel Referendum al suo progetto di eliminare il Senato. Perché altrimenti, col solo maggioritario voluto dal PD e a suo tempo teorizzato ottusamente dai Radicali (proprio loro che da un sistema simile sarebbero stati penalizzati), i CinqueStelle "buoni a nulla e capaci di tutto" si sarebbero presa tutta l’Italia in un attimo.
      Renzi e i Democratici hanno irritato gli Italiani soprattutto col loro molle “buonismo” da Cattolici di sacrestia verso gli immigrati illegali, quelli che non fuggendo da guerre o persecuzioni non possono chiedere asilo politico, ma cercano soltanto migliori condizioni economiche. E non pochi di questi immigrati irregolari, per di più, hanno anche commesso reati o dato problemi di ordine pubblico. L’impressione è stata che il PD eseguisse pedissequamente gli inviti di papa Francesco, sovrapponendo agli interessi concreti degli Italiani l’etica universalistica del Cattolicesimo, a cui non interessa nulla della Nazione Italia e dell’economia italiana. Ma se fosse possibile, anche i poveri Italiani emigrerebbero in cerca di fortuna negli USA, Gran Bretagna o in altri Paesi. A queste centinaia di migliaia di immigrati asiatici e africani si sono dati – o almeno così è apparso agli elettori – più attenzioni, cure e soldi che ai milioni di cittadini italiani poveri. Insomma, quello che ha offeso profondamente e allontanato dal PD è stato questo insopportabile cinismo clericale della “buona azione di Stato”, una sorta di “fioretto di massa” in stile papa Leone XII, il fanatico cardinale della Genga.
      Inoltre, Renzi stesso non è adatto, non ha doti psicologiche per muoversi in Politica. Resta un velleitario e spesso patetico sindaco di provincia. L’ambizione non sorretta dall’intelligenza non basta, anzi è vistosamente controproducente. Si è reso odioso col suo continuo apparire in tv esibendo la parola sciolta da imbonitore e battutista (anche poco intelligente: la precedente esperienza negativa di Berlusconi non gli aveva detto niente?), col carattere prepotente, autoritario, di chi fa piazza pulita coram populo degli oppositori interni (con i quali è stato più duro – càpita sempre così a questi tipi – molto più duro, che con gli oppositori esterni, v. citazioni continue e inseguimento dei Grillini nella gara della demagogia). Ha stancato e innervosito i telespettatori con la sua sicumera esibita, con la pretesa – questa, sì, infantile – di essere considerato “giovane” a quarant’anni, con l’atteggiamento, perfino la camminata dondolante tipica del gradasso di paese copiata dai film western di terza visione delle sale parrocchiali degli anni Cinquanta.
      E ha concentrato su di sé l’antipatia congenita d’un intero Paese, i cui cittadini da molti secoli coltivano l’arte dell’antipatia e della simpatia preconcette come pochi al Mondo, e in base a questi sentimenti primordiali e infantili, come tutti gli immaturi, giudicano sia sul piano personale nella vita quotidiana, sia nel lavoro, sia in Politica. Specialmente al Sud. E questa concentrazione di antipatia politica ha cominciato a cristallizzarsi a partire da quel Referendum sbagliato, caduto sui cittadini inopinatamente, mentre ben altri erano i problemi che non le norme della Costituzione, le regole del gioco. Serviva per perdere tempo e “far vedere” qualche risultato, uno qualunque. Dopo la clamorosa sconfitta a quel Referendum, Renzi doveva dimettersi, abbandonare la Politica. Invece si è comportato da persona poco intelligente, caparbia e meschina. Fu l'inizio della fine.
