01 agosto 2007

JAZZ. Anni ‘70. Fa rumore la prima inchiesta dell’Espresso: «A tutto jazz».

Art Ensemble of Chicago a Bergamo (piccola)(NV 1974)

MUSICA

A TUTTO JAZZ

Dopo anni di sonnolenza e incertezza, riscoppia il boom del jazz in tutto il mondo, Italia compresa. Quali compositori, quali solisti e quali complessi, quali scuole e quali correnti, quali dibattiti e quali "retoriche" dominano la nuova scena? E che significa il loro successo proprio in questo periodo?

di NICO VALERIO,  L'Espresso, 28 luglio 1974

Pescara. Occhi bistrati di violetto, guance segnate da larghe strisce di biacca, labbroni da "povero negro" d'un rosso porpora, cappellini di fogge afroasiatiche e, naturalmente, il "dashiki", la tradizionale tunica africana: quasi un'irruzione a sorpresa in una masquerade della Roma bene, dove il Kitsch è di rigore e il "travesti" ha sempre il suo pubblico. Invece è roba vera. I ragazzi terribili dell'Art Ensemble of Chicago, uno dei migliori gruppi d'avanguardia del jazz nero, soffiano arie deliranti e cacofoniche in trombette e sassofoni come se fossero buffi giocattoloni: 5 mila persone, nella serata conclusiva del 6. Festival internazionale del jazz di Pescara, si agitano nelle poltrone, diventate improvvisamente scomodissime. Scalpore? Non è la prima volta che quei ragazzi si divertono a provocare scariche di adrenalina nel pubblico. Si conoscono benissimo i loro divertissement, sempre tra musica e pantomima, proclami estetici e sfrenatezze ludiche. E allora? Di nuovo questa volta c'è il pubblico, equamente diviso tra impiegati di banca alla prima uscita culturale e giovani militanti di Lotta continua in stile finto‑povero, qualche sparuto appassionato della prima ondata riconoscibile dai capelli grigi (negli anni '40 collezionava dischi degli Hot Five importandoli segretamente), molti trentenni dall'aria grave, ma soprattutto una folla di adolescenti, scolaresche intere, ragazzine in minigonna o in blue jeans che parlano e passeggiano, e pare che non sentano la musica amplificata a 120 decibel. Con un pubblico così numeroso e composito l'ambiente si elettrizza subito, basta poco, perfino un lugubre assolo di Roscoe Mitchell, a risuscitare rancori mal sopiti, ad accendere diverbi al limite della rissa.

Sonny Rollins al festival di Montreux (NV bassa ris.))Lontani i tempi in cui gli "happy few" del jazz centellinavano un assolo di Parker in casa dell'amico collezionista o adoravano Chet Baker nelle cave semibuie, battendo il ritmo "in levare" col piedino graziosamente calzato varese. Altra epoca, quasi preistoria per noi. Oggi il jazz ha riscoperto le masse, e non solo in Italia. Anzi sono i giovani che hanno scoperto il jazz, stanchi del pop consumistico preconfezionato negli studi di registrazione secondo una ricetta infallibile: un tanto di rock, un tanto di voce solista, una goccia di blues, un po' di eco e sovraincisioni prima di servire in tavola. Certo esagerano quelli che parlano di boom del jazz solo perché si riaprono alcuni localini intorno alla 52.a strada e migliaia di spettatori partecipano ai 35 "eventi" jazzistici (concerti, jam session, rnostre ecc.) preparati da George Weín al Festival di New York, che è poi il vecchio Newport; però è un fatto che molti giovani, dopo aver fatto la corte, a Elton John o agli Zeppelin, si sono rivolti al jazz perché vi vedono l'unica autentica espressione d'arte alternativa di questo secolo. Una musica antropologicamente definita dal pot‑pourri delle più diverse minoranze etniche americane, con prevalenza dell'elemento negro, ma sociologicamente testimone della condizione di minorità delle classi subordinate di tutto il mondo.

