09 giugno 2012

SEPOLTURE PREMATURE. Quando nella bara si entra più vivi che morti.

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Una donna dopo una lunga malattia, durante una brutta epidemia o all’improvviso senza alcun segno premonitore, perde conoscenza, ha uno svenimento profondo e in pochi secondi diventa rigida come per un colpo apoplettico. Sembra caduta in catalessi. Il medico, prontamente accorso, solleva le palpebre (se sono chiuse) e osserva l’occhio, constata che il respiro manca, che il cuore non batte più, almeno per quanto sia possibile percepire direttamente e al polso. Non può che certificare il decesso. Insomma, la donna è morta.

Per ragioni igieniche ed evitare contagi – decidono concordi parenti e medico – è subito vestita con un bianco abito di lino e disposta dentro una bara, che viene inchiodata, e dopo affrettati funerali (“Ci sono molti altri malati deceduti, il tempo stringe. E poi per due giorni i becchini saranno tutti impegnati”, dice il parroco), tra i consueti pianti, gli abiti a lutto, il cordoglio di parenti e amici, la salma viene interrata. Gli operai fanno calare con un argano sopra la bara una pesante lastra di marmo nella tomba di famiglia. Exit.

Ma la notte successiva il cadavere comincia a muoversi, la donna morta si risveglia dal coma. E si rende conto con terrore di essere prigioniera, immersa nel buio più totale, nel silenzio più impenetrabile e opprimente. Le è subito chiaro: non è un sogno, è proprio chiusa in una stretta bara, dentro una tomba di marmo, in un cimitero. Sopra di lei un coperchio di legno inchiodato e una pesante lastra di diversi quintali. Inutile urlare, con voce sempre più flebile, inutile dare colpi alle pareti di legno della bara. Intorno a lei una cappa di silenzio eterno. Immaginate il dramma, le forze appena riconquistate che si affievoliscono ora dopo ora, giorno dopo giorno, l’aria che manca, il corpo che si rattrappisce. Un’agonia che dura giorni e giorni…

Oggi la definiamo una “morte apparente”, uno stato curiosamente simile alla morte reale, provocato da sincopi, folgorazioni, congelamento, aritmie gravi, con perdita di coscienza e sensibilità, non percezione di battito cardiaco e respirazione (lo specchietto non si appanna), mancanza di riflessi, muscoli flaccidi, rilasciamento degli sfinteri, abbassamento drastico della temperatura.

Hasty_Burial, inumazione precipitosa A.Wiertz, 1854 (part)Non c’è da meravigliarsi se i medici fino a tutto l’800 fossero così di frequente tratti in inganno. Errori irreparabili, resi possibili anche dalle sepolture affrettate di quel tempo, quando si credeva che le salme trattenute troppo a lungo nelle camere funebri potessero nuocere all’igiene pubblica e alla salute degli stessi visitatori.

Oggi, nonostante mezzi di diagnosi scientifica molto più avanzati che nell’800, le legislazioni moderne sono prudenti quando si verificano “casi dubbi”, che il medico deve saper riconoscere. Per l’attuale legge italiana (n. 285 del 1990, art.9), in caso di sospetta morte apparente, l'osservazione del soggetto deve durare almeno 48 ore.

Ma è curioso che così si comportavano con atavico buonsenso gli Antichi progenitori pagani, che quasi mai (l’eccezione riguardava i ricorrenti periodi di pestilenze) usavano seppellire immediatamente il defunto: per questo gli tributavano onori prolungati e complicati. Nel frattempo il poveretto aveva tutto il tempo di risvegliarsi, se non era davvero morto.

L'Ottocento era terrorizzato dalle morti apparenti e dalle sepolture premature. I medici d'allora forse erano troppo svogliati e sbrigativi? La scienza del “fine vita” ancora rozza e inadeguata? Oppure si trattava di una diversa sensibilità, nel senso che, con le migliaia di morti di bambini (parto, infezioni per scarsa igiene, malattie da virus e batteri) e di malati di ogni età durante le ricorrenti grandi epidemie – ultima la terribile influenza “spagnola” – la gente, e quindi anche i medici, non davano così tanta importanza alla singola vita umana come oggi? Probabili tutte e tre le risposte.

Certo, il XIX, soprattutto nella sua prima parte, è stato il secolo dell’attenzione morbosa verso il mistero, lo straordinario, il curioso, il terrorifico, il mortuario, il raccapricciante. La morbosa sensibilità romantica si riversava d’istinto verso tutto ciò che poteva apparire in qualche modo inquietante. Si amavano le sensazioni forti. La vita stessa, per gli intellettuali borghesi o aristocratici che allora dettavano legge e facevano da soli lo “Spirito del Tempo”, non apparendo il più realistico popolo minuto in nessun testo di storia e di filosofia, era un atto eroico, un capolavoro estetico. In guerra, basti dire, si andava non per vincere o cavarsela, ma per morire con onore.

