23 ottobre 2021

Coronavirus: gli errori di sanitari e politici, e il ricorso all’autoritarismo.

Mai in tempi recenti un virus, venuto da chissà dove o prodotto da chissà chi, aveva cambiato così tanto la nostra vita come il Coronavirus, rivelando – come il più terribile degli “stress test” – la vera natura e solidità di Nazioni, Stati, sistemi politici-economici e uomini, a maggior ragione gli insicuri Italiani, paurosi e a poco agio con la Scienza.

In Italia, dove dal famigerato patto Veltroni-Berlusconi sul bipolarismo si scimmiottano gli Stati Uniti, non ci sono più, purtroppo, i seri partiti ideologici d'una volta, che su un virus non si sarebbero certo divisi (come non si sono divisi in Europa) e nell'affrontarlo sarebbero sicuramente stati più efficienti, senza ricorrere a ridicoli e controproducenti divieti (v. una norma a caso nel grafico accanto), e senza ostentare divise di generali per impressionare casalinghe e pensionati che "si fa sul serio". Per ridurre gli effetti devastanti delle terapie sbagliate e delle chiusure indiscriminate sarebbero bastate, oltre alle autopsie precoci (vietate dal ministro Speranza, v. oltre), le sensate misure di controllo discreto e "a costo zero" degli assembramenti elencate nel poster grafico di colore azzurro, v. oltre).

E' vero che i Cittadini hanno reagito in modo diverso a seconda delle simpatie politiche? Sulla pandemia e sulle misure restrittive i due poli fittizi della democrazia di massa, la Destra e la Sinistra, hanno preso spesso una diversa posizione, più marcata tra i Cittadini simpatizzanti che tra i dirigenti. Quelli di Sinistra si sono mostrati intimoriti, conformisti, quando non zelanti, prendendola sul serio e praticando alla lettera distanziamento e protezioni igieniche. Quelli di Destra, più spavaldi, hanno ostentato indifferenza, disobbedienza e talvolta un negazionismo che ricordava quello di Trump e Bolsonaro. Perfino che ci siano stati più morti totali dell’ultimo anno senza pandemia hanno contestato sul web. Per la verità in alcune Regioni è stato proprio così: dove il Covid non ha infuriato, come nel Lazio, la chiusura delle attività ha ridotto le morti per altre cause, dagli incidenti stradali agli infarti. Effetti benefici collaterali, ma locali.

Ma che informazione, che dibattito c’è stato sul web? Puntuale e ricchissimo (compresi documenti stranieri altrimenti introvabili), superiore in quantità e particolari a Tv e giornali; peccato che è stato ad alto tasso di faziosità, con poca selezione in alcuni casi tra fonti serie e invenzioni di propaganda. Non ho avuto tempo per rispondere a tutti gli interventi di amici, conoscenti e sconosciuti sul tema. Ricordo, però, che la difficoltà di dibattito sulla pandemia, o peggio la censura sul dibattito (si è verificata più volte su Facebook e altrove) hanno imposto la “voce ufficiale” del Governo e delle Autorità Sanitarie, un nuovo “politicamente corretto”. A cui si è contrapposta logicamente, accanto ad antitesi fondate, una raffica di notizie infondate degli obiettori. Un male contro l’altro. Sempre la censura porta a questo.

Invece, dibattito ordinato e rispettoso, dialogo, critiche anche durissime e polemiche sono fondamentali in un sistema liberale, tanto che se mancano o sono vietati anche questo viene meno. Fatto sta che sul Covid non sono mancati mistificazioni, manipolazioni, esagerazioni, faziosità, estremismi da ambo le parti: i fautori della Sinistra difensori a spada tratta del Governo e degli onnipresenti virologi-epidemiologi in Tv (che hanno detto di tutto), e i fautori della Destra critici o super-critici, con frange consistenti di No-Vax e No-Pass. Comunque ammetto che il contributo dei critici è stato determinante per conservare un minimo di dibattito liberale e libertà di pensiero sulla scienza, la medicina pratica e le misure autoritarie di Ordine Pubblico suggerite spesso dagli stessi medici o epidemiologi..

Se solo la gente sapesse selezionare le notizie! Consiglio sempre di fare da filtro a quello che si sente o si vuole dire, perdendo solo pochi minuti per documentarsi sulle migliori fonti sia pure del web, non sul primo post o blog a caso. Nelle discussioni, nelle polemiche dirette – commenti e chat – sarebbe utile usare un trucco del metodo socratico descritto da Platone, sconosciuto in Italia, Paese in cui non si sa discutere: stare esattamente alle parole ultime dette dell’interlocutore, e solo su quelle concordare o dissentire; non parlare d’altro o di cose laterali, precedenti o di tutto.

Ma la novità è l’ aggiornamento del rapporto ufficiale sui decessi da Covid, che riserva molte sorprese a chi non aveva seguito i precedenti aggiornamenti.

L’ULTIMO RAPPORTO DELL’ISS (Istituto Superiore di Sanità) sui decessi totali da coronavirus riporta uno studio su centinaia di cartelle cliniche da cui si ricava che sui 130.468 decessi registrati dalla fine di febbraio 2020 solo 3.783 (appena il 2,9%) era dovuto al Covid in sé. Le altre 126.685 morti erano dovute alle gravi e plurime malattie preesistenti che i pazienti, per lo più anziani, avevano prima di essere colpiti “anche” dal Covid, fino a 2, 3, addirittura 5 malattie gravi. In particolare, il 65,8% dei morti registrati in Italia come “morti da Covid” era in realtà malato di ipertensione arteriosa (pressione alta), il 29,3% di diabete, il 24,8% di fibrillazione atriale. il 17,4% di malattie polmonari, il 16,3% aveva avuto un tumore negli ultimi 5 anni; il 15,7% aveva scompenso cardiaco, il 28% una cardiopatia ischemica, più di 1 su 10 era obeso, più di 1 su 10 aveva avuto un ictus, il 23,5% era in stato di demenza, altri ancora avevano malattie gravi al fegato, erano in dialisi o avevano malattie autoimmuni. Su quei poveri malati indeboliti e con scarse difese immunitarie il coronavirus deve aver dato il colpo di grazia. E probabilmente lo avrebbe fatto anche una normale polmonite o una banale influenza. Infatti erano migliaia ogni anno “normale”, cioè prima dell’attuale pandemia, le morti per queste due malattie.

Dopo aver dato la Parola ai dati del Rapporto aggiornato dell’ISS, per evitare equivoci grossolani o semplificazioni manichee, preciso come la penso io sull’intera faccenda.

Il CORONAVIRUS SI E’ MOSTRATO NON PERICOLOSO, PERICOLOSISSIMO, non è un’influenza qualunque (probabilmente è stato programmato dall’uomo: v. studi in Australia e Usa, e pareri di due premi Nobel ecc); perciò non andava né va preso sottogamba. Anzi si possono accusare Regioni, Governo, Tecnici, Scienziati e Sanitari italiani nel 2020, e in alcuni casi anche dopo, di averlo in un primo momento aggredito poco e male, senza prevenzione (non avevamo un Piano aggiornato, come altri Paesi europei, i posti letto nei Pronto Soccorso degli Ospedali erano stati ridotti per insensate "economie" dalla Sinistra e dalla Destra anni prima), né attivazione di Informatori sui viaggi aerei dalla Cina (colpa anche di Intelligence e Sanitari doganali, forse, se ancor oggi, di nuovo da Orio sul Serio, senza controlli, sono potute entrare in Italia le larve della temibile zanzara coreana che resiste all’inverno). 

E poi, al contrario, entrata nel pànico, l'intera classe politico-scientifica-sanitaria ha deciso di pigiare il pedale dell' allarmismo, con una imponente, spesso ottusa, campagna psicologica e di divieti (quasi mai ex lege, più spesso per Decreti ministeriali o Regolamenti), organizzando una stretta di freni autoritaria mai vista prima, ricorrendo anche a pletorici Comitati Tecnici e Commissari unici di cui si è interessata anche la Magistratura. E a completare la messiscnea dello Stato di Emergenza in cui tutto, ma proprio tutto, doveva essere previsto e normato, all'italiana, non poteva mancare un militare in divisa, un generale degli Alpini con tanto di penna sul cappello, spettacolo altamente allusivo e simbolico che a parte le alluvioni e i terremoti non si vedeva dai tempi del Fascismo.

INADEGUATO IL GOVERNO CONTE-SPERANZA (che sarebbe meritevole d’inchiesta). Regioni e Governo all’inizio (febbraio 2020), come imbambolati, hanno riflessi lentissimi e tentano di negare la gravità dell’epidemia, su pressione dei produttori della Lombardia. Così si svegliano troppo tardi, con un mese di ritardo, quando il Covid lasciato libero è ormai senza freni e i morti cominciano a essere molti. E ai cittadini che consigliano? Nulla di concreto ed efficace. Non obbligano immediatamente, al limite inviando i carabinieri, i medici di base a curare i cittadini con i farmaci ordinari nei primissimi giorni, quando anche il Covid (è dimostrato da studi e medici seri) è curabile in casa o al telefono-email nella maggior parte dei casi, inviando invece tutti in ospedale dopo la famigerata raccomandazione “Tachipirina (oltretutto farmaco sbagliato: abbassa la febbre che è utile difesa del corpo, e non è un anti-infiammatorio come l’Aspirina) e vigile attesa”, e piegandosi alla vergognosa paura dei Sanitari Ospedalieri, terrorizzati – poverini – che i Pronto Soccorso si riempivano (vergogna: come se la funzione dei PS fosse di essere vuoti, come se i soldati piangessero per i troppi nemici o i Vigili del Fuoco si lamentassero dei troppi incendi), mentre interi piani di Ospedale erano-sono non utilizzati. In realtà i PS in Italia hanno medici inesperti o disorganizzati (ne sappiamo qualcosa anche personalmente) e bisogna formare nuovi sanitari seri e togliere la Sanità alle Regioni.

