08 giugno 2009

GURU. L’editore della “controcultura” e il mitico leader degli “alternativi”.

"Ministro dell’egologia" lo avrei fatto, se fossi diventato Capo del Governo. Eravamo in Campo de’ Fiori, a Roma, nei favolosi e liberi anni Settanta. Lui apprezzò la battuta con un rapido sorriso: era il massimo che poteva concedermi. E continuò col suo discorso, tutto coi verbi in prima persona singolare. Era fatto così.
      Egocentrico in modo patologico fino a sfiorare il cinismo, attivissimo, vulcanico, anarchico non per calcolo politico o posa esistenziale, ma per istinto di vita e pratica quotidiana, il geniale ma controverso, mitico e criticato, famoso e famigerato, disordinato ma implacabile, libertario e autoritario Angelo Quattrocchi, ci ha lasciato l’altro ieri, il 6 giugno alle ore 6, dopo una lunga malattia.
      "Se ne vanno, pezzo a pezzo, tutti gli elementi della mia vita", aveva commentato mesi fa da vecchio saggio, alla notizia delle sue gravi condizioni di salute, un altro guru dell’alternativa italiana, Marcello Baraghini (Stampa Alternativa), incontrato per caso. Come molti, di Quattrocchi era stato in gioventù amico fraterno e collaboratore culturale, poi concorrente, antipatizzante, perfino avversario. Anche lui, come Quattrocchi, insofferente di ogni regola, istituzione o partito, fossero pure quelli più a sinistra.
      E di Angelo – mai nomen è stato meno omen, cioè destino – come di tutte le rare persone geniali, nel bene e nel male, coi suoi pregi e difetti, entrambi ingranditi dal pantografo del suo ego spropositato, è giusto dire che è stato un "ragazzo" unico. Ragazzo, sì, perché è restato sempre adolescente, con tutti i pro e contro dell’adolescenza: creatività e prepotenza, poesia e coraggio.
      Ma dal punto di vista del costume e della sociologia, Quattrocchi è stato un vero simbolo dell’Italia alternativa degli anni 70. Il guru unico, sapiente e improvvisatore, narcisista e realista, occhiuto e casinista, organizzatore e disorganizzato, cosmopolita e italiano, milanese e romano, americano e anti-americano, degli hippies, dei beatniks, dei freaks, dei giovani di strada, dei drogati intellettuali alla Timoty Leary, dei rocchettari, dei transgender, insomma del contro-potere fatto vita quotidiana. Il teorico della trasgressione.
      Aveva imparato tutto già prima del maggio francese nel favoloso 68 ("E quel maggio fu: rivoluzione!", fu il suo instant book dedicato a quella rivoluzione del costume. Andava già a Londra e negli Stati Uniti quando non si usava ancora. Quell’America per la quale nutriva il più ambiguo sentimento possibile: l’amore-odio. A cominciare dalle peregrinazioni nei campus universitari, fino alla condivisione delle rivendicazioni dei pellerossa ("Wounded Knee: indiani alla riscossa", fu il libro che ne ricavò, considerato da molti il suo migliore).
L'immagine può contenere: 1 persona      Odiatore del Potere, organizzatore di eventi anticonformistici, giornalista underground, inventore di uno stile di scrittura "giovanile" insofferente dell’opprimente sintassi (echi talvolta alla Marinetti si colgono nei sui primi scritti), editore spericolato di scritti di denuncia e pamphlet stampati in un giorno.
      Riviste, libri e libretti instant-books, come il celebre "Fallo!" del 1971-73, che negli anni ’70 erano considerati anti-Sistema e addirittura illegali, tanto che la descrizione della masturbazione femminile in "Oltre la gelosia, l’amore" lo portò in tribunale.
      Ma la mia obiezione era che in fondo, nonostante l’approccio apparentemente collettivo, pubblico, in qualche modo "politico" (fondò anche un effimero "Partito ippi", scritto così), queste provocazioni non uscivano mai fuori dai confini, di per sé enormi, d’un individualistico e privatissimo liberalismo (parola per lui ripugnante, perché amava solo il "libertarismo"): la libertà della propria vita, di decidere singolarmente come e se addirittura vivere, se e quali droghe assumere, se e come fare sesso, quale musica ascoltare. Infatti oggi la società occidentale avanzata si è fatta più intelligente, e sta emarginando a poco a poco (troppo lentamente, purtroppo) le punte reazionarie e clericali che incidono sul costume privato. Le battaglie, apparentemente marginali e di nicchia, che Angelo combatté per i giovani e gli hippies, sono oggi quasi vinte. E per la libertà non di esigue élites snob o di strati proletari, ma di tutti.
Situazionista o anarco-liberale o piuttosto il tipico "freak" anti-politico formatosi nella California degli eredi del Kerouak di "On the Road"? La terza che hai detto, forse.
      Certo, l’amicizia con Ginzberg e Fernanda Pivano, e la frequentazione di tanti scrittori, artisti e giornalisti alternativi della West Coast americana, sono la conferma d'una derivazione in qualche modo letteraria. Ma incidevano anche elementi caratteriali, personali. Insomma, era anche un po’ Boris Vian e un po’ Pannella, un po’ Marinetti e un po’ Prezzolini. Provocatore, sì, ma anche – chi l’avrebbe detto –"antimodernista", antitecnologico, anti-tv ("Come fare a meno della tv e vivere felici"), anti-computer. Come Baraghini, che ancora snobisticamente scrive sulla Olivetti 22, anche Angelo non amava il computer, e vi si adattò in parte e malvolentieri, usandolo come macchina per scrivere, solo negli ultimi anni, quelli delle sue edizioni Mala Tempora (e il titolo antimodernista e pessimistico, alla Prezzolini, che infatti era un ultra-conservatore, è tutto un programma).
