05 aprile 2009

BUD SHANK. Ha suonato fino a 80 anni il più cool della West Coast

Sapete come sono i giovani, che amano e pretendono dagli artisti difficoltà da superare, eroicamente, e virtuosismi da inanellare come in una collana di primati. Perciò a 18 anni il flautista e sassofonista Bud Shank mi indispettiva, anche se - certo - non come Paul Desmond.
Avendo avuto la saggezza, per fortuna, di programmare il mio apprendimento del jazz lungo la linea della sua evoluzione storica, dal blues e dal New Orleans in poi, a quell’età ero appena arrivato a digerire l’ostico, sintetico, dissonante ma fondamentale be-bop nero. Ora faticavo un po’ a tornare indietro e a farmi piacere le fin troppo "piacevoli" e leggere note del cool della corrente West Coast sui famosi dischi della Pacific. Confesso che non gli detti mai troppa importanza: sotto sotto la giudicavo musica da filodiffusione, da grandi magazzini o da anticamera del dentista.
Però anche allora specialmente il flauto di Shank mi affascinava, trasportandomi in un mondo iperuranio di leggerezza non semplice né banale.
Allora non immaginavo quanto fosse difficile quella apparente facilità di fraseggio, con la timbrica pulita ed europea, sempre all’incrocio tra jazz, musica sinfonica, bossa nova e buon jazz di intrattenimento leggero, quel "Paul Desmond più vigoroso e imprevedibile".
Poi, studiando, cioè ascoltando dischi, leggendo libri sul jazz e recensioni (allora erano fondamentali i retro delle copertine dei 33 giri), mi imbattei in una dichiarazione entusiastica di Duke Ellington su Bud Shank, e le note di vari critici molto acuti, che in pratica gli davano dell’innovatore associandolo alla rivoluzione della Third Strean di Stan Kenton e gli altri coolsters più sperimentali e colti. E certo, il flauto e il sax alto (raramente tenore) di Shank danno il colore del jazz di Los Angeles o San Francisco negli anni 50 e 60. Sono indissolubilmente legati ad un ambiente e ad un’epoca. Che poi era anche quella delle commistioni con la musica etno-latina, la bossa nova, qualcosina di impronta classica europea.
Ora che Bud Shank ci ha lasciato (il 4 aprile) ci piace ricordarlo con la biografia e di Jeff Tamarkin su JazzTimes , un ricordo del collega pianista Bill Mays e, musicalmente, con quel poco che offre il convento di YouTube. Eccolo, nel primo al flauto e nel secondo al sax alto, in due brani con Laurindo Almeida, un chitarrista molto classicheggiante.

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1 Comments:

Anonymous mary the red said...

Mi piace molto il suo flauto. Ha qualcosa di insolito ed esotico...

6 aprile 2009 22:09  

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