01 aprile 2015

LE CORBUSIER filonazista. E se fosse un genio del male o, peggio, del brutto?

le_corbusier Sono usciti due libri in Francia in occasione dei cinquant’anni dalla morte di quello che è considerato da alcuni “il più grande architetto moderno” o “il maggior teorico dell’architettura contemporanea”, ma che è stato più banalmente l’inventore dello stile “casa squadrata” come una scatola di scarpe, spesso illuminata da un lungo finestrone continuo come i lucernari delle fabbriche, e talvolta poggiante su esili colonne lisce in cemento armato (il suo materiale preferito) che in apparenza sembrano inadeguate a sorreggere cotanto peso. 
      Uno stile che però oggi fa tanto squallore per quanto è inflazionato, e che hanno perfino i padiglioni delle mostre temporanee, le fabbriche e gli ambulatori di quartiere. Ma il capostipite degli architetti modernisti era anche il visionario progettista delle “città verticali”, grattacieli o lunghi parallelepipedi di cemento armato, che affascinavano gli altri architetti, ma che poco piacevano ai sindaci e che il pubblico vedeva e vede tuttora come disumanizzanti falansteri, e dove nessuno vuole vivere. Perciò ebbe molto successo di critica, ma poco di pubblico. E poi ci si metteva lui stesso, con quelle definizioni: la casa doveva essere per lui una “macchina per abitare”, insomma un contenitore, niente di più. Buon titolo, direbbe un cronista, espressione efficace e tranchant; ma che vuol dire? Tutto e niente. E infatti poi lui abitava in una normalissima e vecchia casa. Tutti così gli architetti.
      Stiamo parlando dello svizzero naturalizzato francese C.E. Jeanneret-Gris, in arte Le Corbusier. Un Genio, senza dubbio, tale è l’ampiezza e la determinatezza del suo pensiero architettonico (è stato molto prolifico, ha dominato come caposcuola per molti decenni, i suoi libri sono la Bibbia degli architetti modernisti), studiato e venerato da migliaia di allievi. E quando gli amanti della Natura o del Bello si scagliano contro la povertà e lo squallore disumano dell’architettura contemporanea, è a lui che pensano, anche se si vergognano a dirlo e per non essere criticati deviano i loro strali sui suoi allievi e continuatori. Del resto, basta dare una scorsa alla lunghissima voce in italiano su Wikipedia, più lunga ed encomiastica di quella sul Borromini: non c’è una critica, un solo “ma” (mentre qualche critica si trova su quella in inglese). A tal punto l’architettura di oggi è ancora conformistica e corbusieriana.
      Eppure la sua architettura non è stata accettata né dai Governi, che gli rimproveravano di non tener conto della storia di una città, cioè delle stratificazioni urbane, né dai suoi utilizzatori ultimi, che sono i cittadini, non gli architetti redattori delle riviste d’architettura. I quali, come tutti gli architetti, si guardano bene dall’abitare nelle abitazioni  “sperimentali” che disegnano, ma alloggiano nei rassicuranti quartieri vecchiotti e borghesi dei loro padri. A Roma si dice che la maggior parte degli architetti modernisti e corbusieriani abitano ai Parioli, a Vigna Clara, alla Camilluccia o nei rassicuranti palazzi umbertini sui Lungotevere. 
      I cittadini meno abbienti, a cui sono destinati i casermoni “innovativi” e progressisti della periferia che tanto umiliano la Natura e la natura umana, hanno vissuto Corbusier e tutto il corbusierismo come un incubo, una prepotenza, quasi una punizione, un gesto di sadismo di classe. Cioè della ristretta élite privilegiata, colta, cinica e arrogante, contro la massa ignorante. Fatto sta che lo “stile Corbusier” ha ormai riempito le periferie urbane di tutta Europa con case citatissime dai manuali degli adoranti studiosi, ma talmente poco amate da condòmini e affittuari da essere lasciate decadere a poco a poco nel degrado.