QUANDO SI FECE DI TUTTO PER NON FAR STUDIARE IL COVID ED EVITARE LE MORTI. Gravissimi gli ordini sbagliati, i comportamenti conformistici e le omissioni del Ministero della Salute retto da Speranza, inappropriato e zelante dominus di questa infelice vicenda sanitaria italiana, che proprio quando il virus comincia a colpire duramente emana l’incredibile circolare n.11285 in cui invita medici e magistrati a non effettuare autopsie sui cadaveri. Per la verità, segue ciecamente l’ottusa direttiva OMS che si preoccupa delle precauzioni igieniche, anziché della salute dei malati e della ricerca! Nelle pandemie infettive, infatti, le autopsie sui cadaveri sono altamente pericolose: i virus possono contagiare il personale e diffondersi ancor più. Peccato, perché ricercatori medici e inquirenti legali avrebbero scoperto subito che non di polmonite o insufficienza polmonare, cioè di virus, morivano a migliaia i colpiti dal Coronavirus, ma di diffusa embolia trombotica, provocata nelle vene dalle abnormi reazioni immunitarie del corpo. E quindi servivano ben altri sistemi terapeutici, altri medicinali, magari più ordinari: in certi casi bastavano cortisone ed eparina. Altro che soli respiratori! A saperlo. Ma il primario Gianatti e il collega Sonzogni dell’Ospedale Papa Giovanni che eroicamente fanno di testa loro e si mettono a fare migliaia di vietate autopsie, lo scoprono e informano la comunità scientifica (pochi mesi dopo apparirà un loro studio su Journal of Clinical Medicine). Meriterebbero un premio: gliel’ha conferito Mattarella? Crediamo di no. Ad ogni modo, bella figuraccia internazionale del Governo italiano e dell’OMS che hanno ottusamente decretato il lockdown anche della… ricerca, ritardando lo studio del Covid. Senza quella direttiva chissà quante migliaia di ammalati di Covid si sarebbero salvati nella prima fase. Nel suo piccolo, sta cercando di appurarlo il PM di Brescia al quale i parenti di molti malati si sono rivolti.

“E ALLORA GLI ALTRI PAESI?”. L'Italia è stata paradossalmente il modello per tutti i Paesi occidentali semplicemente perché il primo paese d’Europa colpito dall'epidemia proveniente dalla Cina (via aeroporti di Bergamo-Orio al Serio e di Milano), e anche perché conoscendo l'intelligenza e la capillarità della Sanità italiana (stereotipo ormai sfatato proprio per come ha trattato la pandemia nella Penisola) gli altri Paesi ci hanno imitato alla lettera per risparmiare tempo, salvo poi rettificare e andare per la propria strada quando hanno visto che i nostri conti di malati e deceduti erano eccessivi, da Paese del Terzo Mondo, solo perché i sanitari conteggiavano come Covid tutti i morti anziani con molte patologie gravi. Questo significare “gonfiare” il numero di decessi. Per quale scopo ormai è chiaro. In Germania invece (intervista del 2020) i malati gravi con varie patologie che morivano di Covid non venivano iscritto nel conto Covid.

RESTRIZIONI E DIFESA DAL CONTAGIO. Regioni e un Governo di politici per caso, paurosi ma furbetti, ha approfittato del panico tra sanitari (ripeto: inammissibile, solo italiano, anche perché la pressione sugli ospedali era stata provocata dalle stesse regole sbagliate date da Sanità, Regioni, Governo) e popolazione, specie nel 2020, per imporre misure drastiche a tutti, senza sottilizzare, con logica militare ottusa. Misure per lo più stupide e autolesioniste che hanno distrutto la economia e i diritti (v. video di elicottero delle Forze dell'Ordine che insegue un uomo che corre da solo in una spiaggia deserta e quindi totalmente priva di rischi). Tale è stata la cattiva informazione data a Cittadini, nonostante che la Televisione parli ogni giorno di Covid, che ancor oggi ci sono guidatori in auto e passanti isolati con mascherina o con inutilissimi guanti, mentre in autobus pubblici non un cartello è stato mai affisso per invitare i passeggeri a non parlare e ad aprire i finestrini (misure più che sufficienti a ridurre molto il rischio). Ricordo anche gli “esperti” tv, laureati, che invece di dare questi consigli fondamentali, prescrivevano di “sanitarizzare” le superfici, anziché stare lontani, stare all’aperto (parchi, monti e spiagge soprattutto) e soprattutto non parlare addosso agli altri, cose ancora non chiare alla popolazione più ignorante d’Europa, specie in cose scientifiche (e gli stessi laureati risentono di questa depressa base culturale: si sono viste certe inquietanti facce o espressioni da scemi…J).

CONFORMISMO GENERALE E DIRITTO AL DISSENSO. Come tutti i Paesi depressi e ignoranti da secoli, la sorda, sotterranea, voglia di autoritarismo, di uno solo che comanda (la Storia dice tutto: non per caso solo in Italia ci sono stati in sequenza Fascismo con 20 anni di Dittatura, 40 anni col più forte Partito Comunista d’Occ., ricorrente qualunquismo anti-Politica con Giannini-Berlusconi-Bossi-Di Pietro-Grillo, ecc), ha subito creato un diffuso movimento conformista di totale adesione ai divieti anche balzani e all’autorità, qualunque fosse, che ha meravigliato gli stranieri, abituati alla disobbedienza italiana, e li ha shockati (“oddio, se perfino gli italiani casinisti obbediscono disciplinati come un sol uomo, perdendo migliaia di miliardi, vuol dire che la pandemia è terrificante”). Vi ricordate i bambini, le maestre elementari, le casalinghe con gli striscioni al balcone o le spille “io resto a casa” (stupida misura che va bene solo per i singoli, non per famiglie di 2-3 generazioni compresi vecchi deboli e bambini che veicolano facilmente virus). Il risvolto del conformismo è la emarginazione del dissenso e della critica, l’ avversione, l’ odio per chi fa obiezioni anche razionali, anche portando prove di altri medici, premi Nobel, catalogati in blocco – cose vere e cose false – come sottocultura, rimbambiti, fake-news, anti-scienza, rigurgiti di destra, fascismo, tutte etichette a loro volta fasciste che in Italia, paese unico al mondo, si appioppano alle minoranze, anziché alle maggioranze come nei paesi civili. Perfino in guerra c’era stato in Italia più dialogo e dibattito tra esperti o tra stato e popolo, o tra vari gruppi del popolo. E questo conformismo ha toccato tutti i mezzi di comunicazione: tv, giornali, web, social. Si è permessa addirittura la censura sul dibattito su Facebook, istituendo (e il partito democratico in Italia si è distinto come il primo fautore di censure, non per caso, provenendo dalla sinistra Dc e dal Pci) addirittura commissioni di controllo sulle immagini e notizie pubblicate. Io stesso sono stato censurato solo per aver pubblicato innocenti foto di infermiere inglesi ai tempi della spagnola. Ora si arriva addirittura alle provocazioni e infiltrazioni di stato, rendendosi utili idioti pronti alla bisogna quei minimi e irrilevanti gruppuscoli di palestrati col braccio teso che imitano la ridicola “presa del campidoglio” dei fans di Trump a Washington.

Inoltre l’assurda volontà di vaccinare tutti, quasi di forza, il 90 o 100% della popolazione, mentre mesi fa si parlava del 70%. Se non basta neanche il 70%, che è tanto, se si susseguono varianti del virus (nei manuali hanno ricordato i premi Nobel, tra cui Montagnier, c’è scritto che non si vaccina in corso di pandemia, ma prima che scoppi, perché si formano numerose varianti più aggressive), vuol dire che questa pandemia non può essere debellata come l’influenza stagionale o l’epatite, dobbiamo abituarci a coabitare col Coronavirus, senza isterismi, con la massima prudenza individuale, cercando il più possibile di convivere bene.

Poi il PASSAPORTO VERDE più pervasivo e autoritario per svolgere ogni attività importante (già escluso esplicitamente dall’Unione Europea, quindi anti-europeo), vera discriminazione anti-costituzionale, e la vergognosa reiterazione continuata del decreto di stato di emergenza, anch’essa unica tra i paesi liberali. E né il Capo dello Stato (che impose l’avv. Conte), né la Corte Costituzionale hanno emesso il più flebile vagito.

E ALLORA? Quindi, in sintesi, da divulgatore scientifico, amante della Salute e della scienza (sed magis veritas), e da liberale doc, sono in teoria pro-vaccini e per il diritto di uno stato a vaccinare la popolazione. Ma sono assolutamente per la totale libertà dell’individuo adulto, tanto più in presenza di malattie, di vaccinarsi e far vaccinare i suoi figli, o no.

Anche perché questo vaccino è diverso dai soliti vaccini che sono solo “parti di virus” o “virus uccisi o attenuati” (virus naturali, questo non si sa, sembra modificato ad hoc, hanno detto due Nobel) e lasciano fare tutto alla naturale risposta immunitaria del nostro corpo. Quindi sono favorevole perfino come naturista.

Questo c.d. vaccino è invece un vero farmaco che agisce sulla genetica di ogni cellula e che può dare a cascata rari ma strani effetti collaterali come ictus e trombosi (che i veri vaccini non danno, semmai a chi è soggetto shock anafilattico e poco altro; a me il vaccino antinfluenzale e anti-pneumococcico provoca spesso una brutta bronchite-polmonite), e quindi è giusto che ogni cittadino o malato valuti “se” vaccinarsi o no.

Ugualmente sono per la totale libertà di scienza e di critica, anche radicale, purché non-violenta, e contro ogni autoritarismo o censura atti che devono, anzi, essere puniti severamente come attentati alla costituzione ecc. Nessun dissidente deve essere perseguito.

Stato e regioni devono educare, convincere con la corretta informazione, veritiera, pluralista e non faziosa e, non con la repressione. E non si basino sul consenso dei produttori o di estremisti liberisti alle maniere forti: il loro, mascherato da altruismo, è egoismo per fare profitto a tutti i costi [questo può sembrare in contrasto con la mia denuncia – sopra – dei troppi danni economici, ma una piccola riduzione di lavoratori a causa di qualche defezione è sempre meglio della indiscriminata chiusura totale che c’è stata].

