01 gennaio 2009

FINE ANNO. Una notte con lo spirito del luogo: fuochi, grotte, ruscelli e polenta.

Calcata e rupe L’antico borgo medievale di Calcata, ormai invaso dallo snobismo degli pseudo-intellettuali romani, che vi hanno preso casa dopo i primi alternativi e post-hippies degli anni 70, è un po’ Cetona, un po’ Ios. Ma spero non diventi una nuova Capalbio "di potere" (o lo è già diventata?) o, peggio, una Pitzidia (vicino Matala, Creta) o una Myconos di terraferma, dove sporcizia, abusivismo edilizio, neon, cemento, noia, criminalità e droga sono più frequenti che a Soho, e i soliti americani, greci e giapponesi vanno a fotografare a caro prezzo "gli altri che si divertono". Ma, diceva quel saggio, se vanno tutti i guardare gli altri, va a finire che non si diverte nessuno. La vita come voyerismo, imitazione, esibizione, snobismo, è una vita finta.
Lontani i "bei tempi" alternativi, quando ci si imbatteva nello stupore ingenuo degli abitanti veri, gli indigeni, che chiedevano in cambio della nostra invasione pacchiana e rumorosa, o dai toni insopportabilmente paternalistici e saccenti, almeno semplicità e naturalezza. Ma ora che il borgo è popolato da architetti, giornalisti, funzionari Rai, pittori e scultori, e conta anche pub e "restò", rimangono solo gli antichi tufi, quelli veri non quelli scolpiti ex novo oggi, che sono un'ulteriore sopraffazione intellettualistica sull'antica roccia vulcanica, a testimonianza dell’antica semplicità.

Per fortuna, almeno fino a quando ha potuto resistere, c’era il vero nume tutelare di Calcata, che non è il "prepuzio di N.S.Gesù Cristo", figuriamoci, un tempo venerato in una chiesa, ma il locale Circolo Vegetariano, semplice e povero, spesso animato dai guizzi geniali e imprevedibili di Paolo d’Arpini che lo aveva fondato, singolare figura di saggio, spiritualista laico, naturista, erborizzatore selvaggio, Robinson anticonsumista, asceta metropolitano, bambino-vecchio, post-hippy, insieme poeta e mago come gli aruspici etruschi. Uno dei pochi che era ancora capace, tra i telefonini, i computer, le insegne al neon e le "installazioni" avanguardiste del nulla della nuova Calcata trendy, di sentire i ritmi segreti della Natura: tronchi, edera, erbe, massi, selve, ruscelli e grotte, a cui lui come gli Antichi dà un'anima e attribuisce anche sfumature di una spiritualità ancestrale, immanentistica, direi nobilmente pagana.

Prima che si rifugiasse sconsolato nelle Marche, il genius loci ancestrale di Calcata organizzava memorabili quanto alternativi “ultimi dell’anno”, stonatissimi tra tutti quegli snob romani trapiantati lì. Ve ne voglio raccontare uno, l’ultimo.

Per l’ultimo giorno dell’anno, altro che mondanità futile, d'Arpini aveva organizzato una discesa catartica agli inferi vegetali, alle selve profonde dei valloni tutt’intorno all'alta rupe della Calcata snob, approfittando della singolare circostanza che quel "tutt’intorno" è selvaggio come, anzi, più che ai tempi degli Etruschi. E altro che tacchi a spillo: ha condotto le fanciulle tra forre, fossi, spine e fango, proponendo la notte dell'ultimo dell'anno, in pieno inverno, di guadare torrenti che manco il contadino d'estate passerebbe, di fare l'asse di equilibrio su un tronco, di districarsi tra i rovi.

Un vero rito di iniziazione. Per ritrovare, in controtendenza, nella nottata dell'apparenza, degli abiti eleganti, delle abbuffate di carne, creme, pessimi panettoni e champagne artificiali, dei fuochi finti e delle parole false, la sostanza dei modi semplici, i riti istintivi dell'amicizia, una saporita cena vegetariana, le abilità primigenie dell’uomo (lui li chiama "atti di coraggio"), i soffi e i rumori veri della Natura, l'immersione negli elementi, il freddo e il caldo naturali, la casa atavica (la grotta). E se rito deve essere – deve essersi detto giustamente il saggio-matto d'Arpini – che sia almeno compiuto attorno al fuoco atavico in una grotta. Grotta che lui chiama "tempio". Altro che i pub e le magioni degli intellettuali arredate in uno studiatissimo stile finto-povero dell’acropoli soprastante. Insomma, lo spirito della Natura, il contatto con gli elementi: l’acqua, il fuoco, l’aria, la terra.