      Ma ora lasciamo stare l’architettura e l’urbanistica: con le attuali rivelazioni Le Corbusier potrebbe essere anche considerato dai suoi sfortunati condomini non solo un genio del brutto e dello scomodo, ma addirittura un genio del male? Be’, non esageriamo, però le nuove implicazioni psicologiche potrebbero spiegare parecchie cose anche in architettura.
Unità abitazione Marsiglia Le Corbusier      Due libri appena usciti fanno da controcanto alle celebrazioni e al solito fanatico coro di elogi, perché svelano il lato nascosto e un po’ ripugnante dell’uomo santificato come Genio indiscutibile dalla totalità degli architetti: il fascista, il nazista, l’anti-semita, l’ammiratore di Hitler e Mussolini. Ne scrivono F. Chaslin (“Un Corbusier”, ed. Seuil) e X. de Jarcy (“Le Corbusier, un fascisme français”, ed. Albin Michel). Non ce ne saremmo accorti se sulla Stampa non ne avesse riferito L. Martinelli in una corrispondenza da Parigi che riporta – non so da quale dei due saggi – una frase che ci riguarda come Italiani, eloquente dell’ottusità culturale e ideologica di Le Corbusier non appena usciva dal seminato architettonico. Ecco che cosa osa scrivere negli anni Trenta del Fascismo in Italia, movimento com’è noto rozzo e materialissimo come pochi, bruciatore di libri, bastonatore e incarceratore di pensatori, assolutamente anti-culturale (e per Croce assolutamente anti-spirituale per eccellenza): «Lo spettacolo offerto attualmente dall’Italia e lo stato delle sue capacità spirituali annunciano l’alba imminente dello spirito moderno». “Capacità spirituali”? Solo un imbecille avrebbe potuto dire queste parole. Davvero senza occhi per vedere la realtà circostante, né mente per rielaborare i concetti: vizi gravissimi per tutti, ma soprattutto in un architetto-urbanista.
      Fu filonazista, filofascista, ammiratore sfegatato di Hitler e Mussolini, questo architetto visionario ossessionato dal geometrismo come da una nuova religione da imporre perfino alla Natura (metteva scatoloni, colonnine e finestre in fila perfino dentro i boschi, dove – si sa – non esistono forme rettilinee e squadrate).  Così fu rifiutato da tutti fino agli anni Quaranta, perfino dal fascista governo Pétain, collaborazionista dei Nazisti, nel quale riponeva grandi speranze (“il risveglio della pulizia”) e in cui finalmente era riuscito a infiltrarsi come responsabile dell’urbanistica.
Villa Savoiye a Poissy (Corbusier)
La sua giustificazione delle “città verticali” (i grattacieli) era che così si riduceva lo spazio di terreno occupato, che in tal modo poteva essere destinato ad alberi, giardini! Ma figuriamoci: non capiva che un uso così intensivo e industriale del cemento è incompatibile con alberi e natura e che avrebbe portato solo alienazione?
«Al posto degli ignobili quartieri che non conosciamo mai abbastanza, con densità di 800 abitanti per ettaro, ecco quartieri la cui densità può toccare i 3.600 abitanti per ettaro. Vorrei che il lettore, con uno sforzo di immaginazione, cercasse di rappresentarsi questo nuovo tipo di città sviluppata in altezza: s’immaginasse che tutto questo caos di forme cresciute sul terreno come arida crosta venisse raschiato via, eliminato, e sostituito da puri prismi di cristallo, alti sino a 200 metri e ossia distanti tra loro, con la base che si perde tra le fronde degli alberi. Una città che sinora strisciava per terra e si eleva d’un tratto in uno stato di ordine più naturale, che sulle prime può sembrare inconcepibile alla nostra mentalità fossilizzata da secolari abitudini». «Ogni grattacielo può ospitare da 20.000 a 40.000 impiegati. I diciotto grattacieli possono dunque contenere nel complesso da 500.000 a 700.000 persone, la schiera destinata a dirigere la vita del paese» (da L’Architecture, 1925).
 Utopie folli che poi purtroppo si sono avverate.