E si applicavano le prime scoperte scientifiche in modo altrettanto avventuroso, eroico e rudimentale, retto più dall’emotività della scoperta che dalla serenità dell’osservatore neutrale, a tutti gli aspetti della vita e della morte. I francesi in questo erano tra i primi. Ricordiamoci delle illusioni sulle “forze magnetiche”, di Messmer e del mesmerismo, che contagiò molti intellettuali insospettabili dell’epoca. Si sarebbe potuto dire, dopo il secolo dei Lumi, che l’uomo nuovo, scientifico e tecnologico, ancora all’alba della sua giovinezza, illudendosi di possedere tutti gli strumenti della Ragione, pretendeva di analizzare e dare una risposta esauriente e immediata ai più diversi fenomeni naturali e immaginari, anche a quelli ritenuti dal popolino e dai preti “sovrannaturali”. Qualche scienziato vero, come Pasteur vi riuscì, identificando e studiando microbi e microrganismi, ma altri no.

Fatto sta che in questa atmosfera psicologica e culturale il confine torbido tra la vita e la morte, e in generale tutti gli stati alterati della coscienza, attiravano gli intellettuali e scrittori come la carta moschicida le mosche. Il racconto breve, che non per caso trionfa in questa èra come la forma-capolavoro della composizione letteraria, perché permette di tener sempre desta ed eccitatissima l’attenzione del lettore, intinge il pane con voluttà sull’orrore della morte apparente. Cronisti e scrittori dell’epoca raccontano di macabri e raccapriccianti rinvenimenti, per lo più in occasione delle tradizionali riaperture delle tombe per la pulizia dei resti ossei, con gli scheletri visibilmente trovati in posizione innaturale, molto diversa da quella originaria, come se i morti apparenti si fossero risvegliati dal coma e avessero cercato disperatamente di forzare la cassa, di uscire all’aperto, di salvarsi. Invano. Racconti del genere venivano riservati di solito dal nonno, davanti al camino nelle fredde sere invernali, ai nipoti e alle giovani nuore, per attirare su di sé l’attenzione, che andava scemando sempre più man mano che la vecchiaia avanzava.

Tra i tanti scrittori che si occuparono con gusto e grande efficacia dell’orrore della sepoltura accidentale di persone ancora vive, fu il grandissimo americano Edgar Allan Poe (Le esequie premature, The Premature Burial, pubblicato su The Philadelphia Dollar Newspaper,1844), non per caso egli stesso teorico dell’estetica del racconto breve e, come più tardi Benedetto Croce, della superiorità artistica del racconto sul grande romanzo o poema.

Il grande Poe, a cui ci siamo lungamente abbeverati da adolescenti, scrisse anche altri racconti in cui toccava o sfiorava il tema. Ma non era certo una sua personale fissazione, era l’intera società dell’epoca che, perfino nei più razionali Stati Uniti, aveva il terrore di finire sepolta viva, senza la minima possibilità di poterlo far sapere al mondo esterno. Un terrore ancestrale su cui dovrebbero indagare gli psicologi.

E proprio nella tecnologica America un inventore fantasioso, Christian Henry Eisenbrandt, di Baltimora (guarda caso, proprio la città in cui Poe morì nel 1849: allora era proprio un incubo ricorrente nella zona) ebbe la curiosa idea di progettare e brevettare il 15 novembre 1843 un singolare modello di “Life-preserving coffin”, insomma una “bara salva-vita” che era una vera contraddizione in termini. Aveva un oblò per la respirazione e per diffondere la voce (cioè, diciamola tutta: gli urli agghiaccianti), e un complesso meccanismo a leva e molle (“facile da azionare anche per un uomo debilitato”, avrebbe scritto un cinico pubblicitario), con cui la presunta salma poteva sollevare immediatamente il pesante coperchio e tornare alla luce, in caso di risveglio da morte apparente. Almeno nei primi due giorni, prima di essere inumata – aggiungiamo noi – inutile farsi illusioni a lungo termine. Anche se, avrà rassicurato il rappresentante della ditta, la grata avrebbe permesso di diffondere le eventuali grida anche all’aperto, all’esterno della tomba.

Siamo lieti, perciò, a distanza di molti anni (davvero, l’uomo non cambia), che le preoccupazioni maniacali degli Ottocenteschi siano confermate ancor oggi. Ciò che dura a lungo è valido. Ancora, nel secolo più tecnologico, la solita “serie di concause”, il solito “errore umano”, la “comprensibile fretta” del medico, possono far considerare morto un vivo e ficcarlo a forza in una stretta bara solo perché aveva gli occhi chiusi e il suo cuore, al solito, faceva le bizze. Non sempre l’occhio clinico ci indovina, anche se questo è un caso estremo e non va usato per dare la croce addosso ai poveri medici (già lo immaginiamo, su Facebook, il post di chi denuncia la cosa come “l’ennesimo episodio di malasanità”). Ma è la vicenda capitata ad un’anziana donna francese, fortunatamente risvegliatasi quando ancora la sua bara era nell’Agenzia Funebre, mentre gli addetti la stavano componendo con funebre eleganza. Chissà come l’avranno presa i poveri impiegati a veder muoversi un cadavere: non tutti sono così colti da aver letto E.A.Poe.