Piuttosto, i politici pensino a riorganizzare preventivamente la Sanità nel modo migliore, selezionando in modo diverso i medici di base, e non chiudendo ospedali e pronto soccorso (v. Per citare solo il Lazio quanto hanno fatto sinistra e destra). Inoltre, tutti questi anziani molto malati e debilitati morti di Covid di cui parla l’ISS, tenuti in vita artificialmente con i farmaci, non sono solo “dovuti alla vecchiaia” come ripetono per comodità i medici, ma la conseguenza della mancata prevenzione o educazione (compreso ISS) di stato, regioni e medici. Le malattie non bisogna aspettare che si manifestino in forma grave per poi tentare, fingere di curarle, ma vanno evitate, prevenute per quanto possibile. Stile di vita e alimentazione corretta fin da giovani possono ridurre del 50% le malattie. Disincentivare i luoghi chiusi e inquinati, creare grandi parchi con molti alberi in ogni quartiere o paese, dove poter camminare per ore, dovrebbero essere la norma. Invece si pensa sempre all’automobile e ad altri veicoli diseducativi (bici e monopattini elettrici). E medici, nutrizionisti, preparatori sportivi, amministratori locali, stampa e Tv non danno ogni giorno indicazioni pratiche, anzi, sono diseducativi.

E se lo Stato non sa prevenire o educare, “grida vendetta al Cielo” che quella durezza che non si era mostrata contro il Covid al suo apparire, né contro i medici di base vigliacchi tappati in casa, né contro le Autorità Sanitarie che avevano prescritto ai malati di restare a casa in vigile attesa e di “non recarsi nello Studio del medico di famiglia”, né contro i Sanitari ospedalieri che lamentavano l’affollamento pensando più alla propria comodità di lavoro che alla salute dei Cittadini, non può essere applicata contro chi non si vaccina o protesta giustamente contro il Passaporto anticostituzionale e anti-Europa.

AGGIORNATO IL 24 OTTOBRE 2021

22 agosto 2021

La mia Lega Naturista contesta lo Zoo, e la cosa non piace alla rivista femminile.

GLI ZOO SERVONO, OPPURE SONO DEGLI INUTILI LAGER?

 "In occasione della riapertura dello zoo di Roma [il 31 agosto 1976], la Lega Naturista ha inscenato una violenta (*) manifestazione per chiedere, in tutta Italia, la chiusura dei «lager degli anima­li». «Anche per i bambini rappresentano un'immagine diseducativa». «Sono diventati solo un luogo di sopraffazione e di violenza». È vero? Sentiamo gli esperti"

 Daniela Manasse, Annabella n.42, 19 ottobre 1976 

Roma, ottobre. «Domenica, se farà bel tempo, ti porteremo allo zoo a vedere le scim­mie e gli elefanti». Quan­te volte abbiamo fatto que­sta promessa ai nostri fi­gli? I genitori sono con­vinti tra l'altro che una visita allo zoo sia non sol­tanto divertente, ma addi­rittura necessaria, in quanto unico mezzo per permettere la conoscenza del mondo animale.

Ma è poi veramente co­sì? Lo zoo serve davvero? Per l'ennesima volta questo problema si è po­sto, in termini precisi e immediati, ai romani. Re­centemente, infatti, dopo cinque settimane di chiu­sura per lavori di ristrut­turazione e restauro, lo zoo di Roma è stato ria­perto al pubblico. E al mo­mento della riapertura, com'era da aspettarsi, è subito risorta l'annosa po­lemica sull'opportunità dell'esistenza degli «zoo lager». Davanti alle porte del giardino zoologico, gli aderenti alla Lega Naturi­sta esibivano cartelli di de­nuncia.

Ci ha detto Nico Vale­rio, della Lega Naturista: «Siamo contrari agli zoo per una infinità di ragio­ni. La prima: gli zoo muta­no l' equilibrio creato dalla natura tra gli esseri viven­ti. Faccio un esempio. At­torno a ogni animale gros­so si trovano, sempre, tan­ti animali piccoli con i quali, di fatto, il primo stringe una mutua allean­za. Bene, se noi allonta­niamo l'animale grosso dal suo luogo naturale, anche gli animaletti piccoli spa­riscono, modificando in qualche modo le abitudi­ni di vita dell'animale grosso.

« Il "secondo punto" », prosegue Valerio, « per cui auspichiamo la soppressio­ne di questi orrendi recin­ti è che anche dal punto di vista psicopedagogico lo zoo è completamente sba­gliato. Non è educativo che i bambini imparino a conoscere gli animali die­tro le sbarre in quanto fi­niscono per considerare giusta la violenza e la sopraffazione dell'uomo».

Fino a che punto ciò è vero?

Risponde il pedagogista Rovaglioli: « Per il bambi­no è importante vedere gli animali da vicino, perché ai suoi occhi gli animali diventano dei veri e pro­pri simboli: il leone è la forza, la scimmia è l'astu­zia, il cervo è la timidez­za e così via. Ma se è ve­ro che questi simboli sono stimoli necessari alla fan­tasia, è anche vero che, nel vederli chiusi in gabbie, il bambino avverte l'esisten­za di una separazione, ac­quisisce perciò il fatto che gli uomini, per soddisfare il proprio piacere o il pro­prio egoismo, possono do­minare gli altri esseri vi­venti».

Ma se aboliamo le gab­bie, nessun bambino (e nessun adulto) potrà cono­scere e vedere da vicino i cosiddetti animali feroci. E allora? «Si vedranno al cinema», è la drastica ri­sposta della Lega. Per tutti gli altri casi, la so­luzione è quella dei par­chi nazionali, dove l'habi­tat dell'animale è comple­tamente rispettato. Solo nel suo ambiente natura­le, infatti, l'animale conser­va il suo comportamento e le sue abitudini. Fra lo zoo tradizionale (tanti anima­li, di ogni paese, in poco spazio) e il parco nazionale (pochi animali, tutti nostrani, in tanto spazio) c'è una via di mezzo.

A proporla è Arturo Osio, membro del WWF (World Wildlife Fund): «Per migliorare questa situazione» dice, «basta rendere le gabbie meno anguste, recintarle con delle siepi, attaccarvi un cartello con su scritto le a­bitudini e le differenze di ogni razza. In fondo a Ba­silea, Francoforte e Lon­dra le cose vanno meglio, anche se gli zoo continua­no a esistere.

«Ma il problema dello zoo», spiega ancora Osio, «non è tutto qui. Un di­scorso a sé meritano quel­le organizzazioni che per rifornire gli zoo comunali non si fanno scrupoli sia per quanto riguarda la cat­tura di queste povere be­stie, sia per le condizioni in cui le spediscono sui mercati europei. Cattura­no gli oranghi dando fuoco agli alberi, spediscono i falconi cucendogli le palpebre, infilano i puma in cassette da gatti. È un'or­renda speculazione che si può facilmente abolire: ba­sta un continuo scambio di animali, riprodotti in cattività, tra i vari giardi­ni zoologici».

In queste condizioni uno zoo più «umano» è possibile?

Non ancora o, almeno. non subito: anche gli uo­mini devono imparare ad andare allo zoo. Dice infat­ti Sergio Spinelli, zoofilo e allevatore, consulente del­la Rai-TV: « La gente pen­sa che l'animale non ha sensibilità e perciò lo addi­ta, lo deride, lo spaventa, quando non gli getta cibo pericoloso per la sua salu­te. E poi, comunque, tanta gente tutta insieme, come alla domenica, disturba la sua tranquillità. Lo zoo, insomma, per trasformar­si in un luogo "vivibile" per gli animali deve in­nanzi tutto insegnare agli uomini cosa sono realmen­te gli animali e di che co­sa realmente hanno biso­gno ».

Daniela Manasse


NOTE

(*) "Violenta"? E' chiaro che al settimanale femminile la nostra protesta non piaceva. Tutta la mia intervista fu tagliata, e rimase una frasetta ottusa, che non ricordo proprio di aver detto, che mi fa apparire una specie di talebano. Cosa impossibile. Difendevo gli animali, certo, e a quei tempi erano ristretti in recinti non a misura di vita animale. Ma non ero affatto un estremista. In realtà, ad Annabella lo zoo tradizionale piaceva: le mamme vi potevano portare i bambini. E poi quale "violenza"? Tre ragazzi assolutamente non-violenti che reggevano tre grandi cartelli, come allora si usava. Gli "uomini-sandwich" li avevano inventati sulle strade di Londra e New York proprio come alternativa alle proteste violente, con urla, amplificatori e slogan aggressivi. Ricordo che io stesso, preparando l'azione davanti al restaurato Zoo di Roma il 31 agosto 1976, la prima manifestazione della neonata LEGA NATURISTA [v. sul movimento del Naturismo l'unico articolo storicamente fondato] da me fondata pochi mesi prima, avevo avvertito debitamente la Questura e i Vigili Urbani, invitandoli a presenziare, assicurando che neanche i megafoni sarebbero stati usati, e che i tre manifestanti sarebbero rimasti fermi davanti all'ingresso di Villa Borghese. E così fu. Arrivarono anche i fotoreporter dei due più importanti quotidiani della città, Il Messaggero e il Tempo. Quelle rare e preziose foto le ho perse nella chiusura della editrice Tattilo negli anni 90: erano rimaste sui tavoli di lavoro perché avevamo appena pubblicato su Scienza 2000 un articolo rievocativo. Le sto cercando di nuovo. Ma ora mi è molto difficile contattare da privato i nuovi responsabili degli Archivi fotografici dei due quotidiani romani. Comunque, volete saperla tutta? Oggi rifarei tutte le mie battaglie di gioventù della Lega Naturista, dal I Referendum contro la Caccia all'Alimentazione naturale e integrale; ma forse, anzi, sicuramente, quella sulla chiusura degli Zoo non la rifarei, e proprio per le considerazioni del pedagogista Rovaglioli qui intervistato. Giù allora c'erano meravigliosi filmati a colori di National Geographic e BBC (altro che "li vedano al cinema!" come mi fa dire la giornalista prevenuta: erano comunque filmati costosi e non alla portata di tutti. Gli zoo, magari resi più selvaggi e ingranditi, li terrei. Con tutto che oggi ci sono meravigliosi video di animali selvatici per bambini e adulti, allora impensabili (pensiamo solo all'aggressività dell'ippopotamo... chi se l'immaginava? o alla velocità e agilità eccezionale del facocero, allora ritenuto un placido e perdente suino, fino all'invisibile gatto selvatico rivelato solo dalle foto-trappole di notte), visibili gratis a tutte le ore anche su YouTube. NICO VALERIO

18 agosto 2021

SCIENZA, ma a quale titolo? Studioso, divulgatore, docente o giornalista?