Grattacieli (dis. Le Corbusier da Architettura 1925)
   
      Aveva detto che “l’impegno nel rinnovamento dell'architettura può sostituire la rivoluzione politica”, ma ci volle la Sinistra e l'intellettualità salottiera marxista del secondo Dopoguerra, e anche qualche gollista (Malraux), per farne un mito, confondendo l’ultra-modernismo delle sue creazioni col Progresso del Popolo. Che allora veniva fatto coincidere col comunismo dell’Unione Sovietica, senza sapere quanto erano reazionari e beghini i comunisti in fatto di arte e letteratura. Così, falansterio per falansterio (era stato il filosofo socialista Fourier a inserire nelle sue utopie con questo nome una lunga o larga costruzione collettiva adatta alla vita in comune), gli imponenti lunghi volumi squadrati delle “Unità abitative” popolari di Corbusier possono vagamente assomigliare, visti da lontano e da occhi inesperti, ai desolanti alveari-dormitorio delle periferie sovietiche.
      Alveari? Certo, era proprio lui a dirlo, e chissà che non lo credessero anche i grigi architetti-burocrati comunisti: «l’animale umano è come l’ape, un costruttore di cellule geometriche». I palazzoni di edilizia popolare pubblica di Corbusier o degli architetti influenzati dalle sue idee sono stati criticati da alcuni urbanisti (tra i quali J. Jacobs in “Vita e morte delle grandi città”), perché hanno l’effetto di isolare come in un ghetto le comunità dei poveri, impedendo loro anche i collegamenti sociali. Per il critico di architettura L. Mumford gli alti grattacieli di C. sono solo virtuosismo tecnologico, ma non sono giustificati socialmente e psicologicamente: quali vantaggi portano al cittadino-utente? Perfino gli spazi comuni non tengono conto delle esigenze reali di movimento del pubblico.
      Non sappiamo e non vogliamo sapere se Corbusier sia stato un sopravvalutato architetto visionario, un artista di genio però incurante del pubblico, o un uomo frustrato da tante incomprensioni, forse con tendenze sadiche. Non è questo l’argomento. Anzi, da non architetti propendiamo per la seconda ipotesi, ma solo per una deduzione extra-architettonica. Perché come molti artisti, pittori, scultori, musicisti, letterati, dai mediocri ai cosiddetti Geni, non capiva nulla di politica e di società, aveva una visione etico-politica distorta o ributtante, amava l'autoritarismo e l'estremismo. Però, visto che la personalità, l'intelligenza, dell'uomo è una, indivisibile, avevano torto marcio gli antichi Filosofi: un Governo ideale non è quello di tutti intellettuali.
      Anche gli artisti e i pensatori sbagliano e si dimostrano fragili e ignoranti come tutte le persone semplici, quando parlano d’altro, per esempio di Politica. Ricordo le terribili banalità qualunquistiche e reazionarie d’un famoso violinista capitatomi accanto in un bus-navetta d’aeroporto. Così in un dialogo assai poco platonico può accadere che il Filosofo e la Portinaia la pensino allo stesso modo, e non solo un Corbusier, ma addirittura un Heidegger, un professionista del pensiero etico, dicano in pratica le medesime sciocchezze non provate e senza il minimo fondamento storico, logico e filosofico d’un picchiatore fascista e sottoculturale formatosi nel degrado delle periferie urbane, appunto, in orribili quartieri-dormitorio.
Exact Air, da Radiant City (Le Corbusier 1930)      Come volevasi dimostrare: si può essere artisti e intellettuali, o specialisti di una materia, ma avere un bassissimo livello etico-politico, diceva Croce. E poiché l'intelligenza umana è una, il giudizio degli uomini e della Storia deve essere implacabile con i tanti "creativi" che non hanno buonsenso etico-politico, cioè intelletto morale, psicologico e sociale.
      L'intelligenza è anche "morale", diceva Croce, curiosamente d’accordo con la moderna psicologia, nel senso che tra i grandi valori “spirituali”  (così chiama la mente etica) deve esserci tra i primi almeno la distinzione tra Bene e Male, oltre all’anelito primordiale per la libertà. Ne consegue che quello che è ritenuto e osannato come un Grande Artista, se non capisce dove sta il Bene e dove il Male, potrebbe a ben vedere essere non un grande, ma un piccolo uomo.
      Insomma, non voglio concludere che Le Corbusier sia stato un pessimo architetto “perché” o solo perché filo-nazista. Che è come dire che Heidegger era un cattivo filosofo “perché” filo-nazista. Al di là d’un moralismo semplicistico intendo dire che la personalità, l’intelligenza, è una e indivisibile, e che la mente che presiede all’elaborazione di teorie o al progettare e modellare la materia è la stessa che governa l’etica e ci fa capire la realtà sociale tutt’intorno. Il separare il giusto e l’ingiusto, il bene e il male, il piacere e il dolore non sono così distanti dal sapere, dal saper fare e dal teorizzare. Non è ammissibile sul piano umano e filosofico che un uomo, tanto più se considerato grande artista, non abbia, non diciamo una cultura etico-politica specializzata, ma almeno quel discernimento etico minimo che pure si pretende dalle persone comuni, come dal commerciante o dal guidatore di autobus. Del resto – ci insegnano i biografi degli artisti – si può saper fare un cerchio perfetto, essere pensatori visionari, fare i giocolieri più creativi, esser dotati di memoria portentosa, saper dipingere albe e tramonti, suonare a meraviglia, ed essere pazzi o imbecilli o criminali.