Solo una cosa ci ha sempre inquietato: ma perché inchiodare la bara, eh? Ci sapete rispondere signori addetti alle Pompe Funebri? Avete paura che qualcuno trafughi il feretro o invece, particolare più orrorifico, che il cadavere che vi avete rinchiuso “più vivo che morto” esca di forza dalla bara, sottraendosi all’inumano destino a cui lo avevate condannato? Rispondete se avete coraggio!

Appendice

DICHIARATA MORTA, 87NNE SI RIVEGLIA NELLA BARA

Medico certifica il decesso d’una donna francese. Trasportata al servizio di pompe funebri, si muove.

Dichiarata ufficialmente morta ieri sera da un medico, una francese di 87 anni si è "risvegliata" poco più tardi nel servizio di Pompe funebri, dove gli addetti si sono accorti che l'anziana si stava muovendo. Verso le 20 di ieri a casa della signora è arrivato un medico del pronto soccorso, chiamato dai familiari che si sono accorti che la loro parente stava molto male. Giunto sul posto, il medico ha constatato il decesso e consegnato ai familiari un certificato di avvenuta morte, con la sua firma. Il corpo è stato poco dopo trasportato al servizio Pompe funebri, dove gli impiegati si sono accorti che la donna si muoveva ancora ed era decisamente in vita. Subito è stato deciso di trasportarla in ospedale, dove è stata ricoverata (ANSA).

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IMMAGINI. 1. Il modello di bara “salva-vita”, che avrebbe dovuto garantire dalla sepoltura prematura in caso di morte apparente, per il quale chiese il brevetto il 15 novembre 1843 l’inventore Christian Henry Eisenbrandt di Baltimora, guarda caso la medesima città in cui abitò per qualche tempo e morì E.A.Poe, che sulle Esequie premature scrisse un memorabile racconto. Documento conservato nei National Archives. 2. Antoine Wiertz, L’inumation precipiteuse (The Hasty Burial), ovvero L’inumazione affrettata, 1854, pittura ad olio.

JAZZ. Lester Young nel brano I Can’t Get Started registrato a Los Angeles nel luglio del 1942. Lester Young (sax tenore), Nat "King" Cole (piano), Red Callender (basso).

AGGIORNATO IL 20 FEBBRAIO 2015

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7 Comments:

Anonymous Anonimo said...

Da quel poco che so, le bare vengono inchiodate per prevenirne l'apertura a causa della forte pressione interna generata dai gas di decomposizione del cadavere.

Mario Pezza

25 giugno 2012 09:41  
Anonymous Anarchj said...

Divertente l'articolo, ottimo brano!

11 dicembre 2012 12:17  
Blogger Nico Valerio said...

Mario, scusa intanto l'enorme ritardo con cui è pubblicato il tuo commento: avevo dimenticato solo in questo blog di predisporre l'avviso per email dei nuovi commenti...
La tua tesi sulla pressione non mi convince. Perché una bara non è a tenuta d'aria, e la degradazione del corpo non avviene di botto ma a poco a poco, quindi i gas (CO2, metano, H2O ecc) hanno tutto il tempo di fuoriuscire con calma dagli spiragli...
Quesito macabro molto interessante: lo sottoporrò a un forum di biochimici (e falegnami). Ma, sai che ti dico, basterebbe chiedere ai veri specialisti: medici legali e tecnici di pompe funebri.

11 dicembre 2012 12:48  
Anonymous Anonimo said...

Ieri parlando con un signore che lavora nelle pompe funebri del mio paese ho posto la seguente domanda: perché si usa sbarrare le bare? Lui mi ha spiegato che ci sono dei casi in cui il cadavere esplode dall interno per colpa dei gas che si formano nel corpo generando una forte puzza che poi si sentirebbe anche nel cimitero!!!

7 settembre 2013 10:07  
Anonymous Sergio said...

E' indispensabile invece che la morte venga accertata in modo certo con specifiche diagnostiche (ad es. con elettroencefalogramma) e non più da un medico generico che potrebbe sbagliare o essere affrettato nella diagnosi, ad evitare il rischio di subire l'atrocità più spaventevole immaginabile di risvegliarsi sigillato in una bara.

20 febbraio 2015 19:55  
Anonymous Anonimo said...

speriamo non succeda pure a berlusconi e a d'alemah ahahaahha E CHE UNA VOLTA MORTI SIAN MORTI PUZZOLENTI E STOP H AHA AH

29 marzo 2016 17:32  
Blogger Nico Valerio said...

La mia modesta ipotesi è di tipo storico. Poiché i cadaveri degli Antichi e anche quelli dei moderni potevano avere ornamenti d'oro e gioielli, la bara ben chiusa (oggi si usano anche fasce di rame) rendeva/rende difficile e rumoroso aprirla. Fino al secolo scorso si trafugavano cadaveri anche per necessità di studi anatomici, avendo gli studenti di medicina bisogno continuo di cadaveri freschi da studiare e sezionare.... Ai tempi del Rinascimento anche il grande Leonardo fu costretto a trafugare cadaveri a scopo di studio. Doveva farlo di nascosto, perché la Chiesa non permetteva lo studio settorio dei cadaveri.

1 giugno 2016 23:47  

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