A questa riscoperta del jazz in chiave culturalista e antropologica stiamo partecipando anche noi europei, Italia compresa. Nel giro di soli due o tre anni i festival jazzistici italiani sono cresciuti di numero e di importanza, tanto che oggi abbiamo quattro grandi rassegne internazionali ("Umbria jazz", Bologna, Pescara e Bergamo), di cui la prima è certamente di livello mondiale e la seconda con le sue 16 edizioni è finora la più continua tra le manifestazioni europee di jazz. "Umbria‑jazz" è il fiore all'occhiello dei programmi di politica culturale della Regione umbra, una kermesse musicale che dura sei giorni, dal 27 luglio al I agosto, e presenta quest'anno musicisti come Charlie Mingus, Gil Evans, Horace Silver, Gerry Mulligan, Thad Jones e Mel Lewis, Sonny Stitt, Antony Braxton e Sam Rivers, senza far guadagnare una lira ai suoi organizzatori perché l'intera manifestazione è gratuita, si svolge nelle piazze delle città medioevali dell'Umbria, e perfino il trasporto del pubblico avviene a cura della Regione. Deciso il programma di "promozione" culturale lo si è attuato fino in fondo, con coerenza. Altro che Festival di Montreux.

Il Festival di Montreux, con tutta la sua fama mostra soltanto le varie incarnazioni stagionali del potere discografico e dello show business. Lo scorso anno ogni serata veniva "dedicata" poeticamente ad una ditta: «Quest'oggi, in onore della Columbia, presentiamo...». In Europa e nel mondo è l'esempío di come non dovrebbe essere un festival di jazz, una sfacciata orgia consumistica, più una sala contrattazioni di borsa che una rassegna musicale. Tutto vi si svolge per comodità non del pubblico o dei musicisti ma delle case discografiche che registrano in diretta ("Live!" stamperanno poi sulle copertine psichedeliche di cattivo gusto) e della televisione. Tutto viene rapidamente monetizzato dal cervello di Claude Nobs, un ragazzone quarantenne occhialuto e impacciato che sa bene come fare i soldi pur continuando ad aver l'aria di rimetterci, giocando al mecenate. Mentre i venditori di dépliants e di "T shirts", le volgari magliette gialle con l'emblema del festival, fanno affari d'oro e la sussistenza distribuisce panini ai ragazzi a 1.500 lire l'uno, quattromila giovani che hanno pagato 6.000 lire a serata con toppe costosissime sui jeans sdruciti e l'Hasselblad regalatagli da papà pronta a eternare l'idolo, applaudono tutto ciò che ritengono possa accadere sul lontanissimo palco, ingombro di amplificatori in modo inverosimile. Come lamentarsi se il prezzo del biglietto ha richiamato un pubblico sbagliato? Il grande pianista Cecil Taylor, apparso in serata di grazia, e la cantante Flora Purim, una Orietta Berti del Sudamerica, accomunati dalla stessa sonnacchiosa indifferenza. Almeno ne fosse venuto granché sul piano artistico. Fatta indigestione di blues, gospel e gruppi vocali d'ogni tipo, restava da applaudire il gruppo di Cobham e dei fratelli Brecker, l'Art Ensemble e uno stanco e facile Sonny Rollins, mentre la vera rivelazione dei dieci giorni di "grande bouffe" jazzistica sono state le big band di Thad Jones e di Gil Evans, specie quest'ultima che ha presentato un linguaggio articolato e coloratissimo con passaggi cupamente drammatici, tra i quali brillavano per contrasto gli stupendi assoli della tromba di Hannibal e dei sax di Billy Harper. Magra consolazione.

Certo le indicazioni che vengono da Montreux debbono mettere in guardia. Al jazz si impone oggi una scelta di pubblico. Quello più esigente ma più limitato che gli era congeniale fino a tre anni fa, oppure le platee vocianti dei ragazzi del pop, spensierati e di bocca buona finché bevono "orange juice", abituati a domandare e a ottenere dalla musica solleticamenti epidermici, un indistinto background d'ambiente dove conta il volume sonoro e l'esotismo, l'aria di vacanza e la stessa situazione di trovarsi, di parlarsi. Un pubblico che premia i suoi beniamini a nome e per conto di tutti gli amatori di jazz, visto che detiene la maggioranza. Si capisce allora come un McLaughlin, un solista di chitarra elettrica dal suono tonante e inaudibile, possa essere eletto dai lettori di Melody Maker "primo chitarrista jazz", "secondo tra i musicisti" dopo Ellington e la sua "combo" addirittura considerata la prima di tutte, mentre il meraviglioso quartetto di Ornette Coleman è solo quinto e Art Blakey non è neanche citato.