Ma chi è questo d’Arpini, l’ultimo degli ingenui o il primo dei provocatori? Temo, anzi, spero, un po’ l’uno, un po’ l’altro.
Come l'hanno presa gli incauti invitati? Ecco la bella testimonianza dello stesso d'Arpini, la cronaca della strana notte di ieri, una "notte senza tempo" perché sarebbe stata la stessa 2500 anni fa. L’ultima notte dell’anno proposta da un acquisito calcatese purosangue che in realtà è ormai un anti-Calcata fin nelle midolla, almeno per com’è diventata. Tanto che l’ha dovuta lasciare (Nico Valerio)..

“Già dal mattino gli auspici sono favorevoli, il sole brilla in cielo, le poche nubi sparse sospinte dal vento svaniscono in una direzione sconosciuta. Voilà, il cielo è terso e limpido. Trascorro la giornata tranquillamente a preparare il Tempio, sistemando le candele ed i moccoli nei punti strategici. Mio figlio Felix ha potato parecchi alberi ed i rami secchi giacciono invitanti. Ne raccolgo alcuni e li accatasto.
Torno a casa. I primi prenotati per la serata arrivano alle 17: sono 4 ragazzi giovanissimi di Ronciglione, anzi due ragazze di 16 anni e due ragazzi di venti. Hanno portato con loro diverse specialità dolci e salate preparate dalle loro mamme: mhmmm... ottimo aspetto hanno queste torte.
Conduco i giovani al Tempio e dò loro l'incarico di accatastare e spaccare un po' di legna, accendere il fuoco nel camino per stemperare l'ambiente ed altri lavoretti. Io torno al Circolo e lì vado avanti nei preparativi scenografici e culinari. Sistemo una pila di arbusti che mio figlio aveva lasciato sullo spiazzolo, preparo il letto per il falò, accendo il fuoco e lo curo sino a che la fiamma è scoppiettante. Nel frattempo arrivano altri ospiti, vengono da Campagnano. Lascio l'uomo al compito di fuochista e prendo la donna, Rosalia, con me in cucina per sistemare ed apparecchiare la tavola.
Ormai è buio, le candele sono accese, l'atmosfera è dolce e romantica. Mano a mano che giungono gli atri prenotati, la massa dei cibi consegnati aumenta, stavolta veramente tutti hanno fatto il loro dovere e c'è una grande varietà di insalate, pietanze, pizze, pane, olio, vino, etc. Mentre fuori sul falò i maschi preparano le bruschette, all'interno del Circolo io mi intrattengo con le ragazze e le signore che, un po' freddolose, circondano la stufetta con le mani protese verso il caldo.
Ecco si crea familiarità ed amicizia fra tutte queste persone che non si sono mai incontrate prima, ognuna per un motivo o per l'altro attratta dalla particolarità della manifestazione. Si parla di archetipi, di dieta vegetariana, di rapporti fra il maschile ed il femminile. Finalmente siamo tutti dentro, stretti stretti perché il Circolo è piccolissimo, siamo solo in 11 si sta come dentro all'uovo primordiale. Sì avete letto bene solo 11 persone, tutte prese e coinvolte e vicine le une alle altre come se si conoscessero da sempre.
La polenta è cotta, iniziamo a mangiare con gusto, portata dopo portata le pance si riempiono e il tepore della stanza coinvolge tutti in una sorta di maggiore intimità.
Insomma senza quasi accorgersene siamo arrivati al dolce, e tra una chiacchiera e l'altra, tutte chiacchiere sensate e non vuote, giunge il momento di scrivere i pensierini. Quelli che vengono condivisi li trascrivo di seguito (*) e gli altri, i desideri segreti e le aspirazioni per il nuovo anno vengono invece riposti in saccoccia di ogni partecipante per caricarli durante il viaggio di forza emendatrice.
Alle 22.30 partiamo per il bosco, tutti pimpanti all'inizio, e sempre più emozionati e sconvolti durante il tragitto... Le ragazze hanno estrema difficoltà a continuare il cammino fra i rovi e la discesa ripida devastata dal continuo passaggio di cinghiali. Questo sentiero del Parco è un po' una "frana"....
Giunti al primo fiumiciattolo, il Rio, si pone il problema della traversata. Nessuno vuole guadare togliendosi le scarpe, e così conduco la comitiva lungo il greto reso scivoloso e fangoso dalle piene recenti sino a giungere ad un grosso tronco caduto fra le due sponde che serve da passatoia per i cinghiali e le volpi, e qui siamo di fronte alla vera prova di coraggio.
Io avanzo spedito per dare il buon esempio, seguito da Mara una signora di Roma veramente coraggiosa, ma una delle ragazze viene presa da una crisi isterica e da un attacco di panico, malgrado sia da noi incoraggiata in tutti i modi, e si mette a strillare che non ce la fa... Un'altra ragazza della sua stessa età, Gloria, di Caprarola, per dimostrare che si può fare, attraversa l'improvvisato ponte carponi, a quattro zampe, e giunge sull'altra sponda. Anche altri tre maschietti osano affrontare la passerella sull'abisso. Ma sull'altro lato, dove sostano i "rimasti", il senso di pericolo e di incapacità è troppo forte, e nessun altro ce la fa a compiere il "salto" oltre il mondo conosciuto. Dopo mezz'ora di tira e molla il gruppo iniziale si scinde, una parte procede verso la sopravvivenza ignota, ed una parte ritorna alla sopravvivenza conosciuta (tornano indietro ad attenderci al Tempio).
La traversata effettuata dal minuscolo branco di 5 persone, due femmine e tre maschi, è simbolica di una capacità ancestrale ad andare avanti, come fecero i nostri antichi avi quando lasciarono l'Africa per invadere il resto del mondo... A questo punto le difficoltà non hanno più importanza si va verso l'ignoto, quel che viene viene!
La sensazione di essere fuori dal tempo e dal mondo viene però scacciata dopo un'ora di impervio cammino dai botti e dalle girandole e fuochi d'artificio che si vedono illuminare la notte sopra l'acrocoro di Calcata: è mezzanotte per loro... per noi è solo chiarore nell'avanzare nella notte buia. Ma l'incanto dell'abbandonarsi alla natura in qualche modo si è rotto, il mondo conosciuto si è riaffacciato alla mente.. ora per il gruppo ci sono solo le difficoltà del ritorno alla civiltà e non l'avventura fine a se stessa...
Stremati ma felici terminiamo il tragitto, arriviamo infine al Tempio della Spiritualità della Natura. Lì ad attenderci c'è il resto della compagnia, hanno tenuto il posto caldo. La ragazza impaurita che non voleva cavalcare il tronco all'andata, mi guarda vergognosa ma io le sorrido...
Invito tutti nella grotticella della Madre Terra e lì cantiamo dolcemente un mantra antico che ci riappacifica con la vita e con noi stessi. Restiamo in silenzio per un po' ed infine completiamo il rito davanti al focolare acceso, ognuno "confessa" a turno il suo desiderio inespresso e brucia il foglietto di carta consegnando al sacro fuoco il messaggio.
La cerimonia è conclusa, congedo tutti e li saluto, qualcuno sente il bisogno di scambiarsi gli auguri per il nuovo anno e così ci abbracciamo a turno, come una famiglia che si ritrova... una grande famiglia elettiva!"
PAOLO D’ARPINI

