12 marzo 2013

GIUSTIZIA E POLITICA. Conservatori “garantisti”? Imparino dai Paesi liberali.

max_weber Un ministro inglese accusato di eccesso di velocità in automobile dice qualche bugia per difendersi e attribuisce l’infrazione alla moglie. Per questa contravvenzione, in Italia reato “bagattellare”, cioè di nessuna importanza, è stato indagato dalla Magistratura, costretto ad ammettere la propria colpa (e sùbito si è dimesso), e infine – riferiscono le cronache – è stato condannato a otto mesi di reclusione. Non solo per la contravvenzione originaria, ma anche per il comportamento successivo: aver mentito ai magistrati sviando le indagini. Grave per un cittadino comune, più grave per un rappresentante eletto, gravissimo per un ministro. Così si fa nei Paesi liberali.

L'Italia, invece, è il Paese degli avvocati (“332 legali ogni 100 mila abitanti, contro i 75 della Francia”,  ha ricordato E. Lupo, primo pres. di Cassazione), ma questa categoria non ha colpe eccezionali, essendo la sua abnorme diffusione semmai l'effetto non la causa del vizio nazionale.


Qual è questo vizio? Una tendenza istintiva, una sottocultura diffusa che porta chiunque a stare piuttosto dalla parte dell'accusato, anziché dell'accusa. A priori, senza saper né leggere né scrivere, senza aver visto "le carte", insomma a prescindere. Per questa forma mentis preconcetta, che ha origine nelle secolari servitù politiche sotto Re, Principi, Dittatori e Papi (altro che "garantismo", era autodifesa disperata) gli Italiani sono per lo più "assolutori" e "innocentisti" per partito preso, e trovano normale, anzi doveroso, addirittura eroico, che l’imputato per difendersi possa inventarsi qualsiasi cosa (anche accusare un altro, nonostante il rischio di querela), anche con dichiarazioni che sviano e ostacolano il corso delle indagini, e che di conseguenza l'avvocato intralci quanto più può il corso della Giustizia.

Così, in Italia un caso analogo – un politico fermato in autostrada – scatenerebbe la rivolta: la parte "colpita" griderebbe al “complotto giudiziario”, perfino i Radicali lamenterebbero che i giudici pretendono di fare politica con altri mezzi e di mandare in galera gli avversari politici come faceva Stalin! A Londra, invece, non c’è stato nessun avvocato che ha gridato allo scandalo, nessun mass-medium, come Foglio o Libero o Giornale o Radio Radicale, che abbia dato spazio alla teoria dei magistrati politicizzati di Sinistra che l’hanno giurata ai politici di Destra, dell’accanimento contro i Potenti di opposta tendenza, della “via giudiziaria” al Potere, nessun corteo di protesta di personaggi coloriti e arruffa-popolo. Dunque i giudici sono “komunisti” anche in Gran Bretagna?

Dedico questa notiziola ai tanti, troppi, ormai ingiustificabili e insopportabili amici e conoscenti di Forza Italia, Partito della libertà (o del privilegio di uno solo), Anarco-individualisti, Leghisti, Socialisti di Destra (ci sono solo in Italia), Garantisti oltranzisti legati alla potente e trasversale lobby forense (anche questo: solo in Italia) e Destra Radicale. Non nel senso degli estremisti fascisti, ma proprio della destra dei Radicali, ormai preponderante nel partito. E i fondatori del Partito Radicale (Pannunzio, Calogero, Rossi ecc.) si rivoltano nella tomba.

Tutti costoro hanno sempre dato ragione a Berlusconi e ai tanti politici e amministratori locali della Destra accusati di vari tipi di reati, accettando la tesi difensiva che i magistrati di Sinistra “fanno politica” con mezzi impropri, cioè con le sentenze, perseguitando gli avversari politici. Perfino il mitico commentatore Massimo Bordin cade nel tic ideologico (residuo di quando era troskista?) di denunciare la lotta politica fatta per vie giudiziarie.

Eppure, nella liberale Inghilterra non ci sarebbe stato bisogno di arrivare a grandi reati politici, come lo spudorato acquisto di deputati a suon di milioni di euro, o allo sfacciato conflitto d'interesse, o alla sottrazione per usi personali di soldi destinati a Partiti, Comuni o Regioni: un politico corrotto o corruttore sarebbe stato incarcerato già decenni fa, forse solo per aver mentito ai giudici e aver sviato le indagini, indipendentemente dal reato. Anche solo per eccesso di velocità o per una ristrutturazione edilizia abusiva.

Quello è il diritto liberale che l'Italia dei Trucchi dei Retori e dei Codicilli Alessandrini deve importare. Perché nei Paesi liberali si esige maggiore collaborazione da parte del cittadino e maggiore rispettabilità dai politici che in una Dittatura fondata sulla forza. Ma questo i conservatori pseudo-liberali o pseudo-radicali amici del giaguaro, sempre dalla parte dei Potenti (poverini loro: sempre perseguitati e messi alla berlina, violentati nella loro "privacy", loro, anime candide di fanciulle vergini...) non lo capiranno mai. Basta calcolare il tempo che Radio Radicale riserva alle interviste agli avvocati, confondendo – incredibile – le Libertà dell’Uomo con le libertà degli imputati clienti dei difensori di professione.