E' un boom perciò che i veri appassionati, quelli che si sono accostati al jazz cogliendovi l'essenza culturale del contraddittorio mondo in cui viviamo, stanno pagando a caro prezzo, serrando le mascelle e sforzandosi di passar oltre per attendere sotto il ponte il feto di questo ibrido rock‑jazz. Qualcuno ha paragonato l'attuale periodo allo swing degli anni '30 e '40 o alla West Coast dei '50, quando la stessa esplosione d'entusiasmo innalzò il bianco Benny Goodman e non i ben più grandi Count Basie o Fletcher Henderson o Chick Webb, tutti di colore. E Goodman almeno era ad un livello dignitoso, specie nei suoi trii e quartetti, mentre lo stesso non si può dire di molti musicisti di oggi. Passerà questa moda del jazz leggero innescata dal pop inglese o resterà come una delle tante "correnti" della scuola afro‑americana?

Più di un critico vorrebbe saperlo. Sta di fatto che anche oggi, malgrado i successi commerciali del jazz più annacquato e dolcificato, la critica jazz non si fa trarre in inganno. La rinascita del "nuovo hard‑bop", una musica corposa tipicamente negra che discende dal bop di Parker, ne esalta la durezza ritmica ed espressiva, ne limita lo smodato melodismo con un fraseggio più pacato dove però si inseriscono elementi di free, e ne potenzia la pulsazione ritmica sempre più africanizzata, è stata perciò salutata con sollievo dagli appassionati ed è stata subito presentata dalla critica come il nuovo filone centrale del jazz moderno, una sorta di "mainstream" stilistica dalla quale si attendono grandi cose. E' oltretutto il jazz più suonato dai neri in America per il loro pubblico, e un recente concerto dei Messengers di Art Blakey al teatro Turreno di Perugia ce ne ha dato un magnifico esempio. Attraverso la lirica ma acutissima tromba del giovane Olu Dhara, quasi uno sconosciuto, parlava tutta una generazione d'oro di trombettisti del, bop e dell'hard‑bop, dall' indimenticabile Clifford Brown a Charles Tolliver. Dalla batteria come dalla tolda di un veliero da guerra Blakey spronava all'attacco i suoi e appariva un po' il genio ritrovato, l'eroe che si credeva perduto.

Dell'avanguardia del free jazz invece oggi non resta molto. Gato Barbieri è occupato a reinterpretare motivi latino‑americani, diluendo nel folklore la aggressività d'un tempo, lo stesso Don Cherry che è apparso in Italia per qual­ che giorno ed ha suonato per pochi amici anche al romano Music Inn non sembra più quello d'un tempo. Dei grandi resta solo Ornette Coleman, il padre fondatore della "New Thing" (o "Black Music" o 'Free Jazz') che nei primi anni '60 scandalizzò i benpen­santi con un quartetto in cui figurava­no un sassofono di plastica gialla e una trombetta militare del 1899. Oggi la sua musica è più dolce e intimista, ha riscoperto il fanciullesco e il gioco­so, ma non ha abbandonato l'aspro linguaggio dell'avanguardia, l'improv­visazione delirante. Archie Shepp sta riscoprendo l'antico blues dei padri, il fraseggio di Parker e perfino di Cole­man Hawkins, un ripensamento che può significare anche maturazione e forse la volontà di porsi come sintesi vivente dell'intera scuola del jazz mo­derno. La corrente del free ha messo tutto in discussione, del ruolo del compositore‑musicista alle consuetudini ar­moniche e improvvisative, ma ora ap­pare divisa in due: da una parte i mu­sicisti europei più vicini all'avanguar­dia dotta, dall'altra i neri americani che vanno riscoprendo uno stile sanguigno e il blues.

Il processo di atomizzazione e di spezzettamento in correnti e scuole appare ora pericoloso anche per il pubblico, ma è un grave sintomo della stasi stilistica del jazz. Sul piano creativo e strettamente musicale infatti gli appassionati più accorti e la critica lamentano da anni che l'assestamento in atto non abbia prodotto nessuna novità, nessun nuovo grande artista. Ai musicisti di jazz accade ora come a certi ciclisti spompati al Giro d'Italia: guardano frequentemente indietro per vedere cosa fanno gli altri, o addirittura si lasciano spingere da volonterosi aficionados. E questo proprio ora che i mezzi d'informazione di massa, gli organismi culturali, gli enti pubblici, gli organizzatori turistici e culturali si rivolgono anche al jazz, lo scoprono come musica d'arte del secolo ventesimo, se non altro buona ad alleviare la noia della lirica sempre uguale a se stessa da cento anni. Ecco perché il jazz in Italia può fortunatamente usufruire di una piccola fetta dei mastodontici bilanci degli enti lirici: porta pubblico nuovo ai polverosissími teatri provinciali, onusti d'oro e di stucchi, fa alzare d'un colpo solo la media delle presenze annue (il che giustifica ulteriori richieste di finanziamenti per l'opera lirica) e diminuisce il deficit dei bilanci. Un affare per i presidenti e i direttori artistici degli enti lirici, per i sindaci e le camarílle politiche locali, per le aziende del turismo e per i numerosi intermediari. Per tutti, meno che per gli amatori di jazz.