SCOPERTA. E’ stato trovato durante scavi archeologici un vaso istoriato antico. Come, da chi e a quale titolo la notizia è comunicata al pubblico? Oppure, uno studioso suggerisce il motivo per cui una specie animale ha vista così corta. O ancora è stato isolato un nuovo composto tossico in una verdura che si mangia di frequente. Oggi, poi, è sempre più frequente il caso d'una nuova o rivoluzionaria tesi scientifica emersa ristudiando meglio “a tavolino” vecchie ricerche altrui già pubblicate (review, vuol dire rivedere, passare di nuovo in rassegna) alla luce di nuove conoscenze o di criteri innovativi. Insomma, c'è una notizia di argomento "scientifico". Chi se ne occupa, il cronista o lo scienziato? Vediamo che accade in questi casi

TRATTAMENTO. Tutti i mezzi di comunicazione di ogni ordine e grado si gettano sulla notizia. Ma quali soggetti, quali media e soprattutto a quale titolo? È bene saperlo per evitare equivoci.

A QUALE TITOLO? Il pubblico profano e perfino qualche specialista, tende infatti a confonderne i ruoli e i mezzi di comunicazione. Per le persone meno acculturate tutto ciò che è scritto ha grande valore in sé, qualunque sia il mezzo. Ma anche a livello superiore, succede che perfino qualche docente universitario è portato a dividere rozzamente e in modo manicheo i ruoli dei comunicatori di una notizia scientifica solo in due categorie: i “giornalisti” (per definizione ignoranti, superficiali e inattendibili, il che in parecchi casi è anche vero) e gli “accademici” o "scienziati" (per opposto stereotipo super-esperti, profondi e infallibili, cosa che in alcuni casi è vera).

Dei “giornalisti” farebbero parte secondo questa bipartizione diffusa non solo tra il “popolino”, cioè le persone più semplici e ignoranti, ma paradossalmente anche tra insegnanti e scienziati, chiunque scriva su carta stampata e web, o parli in tv, radio, YouTube, compresi annunciatori e presentatori di programmi video.

Degli “scienziati” farebbero parte, sempre secondo questo luogo comune, tutti gli studiosi e ricercatori di istituti universitari, membri di accademie specializzate, docenti universitari della materia, archeologi, chimici, biologi, epidemiologi, astronomi, giuristi, economisti ecc.

Ma non è così semplice. Cerchiamo di delineare più in dettaglio le varie figure che trattano la scienza, un tentativo di sintesi estrema che si presterà sicuramente a critiche o precisazioni, e che lascerà tutti, me compreso, un poco insoddisfatti, anche perché tra alcune categorie i confini non sono così netti, alcuni termini sono visti da qualche dizionario come sinonimi, e poi ci sono persone versatili che svolgono diversi ruoli in commedia (p.es. il ricercatore che dopo aver studiato e sperimentato e pubblicato lo studio, lo divulga pure, e magari alla tv, spesso commettendo errori più gravi del peggior cronista alle prime armi). La classificazione che segue è perciò solo un vano tentativo di chiarire le idee (se non le confonderà ancor di più) al famigerato profano:

CRONISTA o corrispondente locale. Facciamo il caso che nel ridente paesino di Roccantica, in corso Garibaldi, durante i lavori per l’acquedotto, gli operai abbiano portato alla luce un bellissimo vaso greco con molte figure, rotto in più pezzi. Il sindaco ha fatto transennare l’area e bloccato i lavori. Chi deve occuparsi di diffondere questa notizia che il pubblico ritiene “scientifica”? Innanzitutto un giovane e inesperto collaboratore locale, che non è neanche un giornalista, ma un informatore che ogni tanto “scribacchia” di locale squadra di calcio in serie D o riferisce di pettegolezzi sul parroco o sulle polemiche del Consiglio comunale. È già un lusso se si muove dal capoluogo un vero cronista anziano ed esperto, cioè un giornalista attento alla cronaca della provincia. Ma di “scientifico” che potrà dire? Nulla. Dovrà dire soltanto che l’ingegnere capo-cantiere, come vuole la legge, ha avvertito della scoperta la Soprintendenza competente per luogo, che da parte sua ha già inviato un funzionario specializzato in archeologia che sta già procedendo a una prima ricognizione e analisi in loco dei frammenti. Ma una cosa del genere, visto che si tratta d’un vaso molto istoriato e, sembra, con tutti i pezzi per ricomporlo, non può finire qui.

GIORNALISTA. Il giorno dopo dalla città arriva un giornalista anzianodi livello superiore, per approfondire il caso con più tempo a disposizione, maggiore completezza, maggiore esperienza o cultura. Già è in grado di incrociare dati generali e intervistare esperti, testimoni, cultori della materia, eruditi locali. Cita la tesi esagerata d’uno storico locale secondo cui il vaso "è il più bello mai trovato in Italia a memoria d'uomo" (sapete come sono nella provincia meridionale...), ma anche una prima prudente ricognizione d’un archeologo dell’Università più vicina che avanza l’ipotesi personale che, invece, possa trattarsi di opera secondaria della scuola ceramica di Lyssos, nota per copie non pregiate e produzioni commerciali fatte apposta per i ricchi collezionisti Romani; ma – mette le mani avanti – le analisi e le vere indagini storico-archeologiche sono tutte da fare.

Come si vede, questo giornalista, perfino se fosse un "giornalista scientifico", cioè specializzato, in questo stadio si muove ancora nella “cronaca”, non sta facendo “divulgazione scientifica” (v. oltre); primo perché non ne avrebbe la competenza, in secondo luogo perché manca ancora lo studio scientifico da “divulgare” o almeno un documento che lo preannunci, p.es. un comunicato che avanzi ipotesi o anticipia le probabili conclusioni dello studio. Siamo ancora alle parole, interviste e opinioni.

Ma che accade se, gli esperti (ricercatori o storici, cioè studiosi) concordano rapidamente sull’origine e il valore del vaso, prima ancora che sia emesso un vero documento (gli studi ci mettono mesi, se non anni, per esser pubblicati)? Il giornalista ne parlerà, eccome, dando la notizia scoop, ma senza entrare in dettagli scientifici. Si limiterà a riportare frasi “virgolettate” o il riassunto del comunicato stampa.

DIVULGATORE SCIENTIFICO. Può essere – pochi lo sanno – sia un giornalista specializzato di cultura ed esperienza, cioè un giornalista scientifico, sia uno specializzato scrittore o intellettuale qualsiasi, sia uno scienziato, sia addirittura l’autore stesso dello studio in questione. La divulgazione scientifica, come dice la parola, è la diffusione dei risultati della scienza, in particolare di una o più ricerche, anche ai massimi livelli, al pubblico dei non specialisti, dopo un'opportuna rielaborazione anche profonda del testo, ma senza nulla togliere alla serietà, complessità e completezza della ricerca.

L’ ideale, si usa ripetere come un tradizionale brocardo, è che dopo il trattamento del divulgatore scientifico i risultati dello studio o della scoperta siano comprensibili non solo agli altri giornalisti, ma a una persona di media cultura, magari specializzata in altri campi,  p.es. a un ingegnere, avvocato, docente di scuola, professionista di cultura medio-alta e altri vagamente interessati alla materia; ma "anche alla loro portiera"; senza minimamente dispiacere agli specialisti. 

Una semplificazione eccessiva o disinvolta è la norma sui giornali e in tv. Non può essere divulgazione l'articolo che non cita fonti esatte controllabili (l'Università non basta, servono autori, titolo, rivista, numero, anno)oggetto reale della ricerca (si lascia sempre credere all'azione di un farmaco o una dieta nell'uomo; ma spesso si tratta solo dell'effetto di una sostanza isolata - una sola tra le centinaia di ogni cibo - in vitro, cioè su cellule isolate poste nella capsula Petri, o in vivo, di solito somministrata a topi o ratti, neanche normali ma di varietà artificiali allevati appositamente); limiti (p.es., uno studio sull'acido grasso palmitico o sul beta-carotene isolati non c'entrano nulla con l'olio di palma o la carota di cui pure quelle due sostanze sono importanti componenti... Anche questo equivoco mistificatorio si è verificato più volte, addirittura in conferenze-stampa dei ricercatori autori!), meccanismi d’azione, soggetti coinvolti (volontari sani o pazienti, poche decine o molte migliaia, solo americani o asiatici oppure anche europei, soggetti che hanno assunto farmaci per anni, o hanno avuto per anni una dieta pessima oppure ottima?), durata della prova (due settimane, 15 gg ripetuti dopo un intervallo, o sette anni?), tossicità ed effetti secondari durante e dopo l'esperimento, efficacia pratica (es., la vit. C, che si calcola per 100 g, citata nel peperoncino fresco o nel prezzemolo che si consumano solo a pochi grammi) e così via.

Non solo il web, dove chiunque si improvvisa cronista scopiazzando qua e là, ma oggi anche la tv e i giornali trattano le notizie "scientifiche" senza rispondere a questi requisiti di seria divulgazione. Gli studi così travisati e falsificati, buoni per un titolo a effetto, diventano rosee o allarmanti favolette per bambini, come certe sadiche favole dei fratelli Grimm, buonanima.

La forma e lo stile, poi, devono essere quanto più semplici e chiari per tutti; senza di che, attenzione, verrebbe ugualmente a mancare la divulgazione scientifica. Perciò, è ugualmente sbagliato che non citare le fonti ed essere superficiali ripetere - come fanno la maggioranza dei cosiddetti "giornalisti scientifici" italiani - pari pari lunghi brani di uno studio scientifico o riprendere termini di gergo e concetti scientifici senza tradurli in buon italiano per tutti (il ricorso ai famigerati inutili "paroloni" (sempre perfettamente traducibili) è sempre un sospetto sfoggio di erudizione e snobismo che nasconde insicurezza e spesso ignoranza, come anche l'abuso dell'inglese, oggi "koiné" linguistica della comunicazione scientifica internazionale, come fino alla fine del Settecento lo era stato, perfino in Gran Bretagna, il latino. Condizioni spesso utopistiche, ammetto nella comunicazione scientifica italiana. 