      Certo, tutto questo parla da sé, ma solo per chi sa osservare e fare confronti, come appunto per la base media PD, nettamente superiore sul piano intellettuale e critico a quella, poniamo, dei Grillini, che sopporta dai suoi Capi e capetti, di molto inferiori a Renzi in tutto, questo e altro. Base PD e “liberals” sparsi che l’hanno giustamente punito. Infatti, tanti laici e liberali senza casa lo avevano votato in precedenza come un dignitoso e presentabile “male minore”..
      Ma ora, basta, un Capo di partito così inadeguato ha davvero passato il segno massimo della mancanza di autocritica. L'ennesima sconfitta segna la sua fine di leader e forse di politico, proprio mentre entra paradossalmente per la prima volta in Parlamento. L'uomo non è emendabile: in lui il carattere è prevalente sulla personalità: caso gravissimo in Politica. Nelle sue condizioni, in Politica, che non è solo una scienza, ma anche un’arte fondata sui rapporti interpersonali, sull’apparire, sulla psicologia sociale, finisce per contare più “com’è” il capo e il suo “cerchio magico” (v. Boschi, Lotti ecc.) delle loro eventuali “idee”. Vedi anche il parallelo caso umano e politico di D’Alema, ben superiore a Renzi in tutto per qualità, eppure cancellato, anche qui con una certa aberrante ma comprensibile “giustizia” elettorale popolare.
      Con questi atteggiamenti ed errori, con questa mancanza di intelligenza politica che gli ha impedito di cogliere in tempo il malessere dei cittadini, Renzi ha fatto crescere l’astio, lo scontento e soprattutto il movimento che voleva radunare gli scontenti di tutte le risme, la Lega e i Grillini. Un errore analogo, ma meno grave perché non era al Governo, lo ha commesso Berlusconi.
      Furbizia, se non intelligenza politica, avrebbe voluto che modificasse in corsa l’ottuso programma buonista di quello che io chiamo ormai il “PD dei chierichetti” sull’Europa, tenera e accondiscendete sugli speculatori e severa, implacabile, sui cittadini; cosa che invece hanno capito perfino i socialdemocratici tedeschi. Perché, si sa, a certi politici conviene conservare più a lungo possibile uno spauracchio efficace da brandire, per intimorire e convincere gli avversari interni ed esterni.
      Ora che gli spauracchi Lega e 5Stelle dopo tanto minacciare hanno finalmente vinto, al PD, su cui grava non solo il peso di una Sinistra democratica ormai perdente, ma anche la responsabilità di una buona parte della democrazia in Italia, non resta che riscoprire la propria natura vera, che non è quella democristiana e cattolica, ma quella  laica e socialista. Con ciò favorendo indirettamente un circolo virtuoso di “ritorno alle idee” che potrebbe far rinascere per analogia anche aggregazioni autenticamente liberali e non solo caricaturalmente "liberiste". Altro che accordi coi 5Stelle. Chissà, forse proprio dall’opposizione più che dal Governo, i democratici italiani potranno ritrovare se stessi.