Fortuna che, di riflesso, qualche iniziativa non politica né commerciale viene presa da qualche incosciente idealista. A Roma si è aperto questa stagione un locale interamente dedicato al jazz, il Music Inn di Pepito Pignatelli, il principe‑batterista che è stato uno dei protagonisti più coloriti della Roma ruggente degli anni '50. Seimila soci si sono avvicendati nella bizzarra cantina dei tempi di Papa Sisto V, tra luci spettrali e nicchie catacombali. Ogni sera per tutta la stagione lotta all'ultimo biglietto per conquistarsi un posto; doppi turni, come in certe scuole della periferia, durante le serate più importanti. Una cosa mai vista da noi, neanche ai tempi del Jazz Power di Milano ed oggi nell'altro locale jazzistico di prestigio, lo Swing Club di Torino. In cinque mesi concerti quotidiani con artisti del calibro di Ornette Coleman, Johnny Griffin, Dexter Gordon, Steve Lacy, Teddy Wilson, Art Farmer, Giorgio Gaslini, Mal Waldron, Kenny Drew, gli Ambrosetti, Daniel Humair e da ultimo anche Don Cherry, sia pure a stagione conclusa. Se a questo si aggiungono i vari concerti e i festival organizzati da Bologna a Taormina sembrerebbe che il jazz si sia trasferito al centrosud. La maggior parte dei musicisti italiani del resto, specie le nuove leve, sono romani o lavorano a Roma. Che Milano si avvii a perdere lo scettro di capitale del jazz italiano?

Nella città ambrosiana ormai resta solo Musica jazz, rivista che ha trent'anní di vita ed è la seconda in Europa per anzianità. Arrigo Polillo, il "numero uno" della critica italiana, che la dirige da anni ha potuto aumentare del 20 per cento il numero delle pagine e del doppio la tiratura: fino a 15‑20 mila copie, non poco se si pensa che la francese Jazz Magazine tira sulle 20‑25 mila. Alcuni nuovi lettori, i jazz‑fans dell'ultima ondata, scrivono a Polillo lettere d'improperi accusandolo di discriminare la musica pop e anche di essere reazionario. « Ma perché non si comprano una delle tante riviste pop? » si lamenta Polillo senza darsi pace. Intanto gli anonimì "culi di piombo" nascosti negli uffici delle grandi case discografiche inglesi e americane, gli stessi che hanno lanciato il pop come si lancia un nuovo tipo di dentifricio, gongolano. Le case discografiche che nel 1916 fecero la fortuna del jazz e la loro con il disco fonografico, oggi possono ucciderlo se vogliono. Agli appassionati non resterebbe che il boicottaggio.

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UN POSTO AL CONSERVATORIO

Strutture musicali accademiche, e jazz; un rapporto ancora molto difficile in Italia, quando non si riveli addirittura una miscela detonante. Giorgio Gaslini ha dimostrato che anche da noi il jazz può essere insegnato con profitto in conservatorio, con un metodo che privilegi "maieuticamente" la libertà creativa dell'allievo. Nei due anni del corso sul jazz da lui tenuto al Conservatorio romano di Santa Cecilia si è praticamente rinnovato il "parco musicisti" del jazz italiano. I giovani naturalmente erano entusiasti.

La revoca dell'incarico decisa nell'ottobre scorso, senza alcuna giustificazione, dal nuovo direttore Jacopo Napoli ha richiamato alla memoria « le decisioni del Minculpop prese proprio in questa materia trentacinque anni fa », ha commentato Arrigo Polillo direttore di "Musica Jazz". Ora, mentre si prepara ad un nuovo corso accademico sul jazz con inizio al prossimo ottobre, Gaslini ha aperto nella sua villa-convento a Gorro, nella Val di Taro (provincia di Parma, nell'Appennino tosco-emiliano) un corso libero di jazz dal titolo ecologico di "Musica e natura". Tre ore al giorno per dieci giorni, sulla storia, gli stili, “come si crea”, “come si partecipa ascoltando”, e un corso di perfezionamento per musicisti che comprende tecnica, pratica e arte del jazz, lavoro individuale e di gruppo.