      E’ probabile, si potrebbe insinuare, che quella particolare crudeltà della mente, quel male della personalità che ha spinto una persona colta come Le Corbusier ad abbracciare così a lungo – non solo qualche mese a diciotto anni – un’ideologia di violenza e di morte, di odio e di sopraffazione verso i più deboli, sia stata facilitata da qualche limite della sua intelligenza e della sua cultura finora non conosciuto. E’ come nella figura dello scienziato crudele, pazzo, inventore o sottoscrittore di teorie bislacche (da quello che firma il Manifesto della Razza al Nobel che prescrive decine di grammi al giorno di vitamina C): scava, scava, e scopri che in realtà era anche poco scienziato, cioè aveva gravi pecche culturali. E allora, in questo caso dobbiamo ipotizzare una profonda ignoranza in qualche settore delle conoscenze umane, o un nichilismo totale, se non addirittura un certo cinico, sadico, compiacimento delle sofferenze altrui? Tendenza che, detto tra noi, sarebbe compatibile non solo con l’adesione al Fascismo, ma anche con l’invivibilità delle sue costruzioni, del resto confermata dagli abitanti, e perfino con la scomodità delle sue poltrone chiaramente “disegni dalle linee pure e razionali”, più che oggetti utili e accoglienti. Freud sogghigna, e anche senza sapere nulla della vita di Corbusier parlerebbe di “tendenza sadico-anale”.
Poltrona di Corbusier 1928      Ci si chiede anche: ma com’è possibile che il senso critico sia così modesto in chi aveva scritto che il vero soggetto dell’Architettura è l’uomo? Grazie tante, ma l’uomo che l’abita o l’uomo che la disegna? Possibile che non si abbia quel buonsenso, che devono avere le persone comuni, per prevedere la reazione psicologica degli utilizzatori? Come mai nessuno vuole abitare nella disumanizzante costruzione-alveare “Unità di abitazione” di Marsiglia, tranne gli studenti attratti dai bassi affitti e dallo stare insieme in una vaga “comune”? Tutti reazionari? E come mai si pongono i medesimi problemi, amplificati dalle dimensioni esagerate, nel lungo palazzone romano di Corviale, evidentissimamente ispirato a Corbusier? E i migliori giudici di una casa, che è anche un bene utile e non solo estetico come ritengono molti architetti, non sono forse coloro che devono abitarla? Ha detto il critico Salvatore Settis: «Troppi costruiscono pensando all’effetto visivo che l’edificio può fare sulla patinata carta di riviste specializzate. Ma molto spesso oggi gli architetti non pensano agli esseri umani e a farli vivere bene, mentre guardano principalmente ad un’estetizzazione astratta. Vitruvio diceva che la prima cosa per l’architetto è configurare gli edifici per una
vita piacevole».
      Com’è, come non è, mentre nessuno ha il coraggio di criticare il Capostipite, molti criticano i suoi eredi. Per esempio, gli architetti più sensibili hanno parole di fuoco per certe costruzioni chiaramente “alla Corbusier”, come il Corviale a Roma, popolarmente noto come il “Serpentone”, che anche un profano ricollega immediatamente alle Unità di abitazione di Marsiglia o Berlino. “Si compone di un’unica, enorme unità abitativa lunga circa un chilometro. – scrive F. Bernardini – I due corpi laterali del mostro di nove piani, le “Stecche”, sono percorsi da un labirinto di ballatoi e al centro di essi, intervallati da cortili, una serie di costruzioni di tre piani. Una sorta di universo concentrazionario, avulso dal contesto sociale della città, che trova riscontro in analoghe tipologie abitative realizzate in altri paesi europei e il cui potenziale criminogeno fu subito evidenziato dai sociologi e dagli urbanisti più responsabili”.
      Perciò, se esistessero critici asettici e non suggestionabili dal conformismo della comunicazione di massa – ammettiamo, discesi da Marte – è probabile che scoprirebbero magagne gravi non solo nella visione etico-politica che a loro interessa poco, ma anche nella stessa teoria dell’architettura di Le Corbusier, come pure nella filosofia di Heidegger. L’uomo è ancora misterioso, è vero, però la psicologia non fa salti logici. L’essere artisti o intellettuali non ci salva certo dallo scrivere o fare sciocchezze, anzi è un’aggravante.

Corviale (M.Fiorentino 1972-1982)IMMAGINI. 1. Le Corbusier. 2. Unità di abitazione a Marsiglia. 3. Villa Savoye. 4. Un opprimente progetto urbanistico per una “ideale” città radiosa (e meno male!) del 1930. 5. La scomodissima poltrona di Le Corbusier del 1928. 6. Il “corbusieriano” Corviale a Roma, definito da alcuni sociologi addirittura “criminogeno”.

AGGIORNATO IL 21 AGOSTO 2016

2 Comments:

Anonymous Naima said...

Che coraggio, complimenti!

16 aprile 2015 00:59  
Anonymous Anonimo said...

Bell'articolo, c'è da dire che le teorie architettoniche di Le Corbusier oltre ad essere esteticamente deplorevoli sono totalmente antifunzionali, basti pensare all'assenza di grondaie o ai tetti piatti, è un classico esempio di architettura ideologica, cioè non realizzabile nella realtà ma che purtroppo a causa di persone poco lungimiranti e poco acculturate è stata realizzata. Le Corbusier sarebbe stato un ottimo costruttore di pollai, però l'architettura è una cosa più seria ;)

Tiziano

4 agosto 2015 19:32  

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