      Era, però, anche illuso – ecco la sua ingenuità adolescenziale – che dai "giovani" potesse emergere uno stile di vita, che dalla "loro" musica nata come imitazione e già commercializzata (il rock), potesse venire una qualche forma di "controcultura".
      Gli sfuggiva che tutti quei "valori", e quelle libertà per cui si batteva, o erano fittizi perché già fatti propri dal marketing delle grandi imprese del divertimento e del tempo libero (p.es., i discografici della rapace "industria del rock"), oppure coincidevano semplicemente con la libertà tout court. E allora non avevano più neanche dignità propria, insomma un capoverso dedicato, ma si inserivano nel più generale processo per rendere la nostra vita più liberale e laica.
      Divenne, perciò, negli ultimi anni nostalgico degli anni avventurosi e libertari anni 70, e autoreferenziale, avendo in odio ormai questa società moderna nella quale non si riconosceva più. Ma si era forse mai riconosciuto in quella precedente? Mai. E così avversò in tutti i suoi scritti, in modo viscerale, l’aziendalismo e il commercialismo dell’èra di Berlusconi, altro grande egocentrico (mi colpì molto che nella sua casa di Trastevere tenesse attaccati alle pareti vari ritratti del "Berluska", sia pure con critiche dure, come se gli riconoscesse una qualche paradossale vicinanza, un ambiguo odio-amore), la caduta stessa delle ideologie (da giovane era stato giornalista al quotidiano socialista L’Avanti), l’omologazione culturale, la globalizzazione a senso unico, il consumismo (non si contano i titoli di opuscoli editi contro i feticci del mercato attuale, equiparato ad un grande e truffaldino "supermercato" di prodotti più o meno tossici e di idee normalizzanti che dovrebbero impedire di pensare.
      Sulle sue riviste alternative degli anni 70 si veda questo sito in cui è riportato un articolo interessante ma rivelatore delle sue approssimative conoscenze politiche. Quattrocchi lamenta che l'editore di Ciao 2001 è "fascista", perché parla di rivoluzione dei giovani senza citare mai la parola marxismo. Strano, no?, per un esponente della controcultura: sa di vecchio. Ma io lo ricordo quel direttore: macché fascista, era un normale democristiano e moderato senza idee, come tanti allora. E perché, il collaboratore per la musica pop di Fallo, giornale quattrocchiano per eccellenza, Dario Salvatori, era forse un marxista? Viene da ridere. Non solo, ma non capiva assolutamente nulla di politica: non gli interessava minimamente. Molti anni più tardi, passando in rassegna per Malatempora la sua vita frenetica ed errabonda, ammetterà: “Penso che in qualche modo quel credo, buttarsi nell’azione e lasciare da parte le ideologie, mi abbia sempre accompagnato; anche oggi”. Il brano, stranamente, l’ho trovato su un sito del Trentino.
      Un' altro leit motiv delle polemiche del grande Angelo era l'arretratezza dell'industria discografica d'allora nel capire rock e altre musiche definite “dei giovani” (chissà che direbbe oggi, con concerti rock suonati e ascoltati da 70nni: folle dai capelli bianchi che sembrano raduni di commilitoni della Grande Guerra…). Questa incapacità a capire i tempi nuovi – diceva – era dovuta ai dirigenti discografici che "votano liberale e odiano la cagnara dei complessini". Macché, nessuno allora votava liberale (il PLI aveva l'1,5%), tantomeno quegli ignorantoni dei discografici avevano idee così raffinate ed elitarie, anzi più d’uno si dichiarava comunista.
      Quattrocchi era fatto così: di politica tradizionale non sapeva nulla, neanche votava. La sua era una politica trasversale, in realtà sociologica, generazionale. Quale generazione? La sua. Per praticarla, bastava ostentare una diversità sul piano esistenziale e comportamentale, leggere certe riviste, indossare certi vestiti-divisa, magari soltanto essere giovani, fumare canne o ascoltare pessimo rock, per apparire "alternativi", progressisti, tipi giusti, anticonvenzionali, "di sinistra". E quest’uso della contestatissima, oggi, parola “sinistra”, ci fa vedere quanto tempo è passato dagli anni 70 e 80 a oggi: un’eternità.
      Il guru degli alternativi non capì mai che il rock, perfino alle origini, non era affatto quella musica pura, spontanea e trasgressiva che sembrava. Anzi. Come imitazione edulcorata e industriale del rhythm and blues, a sua volta commercializzazione del jazz popolare da ballo di Kansas City, era la classica invenzione becera del business discografico americano. E che se tanti giovani all'improvviso si erano messi a fumare hashish e marijuana, ad ascoltare musica rock, a vestire in un certo modo, e a praticare altri riti identitari, questo non voleva dire che fossero contestatori o alternativi al Sistema, tantomeno che potessero abbatterlo con quelle cosette superficiali fornite dal Sistema stesso; ma voleva dire solo che avevano trovato una nuova moda, un nuovo consumismo. Insomma, che erano giovani, certo, ma sotto sotto conformisti, non anticonformisti.
Di Angelo ho trovato anche una rara intervista, in cui si confessa in parte, rivelando altri lati poco noti.
      Insomma, un personaggio unico. Scomodo per tutti, anche per se stesso. Perfino in questo Paese di narcisisti nati, ci mancherà.