E' però l'iniziativa isolata d'un musicista già affermato, che gode di ampio credito in Europa e che ha ancora voglia di impegnarsi direttamente nella didattica. Cosa fanno invece le autorità accademiche? I loro difetti sono ancora quelli d'un tempo. Fobie e prevenzioni culturali per le musiche cosiddette "aliene", cioè non tramandate di professore in allievo nei conservatorii dell'Europa occidentale.

Ma è soprattutto la cultura accademica italiana sotto accusa, come ha rilevato in un recente dibattito il musicologo Boris Porena. Oggi l'Italia del Cantagiro, ma anche dei Vivaldi e dei Casella ‑   quest'ultimo grande estimatore del jazz ‑ deve sapere che esiste non un corso ma un'accademia di jazz perfino a Leningrado (nonostante che a Kruscev il jazz ricordasse maledettamente « lo sferragliare dei tram »), un'accademia a Graz, una scuola specializzata a Monaco di Baviera e molte altre in Europa. A Varsavia poi la radio polacca ha di recente istituito una orchestra stabile di jazz, impensabile per la nostra Rai‑Tv che al jazz riserva lo stesso trattamento usato a suo tempo dall'Eíar: titoli depurati della parola "jazz", ritenuta incomprensibile all'ascoltatore medio, quello inventato dall'ufficio opinioni di viale Mazzini, brani scelti tra i più banali ed edulcorati, spiegazioni fuorvianti ecc.

Per gli enti musicali, per i quali è stata approvata di recente una legge di finanziamento pubblico per decine di miliardi, vige il più gretto pregiudizio etnocentrico, per cui non solo Tosche e Traviate ma anche una Fanciulla del West è sempre preferibile a una suite di Ellington o ad un lavoro di Parker. Il "bello estetico" può essere oggetto di incontri paritetici tra diverse correnti politiche, purché non vengano posti in discussione i sacri confini nazionali.

Eppure sono molti i nomi italiani nella storia del jazz, dal leggendario Leon Roppolo a Nick La Rocca (il primo ad incidere dei dischi), da Eddie Lang (Salvatore Massaro) a Joe Venuti, da Lennie Tristano a Jimmy Giuffre, fino a Tony Scott (Antonio Sciacca), a Stephane Grappelli, a Jean-Luc Ponti, agli stessi Gato Barbieri e Chick Corea, e decine di altri ancora. D'altra parte ‑ è Gaslíni a dirlo ‑ il jazz è utile in conservatorio anche per l'aspetto della spontaneità. « Adorno dice che oggi per un musicista è quasi impossibile essere spontaneo: quale scuola migliore del jazz per abituare l'allievo ad esprimersi liberamente, senza sovrastrutture? ».

Chiuso il capitolo nero di Santa Cecilia, uno spiraglio si è ora aperto al Conservatorio di Alessandria, dove è stato istituito un corso sperimentale di jazz a cura di Raf Cristiano, e al Conservatorio di Bologna, dove il direttore Adone Zecchi ha affidato a Ettore Ballotta un corso libero di "musica d'uso" espediente terminologico di copertura che consente di insegnare del jazz. I primi risultati sono confortanti. La big band costituita dagli allievi alla fine del primo anno di corso ha presentato alle rassegne di Bologna e di Bergamo una musica ricca di corpo e di vitalità ritmica, priva di quell'impacciato accademismo che di solito appesantisce formazioni dei genere. Una rivelazione e anche un esempio questa giovane orchestra di Bologna, la città che in Italia è un po' la capitale del jazz, che dovrebbe far meditare quanti ancora si ostinano a lasciare la musica di Parker e di Coltrane fuori delle aule di studio.

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E IL JAZZ ITALIANO?

Negli anni bui del dopoguerra bastò la street‑parade di una banda revival in via del Tritone per segnare la fine del black‑out jazzistico imposto per anni dal regime fascista. Ma la scoperta dei jazz significava anche la riconquistata appartenenza al "mondo libero", a quell'America cui avevano guardato Pavese e Vittorini come a uno specchio realistico ma affascinante delle contraddizioni interne della società occidentale.