AGGIORNATO AL 4 LUGLIO 2018

19 gennaio 2018

ALLIEVA e insegnante: storia vecchia quanto il Mondo, ma quanta ipocrisia.


IL DOCENTE E LA RAGAZZINA. Sono contrarissimo al contorto e obliquo ragionamento di alcuni sedicenti “libertarians” e radicali, che nella vicenda del professore 53nne (il solito cattolico integerrimo...) e della sua allieva di 15 anni del cattolicissimo liceo della migliore – scusate il penoso ossimoro – borghesia clericale romana, il “Massimo”, mostrano di giustificare o comprendere, semmai, il vecchio, l’uomo, e non la giovanissima, la donna, sulla base di argomentazioni sofistiche che mi aspetterei piuttosto da grassi e lubrichi Satrapi orientali o da prepotenti Don Rodrigo del nostro Seicento. Ma in Gran Bretagna, Stati Uniti e Francia ci sono stati casi in cui l’adulto nella strana coppia era un insegnante donna e l’allievo un ragazzo. Eppure il problema era e resta il medesimo.
      Allora, fatemi capire, “libertario” (sempre diffidato di questa categoria, inesistente nel dizionario liberale) sarebbe lo strafottente e violento che, come dicono a Roma, “si fa i cazzi propri” (cioè, è un egoista che si sente libero di fare tutto ciò che vuole), pretendendo che lo Stato non si azzardi a mettere becco, se no sarebbe autoritario?
      Ma come si fa, proprio sul piano liberale – e sto parlando ora in generale, senza più alcun riferimento alla psicologia dei personaggi di questo caso di cronaca, che non conosco e poco mi interessa – a mettere sullo stesso piano, al limite, un furbo e vissuto furbastro erotomane di mezz’età, oppure un eterno infantile con turbe affettive, o un vero maniaco incallito, con un’ingenua ragazzina naturalmente immatura e plagiabile?
      Oltretutto con l'aggiunta aggravante del ben noto "carisma", che rende docenti, sacerdoti, confessori, guru, leaders, capipartito ecc. ancora più desiderabili e oggetto di adorazione presso i loro adepti, spesso soggetti minus habentes? Esiste tutta una ricerca psico-patologica sulla mancanza di maturità e spirito critico di allievi, aderenti a sette e seguaci di movimenti, che li fa dipendere passivamente dai loro capi. Dipendenza psicologica stranota ai giuristi e infatti ammessa anche dal nostro stesso Codice Penale, che considera non come attenuante romantica e poetica, ma come brutale aggravante che l'adulto seduttore, carisma o no, sia insegnante.
      Ma poi, a guardar bene, è il medesimo rapporto che s'instaura ancor oggi nei violentissimi e scandalosi "matrimoni" arabi e islamici tra vecchi e bambine di nove anni, e nella pedofilia in genere.
      Si tratta forse del reato di plagio, che il radicale Marco Pannella contribuì a far abrogare negli anni Settanta? Ma no, Braibanti e la faccenda del plagio tirata in ballo da alcuni per alleggerire la violenza psicologica dell’anziano che “s’innamora”, cioè approfitta della condizione di minorità della giovanissima, facendo finta di ignorare la sua immaturità psicologica e asserendo addirittura che “lei era consenziente”, non c'entrano nulla. Qui c'è una minorenne, non un adulto debole di personalità.
      Ma come, mi si opporrà: e l’antica Grecia, la Roma classica, la grande letteratura erotica, Shakespeare, e giù, giù, fino alle spose bambine promesse? Lo so bene che gran parte degli amori, dei fidanzamenti e matrimoni dell'Antichità, e fino a ieri anche nell’Europa moderna (nell'Islam e in Asia è ancora la norma), avvenivano con questa forma di grave squilibrio psicologico.
      Quel ch’è certo, è che oggi, quando le violenze sono più facilmente identificate attraverso gli strumenti della logica scientifica, questo strano “amore asimmetrico” gestito e comandato solo da uno, l’adulto, è una posizione che non solo non tiene conto dell’abc della psicologia, ma sul piano culturale è certamente una posizione illiberale, altro che “libertarian”. Si farebbe presto a parlare di “anarco-stupratori”. Un’indifendibile posizione ultra-reazionaria, come quella di chi negli Stati Uniti difende la pedofilia con la doppia scusa criminale della “maturità” psicologico-sessuale dei bambini e del presunto diritto primordiale dell’uomo, quasi un delirante “liberismo” anarchico applicato al costume e ai rapporti interpersonali. Anche Pannella di tanto in tanto, nelle sue patologiche cascate di parole, sembrava sfiorare queste idee, viste come posizioni “anticonformiste”, mai comunque elaborandole ed esponendole in forma compiuta e coerente. Ma non vuol dir nulla: Marco ha fatto alcune cose giuste e geniali, ma ha anche fatto e soprattutto detto molte, troppe, sciocchezze.

06 gennaio 2018

MITI d’oggi. La donna anticonformista provoca, ma domina la vita e la morte.