Certo, i diritti del singolo cittadino sono sacrosanti in un sistema liberale. Ma per il medesimo motivo ancor di più lo sono i diritti di 50 milioni di singoli cittadini (e questo si chiama rispetto dell’ordine pubblico e delle Istituzioni liberali, ma anche rendiconto verso gli elettori che devono controllare). Il numero, quindi, ha importanza fondamentale, perché da un individuo si passa alla società, al corpo elettorale. E un uomo pubblico, un politico, non ha “più diritti”, come si ritiene in Italia perfino dai Radicali, ma “meno diritti” del cittadino comune. Per esempio, meno privacy, come sanno (e ne approfittano) i foto-reporters. Proprio perché in democrazia liberale non solo bisogna essere ma addirittura “sembrare” onesti, veritieri, credibili. E quindi l’uomo pubblico, proprio in un sistema liberale, può, anzi deve essere controllato in ogni aspetto, anche personale della sua vita, dalla dichiarazione dei redditi della moglie fino alla confessione aperta e minuziosa in caso di indagini giudiziarie. E se malmena la moglie, ha debiti di gioco, in metropolitana allunga le mani o al supermercato si comporta male non rispettando la coda o protestando con la cassiera, questo non potrà che avere riflessi anche sulla sua immagine pubblica e sulla sua carriera.

Il privato è pubblico. Proprio ai fini della migliore scelta elettorale da parte dei cittadini. Una democrazia liberale pretende che gli eletti diano l’esempio, non ammette che facciano i furbi. Proprio perché hanno la fiducia personale, totale, da parte del popolo; perché ne sono i rappresentanti totali. Contro una stupida vulgata recente di matrice anarco-individualista, cioè ultra-conservatrice, il Liberalismo è proprio un sistema altamente moralistico, etico (basta leggersi gli scritti di quando i liberali erano liberali: nell’Ottocento risorgimentale). E chi vuole avere un comportamento strafottente, border-line, farsi gli affari propri in barba alle leggi o alla buona condotta pubblica e privata (a cui sono tenuti i rappresentanti dei cittadini, soprattutto in un Paese liberal-democratico), o comunque tiene alla privacy, non faccia il politico.

E’ vero che la politica, trattandosi di lotta tra competitori, è il dominio della forza e dell’astuzia (Machiavelli, Guicciardini e molti altri, tra cui Max Weber). Ma quest’ultimo, grande sociologo liberale, nel suo saggio del 1919 La politica come professione, proprio per definire il rapporto tra etica e politica e permettere ai politici di superare “insidie diaboliche”, ha distinto tra “etica dei princìpi” o fini ultimi, ed “etica della responsabilità”, cioè tra coloro che agiscono per una maggiore convinzione in vista di scopi più grandi e lontani, a prescindere dalle conseguenze immediate, e coloro che agiscono in base alle conseguenze pratiche e immediate della loro azione. La prima è un’etica della testimonianza morale assoluta, il principio della coscienza: “avvenga quel che avverrà, io devo comportarmi così”. La seconda è l’etica tipica della politica, e tiene conto delle presumibili conseguenze di scelte e comportamenti che il politico o il partito mette in atto.

Ebbene, non solo l’etica dei fini, com’è ovvio, ma anche l’etica della responsabilità è estranea alla stragrande maggioranza dei politici e amministratori italiani. E non perché siano politici, è chiaro, ma perché anzi, storicamente, culturalmente e psicologicamente parlando, non lo sono abbastanza. Nei politici corrotti la prima virtù che manca, prima ancora della morale, è una perfetta professionalità. A proposito, viene in mente il passo di Croce in cui con sorprendente e moderno pragmatismo anglosassone la moralità politica è definita soprattutto come sagacia ed efficienza, e la corruzione si traduce a conti fatti in scarsa professionalità.

I politici italiani, insomma, prima che disonesti sono cattivi politici. Non perché politici, ma perché si rivelano soprattutto Italiani. Cioè fanno prevalere l’ethnos, ovvero si portano dietro tutto il carico di errori, immaturità, debolezze, equivoci sociali, psicologici e culturali in cui consiste a ben vedere la “tradizione” sociale e politica dell’Italia pre-unitaria, quella senza libertà e con molta corruzione, per secoli condizionata da Papi, imperatori, ducati stranieri, signorotti del Centro-Nord, e viceré, vassalli, marchesati o capi-banda mafiosi al Sud.

IMMAGINE. Il sociologo, storico e pensatore tedesco Max Weber.

JAZZ. La vitalità del filone centrale e più importante del jazz moderno, l’hard bop, è dimostrata anche da un esempio stilisticamente laterale anche se efficace, quello del sassofonista Art Pepper in Mucho Calor.


AGGIORNATO IL 28 MAGGIO 2015

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1 Comments:

Anonymous Anonimo said...

Negli Italiani manca soprattutto il rispetto degli altri. Sembra che le strade, le piazze, i giardini siano stati creati per il singolo maleducato individuo che ne prende possesso. La stessa cosa si riflette nella politica. Non siamo stati eletti per servire gli altri ma perché siamo furbi e vogliamo arricchirci. Come uscire da questa situazione? Non lo so, non lo sapeva nemmeno Guicciardini.

26 marzo 2013 08:25  

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