10 aprile 2016

SCANDALI? Solo in democrazia i panni sporchi si lavano in piazza (Malaparte).

SCANDALI? Dimostrano che siamo in Democrazia, bellezza! Se vuoi non che non esistano più, ma che non se ne senta più parlare (per alcuni, troppi finti critici e moralisti-immoralisti, evidentemente è lo stesso...), sostieni la Dittatura. Una qualsiasi. Non hai che l'imbarazzo della scelta: nazismo, comunismo, fascismo, islamismo... Che scegli?
      Naturalmente, non è così drammaticamente "semplice": c'è anche da considerare la variabile Italia. Da alcuni (pochi) intesa come cittadini; da altri (i più) come Stato. Ma leggiamo uno che di scandali si intendeva, un uomo e intellettuale che scandalizzò per tutta la vita, e perfino in punto di morte (NV):

«Scandali. Molti si preoccupano degli scandali che da qualche tempo, nel campo finanziario, politico, giudiziario etc., intorbidano la vita italiana. Non vedo perché dobbiamo preoccuparcene. Non siamo forse partigiani di una libera e sana democrazia? Ebbene: la democrazia non è libera e sana che grazie agli scandali. La storia di tutte le democra­zie, antiche e moderne, è un seguito di scandali altrettanto clamorosi quanto salutari. Chi se ne spaventa, cambi bandiera. In democrazia, i panni sporchi si lavano in piazza. È soltanto nei paesi totalitari che i panni sporchi si lavano in famiglia, cioè nel silenzio discreto delle questure e delle prigioni. Guardate l'Italia di Mussolini, la Germa­nia di Hitler, la Russia sovietica. In quell'Italia, in quella Germania, gli scandali eran rarissimi. In Russia, sono ancor più rari. Che cosa significa questo? Che non vi fosse e non vi sia materia di scandali? Ce n'era e ce n'è anche troppa. Ma in un regime totalitario gli scandali son soffocati sul nascere, e in una libera e sana democrazia scoppiano liberamente. Poiché se un regime totalitario permettesse gli scandali, cadrebbe: e né uno né mille scandali riusciranno mai a buttar giù una democrazia. (Senza contare che, in certi paesi, la democrazia è di per se stessa uno scandalo)».
      «L'Italia non c'entra. A tutti coloro che bestemmiano l'Italia per le sue leggi antiquate, per la sua magistratura, la sua burocrazia borbonica, la sua cattiva amministrazione, per gli scandali, per lo sperpero del pubblico denaro, per i soprusi, le prepotenze, gli abusi di autorità, per il concetto poliziesco con cui s'interpreta la giustizia, la libertà, la democrazia, per le condizioni di vera e propria servitù in cui il cittadino italiano è tenuto dallo Stato, io vorrei rispon­dere che l'Italia non c'entra, che la nazione italiana non c'entra. Tutti i mali della vita italiana nascono non già dal popolo, ma dallo Stato. Poiché non è vero che ogni popolo ha lo Stato che si merita: è infatti lo Stato che fa il popolo, non il popolo che fa lo Stato. A uno Stato che sperpera i denari del popolo, corrisponde un popolo che cerca di eludere il fisco. A uno Stato che avvilisce e impaurisce i cittadini, corrispondono cattivi cittadini, e cattivi soldati. Le tirannie (e le democrazie poliziesche) perdono le guerre perché trasformano i cittadini in peco­re, e con le pecore non si vincono le guerre. Quando Massimo d'Azeglio disse: «Fatta l'Italia, bisogna far gli italiani», disse cosa cretina. Poiché, fatta l'Italia, bisognava far lo Stato italiano, unico strumento per far gli italiani, cioè per rifarli, per rieducarli, avviliti e corrotti com'erano da secoli di schiavitù e di cattiva amministrazione. E invece, quale Stato uscì dal Risorgimento? Uscì una ibrida istituzione nata, su un tronco feudale, dall'affrettata fusione del Regno di Sardegna col Regno dei Borboni e con gli altri piccoli Stati italiani, delle leggi piemontesi con quelle borboniche, pontificie, austriache, ecc. Ne venne fuori uno Stato pseudo liberale e pseudo democratico, sostan­zialmente feudale, reazionario e poliziesco, che dagli stessi uomini del Risorgimento, da Cantù, da Cattaneo, da Mazzini, da Ricasoli, e dallo stesso Cavour, fu giudicato una creazione antistorica, fatta più per perpetuare il malgoverno, la cattiva amministrazione, gli abusi della polizia, la corruzione della giustizia ecc. che non per promuovere e difendere la libertà, il progresso, e il benessere del popolo italiano. Molta parte dell'attuale situazione di disagio pre-rivoluzionario in Italia, nasce dalla spesso giustificata reazione popolare contro uno Stato assolutamente indegno di una nobile e civile nazione come l'Italia».
      «Il discorso potrebbe andare per le lunghe, ma si può compendiare in poche parole. Nel 1915, per persuadere le masse dei benefici della guerra, fu promesso che dalla guerra sarebbe nata una profonda riforma dello Stato. Non se ne fece nulla. Il fascismo, mosso in origine contro l'inefficienza e la corruzione dello Stato, peggiorò la situazione. Venne la Repubblica, e tutti sperammo che dalla nuova Costituzione, dalla nuova democrazia, uscisse finalmente quella riforma dello Stato, che le classi politi­che ci promettono invano da cinquant'anni. I fuorusciti, gli antifascisti, quelli veri e quelli falsi, una volta saliti al potere, non solo non hanno tentato neppure la promessa riforma dello Stato in senso democratico, ma hanno accettato con gioia, (per servirsene come strumento di governo), l'eredità di quelle leggi fasciste che per venti anni avevano avversato. Il solo vantaggio apparente che questa povera democrazia ha dato al popolo italiano, è una vaga libertà di stampa che, in uno Stato come questo, retto da leggi antidemocratiche, si risolve in una beffa. Dovremmo dunque, per un tale intollerabile stato di cose, (di cui profittano soltanto i comunisti), bestemmiare l'Ita­lia? No, perché l'Italia non c'entra. Date all'Italia uno Stato moderno, onesto, leale, giusto, fondato sul rispetto della libertà e della giustizia, e le cose cambieranno».
«Una dichiarazione personale. Io sono orgoglioso di essere italiano, ma mi vergogno d'essere un cittadino dello Stato italiano. E non mi si venga a dire: «Se non sei contento, cambia cittadinanza». No: perché sono fiero del mio popolo, ed ho, come tutti gli italiani, il diritto di essere cittadino di uno Stato degno del popolo italiano. Ho il diritto di non dovermi vergo­gnare dello Stato di cui son cittadino».