MARINA RIPA DI MEANA
Quando appariva, la vedevi così grande, spandeva così tanta luce, che tutti per contrasto erano spenti, piccoli, meschini. Una dea, ma una dea procace, della corporeità, dei fiori, della primavera, della bellezza. Si sparse allora la leggenda che fosse davvero lei la donna insieme più stravagante e più elegante di Roma; mentre per Gianni Agnelli, esagerato a causa del desiderio frustrato, era addirittura la più bella d’Italia. Eppure, vista attraverso il malevolo egualitarismo delle donne, era solo “appariscente”. «Tutta qua, questa famosa bellezza?» commentò acida la scrittrice Elsa Morante. Peccato che non siano le donne a poter giudicare le altre donne.
      Statuaria lo era, eppure magra, con l’ossatura forte, alta, ma a quei tempi ancora più alta per le lunghissime gambe giovani allungate da tacchi arditi, con la stravagante chioma rossa o pel di carota; e vestiti sempre svolazzanti, floreali o a colori accesi o pastello (che a Roma non si vedevano se non tra le signore delle ambasciate anglosassoni), sempre munita di cappelli incredibili, che però mai riuscivano a fare davvero ombra al volto ampio e d’una sua speciale convessità. Convessità? Era stato proprio lo scrittore Alberto Moravia, che come tutta la Roma intellettuale la frequentava e le faceva una corte serrata (v. oltre), a teorizzare, non so se pro domo sua, che la bellezza delle donne consistesse in questa qualità, come la più adatta – è l’immaginifica fisica dei letterati – a riflettere la luce.
      Così, Maria Elide, detta Marina, figlia dell'avvocato romano Punturieri, sposata Lante della Rovere, poi Ripa di Meana, sembrava procedere nella vita non in modo altezzoso, questo no, perché conservò sempre l’anima delle origini popolari, ma certo in modo deciso e prepotente; proprio come camminava in strada sugli insidiosi sampietrini romani, poco adatti ai suoi tacchi a spillo, ma adattissimi ai suoi cani che numerosi conduceva al guinzaglio. Ogni volta che la incontravi, all’apice della sua bellezza, negli anni 70 e 80, in una galleria d’arte o nei vicoli attorno a piazza di Spagna, da via Mario de' Fiori a via della Croce, al Babuino, luoghi già allora turistici e poco frequentabili da un romano, era la sorpresa d'una Venere che esce dalla conchiglia; e sempre ti si allargava il cuore.
      Futile, mondana, superficiale, storcevano il naso certi pensatori maschi, forse gli stessi che non erano riusciti a raggiungere il suo letto. Ignorante, l'aveva rimproverata Vittorio Gassman. Arrivista, scalatrice sociale, mangiatrice d'uomini, soffiavano alle spalle le perfide finte amiche, in realtà vere nemiche.  Ma di piccole cose sono fatte le grandi, e lei proprio il costume, il senso della Bellezza, voleva cambiare, coi mezzi che aveva, a cominciare dalla vita d'ogni giorno. E poi quale donna, quale uomo non vede la sua vita come un’occasione di conquista dell'altro o d'un posto nella società?