E' una vecchia questione, che forse ha a che fare non solo con le differenze di ricchezza e l'abitudine precoce al libro, ma anche, niente di meno, con le origini del Liberalismo, il dominio della Chiesa, l'antichità e laicità dello Stato; perché - guarda caso - i popoli abituati - a differenza di Italiani, Spagnoli, Portoghesi e altri popoli cattolici ecc. - a leggere e interpretare la Bibbia liberamente e individualmente, e a spiegarla ai presenti riuniti in assemblea (protestanti come anglosassoni, olandesi, tedeschi; ebrei ecc.), sono quelli che hanno fatto sorgere i migliori divulgatori storici e scientifici. E' impietoso il confronto con l'analfabetismo italiano al 90% in fine Ottocento, l'assenza di scuole al Sud e il prete che in piena Roma metteva in guardia il popolano dal leggere i libri. 

Ma il passato è passato, si dirà. Eppure gli Italiani, anche se la situazione sta finalmente  migliorando, paradossalmente grazie al computer che instaura emulazione e controllo pubblico, hanno tuttora qualche problema con la buona divulgazione scientifica. Intanto, i nostri studiosi non sanno divulgare, spesso addirittura meno delle persone comuni. Forse perché provengono da strati sociali e aree geografiche a basso livello di lettura, o perché in Italia la scienza è stata a lungo una scelta scolastica residuale, di secondo livello ("non sono bravo in italiano-latino e greco, perciò mi iscrivo al liceo scientifico o all'istituto tecnico")? Fatto sta che grandi studiosi, scienziati e storici di valore non sanno scrivere e neanche parlare in tv, capacità ulteriori che sicuramente delineano e arrotondano il livello intellettuale complessivo. 

E poi in Italia si diventa spesso "giornalisti scientifici" solo perché  al giovane giornalista "piace" la materia o il presunto prestigio che ne deriva, ma non per particolare capacità di divulgazione, che è a sua volta un'attività creativa a se stante, una dote rara che vuole predisposizione, perché completezza, profondità, senso critico, senso della sintesi, rapida individuazione della gerarchia degli elementi, stile adatto e linguaggio, non si improvvisano. Così, solo così, il buon divulgatore svolge anche quell'opera di diffusione della cultura e maturazione critica dei Cittadini che né scuola, né università, e neanche la ricerca con le sue sole armi sanno fare. Altro che il semplice riassunto! Ecco perché proprio dal punto di vista culturale per paradosso un bravo divulgatore vale più d'un bravo studioso. Basti dire che i buoni divulgatori scientifici in Italia sono dell'ordine delle decine, tanto sono rari e perciò encomiabili, mentre i bravi ricercatori sono dell'ordine delle decine di migliaia.

STUDIOSO, RICERCATORE, SCIENZIATO. Termini generici, di solito intercambiabili, se non addirittura sinonimi, che però comprendono a voler sottilizzare almeno due categorie di chi si occupa di scienza, alquanto diverse tra loro, specialmente nell’impatto con gli organi di comunicazione. Cerchiamo di classificare, ma inevitabili saranno approssimazioni, eccezioni, casi che stanno a metà ecc.

1. Con titoli e in attività. Studioso-ricercatore-autore di studi-ricerche proprie come professionista o ricercatore dipendente in attività e con titoli, da solo o in gruppo, anche su studi altrui (review). Chiunque sia autore di uno studio (p.es. sperimentale o di laboratorio (in vitro, in vivo), clinico (sull’uomo: volontari sani, pazienti in ospedale), epidemiologico, storico-archeologico, giuridico, agronomico, statistico, economico, linguistico, bio-chimico, nutrizionale ecc,), pubblicato o non ancora, comunque di livello adatto alla pubblicazione. In biologia, per modo di dire, è uno che “si sporca le mani” in laboratorio, proverbialmente “dando per anni capsaicina ai topi”, o un nuovo farmaco a degenti in corsia in modalità “doppio cieco”, o effettuando operazioni chirurgiche con un nuovo metodo. 

Ma, attenzione, errori gravi nella comunicazione, come il facile sensazionalismo (allo scopo di avere notorietà e maggiori finanziamenti per la ricerca), con tanto di ambiguità verso tesi anti-scientifiche (chiaro suggerimento subliminale per i titoli accattivanti dei giornali: ecco dove nascono davvero certe bufale), si sono verificati perfino quando a tenere la Conferenza stampa di presentazione del lavoro è stato non un giornalista scientifico accreditato dall'Istituto, ma addirittura il Direttore-coordinatore in persona, cioè uno scienziato. Famoso il caso di uno studio sull'acido palmitico isolato dato ai topi (sembrava aumentare il rischio di diabete) scivolato nella presentazione alla stampa sull'olio di palma, che di a. palmitico contiene grandi quantità, ma che non ha mai fatto registrare simile rischio, ed è neutro anche su ateromi e colesterolemia. 

2. Senza titoli o non più in attività. Studioso-ricercatore-autore di studi a qualunue titolo, in attività professionale o no (o al limite senza titoli accademici riconosciuti, pensiamo a Croce, Eiffel ecc. Chiunque studia, scrive o elabora testi scientifici (evidentemente in grado di farlo), cioè legge, analizza, oppure verifica, tenta di rifare per conto proprio, confronta, obietta, critica in modo motivato, suggerisce modifiche ecc, un qualunque studio, o collega-contrappone di propria iniziativa e in modo intuitivo e creativo personale ricerche esistenti, traendone proprie conclusioni e ipotesi, anche diverse e contrapposte a quelle avanzata dagli autori. In ogni caso sempre fornendo prove, ipotesi plausibili, mezzi d’azione probabili e riferimenti. P.es. la critica postuma degli studi e le review, perfino da ex-scienziati anziani (p.es. il biochimico T.C.Campbell) o premi Nobel, riservano spesso sorprese, cioè nuove scoperte che vanno attribuite all’autore della review, non più o non solo agli autori primari.

Tranne il caso dello studioso pignolo che vuole ripetere lo studio altrui per vedere “galileianamente” se funziona, questo studioso quasi mai “si sporca le mani”. Ma spesso gli basta notare incongruenze, difetti, limiti o pregi già nell’architettura della ricerca o nella scelta dei soggetti, nei metodi dello studio o nelle conclusioni pubblicate sulla rivista.

Anche così, alle volte lo studioso è capace, alla luce di nuove conoscenze sopraggiunte nel frattempo e incrociando molte ricerche (perciò di solito servono gruppi che setacciano le Banche dati dei motori di ricerca, i molti milioni di articoli delle Riviste scientifiche che pubblicano su internet), di re-interpretare i vecchi studi in modo nuovo, p.es. dimostrando che non è vero che un uovo al giorno aumenti la colesterolemia, che i grassi di per sé aumentino il rischio cardiovascolare, che i semi oleosi provochino aumento di peso rispetto agli amidi o che i cereali integrali portino a deficit di sali minerali. E così via. Insomma, anche le più fortunate e intelligenti review di vecchie ricerche già note, reinterpretate possono portare a interessanti scoperte.

Ma ci sono casi di “cultori della materia”, una materia diversa da quella della propria laurea o specializzazione (p.es., biologi, medici, agronomi, fisici, farmacisti, ingegneri, matematici, avvocati, docenti, giornalisti che avevano iniziato da giovani come divulgatori), così versati, appassionati, critici e di lunga esperienza nella “nuova” materia, che non si limitano più a elaborare, diffondere e utilizzare Comunicati stampa degli Istituti di ricerca o “abstract” degli articoli scientifici, ma si sono abituati a studiare direttamente gli interi studi originali; sono capaci di riunire e contrapporre vari studi, di formulare e verificare ipotesi originali, di portare prove appropriate. Se non bocciati drasticamente ai primi tentativi dalla comunità degli esperti, come sarebbe giusto se dicessero castronerie, questi bravi “dilettanti” o “autodidatti”, come si sarebbe detto un tempo, non sono da considerare solo divulgatori scientifici, ma veri e propri “cultori della materia”, cioè di fatto studiosi. Che possono anche anticipare di molti anni la scienza comunemente accettata in un Paese.

UNA ESPERIENZA DIRETTA. Posso assicurare che in Italia negli anni Settanta il medico di base restava a bocca aperta e poi manifestava contrarietà quando parlavo della fondamentale importanza dei cereali integrali e delle abbondanti porzioni di verdura e frutta ogni giorno. D’accordo, a Medicina non si studia(va) nutrizione scientifica. Ma anche gli “specialisti” dietologi e i docenti, che pur qualche studio dovevano leggere, come il compianto prof. Djalma Vitali sull’Espresso, consideravano queste “novità” scientifiche prese pari pari dalla nostra Tradizione, delle fisime, delle mode, insomma “faddism”.

Così, tra libri Mondadori e articoli, toccò a me e non a qualcuno delle migliaia di dietologi ben retribuiti d’allora, di riproporre, quasi “creare” in Italia la teoria del tutto naturale e “tutto integrale” della Tradizione antica e del Naturismo medico-alimentare, compresa la frutta con la buccia. E non perché ha più vitamine, cosa non vera come scriveva giustamente Vitali, ma perché fibre, polifenoli e altri antiossidanti, oltre al resto, hanno dimostrato grande difesa dai radicali, perfino quando la mela non è da agricoltura biologica ma è inquinata. Oggi il tema è diventato con 20 anni di ritardo un “must” della Scienza, con milioni di articoli scientifici in cui si dimostra che verdura, frutta, cereali integrali e legumi prevengono un po’ tutto. E ovviamente, tale era-è la mole delle prove, che mai una critica negativa fu fatta ai miei articoli o libri-guide, diventati anzi, dagli anni Ottanta punti di riferimento anche per medici e alimentaristi. Eppure ancor oggi ci sono resistenze di “esperti” accademici, medici di base e nutrizionisti sul consumo quotidiano di uova e legumi, e qualcuno è rimasto in trincea contro i cereali totalmente integrali. Sbagliando, ovviamente.