Un ambíguo rapporto di amore-odio, che è poi restato nella psicologia dell'uomo del jazz italiano, anche quello ‑ e quasi sempre si tratta di un quarantenne ‑ che oggi si rifà alla corrente centrale del jazz moderno, che non è certo la più politicizzata, al sanguigno hard-bop dei Messengers di Art Blakey, a Johnny Griffin e agli Art Farmer, o a un Rollins ormai mitízzaio, pur con qualche simpatia tipicamente bianca per Davis e il pop. Gianni Basso e Franco Tonani, Cicci Santucci, Sergio Fanni e Oscar Valdambrini, Enrico Rava e Giovanni D'Andrea sono nomi già noti.

Il trombettista Rava, anzi, è l'unico italiano che sia riuscito a vendere vasi a Samo, suonando jazz negli Stati Uniti. Il solo musicista italiano di livello mondiale è però il pianista e compositore Giorgio Gaslini, l'unico ad avere una propria opera ("Nuovi sentimenti" inciso con Don Cherry e Gato Barbieri dieci anni fa) in una discografia "essenziale".

Certo il più efficace didatta di jazz, è noto come eclettico compositore di "musica totale" nella quale lascia fermentare le più varie esperienze culturali, jazz e avanguardia europea, tradizione dotta e motivi popolari locali. Di recente alcune sue suites come "Fabbrica occupata" e "Message", dove si inseriscono elementi seriali, sono state eseguite dal suo quartetto in un ciclo di concerti dato in tutt'Italia nei teatri, nei dopolavoro aziendali, sotto i tendoni d'un circo. Dai suoi gruppi e dai suoi corsi di jazz in Conservatorio è scaturita tutta una generazione di giovani musicisti che fa bene sperare nella nostra futura "jazz scene".

Oltre al sassofonista Gianni Bedori, la cui recente opera "Picasso" ha ottenuto il premio "Giancarlo Testoni" per il 1974 dalla critìca discografica, sono emersi i sassofonisti Massimo Urbani, Maurizio Giammarco, Tony Formichella, in bilico tra nuovo hard-bop e free jazz, la pianista Patrizia Scascitelli, dotata di un insolito feeling, e altri ancora. Da alcuni anni poi sono in luce i contrabbassisti Bruno e Giovanni Tommaso, autori di numerosi brani e organizzatori di gruppi, il batterista Bruno Biriaco e il sax Claudio Fasoli. Tra gli outsider va posto l'intellígente Giancarlo Schiaffini che cura da tempo un meticoloso lavoro di sperimentazione a cavallo tra jazz contemporaneo e avanguardia europea, con qualche incursione nella terra di nessuno delle elaborazioni foniche della scuola di Darmstadt.

Ma, dopo Gaslini, il jazz più vivo e stimolante, forse perché più legato alle componenti ludiche e popolari, è quello dì Mario Schiano, certo limitato come sassofonista, ma come suscitatore di gruppi e arrangiatore uno dei jazzmen più attivi oggi in Italia. Con Schiano ("Sud", "Canto ritrovato"; e con Gaslini, "On the Waiting List") si rafforza quella "via italiana al jazz" che passa attraverso la ricerca filologica sulle culture locali, il recupero delle tradizioni popolari, mediterranee e meridionali, alla scoperta di quella "negritudine" nostrana (chi ha detto che i terroni sono i negri d'Italia?) che è già da tempo una polemica boutade.

C'è poi tutto uno pseudo-jazz televisivo di cui non mette conto parlare, eccezion fatta per la musica di Marcello Rosa che fuori del piccolo schermo è molto più interessante. Già protagonista di quel revival New Orleans che come ogni fenomeno di Kitsch culturale rappresenta la reazione piccolo-borghese e provinciale ai fermenti dell'intellighentzia (in questo caso la rivoluzione dei be-bop), e oggi perfìno un fatto di reazione politica, Rosa ha oggi scelto la strada della moderata evoluzione. Il suo Ensemble, che ha ìnaugurato il sesto Festival internazionale di Pescara appena concluso, era stato preso un po' sottogamba dai critici. Invece, forse per le deludenti prove di quasi tutti i grossi nomi, il gruppo di Rosa è apparso tra i migliori della rassegna, soprattutto per gli arrangiamenti raffinati, riecheggianti un jazz utopico "delle memorie e dei sentimenti" e per il solismo dei fiati (tra cui la tromba Berney e il sax Formichella).
NICO VALERIO 

IMMAGINI. 1. Art Ensemble of Chicago al Festival di Bergamo (foto N.Valerio). 2. Sonny Rollins al Festival di Montreux (foto N.Valerio). Le immagini inserite dalla Redazione dell’Espresso nella grande inchiesta non erano queste (che invece sono dell’autore).