      La novità, invece, era che per la prima volta il modello di donna libera e anticonformista fino all'esagerazione, il questo caso il più perfetto a disposizione, doveva servire per una carriera personale e un’ascesa sociale. Non nascondersi, ma rivelarsi con la massima esplicita sincerità; non subire ma agire, anche a costo di provocare di continuo e di usare a mani larghe il Kitsch, ecco le nuove armi perfettamente consapevoli, giocose, naturali e in fondo oneste, sì paradossalmente oneste - contro la vox populi giornalistica - d’una donna coraggiosa e sfrontata, per ottenere il successo. Perciò, i mass media, che spesso non capiscono, stavolta capirono, e alla fine dopo anni di tentato scandalismo tutto le perdonarono.
      La madre le aveva dato della scema, quand'era adolescente, perché non leggeva, non aveva voluto frequentare neanche il liceo, ha scritto nel suo libro autobiografico "Colazione al Gran Hotel". E questo, forse, offre una chiave di lettura. Attraeva gli intellettuali, neanche fosse una musa ispiratrice, e da loro era attratta, perché in fondo, ammette, “si sentiva cretina”. Già, gli intellettuali. Hanno avuto un ruolo fondamentale nella sua vita, insieme con gli aristocratici e i necessari industriali. «Non avevo una lira ma vivevo da miliardaria» si confida nell’intervista con Candida Morvillo a proposito del suo libro. Sempre ospite di spasimanti e ammiratori, che non esitavano a mettere a disposizione anche l’aereo privato. Al Gran Hotel viveva pagata dall’ammiratore-mecenate Roberto Gancia, conte e industriale, che le procurò anche un lucroso contratto di abiti prêt-à-porter col Giappone. Sempre seguita curiosamente da due vecchi intellettuali, detti i Dioscuri, un po’ guardoni e un po’ parassiti, Alberto Moravia (che come un qualunque garzone del fioraio ci prova pesantemente mettendole la mano sulla patta: rifiutato) e Goffredo Parise, il pauperista-chic che al maître dal sopracciglio inarcato che serve aragoste chiede un brodo con pane secco. E come si precipitarono i due Dioscuri opportunisti a fare le ben pagate presentazioni al suo servizio fotografico su Playmen, che altrimenti, senza il supporto "intellettuale" - temeva Marina - avrebbe fatto morire di crepacuore la madre! «Ma questi due non hanno altro da fare?», sbottò Eugenio Scalfari. Erano gli anni della "scapestrataggine" e degli eccessi. Agnelli, che evidentemente voleva provarci anche lui - continuano Marina e la Morvillo - la sorprende a letto con due uomini, lo scultore Eliseo Mattiacci e il pittore Gino De Dominicis, e si ritrae sdegnoso: «Siamo già troppi!».
      Silista di alta moda, fin dagli anni 80 appariva in tv come opinionista di rottura, sempre sopra le righe, mettendo in evidenza carattere esuberante, mobile, vitalissimo, imprevedibile, effervescente, e idee anticonformiste, perfino infantilmente bislacche. Poi la svolta ecologica, grazie anche all'influenza di Carlo, che è stato anche Commissario Europeo all'ambiente e dirigente dei Verdi, e il lancio di campagne di ogni tipo, soprattutto sulla difesa degli animali (contro la moda delle pellicce non esitò a farsi fotografare nuda, dichiarando che l’unica sua pelliccia non vergognosa sarebbe stato il suo vello pubico), la tutela della natura e del paesaggio; sempre continuando a dibattere e polemizzare di costume, politica, libertà della donna.

      Ma è stata molto di più: un piccolo Mito vivente dei giorni nostri, cresciuto e alimentato, anche criticato, dall'opinione pubblica giorno dopo giorno, avendo impersonato per oltre quarant’anni l'archetipo della donna liberata che con le sue imprevedibili infrazioni rompe vistosamente le piccole e grandi regole dell'ipocrisia sociale; eppure pretende ugualmente di avere successo, e, quello che è più straordinario, coltivando "alla faccia di tutti" forse l'unica vera, ludica, goliardica,"dolce vita"  realmente possibile: la sua.

      Non si saprà mai se sia stata più abile o più fortunata. Così, come solo pochi sanno fare, proprio lei, la futile, la leggera, l'animatrice dei salotti romani, la mondana, la mantenuta, la scalatrice sociale, è tuttavia riuscita paradossalmente là dove molti uomini grandi, venerati e famosi hanno fallito, cioè nel capolavoro di non farsi travolgere dagli eventi, ma di modulare a piacimento, niente di meno, la vita e la morte. E già, visto che al cancro che non le dava tregua non ha dato tregua, e l'ha beffato in extremis, quando ormai era terminale, con la sedazione profonda (in casa, altro che Svizzera): una dolce morte. Dopo una vita che le beghine avevano definito per lo meno poco dignitosa, in realtà magistralmente gestita, ecco che lei la conclude col suo ultimo colpo di teatro: una dignitosissima morte. E nei tempi giusti: per scomparire è riuscita a evitare appena il 6 gennaio, perché come befana non sarebbe stata credibile.

AGGIORNATO IL 9 GENNAIO 2018