Insomma, per la libertà e completezza della Scienza è talvolta necessario che l’impulso per le nuove idee e l’aggiornamento venga da non accademici precisi e appassionati, diventati sul campo “studiosi”. Altro che “divulgazione”.

IMMAGINI

1. La corsa alla prima pubblicazione d'una notizia di qualche valore scientifico è spesso pari a quella di qualunque notizia. La prima notizia è quasi sempre di competenza d'un cronista, raramente di uno studioso, il quale interviene successivamente.

2. Ecco una pagina a caso del mio "Manuale di Terapie con gli Alimenti" (Mondadori). Manuali come questo, in cui si mettono insieme o a confronto, discrezionalmente, migliaia di studi, in cui si avanzano ipotesi o si smentiscono tesi, e in cui ogni affermazione si appoggia su riferimenti precisi a studi o review, vanno ben oltre la divulgazione scientifica e s'iscrivono piuttosto negli "studi".

AGGIORNATO IL 13 SETTEMBRE 2021

30 luglio 2021

MANUALE di Terapie con gli Alimenti, “l’opera più ambiziosa e significativa”.

 RECENSIONE DI "ERBORISTERIA-DOMANI": ALTRO CHE "LA SALUTE IN TAVOLA"! 

LE TERAPIE 

SCIENTIFICHE 

"Nico Valerio: divulgatore già noto per la sua manualistica, propone con il suo Manuale di Terapie con gli alimenti  la sua opera più ambiziosa e significativa". 

M.B.[Michele Bernelli], Erboristeria Domani, marzo 1996 

Parafrasando un motto degli strateghi militari, possiamo dire che «l'alimentazione è una terapia condotta con altri mezzi». Si torna, insomma, ad attribuire importanza terapeutica agli alimenti, riannodando un filo che ci lega ai padri della Medicina, da Ippocrate alla Scuola Salernitana. E se la Nutritional Pharmacology non ha i crismi di una disciplina a sé stante, nondimeno si moltiplicano le osservazioni scientifiche che potrebbero fondarla: da studi mirati sui singoli alimenti (e sulle migliaia di sostanze attive che li caratterizzano) a ricerche epidemiologiche a vasto raggio che correlano la diffusione delle grandi «malattie del secolo» a stili alimentari.

Era tempo, insomma, di riordinare la mole dei risultati acquisiti, e proporla al di fuori dei «cenacoli» della scienza. Lo fa, muovendosi con perizia fra una grande quantità di informazioni (3162 riferimenti bibliografici) Nico Valerio: divulgatore già noto per la sua manualistica che propone con il suo Manuale di Terapie con gli alimenti, la sua opera più ambiziosa e significativa.

Il manuale ripercorre, in oltre 700 pagine, 30 grandi monografie su sindromi, disturbi, problemi per i quali è ipotizzata una azione terapeutica degli alimenti: spesso preventiva (dal grande capitolo sui tumori ai preziosi studi sulle diete cariogene), a volte proponibile come vero rimedio per una auto medicazione parallela all'intervento medico. Le monografie si misurano con temi al centro dell'indagine scientifica: dall'Aids al colesterolo, dall'obesità al tabagismo. Un indice dettagliato di oltre 150 voci, all'inizio del volume, riporta oltre alle voci principali anche le voci «secondarie», patologie collegate o denominazioni popolari.

Il manuale è stato realizzato in modo da consentire livelli diversi di lettura; ed è quindi utile sia al medico di base che vi trova dati affidabili, sintetici, esposti criticamente, riferibili a una bibliografia qualificata; sia alle più varie categorie di consulenti e operatori, dal dietista, all'erborista, all'addetto dei centri di alimentazione naturale; sia al consumatore responsabile che vuole iniziare a tavola la cura della propria salute. Ogni capitolo propone una descrizione precisa ma sommaria del problema o della sindrome, con il dettaglio delle. manifestazioni dei sintomi; gli alimenti più indicati vengono elencati di norma in ordine decrescente di efficacia o di praticità nell'uso o di reperibilità (con un chiaro riferimento ad eventuali cautele o controindicazioni). La sezione centrale «terapia e prevenzione con gli alimenti» presenta in modo sintetico le più recenti acquisizioni della ricerca, e talora dialetticamente contrapposte in base alle conclusioni a cui sono pervenute. Rimandi, sommarietti a margine, riferimenti bibliografici intessono l'opera rendendola più ricca e più viva.

Non un manuale per l'auto diagnosi o l'auto cura, avverte giustamente l'autore: ma di certo un'opera che orienta e rende consapevoli. La miglior cura è la prevenzione; e la miglior prevenzione inizia a tavola. (m. b.)

NICO VALERIO, Manuale di terapia con gli alimenti, SuperManuali Mondadori, pagg.740, lire 25.000.

AGGIORNATO IL 13 SETTEMBRE 2021

 

“LA TAVOLA degli Antichi” recensita da Lidia Storoni Mazzolani su Repubblica.

 UN SAGGIO SULLE ABITUDINI ALIMENTARI DEGLI ANTICHI 

A TAVOLA CON LUCULLO

LIDIA STORONI, La Repubblica, 3 ottobre 1989 

DEGLI antichi ormai sappiamo tutto. La serie di volumi intitolata «La vita quotidiana» ci ha informati sui costumi, le abitudini degli uomini e delle donne d'altri tempi e d'altri paesi: egiziani e cretesi, ateniesi ed etruschi, romani e ostiensi possiamo seguirli ora per ora nelle loro varie attività, in tribunale, a teatro, al circo, nelle nozze, ai funerali, nei banchetti. E' carente però l'informazione sulla loro alimentazione; dei romani conosciamo meglio il codice che la gastronomia, che le ricette della loro cucina.

Sopperisce a questa lacuna uno studioso dell'alimentazione con un volumetto che, dietro un tono scherzoso, cela una preparazione rigorosa (Nico Valerio, La tavola degli antichi. In cucina con i Faraoni, con Pericle e Lucullo, con Nerone e Messalina, Mondadori, pagg. 318, lire 10.000). Se ne trae la constatazione, ovvia, che molte cose sono cambiate nei secoli – gli antichi non conoscevano il tè, il caffè, il cacao, gli alcoolici tranne il vino e la birra, le patate, le melanzane, i carciofi, i pomodori, i fagioli – ma, allo stesso tempo, riconosciamo un'aria di famiglia in molte pietanze, una continuità che è venuta meno in altri aspetti della vita. Forse questo si deve al fatto che molti ingredienti sono gli stessi di allora; e ci colpisce il lessico culinario. Come avviene con le fiabe raccontate ai bambini, la trasmissione orale è quella che perdura più immutata.

L'autore incomincia dalla preistoria. Prima di costruire capanne e intrecciare contenitori di giunchi, prima di allevare animali e coltivare piante, mentre gli uomini andavano a caccia le donne dell'età della pietra trascorrevano la loro giornata a raccogliere more, ghiande, bacche, radici, miele, insetti (pare che le cavallette arrosto abbiano un alto potere nutritivo), a togliere uova dai nidi e catturare piccoli animali nel bosco. Poi, impararono ad addomesticare capre e pecore, a seminare farro, miglio e orzo. Quando cominciarono ad avere un focolare, arrostirono la carne allo spiedo; il bollito, che richiede attrezzi più elaborati, venne dopo.

Furono gli egiziani a inventare il pane. Lo impastavano con i piedi, lo facevano lievitare, lo cuocevano tra pietre arroventate; ma la farina era di chicchi di farro, di orzo, di miglio. Cerere tardò molto a insegnare agli uomini la coltura di quelli che portano il suo nome, i cereali: a Roma, nella cerimonia nuziale tra patrizi – la classe conservatrice – , gli sposi consumavano una focaccia di farro (confarreatio), per rispetto all'uso antico.

In tutto il Mediterraneo si consumavano farinate simili alla nostra polenta, fatte anche di purea di ceci e fave, e focacce tipo l'emiliana piadina (le stiacce toscane). Si faceva largo uso di cipolle, aglio e delle erbe odorose spontanee, come la malva, la menta, l'origano, il timo, il rosmarino. Plinio nomina un migliaio di erbe commestibili, molte di più di quelle che conosciamo noi; Catone raccomanda il cavolo e Cincinnato mangiava rape

L'olio fu usato tardi come condimento (non ce n'è traccia nell'Iliade); i greci appresero da siriani e giudei a selezionare l'olivo dagli olivastri selvatici; era così prezioso che quando pronunciava il giuramento che faceva d'un efebo un cittadino, il giovane chiamava a testimoni «gli dèi, i confini della patria, il grano, l'orzo, le viti, i fichi, gli olivi»: gli alimenti fondamentali. Nell'Iliade non vediamo mai gli eroi consumare pesce; eppure, negli affreschi di Santorini è raffigurato un pescatore che porta un mucchio di pesci appesi a un gancio e sui vasi di Creta e di Pylos sono dipinti polpi che li avvolgono con i tentacoli; gli stessi che si vedono, sott'olio, nelle trattorie del Pireo. 

Il castagnaccio amato dagli Etruschi

In Grecia si preparano ancora oggi involtini di foglie di vite, i dolmades; si cuoce carne allo spiedo su bracieri portatili fuori ella porta di casa (il suvlaki); si beve, come nell'antichítà, un vino, retsina, impregnato dell'odore di resina, con la quale veniva spalmato l'interno degli otri di pelle. E si vendono ancora, ad Atene come a Lecce e a Otranto, biscotti d'orzo che rievocano il pane d'allora; si consuma, come gli antichi, formaggio, agnello, coniglio, selvaggina (non più carne d'asino o di cane); ad Atene si vendeva per le strade un tortino fatto d'olive, detto sampsa, nome che perdura nella voce sansa.

La dieta degli Etruschi, che nelle statue sepolcrali appaiono obesi, non si differenziava da quella degli altri popoli mediterranei: polentine di legumi o cereali tostati e macinati, ortaggi, pesce, animali da cortile, selvaggina. Chi non ha visto, in una tomba di Tarquinia, l'immagine d'un cacciatore che scocca frecce contro gli uccelli, mentre un pescatore si china sulla sponda della barca per vedere, nell'acqua limpida, se un pesce ha abboccato alla sua lenza? Secondo un'ipotesi non provata, furono gli Etruschi a introdurre il castagno, che copre i colli dell'Alto Lazio; è certamente una pietanza arcaica il castagnaccio, infarcito di uva passa e pinoli, steso su una vasta teglia circolare.