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(*) Pensierini condivisi dai partecipanti:
"A volte basta poco per sentire e percepire un po' di amicizia da chi non conoscevi"
"Percorriamo sempre la stessa routine ed abbiamo poche possibilità di uscirne fuori, e quando vi riusciamo bisogna approfittarne. Spero che questo capodanno diverso sia il preludio per un anno diverso..."
"Speriamo che l'originalità di questo incontro porti a noi tutti un 2009 pieno di energie positive da vivere"
"Sono contento di questo capodanno atipico perché mi consente di apprezzare il contatto con la natura ed il piacere della condivisione"
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JAZZ. Lo storico quartetto con Clifford Brown (tromba), un giovane Sonny Rollins (sax tenore), Max Roach (batteria), in un bellissimo
Get Happy (durata 22 minuti). Diapositiva fissa ma è la musica che incanta, col lungo solo stupendo di Clifford. Sono gli ultimi anni dei Quaranta.

AGGIORNATO IL 20 MARZO 2015

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9 Comments:

Anonymous lady Godiva said...

Bello, molto suggestivo.

1 gennaio 2009 23:25  
Anonymous tatiana said...

Avrei voluto esserci. Però il fango...

2 gennaio 2009 02:38  
Anonymous Paolo d'Arpini said...

Fratello Nico, me l'aveva detto Google Alert che mi avevi scritto.. ed infatti sono andato a vedere ed ho trovato la bella sorpresa della tua introduzione, grazie, sei proprio un affabulatore (come me d'altronde).
Evviva!
P.

2 gennaio 2009 15:24  
Blogger Nico Valerio said...