[Curzio Malaparte, Battibecchi. A cura di Enrico Nassi. Shakespeare and Company/Florentia. Firenze 1993]

L' attualità estrema di queste pagine scritte dallo scrittore e giornalista italiano Kurt Eric Suckert (Curzio Malaparte) nel lontano 1954 per la sua rubrica sul settimanale "Tempo", ora scomparso, e raccolte da un redattore del giornale nel felicissimo libro "Battibecchi" (medesimo titolo della rubrica) non deve far dimenticare "chi" scriveva questi concetti, dopo una vita passata a dire, fare e pensare tutto e il contrario di tutto, fino a scandalizzare e irritare profondamente (ma anche irretire col suo fascino unico) tutti: di Destra, Centro, Sinistra, anti-sistema, anarchici, qualunquisti, monarchici, repubblicani, Italiani e stranieri. E sì, perché mai come nel caso di Malaparte - il caso più emblematico della psicologia, starei per dire antropologia italiana - la figura del personaggio con i suoi vizi e le sue virtù è, deve essere, prevalente sulla sua opera multiforme e scoppiettante come fuochi d'artificio. Una vita come opera d'arte (mal riuscita o riuscita fin troppo bene)? 
A  proposito della riscoperta di Malaparte dagli editori francesi, ma pensando all’Italia, Enzo Bettiza così ritrae sulla Stampa la geniale, contraddittoria, controversa figura del grande scrittore e giornalista dalla vita avventurosissima, narcisistica, esibizionistica e fuori schemi (D’Annunzio, al confronto, era un provinciale). Accadde così che nella prima metà del Novecento, l’intelligentissimo e insofferente figlio d'un tedesco e d’una toscana, casualmente nato a Prato, diventasse così perfettamente italiano-antitaliano da assurgere (e da fine analista ne era consapevole) a simbolo pressoché perfetto d’un modo di essere, di vivere, e soprattutto di criticare (sempre con ragione, s'intende), pur essendo il più tipico e sfacciato "voltagabbana". Con l'aggravante della "malalingua" e dell'intelligenza d'un toscano (ovviamente anti-toscano: v. "Maledetti toscani"). Insieme elitario e populista, dandy e trasandato, raffinatissimo e sociale, nazionalista e cosmopolita, fascista e comunista, monarchico e repubblicano, pacifista e guerrafondaio ecc. Perfino in punto di morte sorprese tutti con la sua ultima contraddizione-coup de theatre: da ateo si fece convertire. Dimostrando, insomma, che l’anti-italiano perfetto era (ed è) il più italiano di tutti, l'arci-italiano. NV

IMMAGINE. Malaparte: elaborazione da particolare della copertina di O.Guerrieri, Curzio, Neri Pozza ed.