IMMAGINI. La copertina di una rivistina di Angelo Quattrocchi che fece epoca nei primissimi anni 70. "Do it!", Fallo! (in italiano, per di più, con l’ovvio doppio senso), era stato qualche anno prima il motto della cultura alternativa americana che Quattrocchi aveva conosciuto in California e che poi sempre divulgò nella sua vita. In quanto alle foto personali, quelle di Quattrocchi sono rare, se non rarissime.

JAZZ. Il quartetto di Dave Brubeck con il sax alto di Paul Desmond nel 1961, in Take Five, dove Desmond prende un lungo assolo.

AGGIORNATO IL 6 GIUGNO 2017

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6 Comments:

Anonymous Lady Godiva said...

Bello perché non è stucchevole come tanti elogi post mortem. Complimenti. Così, realistico, è perfino più commovente per me che l'ho conosciuto. Grazie.

8 giugno 2009 16:19  
Anonymous dottor grossier said...

L'ho frequentato poco, forse un paio di volte, e più di 10 anni fa. E naturalmente non ho potuto cogliere tutte le sfumature che hai messo tu che a quanto pare lo conoscevi bene e da tanto tempo. Bell'articolo.

8 giugno 2009 17:33  
Anonymous Arcogitone said...

Superbo!

8 giugno 2009 18:20  
Blogger Nico Valerio said...

Arcogitone, superbo chi? Io, Angelo o l'articolo?

8 giugno 2009 18:22  
Anonymous Arcogitone said...

L'articolo :-)

8 giugno 2009 18:38  
Anonymous Antonio D. said...

Hai proprio dipinto il geniale personaggio.

8 giugno 2009 21:56  

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