Ah o': "affabulatore" 'o dici a tu' nonno!....:-)
No, scherzi a parte, è normale scrittura. Io in fondo faccio lo scrittore. E nello scrivere metto passione: in fondo scrivo per appassionare me stesso, descrivendo soprattutto i particolari e gli aspetti psicologici dei personaggi. Se quello che scrivo mi affascina mentre lo scrivo, come un diario ben riuscito, va bene. Vuol dire che sono riuscito ad esprimere quello che volevo, cioè è efficace, pungente, interessante e anche divertente. Se no, lo riscrivo. Ma ad affascinare me è la sostanza, non la forma. E non cerco di sedurre nessuno, ma è la cosa raccontata ad essere seducente. Se lo è.
Al contrario, affabulatore è uno che affascina raccontando in tono da favola ciò che favola non è. Quindi secondo me è anche un seduttore volontario. D'Annunzio, Sgarbi, Pannella, Albertazzi, Eduardo, Foa, Gassman, i migliori attori, avvocati o politici parlatori. Geni, per carità, ma geni un po' imbroglioni, seduttori volontari e sfacciati. Grandi attori. No, noi due invece siamo di ben altra pasta: siamo sinceri. Non recitiamo. Se affasciniamo è perché siamo carismatici, cioè abbiamo idee, il nostro mondo (così diverso da quello degli altri), la nostra forte personalità, soprattutto la stranezza della nostra coerenza personale, nel senso che viviamo come predichiamo. Tutto il contrario dei personaggi di cui sopra. Naturale poi che quando parliamo o scriviamo le cose nostre sembrino favole ai profani.
Vedi? Il tuo commento ha spinto ad approfondire la sottile differenza.

2 gennaio 2009 15:30  
Anonymous Paolo d'Arpini said...

Ahiaiai... Nico, stiamo andando verso lidi estremi di sottigliezza. E va bene, se vogliamo definire "affabulatore" un consapevole leguleio ci sto. Ammetto che né tu né io facciamo questo gioco "professionalmente" con intenzione di un risultato esterno. Però nell'esprimerci, come tu stesso dici, dovendo soddisfare noi stessi, non possiamo fare a meno di identificarci pure nell'ascoltatore, nel lettore del testo. Il desiderio di meravigliare e "affascinare" l'altro viene conseguentemente, magari è non voluto, magari è non finalizzato, ma c'è... Insomma siamo consapevoli dell'effetto nello scrivere, altrimenti (forse) non scriveremmo affatto.
Infine c'è l'autoironia che ci salva, altrimenti prendendoci troppo sul serio e definendoci completamente "aloof" commetteremmo un peccato d'orgoglio egoico. Perciò, almeno per quel che mi riguarda, definirmi "affabulatore" è un benevolo aggiustamento, un condiscendere all'umano che mi fa ridere di me stesso.... Guarda ho appena pubblicato un testo su un argomento che ha attinenza con questa tematica...

http://www.circolovegetarianocalcata.it/2009/01/02/santita-nella-spiritualita-laica-postfazione-sulle-notizie-sin%e2%80%99ora-trasmesse%e2%80%a6-e-sulla-reale-condizione-dello-scrivente-con-risposta-di-ramana-maharshi/

Mi piace come scrivi e siccome mi piace ti ho chiamato "affabulatore come avrei detto di me stesso (nel senso di persona -ovviamente- in considerazione dell'articolo suddetto). Ciao, fratello Nico, Paolo

2 gennaio 2009 15:58  
Blogger Nico Valerio said...

Caro Paolo tutto vero, come sempre: è proprio quello che penso. Dannazione al nostro narcisismo: siamo proprio personalità gemelle! (Infatti ora ti metto nella lista a lato, dei personaggi a cui assomiglio per qualche cosa, anche una sola). Volevo solo cogliere il pretesto per approfondire un significato. Lo sai che mi piace chiarirmi le idee, andare alle radici... insomma, studiare (sob!).

2 gennaio 2009 16:08  
Anonymous elena said...

Nico, davvero sorprendente che esista un essere che - a giudicare da come scrive - ti assomiglia! Questa è almeno l'idea che mi sono fatta. Ma tu non ti saresti portato appresso gente che non sa guadare un fiume...o sbaglio? Questo Paolo d'Arpino mi riconcilia però con Calcata, di cui avevo avuto una pessima impressione (un posto falso, pieno di gente falsa).
Saluti

9 gennaio 2009 19:09  
Blogger Nico Valerio said...

Elena, non sbagli: io sono sì naturale, ma non voglio grane, appunto "da civiltà". Avendole già provate queste "crisi" isteriche di fanciulle davanti ad una rapida o un dirupo, non le ho mai più volute ripassare una seconda volta. Eh, si vede che il gemello D'Arpini è ancora più naif. Lui è uno spiritualista laico, e quindi la catarsi del prossimo la prevede sempre.

13 gennaio 2009 22:25  
Anonymous Anonimo said...

mi spiace,come stanno degenerando i rapporti tra calcatesi e calcatesi.insomma il motto fate l'amore non fate la guerra,e'rimasta solo un'utopia.la verita'e'che sono stati inquinati' cosa grave,anime e boshi anche li',e pensare che calcata poteva essere veramente un'isola felice,ma non e altro che un miraggio.ciao da me.via gli snob

1 novembre 2009 19:10  

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