A Roma, i pastori nomadi che si insediavano con le greggi sul colli, già dal XVI secolo a.C. facevano, come si desume dagli attrezzi trovati, il burro; oltre agli uccelli acquatici che sorvolavano gli acquitrini del Foro, certamente consumavano latticini: la ricotta fatta all'aperto dai pastori che, prima della plastica, la conservavano nella «fiscella» di giunchi intrecciati. La pecora doveva esser pregiata come alimento, oltre che per il latte e la lana, tanto che, prima dell'introduzione della moneta, serviva per lo scambio con i mercanti approdati all'isola Tiberina (lo provano i vocaboli che ne derivano: da pecus, pecunia, peculio, peculato). Un ingrediente prezioso, che ha fatto la fortuna di Roma, era il sale, portato da Ostia sul Tevere o sulla via Salaria, che correva lungo la sponda sinistra del fiume e in seguito proseguì fino alla Sabina. Serviva anch'esso per scambi e pagamenti (donde la voce salario).

I romani consumavano molte fave, cibo energetico adatto ai lavoratori, inspiegabilmente legato a riti religiosi e ritenuto l'alimento (o addirittura la dimora) dei defunti; a Roma attualmente si confezionano fave dolci il giorno dei morti. Con i chicchi di farro tostato e macinato le Vestali preparavano la mola salsa, una polvere con la quale si cospargeva il capo degli animali da sacrificio (donde il vocabolo immolare); sulla polenta, fatta di cereali o legumi macinati, si versava una salsa composta di ingredienti varii, olive, acciughe, formaggio: la satyra, che secondo alcuni ha dato il nome a un componimento poetico di genere misto. E doveva essere indigesta, tanto da sentirsi sazi (saturi) dopo averla mangiata.

Il pane, una focaccia non lievitata tipo galletta, veniva cotto al forno nella stanza detta atrio (da ater = nero, perché il focolare non aveva canna fumaria) e spesso era insaporito con semi di anice o finocchio. I braccianti di Catone il Censore (III secolo a.C.) percepivano come paga 875 grammi di grano al giorno, gli schiavi incatenati, che eseguivano lavori pesanti, qualcosa di più. Il companatico consisteva in olive, aceto, sale, pochissimo olio e frutta di scarto.

Il rancio dei militari era la stessa dose di grano, con il lardo proveniente dalla Lucania (la luganega); bevevano acqua e aceto (non fu dunque crudeltà gratuita il gesto del legionario che porse a Cristo in croce la spugna intrisa d'aceto). Durante l'impero diventò abituale un provvedimento iniziato in momenti di carestia, e cioè la distribuzione gratuita dì pane ad assistiti, che nel IV secolo ammontavano a 200.000.

A Ponza vivai nelle grotte

La carne era un alimento di lusso e si consumava quasi sempre bollita, perché gli animali da macello erano vecchi (nelle XII Tavole, V secolo a.C., è prevista addirittura la pena di morte o l'esilio per chi macella un animale giovane e sano); più tardi si imparò a mangiare pesce, allevato nelle isole (a Ponza sono visibili gli antichi vivai nelle grotte); quando il consumismo dei ricchi divenne sfrenato, si costruirono, oltre che voliere per uccelli esotici, vivai a domicilio, le piscine; il pranzo, di cui Valerio fornisce vari menu, incominciava con un antipasto in cui figuravano immancabilmente le uova – di qui ha origine la frase ab ovo, così come da Licinio Murena, il primo che le fece conoscere, hanno preso il nome le murene (Cesare ne offrì 6000 in un pranzo al popolo).

Nel Lazio, oggi, le donne chiamano «testo» la pentola di coccio, come le remote massaie di Roma antica; un quartiere di Roma, il Testaccio, ha preso il nome da un colle formato da un cumulo di cocci rotti, le anfore buttate via al momento dello scarico delle navi. Le parole attraverso umili sentieri ci conducono agli odori, ai sapori della nostra gente.

LIDIA STORONI

29 luglio 2021

“LA TAVOLA degli Antichi” recensita da Debenedetti sul Corriere della Sera.

 

ERBE RUSTICHE, FORMAGGIO ALL'AGLIO, TRENTA QUALITÀ DI MELE PER UNA CUCINA PIÙ SANA 

SCOPERTA L’ANTICA DIETA DI GIULIO CESARE 

ANTONIO DEBENEDETTI, Corriere della Sera, 29 luglio 1989

Nei romanzi del secolo scorso si mangia molto e si mangia troppo saporito. Nessun medico consiglierebbe oggi di seguire quelle diete ricche di profumati ripieni, di ghiotte selvaggine, di fritture e di dolci, che trovano i loro complici naturali in vini fra robusti e insidiosamente vellutati. Gli scrittori di questi nostri anni soffrono viceversa, dal più al meno, d'un atteggiamento di distaccata sufficienza nei confronti della buona cucina: i loro personaggi si siedono frettolosamente a tavola, evitando generalmente di soffermarsi sul menu.

Molto più consigliabili, a scorrere il ricettario «De re coquinaria» di Apicio o le pagine dei classici (da Plinio a Ateneo di Naucrati, da Catone a Archestrato di Gela volendo escludere l'orgiastico Petronio), ci appaiono viceversa i menu dell'antica Roma. I quali, con un po' d'immaginazione, precorrono quei gusti e quelle mode gastronomiche dell'oggi, che all'appetitoso recupero degli alimenti naturali associano efficaci campagne contro colesterolo, trigliceridi e altri pericolosi inquilini del nostro sangue.

Per chi voglia soddisfare piccole e grandi curiosità, spaziando fra storia della gastronomia e elementi derivati dalla ricerca antropologica, è adesso disponibile un vasto affresco eloquentemente intitolato «La tavola degli antichi» ovvero «In cucina con i Faraoni, con Pericle e Lucullo, con Nerone e Messalina»: sono 328 pagine molto fitte che escono in prima edizione, con evidenti finalità divulgative e di colto intrattenimento, negli Oscar Mondadoriani (lire 10.000). Autore è il quarantacinquenne Nico Valerio: studioso di alimentazione: ha già dato alle stampe saggi come «Tutto crudo», «Il piatto verde» e via così.

Per cominciare, anche nella lettura, nulla di meglio d'un antipasto «naturale» desunto dalla lettura dei prosatori latini: insalata di erbe rustiche, tartine spalmate d'un impasto di formaggio, sedano, aglio, ruta, coriandolo, olio e aceto. Non mancano olive e schegge di formaggio pecorino. Per secondo si può scegliere, accoppiando carni e verdure: agnello al forno, lesso di mare alle erbe, arrosto al miele, cardi in umido, porri gratinati al forno, malva alla Cicerone, broccoli stufati.

Il dessert non può certo dirsi sguarnito: mostaccioli, panini all'uva, purea di mele cotogne, frittelle. La fruttiera, poi, è stracolma: mele di trenta o quaranta diverse qualità, pere, fichi, uva. Quanto ai vini c'è solo l'imbarazzo della scelta: mezzo litro d'un «d.o.c» costa sui 30 denari, la stessa quantità d'un vino superiore ma non straordinario si paga 24 denari. Mezzo litro di vino ordinario, secondo il prezzario imposto nel 301 d.C. dall'imperatore Diocleziano, non supera il costo al dettaglio di 8 denari. I tipi disponibili, secondo una tabella pubblicata da Valerio, sono oltre trenta. Vino? Bisogna intendersi al riguardo: i «d.o.c.» degli antichi romani, dopo essere stati affumicati per giorni nel fumarium, vengono «aromatizzati con nardo di Siria o celtico, rosa, giunco odoroso, fiori di sambuco e di iris, coriandolo, semi di sedano, anice, mandorle amare, cannella.

A tutto questo si mescola, quale correttivo dell'amaro e dell'acido, il miele. Quasi non bastasse, il cocktail così ottenuto finisce a invecchiare in botti spalmate di pece greca o di resina di pino. Non stupisce, dunque, che i bevitori legali, cioè «gli uomini maturi e i vecchi», gustino il loro Albano o il loro Cecubo, il loro Falerno o il loro Labicano annacquati con due terzi o addirittura con tre quarti d'acqua. Nella calura dell'estate, poi, la soldataglia combatte l'arsura con acqua corretta all'aceto. Le signore ricorrono a una bibita di latte arricchito con sedano e crescione. Alle giovani vergini, che s'apprestano alla loro prima notte d'amore, si offre un decotto analgesico a base di papavero, il cocetum. Una cucina più sana e appetitosa dell'attuale, s'è detto.

Le duecento ricette (mancano fortunatamente quelle relative alla preparazione delle pur diffuse pietanze a base di topo o di cane), che figurano in appendice alle pagine dello scorrevole testo di Valerio (e oggi chiunque può ripeterle senza troppa fatica), non sono soltanto una curiosità o un invito a ritrovare insieme con il ricercatore, con l'archeologo antiche golosità. Valgono una dimostrazione. I nostri antenati mediterranei non conoscevano alimenti oggi giudicati indispensabili come il mandarino o la melanzana, la patata o il pomodoro, il carciofo o il fagiolo, il caffè o la cioccolata. Avevano dalla loro una quantità enorme di piante, tuttavia, che rendeva molto più variati, più sorprendenti  sapori della loro tavola. In buona armonia con una natura che ospitava ancora, fin sulle rive del Tevere, il cervo e il capriolo, il lupo e il massiccio orso bruno.

ANTONIO DEBENEDETTI

13 luglio 2021

INGHILTERRA ardita e arrogante. Ma quel mito snob è già finito da un pezzo.