2 Comments:

Blogger Vecchio liberale said...

Caro Nico Valerio,

mi sono imbattuto nella personalità di Curzio Malaparte (pseudonimo di Curzio Suckert), leggendo il libro di Carlo Avarna di Gualtieri (1885-1964) "Il fascismo", pubblicato nel maggio del 1925 dall'Editore Piero Gobetti. Nel capitolo secondo del suo libro, titolato "L'ideologia", Carlo Avarna considerava Malaparte non come letterato, ma in quanto fascista. Come è noto, il movimento fascista fu molto composito al proprio interno; Malaparte era significativa espressione di un filone che — in contrapposizione alle posizioni espresse, ad esempio, da Giovanni Gentile, o da Giuseppe Bottai — esprimeva atteggiamenti ideali più scopertamente reazionari. Laddove l'uso dell'aggettivo "reazionario" non è un vezzo. Così Suckert (ossia, Malaparte) individuava nella parola "antiriforma" il modo migliore per esprimere «l'antico spirito nostro autoctono e tradizionale, che dal '500 in poi si sarebbe manifestato come spirito di reazione alle eresie ultramontane, derivate dal protestantesimo» (si veda: Carlo Avarna di Gualtieri, "Il fascismo", 1925, pp. 57-58). Al che Avarna controbatteva che «l'individualismo, il criticismo e l'opposizione ad ogni dogmatismo», non sono «l'essenza della civiltà nordica moderna», come sosteneva il Suckert, ma l'essenza della civiltà moderna tout-court. Ed aggiungeva che questi valori basilari della civiltà moderna erano stati già compiutamente affermati dall'Umanesimo e, per quanto direttamente ci riguarda, dal Rinascimento italiano. Si noti che Avarna era un antifascista, ma non un liberale rivoluzionario come Gobetti. Gobetti, appunto, nelle vesti di Editore, non pubblicava soltanto chi la pensasse esattamente come lui, ma dava voce agli antifascisti di tutte le tendenze.
Spero che il libro citato sia presto ripubblicato; infatti, le Edizioni di Storia e Letteratura, in collaborazione con il Centro Studi Gobetti di Torino, hanno in progetto la riedizione di tutti i volumi editi dal giovane editore torinese (sono, complessivamente, più di cento).
Palermo, 10 aprile 2016

Livio Ghersi

10 aprile 2016 17:50  
Blogger Nico Valerio said...

Tutto vero. Solo che il fascismo intransigentemente nazionalista e tradizionalista di Malaparte, ben noto anche all'amico Gobetti [i due avevano ottimi rapporti: per il nostro Gobetti il Suckert - allora non era ancora Malaparte - era allora "il più intelligente dei fascisti" (cito a memoria... ma G. mi ha abituato ai giudizi esagerati e troppo appassionati, tipici del ventenne che era)], nel bailamme caotico e contraddittorio del primo dei voltagabbana costituzionali italiani fu un piccolo e lontano episodio della sua vita. Fin da subito iniziò a fare la fronda a Mussolini, tanto da meritarsi il confino (e anche qui non era chiaro se fosse un vero confino o solo un'occasione per spiare gli esuli antifascisti). Infine, quando iniziò a firmarsi Malaparte, prevalse il narciso, il dannunziano più di D'Annunzio, l'esteta perso, e soprattutto lo scrittore bravo e sanguigno e il giornalista capace di commenti. Cosicché gli faremmo un favore non meritato se lo considerassimo un politico, sia pure fascista. Io qui, infatti, l'ho ripreso solo perché sto leggendo i suoi "Battibecchi", noticine in cui parla di ogni cosa, e mi sono imbattuto in un brano che si adatta perfettamente ai casi presenti della nostra Italia. Tutto qui.

10 aprile 2016 18:47  

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