Da ragazzo ero un anglofilo di ferro, sulla scia del mio Cavour, che però l’Inghilterra l’amava sul piano politico-istituzionale e dei diritti politici, cioè delle garanzie individuali rispetto alla Chiesa e al Re, e anche per il coraggio, lo spirito d’iniziativa, là diffusissimo e da noi carente. Non so che cosa pensasse degli Inglesi come persone e come popolo: bisognerebbe leggere le sue migliaia di lettere. Avrà già notato quanto, simili a noi per individualismo, ma opposti per amore connaturato del rischio e del comando, erano e sono altezzosi e insopportabili con le persone e i popoli che giudicano inferiori? Parlatene con gli Indiani.
      Ad ogni modo, di quella infatuazione mi è rimasta una MG antica, peraltro ideata e costruita così così, e con una taccagneria unica, per quello che costava; e anzi il club omonimo che ho contribuito a fondare ci invita per lettera come "Mister", non come “Signori”, neanche fossimo tutti Commissari Tecnici di una squadra di calcio, cioè, volevo dire di "football". come se l'avessero inventato loro e non noi Toscani e Italiani, ereditandolo dai Romani che lo giocavano perfino negli accampamenti delle Legioni (anche lo stesso Augusto).
      Ma q
ueste pacchianate provinciali un po' servili (noi Italiani siamo tagliati per la  xenofilia), come la puree francese che deriva dalla porréa della torta di porri fiorentina, o l’estragon che le nostre signore snob hanno sulla bocca e comperano a caro prezzo, senza sapere che è il dragoncello che l’italiana De’ Medici regina di Francia importò a Parigi), non valgono la candela, come le terribili scarpe pesanti Clarks da vecchio farmer che comperai a Londra, dalla suola così spessa e robusta che non si piegava nella camminata. Tra l'altro la tomaia si ruppe subito.
      In realtà bisogna arrivare alla maturità per capire che la tanto strombazzata libertà degli Inglesi è solo la "loro" libertà di popolo duro e insofferente del dominio (e regole) altrui. Ma attenzione ho sempre detto che anche Stalin e Mussolini ci tenevano alla proprio libertà.
      Avrebbe dovuto metterci sull'avviso che non hanno mai perso una guerra in tempi moderni, favoriti anche dalla insularità e dal timore reverenziale abilmente diffuso in tutto il Mondo grazie ai domini di Paese coloniale per eccellenza. Tutto hanno trafugato, tutti i Paesi "inferiori" hanno violentato dall'India all'Irlanda alle colonie Americane. Lasciandosi dietro una lunga scia di odio secolare, anche per il tratto insopportabile, imperioso, arrogante e inutilmente crudele che ostentano individualmente. Gli Americani se lo ricordano bene, anche se come tutti oggi sono affascinati dal loro insopportabile snobismo. Il paradosso d’un intero "popolo di mercanti", come lo definì qualcuno, abilissimi però, a differenza dei "mercanti" Italiani, molto meno intraprendenti e coraggiosi, che si finge aristocratico o almeno snob. Insopportabile.
      Ripeto, anche per i tanti pseudo-liberali italiani, che quando si parla solo della propria libertà si è spesso inclini a forzare quella altrui. E infatti non conosco popolo più prepotente e strafottente di quello inglese. Loro hanno sempre ragione, dai consessi internazionali al pub; loro si permettono qualsiasi ironia accondiscendente verso gli altri, specie Italiani. Loro giudicano quello che è giusto e ingiusto, ma non devono mai essere giudicati (e questo vizio ce l'hanno anche gli Americani, che credono di essere i Nuovi Romani).
      Solo i più falsi o cretini tra gli politicanti Europei potevano illudersi di costringere la Gran Bretagna a una Unione con altri Paesi in cui non avesse il comando unico e supremo. Più ancora dei cugini popolari Americani, loro non solo non devono mai obbedire e devono sempre comandare gli altri; ma non devono mai perdere in nessuna contesa. E fosse solo nel foot-ball, come si è visto prima e dopo la finale della Coppa europea tra Inghilterra e Italia, a Londra, con i giocatori inglesi che per stizza, quasi fosse un disonore, si tolgono la medaglia del secondo posto sotto gli occhi della Giuria, dopo che i loro tifosi avevano calpestato la bandiera italiana e malmenato turisti avversari! Gesti anti-sportivi che se fossero stati compiuti da altre squadre avrebbeto causato chissà quali penalità. Non solo, ma a distanza di giorni hanno disdetto vacanze in Italia, boicottato i ristoranti italiani a Londra e perfino indetto una petizione per "rigiocare" la partita. Insomma, ormai è chiaro: gli Inglesi, molto, molto più degli stessi Americani, non prevedono mai di perdere, e non sanno perdere. In ogni campo.
      Vi ricordate con quante spese e quanta ridicola furia furono inviati armati fino ai denti dalla "casalinga Thathcher", quasi una macchietta satirica del tipico Capo di Governo inglese rudemente decisionista (senza peraltro essere né un Gladstone, né un Churchill), a riconquistare gli isolotti freddi, aridi e sperduti delle Falklands-Malvinas che un idiota governo argentino aveva riconquistato in cerca di avventure nazionalistiche che distraessere il popolo-bue dal disastro economico? E i tanti stolti Europidi ancora si meravigliano della Brexit! Piuttosto, avrebbero dovuto meravigliarsi molto (e sospettare) quando Inghilterra e Regno Unito aderirono all'Unione Europea, giustamente senza lo stolto suicidio della propria moneta. 
      Con un popolo insieme così coraggioso, nazionalista, orgoglioso, individualista, sprezzante e meschino, gli Inglesi, e tutti i Britannici, sono gli unici a potersi paradossalmente permettere Governi deboli.

AGGIORNATO IL 18 LUGLIO 2021

22 giugno 2021

YULIN. Scandalizza la carne di cane, che piace ai Cinesi come ai nostri Antenati.

LA FESTA AL CANE. Col Solstizio ritornano a Yulin (Cina, e dove se no?) le bancarelle e le rosticcerie all'aperto dedicate ai cani, o meglio alla loro carne, di cui gli unici veri onnivori al Mondo, i Cinesi, sono particolarmente ghiotti. Gli Indiani a Yulin digiunerebbero e fuggirebbero scandalizzati. Meno industri dei Cinesi, ma certamente più compassionevoli e meno violenti verso gli animali (anche se agli Umani, anche femmine, e ad altri animali non “sacri” come la vacca e in alcuni templi la scimmia, qualche bastonata la danno volentieri) dicono in un famoso proverbio satirico che “I Cinesi mangiano qualsiasi cosa striscia, nuota, vola, corre, cammina”.

Ma dico io: con tutto quello che il loro larghissimo regime alimentare gli permette, dai pipistrelli ai serpenti, ai ratti sulla brace, si attaccano proprio agli utili e affezionati giovani cagnolini, per definizione "amici dell'uomo"? Temono per caso una carenza proteica? Gli attivisti occidentali e cinesi hanno fatto il diavolo a quattro, ma inutilmente. La sagra di Yulin, dopo un apparente ripensamento delle Autorità, incerte, vergognose, ambigue, continua. Dicono ora che si tratta di pochi tradizionalisti, e i gusti personali non si possono impedire (un Regime autoritario…), ma poi dicono che la sagra è diventata un evento di forte richiamo turistico. Oltretutto aggiungono violenza a violenza: per lo più i cagnolini sono rapiti ai legittimi proprietari da accalappiacani con lacci o reti, e anche bastonati, oltreché ristretti in strette gabbie.

Anche “noi” Occidentali avevamo questo vizio circa 2500 anni fa. ma vuoi mettere le differenze! Più onesti e legalitari, ovviamente, da giuristi nati e quindi rispettosi delle forme, i Romani allevavano, non in modo obliquo dando tutte le colpe a usi locali, ma ufficialmente, “cagne da latte” per bambini immaturi, adolescenti, vecchi deboli e convalescenti, e per alcune corporazioni di sacerdoti e fedeli tradizionalisti seguaci di antiche Divinità che in certi riti arcaici “dovevano” consumare “canulina caro”, cioè carne di cane. Riti che provenivano dalla Grecia. Tanto che nel mio “La Tavola degli Antichi” intitolai un capoverso “Socrate mangiava carne di cane”.

Argomento scottante sul web, questo, specie tra i tanti anonimi. Non amo la carne, tantomeno mangerei carne di cane, e già questa necessità di dover dire il mio regime alimentare per prevenire critiche di qualcuno che non mi conosce o non ha letto i miei libri di alimentazione, mi irrita.

Ma mi irrita anche la terribile ipocrisia degli Occidentali, intesi non come singoli attivisti vegetariani, ma come Nazioni, specialmente anglosassoni, che non battono ciglio per i troppi allevamenti di bovini, ovini e suini, tanto più diffusi, guarda caso, nei Paesi dove più si ama il cane e ci si scandalizza per il suo uso alimentare. D’accordo, derivano dai civili Romani, che tutto regolavano in modo trasparente e razionale, perfino vietando per motivi economici nelle Leggi delle XII Tavole di uccidere il bue, il vero trattore (e comunque ebbero sempre pochissimi allevamenti bovini). Ma l’incoerenza dello scandalizzarsi per la carne di cane in Cina? E gli intoccabili allevamenti stessi, in Occidente e ora ancor più inquinanti in Oriente per liquami, CO2 e metano, specialmente dei ruminanti che hanno fermentazioni più imponenti?

Razionalmente ho un bel dire, e chi lo può contestare, che si può, al limite si deve, amare qualsiasi animale, il che dà solo vantaggi alla serenità dell’uomo (purché non sia una scusa per continuare a far del male o odiare i propri simili). E dunque nessuna discriminazione etica-alimentare, nessun razzismo animale è ammissibile, anche peggiore di quello umano, perché gli animali “antipatici” sono uccisi prima possibile col plauso generale, mentre quelli “simpatici” sono protetti, o tenuti in casa, paradossalmente condannandoli al carcere o a una vita innaturale.

Ma la Ragione mi dice anche che l’uomo è un animale anche irrazionale, e che i pretesi “sentimenti” umani sono spesso unilaterali, semplice simpatia-antipatia, senza che l’animale o uomo oggetto di tali attenzioni faccia nulla per meritarsele. Insomma, sarò marziano, troppo saggio fin da piccolo, ma davvero non so tra Cinesi ed Euro-Americani, chi sono i più strani riguardo al mangiare le carni, e di chi….

AGGIORNATO IL 10 AGOSTO 2021